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domenica 4 gennaio 2009

Geni del Piano: Ludovico Einaudi vs Giovanni Allevi. Chi vi piace di più?

MILANO — Giovanni Allevi come san Francesco d'Assisi. Da «Harry Potter del pianoforte» al «santo pianista». È Allevi stesso a suggerire il paragone nelle pagine del suo secondo libro, «In viaggio con la Strega» (esce domani per Rizzoli), in cui ricordi, aneddoti, flashback e riflessioni personali ricostruiscono l'anno di «Evolution », l'album con orchestra pubblicato a giugno e arrivato a vendere oltre 80 mila copie e che avrà un coronamento venerdì con il cofanetto «AlleviAll» che raccoglie i suoi album più fortunati «No Concept », «Joy», «Evolution» e il dvd «Joy Tour 2007». Siamo ad Assisi, il giorno del debutto del tour. Allevi viene accompagnato a visitare la Basilica dove è conservato l'affresco di Giotto che raffigura Francesco in udienza dal Papa per presentare il nuovo ordine. Il Custode racconta lo scetticismo con il quale venne accolto: «Vede Allevi — dice —, quando il nuovo avanza, fa sempre paura, soprattutto se è nella forma della semplicità, da tutti riconoscibile».
È il modo di Allevi di togliersi tutti i sassolini dalle scarpe. Con il mondo della musica classica che lo ha sempre criticato e snobbato. Ma anche con quello del pop dove il pianista ha mosso i primi passi. Che avesse collaborato con Jovanotti lo si sapeva, ma per la prima volta Allevi scende nel dettaglio. Il racconto ci porta al 2001, quando, il giorno dopo l'esame per il diploma in Composizione al Conservatorio, entra come tastierista nel gruppo di Jova, che gli aveva già prodotto un disco. L'impatto è molto duro: «Gli altri mi vedono come un extraterrestre, un topo di biblioteca. Nella band conta soprattutto quanto appari figo», ricorda. E lui che al posto degli occhiali da sole ha dei «fondi di bottiglia» alla prima cena fa già il primo errore. Gli dicono che c'è bisogno di improvvisazioni alla Chick Corea. «Basta chiedere», risponde. E la sua sicurezza, la sua conoscenza di Corea («Il mio mito») viene presa per spocchia. Da corpo estraneo al gruppo finisce per subire il clima da caserma («quando Lorenzo non c'è», precisa) «dove loro sono i "nonni" e io l'ultimo arrivato». La sua avventura nel pop finisce con un secondo disastro: gli viene chiesto un arrangiamento di archi. Dalla sua penna esce qualcosa che non va bene, che pure i giovani musicisti chiamati a eseguirlo faticano a suonare. Gli fanno capire che il pop non è il suo mondo. (da corriere.it)


GIOVANNI ALLEVI - Lettera ad Ughi.
ROMASono uscito dal Senato alle 15.30, con in tasca una cravatta rossa. Me l’ha regalata un bambino, che era venuto con i genitori per assistere al concerto: «Tienila Giovanni, è tua. L’ho messa per te, per la prima volta in vita mia». Fuori, con mia grandissima sorpresa, ho trovato una grande folla radunata davanti Palazzo Madama, per salutare me e i professori d’orchestra. Ecco, Maestro Ughi, queste sono le immagini indelebili, che resteranno scritte nel mio cuore, indissolubilmente legate a quel concerto. Ora, proprio su questo tavolino, c’è un foglietto spiegazzato con sopra un autografo. Certo, in questi ultimi anni ho avuto l’onore di firmarne tanti. Ma quello che ho qui con me, l’ho voluto io. È l’unico autografo che abbia mai chiesto a un artista. Quella sera di dieci anni fa, me ne tornai al mio monolocale da una gremita Sala Verdi del Conservatorio di Milano, con in tasca quel foglietto, come fosse un gioiello. Non era stato facile nemmeno raggiungere il camerino dell’artista, per un nessuno come me, un anonimo studente in Composizione. Io non avevo amicizie influenti, a stento arrivavo alla fine del mese, affrontavo grandi sacrifici per diplomarmi in Composizione e il biglietto del concerto l’avevo pagato. Ma ora avevo l’autografo di uno dei più valenti violinisti del mondo: lei, Maestro Ughi. Come ha potuto farmi questo? Come ha potuto sputarmi addosso tanto veleno, proprio il giorno della Vigilia di Natale? Lei si ritiene offeso, e di cosa? Come fa una musica a offendere, se è scritta e suonata con tutta l’anima? Una musica strumentale senza parole? Secondo lei, io non sarei degno di essere ammesso in Conservatorio. In realtà vi ho trascorso i miei migliori anni preparandomi a diventare, con cura, impegno e passione, un compositore di musica contemporanea. Sono diplomato in Pianoforte con 10/10. Sono diplomato in Composizione col massimo dei voti. Ho pubblicato le mie partiture musicali. Sono un dottore in Filosofia, laureato con Lode e ho pubblicato i miei scritti. Il mondo della musica classica è malato. Lei è uno dei pochissimi che è riuscito a viverlo da protagonista, ma forse non immagina cosa vuol dire studiare anni e anni uno strumento musicale per arrivare, sì e no, a insegnare in una scuola privata. E così, a spartirsi la torta del potere musicale sono in pochi, una casta, impegnata a perpetrare la propria concezione dell’arte e la propria esistenza. È una lobby di potere fatta di protettori e protetti, nascosti nelle stanze di palazzi per molti irraggiungibili. Dalla casta emerge sempre lo stesso monito: «La gente è ignorante, noi siamo i veri detentori della cultura». Ma proprio nelle aule del Conservatorio, analizzando le partiture dei grandi del passato, e confortato dal pensiero di Hegel nella Fenomenologia, ho maturato il convincimento che ogni epoca abbia diritto alla sua musica. Perché costringere il pubblico del nostro tempo a rapportarsi solo a capolavori concepiti secoli fa, e perdere così l’occasione di creare una musica nuova, verace espressione dei nostri giorni, che sia una rigorosa evoluzione della tradizione classica europea? La musica cosiddetta «contemporanea», atonale e dodecafonica, in ogni caso non è più tale, perché espressione delle lacerazioni che agitavano l’Europa in tempi ormai lontani. Ecco allora il mio progetto visionario. È necessario uno sforzo creativo a monte, piuttosto che insistere solo sull’educazione musicale, gettando le basi di una nuova musica colta contemporanea, che recuperi il contatto profondo con la gente. Ho provato a farlo, con le mie partiture e i miei scritti. È stato necessario. Ci sono voluti altri dieci anni, oltre i venti di studi, e il risultato, per nulla scontato, è stato deflagrante: il pubblico, soprattutto giovane, è accorso ai miei concerti, di pianoforte solo o con orchestra sinfonica, come fossero eventi rock, a Roma e a Milano come a Pechino, New York e Tokyo. Quella musica parla al cuore ma il suo virtuosismo tecnico e soprattutto ritmico richiede esecutori di grande talento. È una musica colta che non può prescindere dalla partitura scritta e che rifiuta qualunque contaminazione, con le parole, con le immagini, con strumenti musicali e forme che non siano propri della tradizione classica. Centinaia di giovani mi scrivono che, sul mio esempio, sono entrati in Conservatorio per studiare uno strumento o per intraprendere la via creativa della composizione. Come la storia dell’Estetica musicale insegna, in tutte le epoche ogni idea nuova ha dovuto faticare per affermarsi, divenendo poi, paradossalmente, la «regola» per i posteri. Quello che è certo è che quando il nuovo avanza fa sempre paura. Da amante di Hegel, quindi, sapevo benissimo che l’ondata di novità avrebbe mandato in crisi il vecchio sistema e che i sacerdoti della casta, con i loro adepti, non potendo riconoscere su di me alcuna paternità, avrebbero messo in atto una criminale quanto spietata opera di «crocifissione di Allevi». «Il suo successo mi offende...», «Le composizioni sono musicalmente risibili...», «È un nano...», ma l’assunto più grave che circola è: «Allevi approfitta dell’ignoranza della gente, attraverso una furba operazione di marketing». Niente di più falso! La mia è una musica classica, perché utilizza il linguaggio colto, la cui padronanza è frutto di anni di studio accademico. La mia è una musica nuova perché contiene quel sapore, quella sensibilità dell’oggi, che nessun musicista del passato poteva immaginare. «Ogni mattina, quando si leva il sole, inizia un giorno che non ha ancora mai vissuto nessuno», afferma il teologo David Maria Turoldo. La mia non è una musica pop, perché non contempla alcun cantante, alcuna chitarra elettrica e batteria e non usa la tradizione orale, o una scrittura semplificata come mezzo di propagazione. Non c’è alcuna macchinazione, tutto è assolutamente limpido e puro: le persone spontaneamente hanno scelto di seguirmi. Ma bisogna smettere di ritenere ignorante la gente «comune». Il pubblico cui si rivolgeva Mozart nel XVIII secolo era forse più colto del nostro? Mai in Italia ci sono stati tanti studenti di musica come in questi tempi. Se la mia musica l’avesse infastidita, Lei poteva semplicemente cambiare canale. E invece, esprimendo un parere del tutto personale, si è voluto erigere a emblema di un mondo ferito, violento e cieco. Non sono un presuntuoso, semmai un sognatore, e la mia musica, assieme alle mie intuizioni estetiche, non hanno mai voluto offendere nessuno. Io, a differenza di lei, non ricopro nessun ruolo istituzionale, non ho fatto intitolare nessun Festival a mio nome, non ho potere alcuno nel cosiddetto «mondo della musica», ma ciononostante mi si accusa di essere in un luogo, il cuore di centinaia di migliaia di persone, dove altri vorrebbero essere. Alla luce delle sue parole, sembra paradossale che lei sia Presidente dell’Associazione «Uto Ughi per i giovani». Il grande Segovia diceva: «I giovani compositori hanno fatto la mia fortuna, io la loro». Invece Lei ha scelto la via facile dell’ostruzionismo, dall’alto della sua conclamata notorietà. Quel suo autografo che ho sempre conservato gelosamente, dopo tanti anni, per me ora non conta più niente (da lastampa.it)

Torinese di Milano (abita a Brera), 51 anni, occhi verdi, bianchi i pochi capelli su un volto di ragazzo, il compositore-solista è nipote del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, figlio dell'editore Giulio Einaudi, allievo di Azio Corghi e Luciano Berio, genero dell'architetto Giancarlo De Carlo, cognato dello scrittore Andrea De Carlo, amico di Nanni Moretti per il quale ha scritto la colonna sonora di «Aprile». Ma parla con la dolcezza e la semplicità con le quali ha sempre vissuto e che sono l'ingrediente risolutivo della sua arte. Ludovico Einaudi, Divenire racconta in musica «le tappe di un viaggio». Verso dove? «Direi piuttosto attraverso. L'origine nascosta, Andare, Oltremare, Primavera, Ritornare, Svanire sono le stazioni di un viaggio in cui l'umano e la titanica forza del destino s'intrecciano nel suono, nelle sue evoluzioni e mutazioni: da semplici melodie sgorga il canto strumentale, tra microvariazioni, improvvisazioni». Radici classiche qui si fondono con la musica popolare. «Le prime sono fondamentali nel mio percorso. Attingo poi alla musica etnica, al folklore, al pop». Armonia e rock. «E sentimento. Quel sentimento che c'è anche nella musica rock, magari con una sonorità forte, violenta, comunque dietro grandi melodie e armonie». Sulla via aperta dal suo maestro Berio, che attinse i "Folk songs" alla musica popolare americana e trascrisse i Beatles? «Mentre altri compositori di quel periodo erano molto radicali, chiusi alla musica del resto del mondo, mi affascinava quanto Berio considerasse importante il rapporto con la musica popolare e il folcklore, imparare, arricchirsi di quei tesori». Un rapporto con tutta la musica, senza preconcetti? «Sicuramente l'ho imparato da Berio. Ma era cosa che avrei coltivata, reinterpretata a modo mio. D'altra parte la musica popolare era stata importante nei grandi del passato. Mozart scriveva canzoni, Il flauto magico nacque per una compagnia di ambulanti. Stravinskij attingeva alla musica popolare russa, come tanti altri compositori russi prima di lui. Un modo di vivere la storia». La sua popolarità cresce da 11 anni: pochi, rispetto a quanto aveva fatto prima. È cambiato il pubblico o è cambiato lei? «Nella musica contemporanea avevo una piccola storia tracciata come discepolo di Berio: potevo continuare. A un certo punto, però, ho sentito l'esigenza di qualcosa che mi rappresentasse profondamente, di un mio linguaggio. Sono stato subito guardato un po' con sospetto. Nessuno mi ha incoraggiato. Le cose sono cambiate quando ho cominciato a eseguire la mia musica al pianoforte dal vivo, in teatro. Sentivo di potere, di dovere comunicare direttamente con il pubblico: raccontare così alla gente la mia esperienza interiore. Fatte le debite proporzioni, come Bob Dylan che si scrive le canzoni e se le canta imbracciando la propria chitarra. Non pensavo al mercato, al successo. Non me l'aspettavo». Che cosa la sorprende del suo pubblico? «Che quotidianamente riempia di messaggi il mio sito web ludovicoeinaudi.com, il forum su guestbook, e myspace. Mi scrivono di tutto: richieste d'informazioni, dichiarazioni d'amore». Fa musica con i suoi figli, Jessica e Leo? «Jessica, ventiquattro anni, scrive canzoni, canta musica pop. Leo fa il liceo scientifico, suona la chitarra in un gruppo di sedicenni. Ogni tanto vado a dare una mano. Mi diverto a suonare con loro. Li ascolto, li consiglio. La musica è scambio tra le persone, tra diverse età, aiuta a comunicare in momenti difficili. Non è questo uno dei suoi doni più belli?». (da forum.wininizio.it)

Einaudi - I giorni

Allevi - Come sei veramente


A me piace la musica di entrambi come si può notare dall'elenco di brani presenti nel lettore mp3 del mio blog... sfumature e caratteri diversi ma un'unica bellezza: l'amore per la musica. E per voi?

2 commenti:

coscienza critica ha detto...

Posso solo dire una cosa: ho conosciuto decine di musicisti straordinari e intuitivi che, per scelta o per necessità, suonano in strada, lontani dai clamori.
ciao

Calogero Parlapiano ha detto...

i famosi artisti di strada..ce ne sono di bravissimi in effetti..
qua si voleva solamente farvi esprimere su chi dei due vi piacesse di più.
buona domenica!