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martedì 1 dicembre 2009

La gestione dei pentiti...

di Dario Campolo

Sono amareggiato, rattristato, e come se non bastasse nauseato nel vedere un Nicola Cosentino sorridente in sala Stampa per la negazione all’arresto da parte della giunta per le autorizzazioni a procedere di Montecitorio.

In questi giorni tutti contro i pentiti, tutti contro i cosiddetti collaboratori di giustizia, dimenticando ciò che si è riuscito a fare ai tempi della lotta al terrorismo (Giancarlo Caselli e Ferdinando Imposimato) passando alla lotta contro la mafia per via del famoso maxiprocesso diretto da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino grazie alla loro collaborazione (dei pentiti).

Tutti dimenticano come lo stesso Falcone già allora era attaccato per la gestione dei pentiti, qualcuno ebbe il coraggio di affermare che utilizzava i pentiti di una parte mafiosa per sconfiggerne l’altra parte nemica. Altri tempi ma stessi metodi con la differenza che oggi siamo assefuatti da tutto e per tutto con la conseguenza di non renderci più conto dello schifo a cui oggi stiamo assistendo.

Oggi ad esempio, non riuscirei mai ad immaginare una folla di persone tirare monetine in faccia a Craxi come capitò negli anni di tangentopoli, certo, io lo spero ma ahimé il sistema ha tirato su un ottimo stile di vita (o quasi) per tutti che solo al pensiero di privarsene fa sì che ognuno pensi solo a se stesso e non più alla collettività, rinunciando a quel minimo spazio di libertà, legalità e moralità che ognuno di noi dovrebbe avere di diritto.

Dobbiamo capire che la verità fa male, ma se riscontrata e giudicata attendibile va allo stesso tempo accettata, chi vuole capire capisca, non si può pensare sempre e solo che tutti i magistrati sono comunisti o politicizzati, posso capire 1, 10, 30, ma non tutti perchè nasce spontaneo pensare come l’anomalia non sia più la magistratura.

Ieri sera sono andato a scovare nella mia libreria e ho ritrovato uno spaccato molto interessate presente sul libro "Cose di cosa nostra" di Giovanni Falcone e Marcelle Padovane, ne giudico fondamentale la lettura per capire al meglio l’argomento in questione

lunedì 30 novembre 2009

Concorso esterno in associazione... di stato

di Rita Pani

Devo ricordarlo ancora una volta, anche se potrebbe apparire come una tediosa litania. Era il 2005, Report propose una puntuale inchiesta sulla mafia. La mafia, nella persona di totò cuffaro protestò, e la RAI, televisione di stato alla quale siamo obbligati a versare una tangente, accettò di trasmettere una “trasmissione riparatrice”. Il succo della disputa era che in Report non vi era stato contradditorio. Cioè: Report aveva potuto mostrare i danni e le ruberie della mafia, senza che questa potesse difendersi pubblicamente. In Italia non scoppiò la rivoluzione; ci fu un po’ di sbigottimento, un po’ di divertita perplessità, ma poi venne la presa d’atto.

Nel 2008 cuffaro venne condannato a cinque anni di carcere per “favoreggiamento semplice” nel processo per mafia che lo vide protagonista, e anche in quel caso, è bene ricordare, finì in modo del tutto italiota, con la memorabile festa dei cannoli. Insomma, cinque anni di galera passò come una vittoria dei buoni contro i cattivi giudici comunisti: favoreggio la mafia, mica sono mafioso!

Di dell’utri non voglio nemmeno scrivere, sperando che ormai sia notoria la sua vicenda mafiosa e processuale, e che anche questa non si sia normalizzata, con la semplice presa d’atto.
Poi c’è il picciotto fresco, l’ultimo assunto agli onori della cronaca, cosentino, col suo soprannome che sembra uscito da un libro di Mario Puzo: “’O americano”. Per lui è stata emessa una richiesta d’arresto, respinta proprio questa mattina dalla giunta per le autorizzazioni a procedere del nostro parlamento mafioso.

Ma è di oggi anche la richiesta di rinvio a giudizio per totò cuffaro, per i fatti che già lo videro festeggiare per la condanna a cinque anni. Secondo l’accusa, la sua posizione si sarebbe aggravata. Ma in questo paese normalizzato, questa richiesta cadrà nel vuoto, perché per chi non lo sapesse, il condannato anziché essere allontanato dalla vita politica e dalla gestione della cosa pubblica, nel tempo è stato promosso: oggi è un onorevolissimo senatore della Repubblica delle banane marce.

Capite ora perché in Italia si faccia sempre più pressante una riforma della giustizia? Perché riunire il governo diverrebbe complicato se i suoi membri fossero sparsi nelle carceri di mezza Italia. Ma c’è anche di peggio a confermare l’antico detto che al peggio non c’è mai fine: il governo italiano, assillato dalla nefasta opera dell’antimafia eversiva e comunista, sta pensando a un codicillo libera tutti, con la cancellazione del reato di “associazione esterna ad organizzazione mafiosa.”

Lo faranno, e ovviamente lo faranno per noi. Perché questi giudici comunisti non possono pensare di sovvertire la volontà popolare, facendo sprecare il tempo dei governanti nel doversi difendere nei tribunali. Lo faranno per tutti i cittadini che hanno il diritto di essere governati dai mafiosi, piduisti, corruttori, che hanno scelto col loro voto. Lo faranno perché nessun giudice può processare coloro che i cittadini hanno scelto per essere governati.
Lo faranno e non scoppierà la rivoluzione. Perché, se uno che ha dato il suo voto a questa gente di merda, non sente queste affermazioni come uno sputo in faccia, come un’offesa, e soprattutto non si sente rimordere la coscienza, ha il governo che merita, e complice, è felice.

http://guevina.blog.espresso.repubblica.it/resistenza/

domenica 29 novembre 2009

Donne, vigliacchi e società (in)civile...

di Andrea Onori

Nel 2007 una prima grande indagine Istat, dedicata al fenomeno delle violenza fisica e sessuale contro le donne, ci riferiva che in quell’anno, circa 1 milione di donne avevano subito stupri o tentati stupri. Il 14,3% delle donne avevano subito almeno una violenza fisica o sessuale dal proprio partner. Oggi, quasi nulla è cambiato. Le violenze all’interno della famiglia, restano ancora senza denuncia. E’ ora di domandarsi in fretta il perché e agire di conseguenza.

Da un indagine effettuata nel periodo 2005-2007, è emerso che solo in Piemonte sono state presentate quasi 20mila denunce di violenza sulle donne. La maggior parte delle denunce (l’88 % del totale) riguardano minacce, lesioni e ingiurie.

Oggi, 25 novembre, è la giornata internazionale dedicata alla violenza contro le donne. Appare come una festa. Personalmente non credo alle singole giornate dimostrative. In quanto, sensibilizzano poco l’opinione pubblica. Si parla molto e a vuoto. Ci si muove politicamente per far proseliti. Per accaparrarsi i voti della gente. Nessuno sfiora mai il vero valore e l’essenza della donna in questa società.

Servirebbero progetti lunghi e duraturi volti a sensibilizzare tutta la società civile. Dovrebbe essere una battaglia quotidiana in televisione (con approfondimenti), ospedali, scuole, palestre. Bisogna lanciare messaggi diretti in ogni luogo di aggregazione. Per questo motivo simili giornate non servono a nulla.

Sono fuor di misura le donne che percorrono la loro vita in un inferno coniugale. A volte, il compagno – aggressore, è una persona insospettabile. Altre volte, la violenza, è sotto gli occhi di tutti, ma nessuno apre bocca per paura di ritorsioni. Indifferenza e paura fanno il loro sporco gioco. Mentre si parla nei talk show e ci si mostra indifferenti, la vittima, continua a trascorrere giorni a piangere e disperarsi, all’interno della propria abitazione in piena solitudine. Cercando di evadere da un’assurda e crudele realtà.

Non c’è tutela, non c’è solidarietà attiva. A parole non serve. Per questo, molte volte, numerose vittime preferiscono stare in silenzio e non denunciare. Intorno c’è il vuoto, la giustizia e a pezzi e se si prova a denunciare, la vittima, rischia di ritrovarsi l’aggressore sotto casa qualche giorno dopo.

Un periodo di carcere, a molti individui, crea solo odio verso la vittima. E, uscito dalla gabbia, continua la mattanza. E’ capitato molte volte, troppe. Nessun piano di riabilitazione, nessuna sicurezza per la vittima e il leone si sente libero di poterla sbranare ancora una volta. Allora, che funzione hanno le nostre carceri? Entri lupo ed esci leone. Vuol dire che qualcosa non funziona.

Bisognerebbe attivare un piano di riabilitazione serio per il detenuto e dare sicurezza alla vittima. Sicuramente, un periodo di volontariato in Sudan o a Gaza, in mezzo alle persone sfollate, scontata la pena, darebbe più senso alla riabilitazione. Ma si preferisce la strada della repressione. In carcere ti picchiano (i più forti) e il detenuto (il più debole), quando esce dalla cella, scarica la sua rabbia contro la persona più debole di lui.

Per questo motivo, chi abusa del corpo della propria partner, si fa forte della paura e della violenza psicologica che può subire subito dopo una denuncia. Continuano le vessazioni, violenze ed umiliazioni. La paura ti ammutolisce e spesso non si trova quella forza per spezzare le catene della prigione, se intorno non ci sono persone in carne ed ossa ad aiutarti.

Andare via, abbandonare tutto non è facile. Soprattutto se le istituzioni non ti sono vicine e gli occhi della gente ti punzecchiano in continuazione. Ma non è una questione solo femminile. E’ la solita lotta del più forte, contro il più debole. Una forza vigliacca che colpisce nei punti deboli delle persone. Donne apparentemente “provocanti”, omosessuali, transgender, anziani, bambini, minoranze culturali, clandestini. Sono tutti colpevoli di essere se stessi e di essere diversi dalla grande maggioranza che, forte numericamente, si permette di poter tormentare il più indifeso.

Il rispetto prima di tutto. Non perché è donna o omosessuale, ma perché è un essere umano degno di considerazione e carico di diritti. Fino a quando non impariamo cosa sia il rispetto reciproco, i più deboli subiranno le ingiurie dei più “potenti”. Il cambiamento deve venire dalla società civile e non da una legge. Dobbiamo essere noi, gente comune, a ribellarci, quando vediamo qualcosa che non va. Dobbiamo essere noi a denunciare quando vediamo qualcosa di storto. Abbiamo bisogno unire le forze ed essere solidali tra noi piccoli comuni mortali.

Tutti apriamo bocca e nessuno muove un dito in questa fottuta società. Dobbiamo aiutarci a vicenda e per farlo bisogna cambiare, tutti. Occorre iniziare dai bambini, coinvolgere i ragazzi delle scuole proprio per educare a questo tema le giovani generazioni. Farlo anche nelle televisioni. Perché uno stupro non può e non deve essere un Reality show da vedere nel piccolo schermo.

sabato 28 novembre 2009

3 INCONTRI PER INFORMARE, LOTTARE E NON DIMENTICARE: A SCIACCA

Le Associazioni "l'Altrasciacca", "Cafè Orquidea" e "Liceo Classico Tommaso Fazello" organizzano

"TRE INCONTRI PER INFORMARE, LOTTARE E NON DIMENTICARE".

Ospiti previsti: Marco Travaglio, Sonia Alfano, Salvatore Borsellino, Gioacchino Genchi, Benny Calasanzio, Pino Maniaci, Ignazio Cutrò.

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Sabato 12 Dicembre 2009, Ore 18:00
presso: Aula magna Liceo Classico Tommaso Fazello di Sciacca

Tema: "Giornalismo e antimafia: Il coraggio di denunciare e la voglia di lottare".

Ospiti:
BENNY CALASANZIO, giornalista e blogger, attivamente impegnato a contrastare la mafia e a promuovere la cultura della legalità;
PINO MANIACI, giornalista e direttore dell'emittente locale TELEJATO, vittima più volte di minacce per la sue denunce antimafiose;
IGNAZIO CUTRO', imprenditore di Bivona che ha coraggiosamente denunciato il racket subendone le violente ritorsioni.

modera: Calogero Parlapiano

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Mercoledì 16 Dicembre 2009, Ore 20:00
presso: Multisala Cine Campidoglio Sciacca

Tema: "La libertà di stampa in Italia: Le ingerenze politiche e le ingerenze mafiose".

Ospite:
MARCO TRAVAGLIO, giornalista e scrittore, impegnato da sempre nella difesa della libertà di stampa in Italia;

Modera: Alberto Montalbano.

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Venerdì 18 Dicembre 2009, Ore 20:00
presso: Aula magna Liceo Classico Tommaso Fazello di Sciacca

Tema: "Politica, mafia e corruzione. L'impegno delle Istituzioni per combatterne l'interazione".

Ospiti:
SALVATORE BORSELLINO, fratello di Paolo Borsellino, instancabile voce di denuncia contro la criminalità organizzata, il malgoverno e le collusioni tra politica e mafia;
GIOACCHINO GENCHI, consulente informatico che ha collaborato alle inchieste antimafia di molte procure e magistrati tra cui Giovanni Falcone e Luigi De Magistris;
SONIA ALFANO: europarlamentare di IDV, figlia di Beppe Alfano giornalista ucciso dalla mafia, esempio di impegno contro il malaffare mafioso.

Modera: Giandomenico Pumilia.

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Diretta streaming degli eventi sui siti:

www.laltrasciacca.it e www.sciaccacinema.it

venerdì 27 novembre 2009

Inquinamenti istituzionali e... Stragi

Nelle stragi di Capaci e di via D'Amelio sono stati disintegrati i due principali simboli della lotta alla mafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, attraverso l'utilizzo di esplosivi bellici che hanno provocato un massacro barbaro e destabilizzato gli equilibri politici.

Cosa Nostra dopo l'inaffidabilita' 'contrattuale' evidenziata dai tradizionali referenti politici con il mancato aggiustamento del maxiprocesso in Cassazione ha mutato strategia politica. La tenacia e le capacita' del pool dei magistrati di Palermo ed il lavoro svolto da Falcone per togliere al Giudice Carnevale e ad i suoi amici il monopolio delle sentenze sul crimine organizzato, hanno sancito il fallimento del rapporto tra la corrente andreottiana, in particolare, e Cosa Nostra. L'omicidio dell'eurodeputato Salvo Lima segna la rottura definitiva del patto scellerato delle convergenze parallele tra pezzi della politica e la mafia. La strage di Capaci preclude il Quirinale a Giulio Andreotti (ritenuto mafioso con sentenza caduta in prescrizione). Le mafie, Cosa Nostra e 'ndrangheta in particolare, stanno consolidando sempre piu' una potenza economico-finanziaria soprattutto a seguito del controllo dei piu' imponenti traffici internazionali di droga. Non si vogliono piu' limitare ad avere singoli referenti politici che non sono piu' in grado di arginare magistratura e forze dell'ordine sempre piu' determinate nel contrasto al crimine organizzato.

E' il momento del salto di qualita'. La mafia decide di farsi Stato e lo fa con due strumenti tipici dei conflitti: bombe e dialogo, stragi e trattativa.

La strage di Capaci produce dirompenti effetti politici, mina le fondamenta della prima repubblica gia'Â colpita dagli albori di tangentopoli.

La mafia cambia strategia politica ed inizia i primi contatti strutturali con esponenti della politica e delle istituzioni.

Il comando del fronte antimafia viene, di fatto, preso da Paolo Borsellino, il quale indaga ed intravede il cuore del potere mafioso: i collegamenti con la politica, l'imprenditoria e le istituzioni (magistratura compresa). Non e' un caso che dopo la strage di Capaci, in un emozionante dibattito organizzato da micromega, sostiene che, nella magistratura, forse, vanno trovati taluni dei responsabili della morte del suo caro amico e collega Giovanni Falcone. Credo che Borsellino abbia anche potuto intuire della trattativa e del ruolo che stavano avendo in quelle settimane settori deviati delle istituzioni.

La strage di via D'Amelio e' una strage politica, si puo' ipotizzare che ambienti non organici a Cosa Nostra siano stati determinanti nel movente, nella dinamica e nell'occultamento delle prove della strage.

A questo punto la mafia ha inferto il colpo piu' duro che si potesse dare alla magistratura impegnata in prima linea, rassicurando i collusi e gettando nel panico tutti coloro i quali erano stati interlocutori politici di cosa nostra.

La trattativa entra nel vivo ed operano, con spregiudicatezza al limite dell'eversione, pezzi deviati delle istituzioni: all'interno dei servizi (il ruolo di Contrada al SISDE) ed esponenti di primo piano del ROS (trattativa infame, mancata perquisizione al covo di Riina e il favoreggiamento alla latitanza di Provenzano).

Cosa Nostra tratta attraverso il papello e continua con la strategia del terrore per mettere in ginocchio il Paese. Le condizioni per la pax mafiosa sono dure ed ecco le bombe di Roma, Firenze, Milano. Il Paese e' ad un bivio.

Chi conduce la trattativa? Uomini in divisa con autonome velleita' da nuovi piduisti, oppure braccia operative di ambienti politici che intendono aprire una nuova stagione nei rapporti con Cosa Nostra e favorirne la metamorfosi attraverso la mimetizzazione nello Stato e 'la confusione' nel bilancio dell'economia legale?

La trattativa va in porto. Cosa Nostra, dal 1993, interrompe il conflitto armato con le Istituzioni e comincia il suo fluido percorso di penetrazione nello Stato e nell'economia. La sua forza si consolida con il controllo della spesa pubblica e dei finanziamenti pubblici, con il condizionamento del mercato del lavoro ed il controllo del voto.

La nascita di Forza Italia si colloca nel periodo in cui termina la strategia militare ed inizia la penetrazione in tutte le articolazioni istituzionali e si consolida la sua presenza nei meandri dei circuiti economico-finanziari.

Il processo al Sen. Dell'Utri, ideologo di Forza Italia, con la sua condanna in primo grado a 9 anni per concorso in associazione mafiosa, e' uno spaccato illuminante del baratro in cui siamo piombati.

Il percorso della criminalita' organizzata che diviene Stato viene anche favorito da pezzi deviati delle istituzioni che dovrebbero rappresentarle. Da settori opachi della magistratura i quali hanno operato con analogie sorprendenti tra quegli anni? penso anche alla lucida analisi del dr. Alfonso Sabella sulle pagine de 'Il Fatto Quotidiano' a proposito delle prime indagini sulle stragi della Procura di Caltanissetta ed al ruolo ed alla contestuale e successiva carriera del dr. Giovanni Tinebra - e le volte che indagini molto delicate sono penetrate nel cuore del sistema mafioso: come le inchieste Why Not e Poseidone e le indagini della Procura di Salerno sulla cd. nuova P2). Dalle deviazioni di pezzi della polizia giudiziaria: dalle trattative di servizi piduisti (come nel caso Cirillo) a Bruno Contrada, sino al ruolo inquietante che sembra caratterizzare esponenti del ROS.

Denso di significati il racconto del giudice Sabella circa il ruolo 'determinante nell'affossamento di inchieste e nella distruzione di servitori dello Stato' del Consiglio Superiore della Magistratura, con una continuita' impressionante dal 1992 ad oggi simbolicamente rappresentata dalla presenza di Nicola Mancino.

Vi e' stato un ruolo criminale e scellerato di taluni esponenti delle forze dell'ordine mentre altre donne ed uomini della Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza morivano e rischia(va)no la vita nel contrasto al crimine organizzato?

Ogni qual volta si e' indagato in questa direzione ambienti occulti e criminali hanno operato per evitare che si raggiungesse la verita'. Alcuni spunti. La trattativa che sarebbe stata condotta da uomini del ROS con Cosa Nostra mentre ancora si sentiva l'acre odore della cenere di magistrati e poliziotti assassinati. Le dichiarazioni di Giovanni Brusca su via D'Amelio. Le dichiarazioni di Giovanni Brusca su via D'Amelio. Le dichiarazioni del Colonnello dei Carabinieri Riccio nei processi in corso a Palermo sulla trattativa (dove si e' fatto anche il nome, a proposito dei rapporti tra magistrati e mafia, del dr. Dolcino Favi, il Procuratore Generale che avoco' l'inchiesta Why Not proprio mentre ricostruivo i rapporti tra criminalita' organizzata, massoneria deviata, pezzi della magistratura, della politica, dei servizi e delle istituzioni). La mancata perquisizione al covo di Riina ed il favoreggiamento alla latitanza di Provenzano. Il ruolo che sarebbe stato condotto da magistrati, politici e carabinieri per favorire la dissociazione dei boss con l'obiettivo di stroncare il pentitismo e rafforzarne la penetrazione di Cosa Nostra nel tessuto politico-istituzionale. I misteri che ruotano intorno alla morte del Maresciallo Lombardo. Le informative del ROS che ritrovai nell'inchiesta Poseidone - acquisite dalla Procura di Roma - che dovetti rivedere in profondita'Â in quanto marcatamente superficiali (vi erano nomi di politici molto importanti, ambienti massonici e dei servizi, criminalita' organizzata). L'indagine che un magistrato della Procura di Catanzaro - poi indagato e perquisito dalla Procura di Salerno per reati gravi - delegava al ROS (pur non essendoci alcun profilo di criminalita' organizzata) che mirava a coinvolgermi in vicende per le quali ero totalmente estraneo. La creazione ad arte di tracce di reato, ossia il metodo della calunnia e del depistaggio. La delega che il dr. Favi dava al ROS nelle indagini della Procura Generale di Catanzaro che avocando l'inchiesta Why Not ha prodotto una sua sostanziale disintegrazione. In questi giorni la Procura di Crotone indaga un ufficiale dei Carabinieri che doveva essere un mio collaboratore mentre pare abbia fatto altro, di penalmente rilevante. Le inchieste della Procura di Salerno, proprio li' la chiave di volta per mettere insieme, in un filo criminale, vecchi e nuovi piduisti. Per questo tanti magistrati dovevano saltare, assassinati professionalmente.
I legami con la politica: dal generale Mori consulente di Formigoni, ai figli del generale Subranni (tra Angelino Alfano e servizi).
Il piduismo sta operando, tra servizi deviati e massonerie, tra mafia e politica. Va alzata la vigilanza democratica confidando in quei magistrati che ancora non hanno piegato la schiena.
Noi non molleremo mai! (Il Fatto Quotidiano)

giovedì 26 novembre 2009

Stragi '93: i PM vogliono i documenti dei servizi segreti


Come riportato da Lirio Abbate su 'L'Espresso' i magistrati della procura antimafia di Caltanissetta e Palermo hanno chiesto, questa mattina, tramite un ordine di esibizione degli atti all'attuale direttore del DIS (Dipartimento Informazioni per la Sicurezza) Gianni De Gennaro, di poter accedere agli archivi dei servizi segreti per poter acquisire i documenti sulle stragi che hanno visto la morte dei giudici Falcone e Borsellino. La storia delle stragi italiane, da quelle brigatiste, passando per quelle 'nere', fino a Capaci e via D'Amelio, ha sempre visto la compartecipazione dei servizi segreti. Se non direttamente almeno indirettamente, coprendo il colpevoli o depistando le indagini.

L'ombra lunga dei servizi segreti, quindi dello Stato, si proietta in via D'Amelio, in quel del Castello Utveggio, punto di osservazione privilegiato, sul luogo della strage, dove, stando alle ricostruzioni di coloro che per primi indagarono vi fu impiantata una sede temporanea del SISDE di Bruno Contrada. Per non parlare di un episodio precedente, ovvero il fallito tentativo di attentato all'Addaura alla villa di Giovanni Falcone. Episodio a cui potrebbero essere connesse la scomparsa di Emanuele Piazza, giovane collaboratore del SISDE ucciso e poi sciolto nell'acido e di Nino Agostino, assassinato con la moglie nell'estate del 1989. Proprio su quest'ultimo, il pentito Giovan Battista Ferrante ebbe a dire "Se lo 'asciugarono' loro".

I punti oscuri delle vicende di Falcone e Borsellino rimangono molti. Episodi non completamente imputabili all'organizzazione di Cosa Nostra. Episodi che fanno pensare ad un coinvolgimento di apparati dello Stato, ben informati. Così, nell'ambito delle indagini avviate dalle procure di Caltanissetta e Palermo sui mandanti esterni a Cosa nostra delle stragi di Capaci e via D'Amelio, i capi degli uffici delle procure hanno deciso di inoltrare alla presidenza del Consiglio, da cui dipendono i servizi di intelligence, il provvedimento per l'acquisizione degli atti.

Da qui si cerca di riprendere la pista anche del famoso 'faccia da mostro', probabile agente dei servizi segreti, in contatto con la famiglia Ciancimino, utilizzato dalla mafia per commettere omicidi in Sicilia.

In attesa di osservare quanti omissis verranno messi in campo dai servizi segreti, oppure in attesa, finalmente, di uno squarcio di verità sul cielo grigio delle stragi? Certo è che la gente ha sete di conoscere. Come diceva lo stesso Falcone, "la mafia è un fatto umano e come tale può essere sconfitta. Si può vincere non pretendo l'eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori dello Stato.

Ma oggi questo, sarebbe un discorso da toga rossa, come tanti altri pronunciati da Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, che tutto erano, meno che toghe rosse. Toghe Rosse e magistratura comunista iniziò a dichiararlo Totò Riina dopo la sua cattura nel corso del processo

mercoledì 25 novembre 2009

Ci rimane soltanto l'aria?

Cosa succede se la globalizzazione raggiunge il rubinetto di casa

Nessun uomo è tanto pazzo da vendere la terra su cui cammina. Così, stando alla leggenda, il grande capo indiano avrebbe risposto al negoziatore bianco che gli offriva la scelta tra la guerra di sterminio e l’acquisto delle terre ataviche della sua tribù. Che cosa direbbe oggi quel capo indiano di noi che, dopo aver fatto ovunque commercio della terra su cui camminiamo, ci apprestiamo a venderci anche l’acqua che beviamo?

Niente direbbe, il fiero guerriero, perché, al pari di ogni altro ostacolo locale, fu spazzato via dalla storia che, è bene non dimenticarlo, è stata sempre storia del processo unilaterale attraverso il quale l’Occidente, esplorando, conquistando e colonizzando, ha globalizzato la terra unificandola in un sistema mondo interamente governato dalla legge del capitalismo. Ora che quella grande impresa è compiuta, ora che la fase di espansione è terminata, ora che l’auto-narrazione in cui si racconta di come il pianeta Terra divenne una sfera interna alla logica del capitale è giunta alla fine, ora non rimane che lavorare sulle condizioni di vita all’interno della grande serra planetaria del capitalismo avanzato. Questa nuova frontiera interna che avanza senza soste ha un nome preciso: privatizzazione della vita.

Rientra in questo quadro epocale anche la notizia secondo la quale in Italia, remota provincia dell’impero, il governo sarebbe pronto ad appaltare a privati il servizio di erogazione dell’acqua, che smetterebbe così di fatto di essere un servizio pubblico, trasformando l’approvvigionamento idrico, cioè l’accesso a una fonte basilare della vita, in una qualsiasi merce. In linea concettuale, infatti, anche questo sarebbe un ampio passo verso la privatizzazione della vita: l’acqua smetterebbe di essere qualcosa cui tutti noi abbiamo diritto inalienabile per il semplice fatto di stare al mondo, una dotazione comune d’ingresso, come l’aria che respiriamo, e diverrebbe un bene voluttuario diversamente accessibile in base alla nostra individuale capacità di spesa. Ecco, dunque, un altro esempio della regola della deprivazione che sembra governare i destini degli uomini in questo nuovo scorcio di millennio: a ogni nuovo giro di giostra, man mano che il «pubblico» diventa «privato», ci viene sottratto ciò che è necessario per vivere o, almeno, ciò che fino a una generazione precedente era stato considerato un diritto naturale e inalienabile. La privatizzazione della vita agisce simultaneamente su due versanti, contigui e interconnessi come le due facce di un'unica moneta. Su un versante si procede a privatizzare la proprietà non più solo dei mezzi di produzione ma anche dei mezzi di sussistenza della vita della specie, sull’altro si mette in scena la riduzione della vita sociale a fatto privato.

Sul primo versante accade che, in un quadro globale di progressivo impoverimento delle risorse naturali, di cambiamenti climatici che rischiano di mettere fine al lussureggiare della vita planetaria e di fosche previsioni sull’aumento della popolazione mondiale, il controllo sui beni basali per l’esistenza, sulle condizioni di sopravvivenza, e finanche sulle matrici di riproduzione della vita biologica, viene via via affidato a soggetti d’impresa, cioè a privati mossi dalla logica del profitto e, spesso, da intenti speculativi. È il caso del controllo delle risorse idriche, delle biotecnologie in agricoltura, ma è anche il caso della privatizzazione della guerra subappaltata a contractors privati, della privatizzazione della ricerca medico-scientifica e, sopra ogni altro, è il caso della ricerca sul genoma umano condotto da privati. Il secondo versante, meno serio ma non meno preoccupante, è quello della trasformazione della politica in talk show, un osceno teatrino di faccende un tempo confinate nella vita privata che ha l’effetto di svilire, fino all’annichilimento, la nozione di «pubblico interesse». Il «pubblico», come ci ha insegnato Bauman, è così svuotato dei suoi contenuti, privato di un’agenda propria: è solo un agglomerato di guai, preoccupazioni e problemi privati. È l’eclissi della politica, un tempo intesa come possibilità di fare uso di mezzi collettivi per affrontare i problemi individuali. È anche la fine del sentimento di comunità. E, con esso, la fine del principio di un bene comune.

Da entrambi i lati dello schermo televisivo, la collettività scade ad aggregato di agenti individuali, le esistenze a questioni private. La lezione che si ricava da questa rappresentazione che rimodella la nostra capacità di pensare il mondo in comune è che ciascuno può solo lodare se stesso per i propri successi o, più probabilmente, incolpare se stesso per i propri fallimenti. Tutti gli individui assistono al grande talk show della vita privatizzata soli con i loro problemi e, quando lo spettacolo finisce, si ritrovano sprofondati nella loro solitudine, immersi nel buio di una stanza in subaffitto davanti a un televisore sintonizzato su di un canale morto.

Antonio Scurati
Fonte: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6637&ID_sezione=&sezione=