E’ inutile girarci attorno. Tra i saccensi, naturalmente non tutti, sta cominciando a circolare un po’ di malumore per le ultime scelte politiche dell’amministrazione Bono. Le note polemiche sul carnevale, sulla viabilità cittadina e sulle mozioni riguardanti la marineria e la protezione civile hanno acceso gli animi non soltanto tra maggioranza ed opposizione ma anche, se non soprattutto, tra i cittadini della città delle terme. Il tutto condito dall’ormai estenuante attesa del rimpasto di giunta che dovrebbe dare maggiore spazio agli uomini ed ai numeri del partito democratico.
Sciacca, da sempre, è la città dei grandi amori, fulminanti, passionali, rapidi. Spesso però così come nascono, muoiono. In un batter d’occhio. E’ già successo con Ignazio Cucchiara, Ignazio Messina e Mario Turturici. Sicuramente la Giunta Bono ancora gode di una buona dose di speranze, aspettative, nonché di tempo a disposizione. Ma alcune vicende andavano gestite meglio.
Si è parlato per settimane del piano viabilità che ha interessato il centro storico, la via Figuli ed il viale della Vittoria. Alla fine si è generato soltanto confusione. In un clima di tutti contro tutti e soprattutto di tutti contro Brunetto, l’assessore competente. Tra ordinanze e contrordinante, si è evinto che alla fine a spuntarla sono sempre i commercianti. E ciò denota almeno tre cose: manca l’autorità ed il decisionismo da parte di chi, a volte, forse a malincuore, dovrebbe semplicemente “comandare”; i commercianti, a dispetto delle divergenti opinioni, hanno ancora in mano un solido potere decisionale; a farne le spese sono quasi sempre gli ignari automobilisti, ignari nel senso che, se un giorno una strada è a senso unico e l’altro invece diventa a doppio senso, non si ci capisce davvero più nulla, si crea soltanto confusione e si finisce per scontentare tutti anche se si sperava di accontentare qualcuno.
Sulla questione marineria si è detto e scritto tanto ma mai, purtroppo, la parola fine su una vicenda che rischia di assumere connotati grotteschi. Di mercato ittico tutti parlano ma non si capisce perché nessuno compia passi concreti verso la sua apertura. Il piano regolatore del porto potrebbe dare un nuovo assetto all’area portuale di Sciacca ma ancora è troppo presto per valutarne gli eventuali risvolti positivi. Il tutto, spesso, collocato in un clima di degrado anche se, a dire il vero grazie all’attenzione dell’assessore alla pesca Ignazio Piazza, tante volte l’area portuale è stata debitamente ripulita. Si potrebbe parlare di senso civico e di aumentare l’attenzione per l’ambiente circostante da parte degli operatori del settore ma troppe volte questi appelli sono già caduti nel vuoto e rimasti sordi come un eco lontano. Quello che è sicuro è che la pesca, e di riflesso il mare, dovrebbe rappresentare il vero motore della nostra economia ma al momento non sembra che siano state messe in cantiere misure tali da risolvere la crisi del settore. Specie a livello locale. Si dovrebbe attingere a piene mani dai fondi che la comunità europea mette a disposizione presentando nuovi progetti inerenti alla nostra realtà, cosa che soltanto una pubblica amministrazione può fare.
Intanto però contravvenendo a tutte le ordinanze in merito, si continua a pescare beatamente, e nell’illegalità, la neonata. La pesca del novellame è regolata da precise leggi. A Sciacca si poteva cominciare a pescare a partire dal prossimo mese, eppure, come ha denunciato Nino Bentivegna, fiduciario della condotta saccense di Slow Food e noto ristoratore della città, qualcuno non solo pesca lo stesso la neonata ma lo fa in aree attigue alla fogna contravvenendo a tutte le disposizioni in materia di sicurezza igienico – sanitaria. Evidentemente si potrebbero intensificare i controlli da parte della Capitaneria di Porto ed invitare tutti al rispetto delle regole. “Evidentemente la distruzione del nostro mare è autorizzata” ha attaccato Nino Bentivegna. Insomma un altro caso da attenzionare e che non mancherà di avere notevoli conseguenze in ambito marinaro.
Di protezione civile invece si è cominciato a parlare in tempi relativamente brevi, ossia da quando c’è stata l’emergenza della frana di piazzetta Libertà e dopo il crollo della palazzina fatiscente di Favara. Sciacca poggia su un terreno friabile ed argilloso, un terreno iper abusato e violentato dall’uomo. I piani di pronto intervento dovrebbe venire costantemente oliati. Non solo in caso di tragica calamità ma come coscienza civica del problema. Sempre nell’ambito della protezione civile emergono temi caldi come quello della messa in sicurezza dei torrenti di cui la nostra città è piena, in contrada Foggia oppure il noto Cansalamone ed altri. Per non parlare dei piani d’emergenza che riguardano i possibili incendi.
A Sciacca come nel resto della Sicilia insomma c’è un po’ di allarme dopo quei noti fatti di cronaca e si ci chiede con sempre maggiore insistenza cosa si possa fare per il nostro locale dissesto idrogeologico.
Non ci sono dubbi che l’amministrazione Bono, in carica a partire da giugno, quindi da pochi mesi, ha dovuto fronteggiare parecchie emergenze, a partire da quelle economiche. Si attende con ansia che venga deliberato il nuovo bilancio comunale per capire se, dove e quando si potrà intervire sui diversi casi che attanagliano la nostra città.
Una cosa è certa però. La gente si attende fatti e soprattutto concretezza. Il tempo della pazienza e dell’attesa sembra essere giunto alle battute finali. Il sindaco Vito Bono e l’intera squadra assessoriale devono prendere in mano la situazione, decidere, muoversi, progettare, cercare finanziamenti andando a bussare presso tutte le porte e gli uffici esistenti sul Pianeta Terra e dare segnali di attivismo. Attivismo anche politico. Se ci sono da fare correzioni all’organico assessoriale, devono essere fatte al più presto per uscire dall’ambiguità e per cominciare un lavoro che, da qui ai prossimi quattro anni, si presenterà duro ed irto di salito.
Buon lavoro a tutti.
Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"
martedì 9 febbraio 2010
Tutti al Lavoro
lunedì 8 febbraio 2010
La spremuta... di Marco Travaglio
Tratto dall'editoriale di Travaglio durante Annozero del 14-1-2010
domenica 7 febbraio 2010
sabato 6 febbraio 2010
Droga a Sciacca e nell'hinterland
Avevano consolidato un vero e proprio giro di spaccio di stupefacenti attorno al bar "Salvino" di Sciacca e al bar "Las Vegas" di Ribera, convinti che non sarebbero stati scoperti.
Pedinamenti e intercettazioni filmate hanno consentito agli investigatori di mettere a segno l'operazione antidroga malgrado gli indagati usassero un linguaggio criptato, quasi in codice. La droga aveva nomi diversi, come “pizza” o “birra”. E andare a rifornirsi corrispondeva alla frase “andiamo a funghi”.
Alla base dell'operazione messa a segno dagli agenti del commissariato di Sciacca, diretto da Elena Testoni un anno di indagini, intercettazioni, appostamenti , pedinamenti e registrazioni filmate avviate nel dicembre del 2008
Ma gli agenti del Commissariato saccense, coordinati dalla dirigente Maria Elena Testoni, hanno sgominato l'organizzazione, notificando ben 21 misure cautelari tra Sciacca, Ribera, Castelvetrano, Menfi e Caltabellotta: 13 custodie in carcere, 2 arresti domiciliari e 6 tra obblighi di dimora ed obbligo di firma.
In carcere sono finiti i saccensi Stefano Vinci, Alberto Bilella, Salvatore Montalbano, Giuseppe Arasi, Calogero Puleo, Diego Sabella e Giacomo Santannera 33 anni. Manette anche per i riberesi Calogero Sedita, Giuseppe Salvatore Failla, Mario Gallo, Leonardo Di Giorgi, Giuseppe Di Giorgi e Pierpaolo Abbruzzo, residente a Caltabellotta.
Agli arresti domiciliari, invece, Filippo Tardo di Sciacca e Gianvito Ferreri di Castelvetrano.
Nell’ambito dell'operazione antidroga sono stati raggiunti dalla misura cautelare dell'obbligo di dimora nel comune di residenza Ignazio Lucenti di Sciacca, Simona Gentile, nata in terra tedesca, ma residente a Sciacca e Vito Mirabile di Menfi. Per la riberese Adriana Sedita invece e' stato disposto l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.
Altre due persone sono attualmente ricercate dalla polizia. 30 complessivamente sono le persone indagate.
L'operazione, denominata "Mata Hari", è scaturita dalle indagini partite lo scorso anno, dopo che i poliziotti hanno registrato alcuni decessi per overdose tra Sciacca e Ribera.
Alla vasta operazione, coordinata dal pm della Procura di Sciacca, Paolo Mazza, hanno partecipato anche uomini della Questura di Trapani, del Nucleo prevenzione crimine di Palermo e Catania, la squadra Mobile di Agrigento, elicotteri ed unità cinofile.
Soddisfazione è stata espressa della Uilps di Agrigento dopo gli arresti dell'operazione antidroga battezzata "Mata Hari". "Non passa giorno, si legge nella nota, senza aver la conferma che il fenomeno dell’uso di sostanze stupefacenti nel nostro territorio appare sempre più preoccupante. L’operazione conclusa brillantemente dai nostri colleghi della sezione Anticrimine del Commissariato di Sciacca, conferma che tale fenomeno non esclude alcuna parte del territorio della nostra Provincia e che quindi vere e proprie bande organizzate di criminali sviluppano un vero e proprio mercato di morte. Gente senza scrupoli che al fine di arricchirsi attraverso la detenzione e lo spaccio di sostanze stupefacenti sempre più spesso per aumentarne le quantità nell’elaborarla mischiano la droga con sostanze ulteriormente nocive che causano la morte degli ignari acquirenti travolti dall’esigenza dell’assunzione una volta caduti nel baratro della dipendenza. L’encomiabile attività svolta da parte dei nostri colleghi in tutta la Provincia - conclude la nota-, a nostro modesto giudizio, è da premiare doppiamente considerate le oramai preoccupanti carenze d’organico e l’assoluta inefficienza del parco autovetture in dotazione".
Intanto sono già iniziati al carcere di Sciacca i primi interrogatori da parte del gip del tribunale Salvatore Giannino.
I due bar, i due locali di Sciacca e Ribera erano frequentati giornalmente dagli assuntori di droga che lì andavano a rifornirsi.
Uno spaccio assiduo, quasi giornaliero anche se quasi sempre le quantità di hashish vendute non erano enormi.
Al di là dei fatti meramente giudiziari e dei nomi delle persone coinvolte nel traffico e nello spaccio di droga, siamo innanzi ad un fenomeno che non può non preoccupare ed allarmare la società pubblica, politica e civile saccense e dell’intero hinterland. I dati degli ultimi mesi, e non solo, sono drammatici. Sono in aumento tanto le morti per overdose quanto il consumo di sostanze stupefacenti. Quali contromisure si possono prendere? Quali circostanze possono portare una persona, spesso un giovane, a cominciare a far uso di droghe più o meno leggere? Le motivazioni possono essere tante e nessuna. Del resto si parla di queste vicende da tempo immemorabile.
Una cosa è certa: la criminalità organizzata, piccola o grande che essa sia, punta dritta sulla droga, sul commercio dei traffici illeciti, sulla vendita all’ingrosso ed al dettaglio. Tante volte, quando le forze dell’ordine sventano giri criminosi inerenti al traffico di sostanze stupefacenti, ci rendiamo conto dell’enorme giro di affari che è presente dietro alla morte di questi ragazzi, vittime di aguzzini senza scrupoli i quali sfruttano la solitudine e la paura di tanti giovani.
E’ fuor di dubbio che anche, se non soprattutto, la mafia tiene le redini dei traffici più sostanziosi. Sostanziosi non solo dal punto di vista quantitativo ma anche dal punto di vista economico. Vortici di denaro sporco. Sporco del sangue delle tante, troppe vittime della droga. Non bastano le misure restrittive, non bastano le indagini, sempre puntuali, delle forze dell’ordine, non bastano le campagne di sensibilizzazioni contro questo assurdo fenomeno, occorre una presa di coscienza forte e decisa, da parte di tutti. Spesso si tratta di un vero e proprio circolo vizioso attraverso il quale si fomentano i conti in banca dei capimafia e delle maggiori bande criminose del territorio.
Poche settimane fa sempre il dipartimento della polizia di Sciacca aveva rinvenuto un grosso quantitativo di hashish sulla spiaggia Lido Fiori di Menfi a testimonianza che la droga c’è, esiste e gira più di quanto noi possiamo immaginare. Da dove proveniva quella droga? Una nave in transito se ne era sbarazzata forse alla vista di qualche motovedetta? Era già sepolta sotto la sabbia ed è tornata alla luce grazie alle mareggiate di questi giorni? Doveva essere ritirata da qualcuno ma le forze dell’ordine sono arrivate prima? Al momento mistero e riserbo assoluto su questo caso.
I traffici di stupefacenti spesso partono dal Sudamerica, Colombia, Venezuela, Perù e giungono via mare e di porto in porto fino a noi per essere smistati non solo nella nostra provincia ed in Sicilia ma anche per raggiungere i locali, i night e le discoteche del nord Italia. Alle grosse organizzazioni criminali interessa soprattutto la vendita di grossi quantitativi, non tanto la vendita, per così dire, al dettaglio. Spesso anzi la vendita al dettaglio viene gestita in proprio da piccole cellule criminali messe su all’occorrenza e per l’occasione, alla ricerca di facili e lauti guadagni.
Intanto c’è chi muore per le strade, per gli angoli nascosti dei vicoli della nostra provincia, nelle notti d’inverno e d’estate. Muoiono nel silenzio. Mentre altri si arricchiscono alle spalle.
Nell’attesa che altri arresti ed altri sequestri stiano lì a sottolineare la presenza della criminalità in provincia di Agrigento, rilanciamo un vecchio slogan inerente ad una campagna di sensibilizzazione antidroga.
“Io non mi drogo. Sono già stupefacente di mio”.
Calogero Parlapiano - tratto da "ControVoce"
venerdì 5 febbraio 2010
Il crollo di Favara: è o non è una tragedia annunciata?
“Chiedo anche al Signore che non arrivi mai il momento di dovermi rifiutare di celebrare funerali ‘previsti’ o ‘preannunciati’, perché quel giorno, se mai dovesse arrivare, il mio posto, da agrigentino, sarà tra la nostra gente a pregare, ma non me la sentirò di parlare, come sarebbe successo se fossi stato a Messina”. Sono parole che scrissi in una lettera pubblica inviata al capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, e alle autorità della nostra provincia in occasione della frana che colpì Giampilieri riferendomi al Centro Storico di Agrigento. Parole che riconfermo e nella loro interezza. Per i funerali, il mio posto sarà tra la gente di Favara, con loro pregherò per Marianna, la piccola Chiara e per i loro genitori Giuseppe e Giuseppina e per il piccolo Giovanni. Non è un sottrarmi al mio ruolo di vescovo, di pastore della porzione di Popolo che il Signore mi ha affidato, ma un farmi solidale e vicino alla famiglia Bellavia in questo giorno che è giorno di preghiera e silenzio. Condivido e faccio mie le parole che sono state lette nelle parrocchie di Favara ed esprimo la mia vicinanza al clero e alla comunità ecclesiale tutta.”
Queste le parole del vescovo di Agrigento Don Francesco Montenegro all’indomani della tragedia di Favara. Parole che non sono andate giù al sindaco del centro agrigentino Domenico Russello.
Non solo il comune di Favara ma l'intera provincia di Agrigento sconvolta per la tragedia che si e' consumata lo scorso sabato mattina. Erano le sette allorquando, in pieno centro storico, in via Carmine, e' crollato una palazzina causando la morte delle sorelline Chiara Pia e Marianna Bellavia, rispettivamente di 3 anni ed 14 anni, estratte morte dalle macerie. Nell'immobile, uno stabile di tre piani, abitava la loro famiglia. I genitori delle bambine, Giuseppe Bellavia e Giuseppina Bello, rispettivamente di 37 e 36 anni, sono stati estratti subito dalle macerie: la donna immediatamente trasportata in ospedale ad Agrigento in gravi condizioni mentre il marito, che ha riportato solo lievi ferite, e' rimasto sul posto a dare una mano ai soccorritori. Adesso stanno abbastanza bene dal punto di vista fisico. Anche Giovanni, 12 anni, il terzo dei tre figli, e' stato estratto vivo e trasportato in ospedale. E’ in stato di choc, non parla e sarà difficile spiegargli bene tutto. Anche se tutti temono che già abbia capito ogni cosa. Per le due bambine, invece, non c'e' stato nulla da fare. “Una tragedia annunciata”, questo il pensiero unanime di chi conosceva le condizioni strutturali di quella casa e, in generale, degli edifici di quella zona. La palazzina crollata, infatti, pare avesse da tempo numerosi cedimenti strutturali ed infiltrazioni d'acqua che avevano indotto i coniugi Bellavia a presentare richiesta per ottenere una casa popolare ma senza alcun esito. Nessuna risposta. Solo il silenzio. La procura della Repubblica ha aperto un'inchiesta ed il reato che si ipotizza e' di disastro colposo. Una torre di tufo segnata dal degrado e dalla precarietà. In alto due piccole finestre. Sul tetto, invece, i recipienti dell'acqua. Sì perché al centro storico, in quelle catapecchie, non vi è nemmeno acqua. I muri esterni distrutti e nessuna traccia di fondamenta. Adesso le altre abitazioni simili della zona sono state evacuate. Dopo. Sempre dopo. Mai prima. Prima deve morire sempre qualcuno. Prima deve giungere sempre una tragedia a colpire il nostro quieto vivere.
I funerali sono stati strazianti e seguitissimi. Una chiesa Madre gremita quella che si è presenta agli occhi dei favaresi e non, tanto che molta gente è rimasta fuori sotto la pioggia. Una pioggia frammista alle lacrime. La notizia ha fatto il giro: carta stampata e tv. Tutti si sono occupati di questa dolorosa vicenda puntando l’attenzione sull’indifferenza della politica.
Il Comune di Favara ha intanto aperto un conto corrente bancario in favore della famiglia Bellavia. Chiunque voglia fare una donazione potrà recarsi nella filiale del Monte dei Paschi di Siena di Favara ed effettuare un versamento tramite bonifico o contanti. Il codice IBAN è IT85X0103082930000004204734. Un aiuto concreto per chi è in difficoltà a due passi da noi.
“Favara è un luogo generoso ma disgraziato. A chi ha il potere chiediamo di guardare in basso, a chi nel popolo fa una fatica incredibile anche se con estrema dignità, alla famiglia Bellavia chiediamo di guardare in alto, a Cristo crocifisso”. Sono le parole pronunciate dall’arciprete di Favara, Mimmo Zambito nella sua omelia davanti a centinai di persone. L’Arciprete, con la voce rotta per la commozione, ha invitato tutti a pregare per Marianna e Chiara Pia, le due sorelline di 14 e 3 anni, morte nel crollo della palazzina fatiscente, nel centro storico della cittadina. Nelle prime file Giuseppe Bellavia e Giuseppina Bello, i genitori delle due vittime hanno seguito l’omelia sorretti da amici e parenti. La madre, straziata dal dolore ha più volte baciato le due bare bianche, sistemate davanti l’altare. Carabinieri e uomini della protezione civile hanno chiuso i cancelli della Chiesa, stracolma in ogni ordine di posto, con tanta gente in piedi e decine di bambini, tra cui compagni di classe di Marianna. All’esterno, nella piazza di fronte la Chiesa, centinaia di persone hanno assistito alla celebrazione funebre ascoltando le parole dell’Arciprete da alcuni altoparlanti. Durante l’omelia alcune persone si sono sentite male e sono intervenuti i volontari della protezione civile. Anche la Chiesa, intesa come Istituzione, ha preso posizione: dura, ferma, decisa.
Don Mimmo Zambito, arciprete della comunità ecclesiale di Favara in seguito alla tragedia che ha colpito la famiglia Bellavia ha pronunciato parole durissime contro la società favarese e contro l'intera classe politica colpevole di aver abbandonato i Bellavia e colpevole di non espletare al meglio la propria funzione di servizio del prossimo. “Dio abbia pietà di noi, ha detto l'arciprete, della nostra disobbedienza privata e della nostra disobbedienza nella vita civile e del disinteresse del bene pubblico. Il peccato sociale e collettivo, della comunità di Favara generosa e disordinata, ricca di cuore sempre e, a volte, ricca di disprezzo per il prossimo e di rapina della sua dignità, ha provocato questa tragedia. Dio abbia pietà di quanti preposti da Dio a curare le parti più bisognose del corpo della società civile e del corpo ecclesiale di Gesù, hanno disobbedito a Lui e alle leggi dello Stato e hanno così concorso a questi omicidi di bambine. Preghiamo Dio, continua Don Mimmo Zambito, che cambi la mentalità dei profittatori, dei pigri, degli speculatori, degli accaparratori, di coloro che mangiano rubando al prossimo e calpestando la giustizia.
Di quanti si fossero imboscati nel loro servizio di uffici e di burocrazia nascondendo carte o aspettando che ci si umiliasse a chiedere, a cercare raccomandazioni. Dio cambi il cuore di chi ha fatto apparire come elemosina (facciamo conto la casa popolare) quanto invece spettava come diritto. Il crollo e la morte tragica riguarda tutti. Favara “resta ad obbligo” a Dio e alla Famiglia Bellavia, conclude l'arciprete del centro agrigentino, di questo peccato sociale, collettivo ed individuale che chiede penitenza pubblica e riparazione. Oltre che il riconoscimento delle eventuali colpe penali.” Marianna e Chiara Pia sono state uccise: questa la sentenza dei favaresi. “Assassini” c’è scritto sulle travi di legno che delimitano il luogo della tragedia. “Assassini” scritto con vernice rossa. Rosso sangue. E mentre ancora tutti si interrogano fino a quando ogni cosa non ritornerà nel dimenticatoio, sorge lecito chiedersi quante altre situazioni di pericolo sono presenti in tutto il territorio siciliano ed anche a Sciacca. Da decenni a Sciacca si chiede la costruzione di nuovi alloggi popolari. Su questo argomento sono innumerevoli le battaglie portate avanti da Michele Catanzaro, segretario della locale Cgil. Potrebbero beneficiarne almeno 1000 persone. Forse di più. Quante famiglie, impossibilitate economicamente ad avere di meglio, vivono in condizioni di disagio, in strutture fatiscenti, consapevoli di rischiare ma altrettanto consapevoli di non avere molte alternative. Non ci sono dubbi che nel caso atroce di Favara si poteva e si doveva fare di più. Le due giovani vittime favaresi sono solamente le ultime di un sistema politico, sociale ed istituzionale ormai malato, incancrenito, che troppe volte è concentrato solamente su assurde dinamiche di potere e dimentica il proprio vero ruolo, ossia quello di essere al servizio. Al servizio di tutti e non solo di coloro che sono della medesima parte politica. Guardiamo le cose in faccia e chiamiamole con il loro nome: i Bellavia erano, sono, collocati nel loro personale ghetto, ghetto nel quale altre famiglie vivono. Erano emarginati pur essendo gente onesta e dignitosa. I Bellavia erano gente povera. Adesso lo sono ancora di più, non soltanto perché hanno perso la casa ma soprattutto perché hanno perso due figlie ed il loro affetto per sempre. Chi pagherà per questo? Chi li aiuterà adesso a superare questo choc emotivo e materiale? La famiglia Bellavia ha pagato un conto salatissimo, hanno pagato il fatto di venire considerati ultimi tra gli ultimi. E come si sa, non c’è tempo per gli ultimi. Non si ascoltano gli ultimi. Anzi agli ultimi si può pure chiedere. Il voto in campagna elettorale.
Calogero Parlapiano
giovedì 4 febbraio 2010
Processo Breve o Giustizia Ingiusta? Il caso del saccense Matteo La Placa
In attesa che il disegno di legge sul Processo Breve passi da Montecitorio e dalla firma del Capo dello Stato, questi sono solo alcuni dei punti di maggiore dibattito tra le varie parti politiche.
La nuova legge, che si applica a tutte le tipologie di imputato, stabilisce che, per "violazione della durata ragionevole del processo", il procedimento per i reati sotto i 10 anni, dal momento in cui il pm "esercita l'azione penale", si estingue dopo 3 anni per il primo grado, 2 anni per il secondo e un anno e 6 mesi per la cassazione.
Tempi più lunghi per i processi più complessi.
Per i processi per reati con pena pari o superiore ai 10 anni, la norma prevede un tempo di 4 anni per il primo grado, 2 per l'appello e 1 per la cassazione. Per quanto riguarda i processi per reati di terrorismo e mafia, infine, i termini di durata salgono a 5 anni per il primo grado, 3 per il secondo e 2 anni per la Cassazione.
Un giudice, applicando la norma, può pronunciare il non doversi procedere per estinzione del processo se sono decorsi 2 anni da quando il pm ha avviato l'azione penale e se non è stato definito ancora il primo grado di giudizio. Con questa norma, per esempio, lo stralcio del processo Mills che vede imputato Berlusconi verrebbe immediatamente chiuso.
Ma non siamo qui per fare disquisizioni politiche nè per parlare di leggi ad personam o del singolare modo di vedere la giustizia da parte del “miglior premier degli ultimi 150 anni”. Un decreto del genere, teoricamente, non potrebbe prescindere da un aumento dei mezzi in dotazione alla magistratura e alle forze dell’ordine. Si è parlato troppe volte di una giustizia con tempi lunghissimi e lenti come quelli di una tartaruga ma, secondo i magistrati, in questo modo “la giustizia viene condannata a morte”.
Bisogna porre rimedio, quindi. Forse, però, è sbagliato il punto di partenza. Una legge dovrebbe essere fatta ed inserita in un reale contesto di appoggio alla magistratura ed al mondo penale. La legge, forse, dovrebbe essere il punto di arrivo e non quello di partenza. Il rischio, sempre più concreto, è che si vedano morire processi per reati come il falso in bilancio e la corruzione giuridica e che quindi molte vittime di questi reati, come gli investitori Parmalat e Cirio per esempio, non vedranno mai giustizia né rimborsi né soddisfazione, come si è soliti dire in Sicilia. Ma non finisce qui. Magari.
Il ddl si propone di stabilire una durata massima di un processo in tutti e tre i gradi di giudizio. Una procedura non può durare più di due anni per grado e il punto di partenza di questo tempo stabilito è il momento del rinvio a giudizio. Nel caso si superino questi due anni il processo è estinto ma il reato no, anche se non è più processabile. Semplificando forse un po’ troppo, potremmo dire che Caio ruba, rubare rimane un reato ma, superati quei due anni, Caio non verrà più né processato né, di conseguenza, condannato.
I reati che potranno "beneficiare" del processo breve sono, tra gli altri, l’abuso d’ufficio, la corruzione giudiziaria, il falso in bilancio, la truffa, le frodi alla Comunità Europea, il traffico di rifiuti, la violenza privata e l’omicidio colposo per colpa medica.
Ed è proprio su questo punto che subentra la vicenda, triste ed ancora irrisolta, di Matteo La Placa. 41enne nato a Sciacca. Il 1 dicembre, come ricorderete, si è incatenato per circa due ore fuori dal Palazzo di Giustizia di Palermo.
Perché? Per una questione umana e non politica. Perché vuole una giustizia che, sebbene garantita dalla Costituzione, ancora tarda ad arrivare così come in tanti altri casi.
Nel 2003 La Placa ha visto morire la moglie, si chiamava Accursia Attardo. Aveva solamente 31 anni. Ma non è stata soltanto lei a perdere la vita. La Attardo era al nono mese di gravidanza. Anche la futura bambina che avevano deciso insieme di chiamare Martina, purtroppo, non ha visto mai la luce.
La donna era rimasta incinta in seguito ad una cura ormonale presso un ospedale bolognese e a Palermo era stata seguita dall’Istituto Materno Infantile. Il decesso fu determinato da un edema polmonare conseguente ad una sindrome da iperstimolazione ovarica, la quale aveva causato la formazione di oltre tre litri e mezzo di liquido nei polmoni.
Il giudice per le indagini preliminari ha rinviato a giudizio otto persone, tra cui il primario e il suo vice. Insieme a loro alcuni medici e infermieri.
Malasanità. Uno di quei casi che affollano, purtroppo frequentemente, le cronache di televisioni e giornali.
Per usare dei termini cari al testo del ddl sul processo breve, si tratta di “omicidio colposo per colpa medica”. Per questo tipo di reato, quindi, i tre gradi di giudizio dovrebbero durare meno di due anni ognuno. Se il ddl diventasse legge effettiva, il processo in questione si vedrebbe estinto e non ci sarà mai giustizia né per Matteo, né per sua moglie Accursia, né per la figlia Martina, altra vittima innocente della malasanità in Italia. La legge infatti è retroattiva per i processi che si trovano ancora al primo grado di giudizio. E questo processo lo è poiché, anche se sono passati già sei anni dalla morte di Accursia e Martina, il signor Matteo La Placa aspetta ancora giustizia.
In seguito alla plateale protesta del primo dicembre scorso, Matteo ha ottenuto rassicurazioni dal Presidente del tribunale di Palermo Giuseppe Rizzo. La promessa è stata quella di accelerare le udienze e che l’iter processuale prosegua senza ulteriori ritardi.
La sentenza, però, naturalmente è ancora molto lontana. Non ci sono soltanto Berlusconi ed i suoi processi quindi. Ci sono casi, come quello di Matteo, di sua moglie e di sua figlia che rischiano di rimanere nascosti ed inascoltati. Nell’indifferenza dell’intera classe sociale e politica.
Matteo ha già visto sottratto al suo affetto ed alla sua vita l’amore di Accursia e di Martina. Si augura certamente di non dover piangere un’altra morte: quella della giustizia.
Forse, più che di un processo breve, la gente avrebbe bisogno di una giustizia giusta.
Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"
mercoledì 3 febbraio 2010
Carnevale di Sciacca: perchè non farlo in Estate? (a che ci siamo....)
“Non c’è nessuno che dice “basta”, non c’è nessuno che dice “cambiamo”, è mai possibile che questa provincia che ha avuto grandi personalità non riesca a fare il salto di qualità?” Chi lo dice è il presidente della Provincia di Agrigento Eugenio D’Orsi a proposito della Sagra 2010. Lo dice con rabbia e quasi rassegnato. Il pensiero di D’Orsi è più o meno quello dello scorso anno in merito alla manifestazione che dovrebbe essere la principale attrattiva turistica dell’anno e che invece, si limita a rimanere ristretta ad un ambito cittadino. “Quando dico provocatoriamente che nel mio paese, Palma di Montechiasro, non sanno che c’è la sagra del mandorlo in fiore, non dico una fesseria, perché non c’è qualcosa che stimola il palmese a partecipare. Cosa dovrebbe stimolarlo, il gruppo folkloristico? Il gruppo non può essere la centralità dell’evento. Ci vuole qualcosa che richiami il grande pubblico come quando diversi anni fà venne a cantare Robby Robertson con i suoi indiani d’America. Dobbiamo essere capaci di fare autocritica e dire: D’Orsi, Zambuto e qualche altro, scusateci, siamo stati incapaci, dateci altri due giorni per organizzarci meglio, spostarla di qualche mese. Dobbiamo fare autocritica e riconoscere i nostri errori. Ci vogliono eventi che facciano diventare Agrigento centro del mondo”. “Purtroppo, prosegue D’Orsi, i problemi della Sagra sono su chi sarà il direttore artistico, su chi dovrà gestire la biglietteria. Ma stiamo scherzando? Abbiamo bisogno della gente e fino a quando ci sarà un politico che non è politico, la gente deve darci la spinta per andare avanti”. E la stessa grinta D’Orsi la mostra sulla questione aeroporto: “l’aeroporto sarà fatto a condizione di realizzarlo abusivamente. Poi vedremo se qualcuno avrà il coraggio di denunciarmi. Se non ci sarà l’autorizzazione lo realizzerò, costi quel che costi. Ci sono compagnie aeree che sono interessate alla struttura, ho tutto quello che occorre. Da tre mesi faccio il buono, il silenzioso, lo scolaretto, tutto quello che mi si diceva di fare per non turbare gli equilibri intestinali di qualcuno. Se non ci danno l’autorizzazione farò un referendum per staccare la provincia di Agrigento dalla Regione e dallo Stato. Gli aeroporti si fanno dappertutto, perché non qui? Il progetto è nelle mani dell’Enac in attesa di autorizzazione. Io so cosa manca, continua D’Orsi, e se si perderà ancora tempo, tra qualche giorno farò quel che c’è da fare. I Consiglieri vogliono mandarmi a casa perché disturbo i loro padroncini? Mi mandino a casa! Ma l’aeroporto con me si farà”. Insomma il D’Orsi furioso, contro tutto e tutti. Ma il cane che abbaia, morde?
Mentre Carmelo Cantone si appresta ad organizzare la Sagra del Mandorlo in fiore, a Sciacca si teme per il futuro del Carnevale per il quale si attende l’edizione numero centodieci. Quello ormai certo è che la festa sarà rinviata, quindi la tradizione collocazione da calendario non verrà seguita. Tutto rimandato. A maggio, forse addirittura a luglio. I fari sono puntati però sui finanziamenti regionali che il comune saccense potrebbe perdere se la festa venisse rinviata o che potrebbero essere cumulati interamente verso la sagra girgentana. Anche l’ente provincia di solito finanzia qualcosa: come si comporteranno D’Orsi e compagnia verso Sciacca e la sua caratteristica festa?
Sulla vicenda è intervenuto con una lettera inviata a Eugenio D'Orsi, il presidente del consiglio comunale saccense Bellanca, che, condividendo l'autocritica del presidente nel riconoscere gli errori nella gestione della manifestazione e nella "mancata volontà di una reale e concreta svolta che consenta un effettivo rilancio della Sagra, anche a costo di apportare delle modifiche al programma tradizionale", precisa però come la Provincia regionale di Agrigento abbia a suo parere prestato poca attenzione al Carnevale di Sciacca .
"Anche il carnevale, dichiara Bellanca, sta vivendo dei problemi e necessita di una rivisitazione progettuale. Per fare ciò, c’è la necessità di avere la piena disponibilità di tutti gli enti organizzatori, Provincia compresa. Ricordo che negli anni passati, quando il sottoscritto era componente del Cda dell’Azienda provinciale per l’incremento turistico, si diede vita ad una corsia preferenziale per la promozione e la creazione di un coordinamento organizzativo che interessasse i due eventi, il cui svolgimento è previsto nello stesso periodo dell’anno. Compatibilmente con le diverse caratteristiche della Sagra e del Carnevale, prosegue Bellanca, sarebbe opportuno che gli enti organizzatori cominciassero a pensare ad una promozione contemporanea delle due manifestazioni ed alla presenza nel loro programma di iniziative collaterali di forte richiamo. In questo senso, la Provincia deve avere un ruolo fondamentale ed incisivo, in quanto Ente chiamato a valorizzare tutto il territorio".
Bellanca ha infine invitato D'Orsi ad organizzare a Sciacca una seduta della Giunta provinciale aperta al presidente del Consiglio comunale e ai capigruppo consiliari, affinché si possa discutere del Carnevale e della possibilità che la Provincia possa partecipare per promuovere un rilancio sinergico delle due manifestazioni.
Anche Mario Lazzano è intervenuto sulla vicenda scrivendo al presidente della provincia un accorato appello: “Credo che sia urgente, utile ed indispensabile effettuare una riunione di giunta a Sciacca, per discutere della edizione 2010 della manifestazione del Carnevale. L’incontro si rende necessario per fugare da tutte le polemiche che stanno nascendo circa la organizzazione della festa ed il concreto sostegno della nostra amministrazione, non ultima la recente lettera inviatale dal Presidente del Consiglio Comunale di Sciacca, il quale lamenta, a suo dire, una scarsa attenzione da parte della nostra amministrazione. In passato, come lei sa bene , la Provincia è sempre intervenuta facendosi carico di tutta la promo-pubblicità tv ed attraverso la stampa con manifesti 6×3 e 70×100, sia a livello Provinciale che Regionale, occupandosi dell’affissione nonché dei depliant. Per quanto sopra le chiedo di fissare a breve un incontro con l’amministrazione Comunale Saccense al fine di mettere nero su bianco su cosa la Provincia può garantire in termini di risorse finanziarie per la prossima manifestazione Carnascialesca. Ciò, ovviamente, il tutto compatibilmente con le risorse finanziarie disponibili”.
Insomma una questione che sta varcando i confini cittadini per aprirsi al dibattito provinciale. Certamente Sciacca sta registrando agli occhi delle altre comunità una magra figura, molta gente dell’hinterland e non solo era pronta a giungere in città per divertirsi come ogni anno. Quest’anno invece c’è la confusione più totale. Il bando è stato chiuso già prima delle festività natalizie e vi hanno aderito poche associazioni e non l’Unione Carristi che lamentava il poco tempo a disposizione. Adesso che è stato ufficializzato il rinvio l’Unione Carristi vorrebbe e potrebbe partecipare ma il bando è chiuso. La città dei Perollo e dei Luna come sempre si è scissa tra coloro che vorrebbero la festa a febbraio ed altri che invece gradiscono la soluzione estiva. Sicuramente durante la settimana che da calendario è dedicata alla festa saranno organizzati degli eventi correlati seppur in tono minore. Poi si vedrà, anzi posiviri come si è soliti fare a Sciacca. Svolgere la festa a luglio comunque potrebbe anche essere una buona idea: si potrebbe fare il pieno di turisti e fare coincidere una settimana carnascialesca con una dell’estate saccense. Naturalmente tutto dovrebbe essere svolto prima della quindicina e della processione dedicata alla Madonna del Soccorso onde evitare di scatenarsi contro tutta la curia mondiale. Dopo ferragosto invece sarebbe inutile in quanto il grosso dei turisti e dei ragazzi vanno già via. Facendo le cose per bene, mettendo persone competenti nel direttivo organizzativo della festa, coinvolgendo le migliori associazioni, pompando dal punto di vista mediatico la festa anche a livello nazionale, perché non dovrebbe venir fuori una bella festa? L’unica città al mondo dove il carnevale si festeggia in estate, a luglio, creando una peculiarità che abbiamo solo noi. Nel frattempo che intende fare D’Orsi con la nostra festa?
Adesso c’è chi vorrebbe invece che la festa si svolgesse nel mese di maggio per approfittare della presenza della nazionale tedesca di calcio a Sciacca e veicolare l’evento attraverso le tante tv che sicuramente raggiungeranno la nostra provincia.
Insomma tutti per il carnevale, tutto purchè si faccia.



































