Quickribbon

lunedì 31 agosto 2009

Mafia finta in tv e al cinema. Così si rischia di favorire i boss

MILANO — Perché il cinema e la televisione italiana raccontano solo certe storie di mafia e non altre? E ancora: siamo proprio sicuri che quei film e quelle fiction trasmettano allo spettatore un’immagine negativa della mafia o c’è il rischio che finiscano per esaltarne il fascino sinistro? Domande pesanti, che mettono in discussione anni di cinema e di televisione, soprattutto perché a farle non è un qualche cinefilo maniaco del dibattito, ma tre magistrati impegnati in prima persona nella lotta contro la malavita organizzata: Roberto Scarpinato e Antonio Ingroia della procura di Palermo e Raffaele Marino di quella di Torre Annunziata. E le fanno dalle pagine del prossimo numero di duellanti , in edicola dal 2 settembre, che dedica uno speciale al rapporto tra film, fiction e mafia.

Perché proprio adesso queste do­mande, si chiede nell’editoriale il di­rettore della rivista Gianni Canova? Perché «in un momento di sbanda­mento del nostro cinema, ma anche di ricerca e di riflessione» è particolar­mente importante che «ci si metta in­sieme — almeno fra coloro che han­no ancora a cuore le sorti di un paese che si sta a poco a poco perdendo — per provare a immaginare di racconta­re storie diverse». Diverse, per esempio, dalla rappre­sentazione della mafia come un grup­po di «brutti, sporchi e cattivi», che si esprime in un italiano approssimati­vo, figli del degrado economico e am­bientale, contro cui lottano coraggio­samente un pugno di paladini-eroi pronti ad arrivare fino all’estremo sa­crificio. È così la realtà? No, risponde Scarpi­nato, portando a testimonianza la sua esperienza sul campo e i tantissimi processi di cui è stato protagonista: quella della mafia è una storia fatta di delitti e stragi «decise in interni bor­ghesi da persone come noi, che han­no fatto le nostre stesse scuole, fre­quentano i nostri stessi salotti, prega­no il nostro stesso Dio (...), un terribi­le e irrisolto affare di famiglia, inter­no a una classe dirigente nazionale tra le più premoderne, violente e pre­datrici della storia occidentale». Di fronte a cui è difficile «spiegare il si­lenzio, la distrazione — che talora sembra sconfinare nell’omertà cultu­rale — di tanti sceneggiatori e regi­sti ».

Antonio Ingroia, che a fine giugno aveva organizzato a Palermo un incon­tro da cui ha preso le mosse lo specia­le di duellanti , è ancora più diretto quando invita a non sottovalutare l’impatto che certe rappresentazioni distorte possono avere sul lavoro di chi combatte la mafia: «È accaduto, accade e accadrà che certe rappresen­tazioni finiscano per propagare, spes­so al di là delle migliori intenzioni, il fascino sinistro dell’eroe del male» e fa l’esempio della fiction Il capo dei capi (su Riina), che veicola «una certa idea dell’immutabilità e dell’eternità della mafia stessa, difficile da vincere in una terra incline al fatalismo come la Sicilia». Mentre ricorda che altri film (a cominciare da Salvatore Giu­liano di Rosi per continuare con quel­li di Damiani e Petri) e altre fiction (come l’americana I Soprano ) sanno restituire la complessità e la ferocia dei comportamenti mafiosi senza ce­dere a indulgenze celebrative o facili ammiccamenti. Un compito così diffi­cile? Sempre Ingroia scrive: «In anni più recenti abbiamo colto questo in­tento in titoli come Gomorra e Il divo. Basta volerlo, assumersi qualche ri­schio e qualche responsabilità».

Allo stesso modo Raffaele Marino si chiede perché il serial La nuova squadra , che nelle precedenti stagio­ni «era fortemente agganciata alla re­altà di Napoli che non è mai stata tut­ta bianca, ma nemmeno tutta nera», adesso sia stato ridotto a «un campio­nario di luoghi comuni e incongruen­za che difficilmente si poteva riuscire a concentrare in un’opera che, seppur di fantasia, ha (o per meglio dire ave­va) la pretesa di ritrarre un ambiente e un territorio complesso come la Na­poli odierna». E una realtà complessa e sfuggente come quella napoletana è raccontata facendo ricorso a «una sor­ta di duello all’O.K. Corral fra polizia e inverosimili boss, o addirittura a guer­re intestine fra rappresentanti delle forze dell’ordine». Non sono rilievi da poco, perché chiamano in causa direttamente regi­sti e sceneggiatori italiani e i troppi luoghi comuni delle loro storie: «È co­sì impossibile raccontare la mafia co­me una narrazione della realtà che ro­vesci gli stereotipi», si chiede ancora Antonio Ingroia? Mettendo in scena «i retroscena del Potere mafioso inve­ce della sua dimensione più colorita e folcloristica»? Si aspettano risposte...

2 commenti:

DNAcinema ha detto...

ciao! ha aperto i battenti il nuovo portale di cinema direttamente dagli studios di Cinecittà. News, recensioni, anteprime, foto, video e tanto altro ancora; e se vuoi collaborare con noi scrivendo recensioni scrivici @ dnacinema@yahoo.it http://dnacinema.blogspot.com/ P.S. Complimenti per il blog, ottimo lavoro! (saresti daccordo per un'affiliazione? ci terrei particolarmente...) A presto! Lorenzo

Calogero Parlapiano ha detto...

la proposta mi sembra assai interessante.
ok per l'affialiazione :-)
bel blog e bella iniziativa anche quella vostra.
ci sentiamo presto spero.
ciao, Calogero