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giovedì 15 maggio 2008

Molecola n°17 - Veglia

Un'intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d'amore

Non sono mai stato
tanto attaccato
alla vita

(23 dicembre 1915, Giuseppe Ungaretti)

Il sapore della guerra, della tristezza, della morte, fa cogliere al poeta la gioia della vita, dell'amore, del silenzio, entra in contatto col proprio compagno di sventura che gli insegna a vivere attraverso la mutilazione del proprio corpo, ormai morto.
"Veglia" è il titolo di questa lirica, senza punti, senza virgole, in un continuo, rapido e lento allo stesso tempo, susseguirsi di emozioni fino alla conclusione che esplode come una bomba, l'unica bomba che l'autore ancora non aveva conosciuto davvero.

E' un pò quello che succede ad alcuni di noi quando attraverso le sofferenze dirette o indirette capiamo il valore delle piccole cose, della consuetudine, dei piccoli ma importanti gesti quotidiani, tanto bistrattati quando tutto ci sembra dovuto, quanto apprezzati nel momento in cui vengono a mancare. Spesso la vita è la migliore maestra della vita stessa, se osserviamo bene, ci capiterà di carpire molte cose. Non c'è solo la cruda morte in un campo di battaglia, simbolo dell'incapacità umana di dialogare e di comunicare ma c'è pure quella morte che, a volte, facciamo finta di non vedere: quella interiore. Siamo così assopiti, così anestetizzati, che niente più ci sorprende, niente ci meraviglia, niente ci emoziona, come se tutto fosse lì per noi o grazie a noi. Sono le tragedie piccoli e grandi che ogni tanto ci scuotono e ci fanno ricordare di essere vivi, di avere un cuore da nutrire, di avere un'anima con cui abbracciare il mondo e la vera vita. In qualcuno queste scosse sono così violente da subirne sempre il ricordo come se tante minuscole scosse di assestamento fossero sempre lì a rinnovargli l'essenza di tutto, in altri la botta arriva e va via, lascia un momentaneo sapore di nuovo e poi scompare nuovamente insieme a tutte le buone intenzioni e si ritorna al punto di partenza. A quale categoria voglio appartenere? A quale categoria vogliamo appartenere? A coloro che finalmente vegliano o a coloro che continuano ad essere assopiti?
Dalle tristezze si può apprendere e imparare così come possono lasciarci indifferenti, dipende dalla nostra singola sensibilità. Si può ritrovare la parola così come si può finalmente conoscere il valore del silenzio e della riflessione, si può ricominciare a parlare d'amore così come si può cogliere con i fatti un pò di esso e spartirlo con le persone a cui teniamo, perchè che ce ne facciamo di un amore egoistico?, di un amore che tutto toglie e nulla dà? Potremmo finalmente dire anche noi, insieme al poeta, "non sono mai stato tanto attaccato alla vita" e di questa vita d'ora in poi voglio fare un'opera d'arte, un'opera d'arte non fine a sè stessa però ma pura, diversa, nuovo, pulita, accecante nella sua autenticità perchè "ho passato un'intera nottata buttato vicino a un compagno massacrato" (ossia accanto al dolore) ma adesso ho capito cos'è la vita, il suo valore, il suo eterno spirito. E sono sveglio.

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