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venerdì 10 luglio 2009

L'Acqua è un diritto: qualcosa si muove in Sicilia ed in Italia

Ato idrici, presto all'Ars ddl su gestione pubblica delle risorse

Mobilitazione trasversale, che coinvolge tante amministrazioni locali
ma anche i partiti rappresentati all'Assemblea regionale siciliana,
per opporsi al sistema di privatizzazione del servizio idrico previsto dalla legge "Galli", sulla scorta del disastro finanziario che si è
già verificato nel settore degli Ato rifiuti.
Si è riunito oggi, nella sala Gialla di Palazzo dei Normanni, il
Coordinamento degli Enti Locali per l’acqua bene comune e per la
ripubblicizzazione del servizio idrico. Un centinaio di
amministratori locali, in rappresentanza di altrettanti comuni,
provenienti dalle nove province dell’isola, hanno partecipato
all’incontro con il presidente dell’Ars, Francesco Cascio e con i
presidenti dei gruppi parlamentari. Un incontro voluto per esporre i
punti principali del ddl, di iniziativa dei consigli comunali, che
tratta la regolamentazione della gestione pubblica delle risorse
idriche in Sicilia. Le attuali gestioni del servizio idrico, affidate
ai privati hanno portato ad incrementi delle tariffe e disservizi
nell’erogazione.
I sindaci si sono fatti promotori di un disegno di legge di inziativa
popolare sugli Ato idrici. Il disegno di legge proposto dal
coordinamento rivede le modalità di gestione, suggerendo il ritorno
alla gestione pubblica e partecipata dell’acqua. I Comuni che hanno
aderito all’iniziativa hanno già inserito nei propri Statuti il
principio dell’acqua come bene comune e definito il servizio idrico
come privo di rilevanza economica. Una posizione condivisa da tutti i
capigruppo che hanno parlato della necessità di una seria riflessione
su tutto ciò che riguarda la gestione del servizio. “Il modello di
privatizzazione delle risorse idriche è stato largamente contrastato –
ha ricordato il presidente del gruppo parlamentare Pd, Antonello
Cracolici – e la politica non può girarsi dall’altra parte, ma è
obbligata ad affrontare l’argomento, con un approfondito dibattito
parlamentare per trovare soluzioni”. Un impegno condiviso da tutti i
capigruppo. “Gli Ato sono stati un fallimento – ha ricordato il
presidente del gruppo parlamentare Udc, Rudy Maira -. E' necessario
che la gestione dell'acqua permanga in mano pubblica. Ogni tentativo
di privatizzazione di un "bene" qual è l'acqua va respinto, perchè
porterebbe ad un aumento di costi e di bollette a danno dei cittadini
siciliani” ha aggiunto Maira.
Un parallelo tra la disastrosa esperienza degli Ato Rifiuti e di
quelli idrici è stato fatto dal capogruppo Mpa, Lino Leanza. “Una
legge sulla gestione idrica deve puntare a ridurre la frammentazione
dei soggetti che gestiscono le risorse” – ha sottolineato il
capogruppo Pdl, Innocenzo Leontini. Tutti i presidenti dei gruppi
parlamentari, si sono detti d’accordo ad affrontare la problematica
nel più breve tempo possibile. Un impegno condiviso dal presidente
Cascio. “Sono assolutamente convinto – ha sottolineato Cascio -
dell’importanza del servizio idrico che come tale non può essere
affidato ai privati come invece si potrebbe fare per altri settori”.
Cascio ha mostrato disponibilità ad accelerare l’iter del ddl pur nel
rispetto delle priorità dei provvedimenti già calendarizzati.
(Siciliainformazioni.it)

L'ACQUA DEL SUD LA SICILIA DEI PADRONI DEL COMUNE

Nonostante le sue 47 dighe, l'acqua nell'isola costa sempre più
cara. A Palermo giornata di studi contro la privatizzazione
dell'acquedotto pubblico regionale. Mentre il mare del Belpaese è
mangiato dagli abusi e dal cemento
Dare l'acqua agli assetati. Avrebbe potuto essere questo il
titolo della giornata di studio e confronto che si è svolta giovedì
nella Sala delle Lapidi del Comune, voluta e organizzata dal Cepes, il
Centro studi di politica economica diretto dall'instancabile
novantenne Nicola Cipolla, figura storica della sinistra palermitana.
Il titolo era invece No alla privatizzazione dell'acqua bene comune, e
si proponeva di fare il punto della situazione a poco più di un mese
dall'Assemblea nazionale che si è svolta all'Ars il 14 maggio (erano
presenti i rappresentanti 65 comuni siciliani, i sindacati, molte
associazioni culturali e i comitati per l'acqua), nel corso della
quale è stato presentato lo schema di un progetto di legge di
iniziativa popolare, sostenuto dal Movimento dei sindaci, che si
propone di ripubblicizzare la gestione del servizio idrico in Sicilia.
I caposaldi della proposta sono: la soppressione degli Ato, gli
organismi che per conto di Siciliacque (posseduta dalla francese
Veolia, attiva anche nello smaltimento dei rifiuti) si occupa
dell'approvvigionam ento idrico facendone notevolmente aumentare il
prezzo, l'istituzione di un organismo centrale che si assuma il
compito della supervisione, e l'affidamento alla responsabilità dei
municipi - attraverso la creazione di Consorzi ad hoc - della gestione
dell'acqua nei suoi due principali usi, l'irriguo e il domestico.
L'assunto che muove l'azione di quello che nel frattempo è
diventato il Coordinamento nazionale dei comuni è semplice ma
inattuato: l'acqua è un bene primario che non può essere degradato a
merce. Dovrebbe essere ovvio, ma nella regione del governatore
"commissario straordinario per l'emergenza idrica" non lo è; qui al
contrario la normalità è la speculazione e la penuria, nonostante che
nell'isola, con le sue 47 dighe, l'acqua ci sia sempre stata; però
costa cara, viene sprecata e si inseguono soluzioni mirabolanti per
demagogia e per alimentare un rivolo inarrestabile di clientelismo.
Molti gli interventi, di sindaci, sindacalisti e tecnici che da
anni studiano la questione idrica qui da noi e nel resto d'Europa; dai
quali è forse possibile estrarre un comune denominatore, riassumibile
nella argomentata presa d'atto del fallimento della privatizzazione e
del suo mito, che ha fatto breccia anche a sinistra (lo ha ricordato
Salvatore Bonadonna), a lungo opzione obbligata nel segno di una
malintesa modernizzazione.
«Qualcuno ha pensato che il mercato si autoregolasse, che ne
derivassero benefici per il consumatore, e invece ha fatto cartello»
ha detto Antonella Leto, che coordina il Gruppo enti locali. Prima di
lei Nicola Cipolla aveva svolto una rapida cronistoria del disastro,
raccontando con dovizia di particolari l'assurdo destino di una terra
che sembra condannata a patire la sete e a riempire di cisterne i
tetti dei condomini (era una delle ultime immagini di Sete d'acqua in
Sicilia, il bel documentario di Ottavio Terranova che ha aperto i
lavori). Sul fronte dei sindaci erano molto attesi gli interventi di
Rosario Gallo, primo cittadino a Palma di Montechiaro, di Giovanni
Panepinto che guida il comune di Bivona, e di Domenico Giannopolo, che
la stessa responsabilità a Caltavuturo. Gallo è il portavoce dei
sindaci dell'agrigentino («rappresento la Sicilia più assetata e la
più carente di acqua potabile»); nella sua provincia la rete idrica
disperde il 70% dell'acqua, e ha il prezzo più alto. Per lui, «la
questione fondamentale è avere la possibilità del governo del
territorio, perché il privato aumenta i costi e abbassa la qualità del
servizio. E tutto questo avviene a causa della totale assenza della
politica. Sono convinto», ha aggiunto, che «acqua, energia e rifiuti
costituiscano un unico fronte di lotta». Sui tempi di rifinitura e di
presentazione nell'aula della proposta è netto: entro settembre.
Per il versante del problema che tocca la sussistenza e lo
sviluppo dell'agricoltura sono intervenuti Maurizio Lunetta e Pippo Di
Falco, sindacalisti della Cia. Entrambi hanno descritto gli scompensi
e l'inefficienza degli 11 Consorzi che attualmente gestiscono l'acqua
per l'irrigazione e lo stato di crisi acuta in cui si trova
l'agricoltura siciliana, che vede una progressiva perdita degli
addetti in fuga verso migliori condizioni di lavoro. «Ci vogliono 120
litri d'acqua per fare un bicchiere di vino» ha detto Lunetta, a
sottolineare la preziosità del vino e l'apporto imprescindibile
dell'acqua, e la conseguente necessità di rendere più razionale e
mirata l'erogazione. Mentre Di Falco, in coda al suo intervento ha
fatto aleggiare l'immagine della diga Gibesi, nei pressi di Ravanusa
(Ag), costruita dall'Ente minerario cinquant'anni fa e mai messa in
funzione: un simbolo inquietante di una politica sciagurata, ma anche
uno stimolo a far presto e bene perché si muore (diceva Danilo Dolci)
e perché non è scritto da nessuna parte che non si possa cambiare.
Anche per Giannopolo l'autonomia decisionale degli
amministratori locali è la chiave di volta per la soluzione del
problema, magari dando ai comuni la possibilità di partecipare ai
cofinanziamenti nell'abbinamento pubblico-privato: dal 46% truffaldino
che tagliava fuori gli enti locali a vantaggio della Regione che così
aveva in mano il business e il foraggio per la clientela, a un più
abbordabile 6, fatto però salvo il controllo dei municipi. Dopo di lui
Antonio Marotta ha spiegato come si struttura il sistema delle
holding, la complessa filiazione di scatole cinesi che garantiscono
grandi affari quasi mai puliti a spese della comunità. Istruttivo e
scoraggiante.
Il sindaco Panepinto è misurato ma non nasconde l'insofferenza
per uno stato di cose che sfida la logica e il buon senso, ma nello
stesso tempo fa una saggia professione di realismo: «La gente deciderà
di stare con noi non sulla forza del principio dell'acqua bene comune
e inalienabile, ma perché l'acqua è cara. È facendo perno sulla
prospettiva dell'abbattimento dei costi che la spingiamo alla
mobilitazione» . E aggiunge: «Questa non è una guerra di posizione, che
si combatte stando in trincea. La battaglia si vince o si perde da qui
a novembre». Ma prima di quella data ci sarà tempo per altri
confronti, per arricchire un progetto che ha un obiettivo ambizioso ma
realistico: restituire ai cittadini siciliani un diritto fondamentale,
il diritto all'acqua.
(Vito Bianco)

I Nobel e gli Oscar italiani: «Obama, l'acqua dev'essere un diritto umano»

Caro Obama, visto che il mondo, soprattutto il terzo mondo, muore letteralmente di sete, l'acqua deve diventare «un diritto umano inalienabile» . Lo hanno scritto, alla vigilia del G8 dell'Aquila, i premi Nobel italiani Rita Levi Montalcini e Dario Fo, e i premi Oscar Bernardo Bertolucci e Nicola Piovani in una lettera aperta al presidente americano.
L'appello, promosso dal «Comitato italiano per un contratto mondiale per l'acqua» e firmato anche da numerose personalità del mondo della scienza, della cultura e del giornalismo (da Silvio Garattini a Oliviero Toscani, da Ermanno Olmi a Renato Mannaheimer, da Gad Lerner a Vittorio Gregotti) sollecita il capo delle Casa Bianca inserire l'acqua nell'agenda di Copenaghen sui mutamenti climatici e ad affidare il governo di questo bene essenziale a un'agenzia dell'Onu per contrastarne ogni forma di mercificazione.
«Signor Presidente - si legge nella lettera - la sua elezione ha suscitato nel mondo molte aspettative. Lei è stato visto come un leader capace di dire al proprio Paese e al mondo intero che dai terribili problemi del pianeta si esce solo tutti assieme». Dopo queta premessa, i premi Nobel e Oscar invitano Barack Obama a «parlarne» e porre politicamente già dal G8 dell'Aquila il problema del miliardo e 200 milioni di persone che attualmente non hanno accesso all'acqua.
«Nei prossimi decenni - è l'ammonimento contenuto nella lettera - se non vi si porrà rimedio per tempo, metà della popolazione mondiale non avrà accesso all'acqua potabile e per queste ragioni 200-300 milioni di persone nel mondo saranno costrette a spostarsi, il prezzo degli alimenti salirà vertiginosamente e ci saranno guerre più terribili di quelle per il petrolio. In questo scenario la politica e le istituzioni internazionale delegano al mercato azionario il governo di questo bene». E cioè, conclusono, «allo stesso mercato che ha portato il Suo paese e il mondo intero alla crisi economica e finanziaria». (Il Giornale)

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