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sabato 13 novembre 2010

La Provincia "babba". Viaggio nella provincia "più mafiosa, povera e disoccupata", quella di Agrigento

La provincia di Agrigento è la più mafiosa d’Italia secondo la Dia ed è la più povera e quella più piena di disoccupati secondo il Censis. In questo contesto continuano le indagini degli inquirenti che aggrediscono i patrimoni dei mafiosi mentre, invece, altri imprenditori decidono di stare dalla parte dello Stato e denunciare il racket delle estorsioni

La Direzione Investigativa Antimafia, qualche giorno fa, ha lanciato un allarme fondato sulla situazione politico-mafiosa della provincia di Agrigento, considerandola "la capitale italiana della mafia. Una provincia con la mafia dentro". Nello studio si evince che "il tessuto sociale agrigentino è caratterizzato da collusioni mafiose che rappresentano il fattore di forza delle dell'organizzazione di cosa nostra che riesce a mantenere una significativa influenza sul territorio". Inoltre la Dia ha accertato che in base ai riscontri investigativi e agli studi del Censis, in provincia vi è un elevato tasso mafioso registrato in 37 comuni su 43 totali. Dati che fanno il paio con quelli offerti dal Censis secondo i quali la provincia “babba” è quella con più disoccupati ed è quella più povera. Mafia, disoccupazione e povertà: esiste una correlazione tra questi elementi? E se si quale? Come avere ancora fiducia nelle istituzioni? Certo sarebbe interessante capire quali di questi 37 comuni sono impregnati dal fetido odore di mafia e malaffare. Rapporti intrinseci insomma tra criminalità e pubblica amministrazione. Si punti dritti agli appalti. Così c’è chi si ribella e punta sulla legalità e c’è chi si arricchisce. La differenza è sottile ma evidente. In settimana due casi opposti ma esemplificativi di quanto predetto. Sequestro di beni per alcuni e disastro economico per altri con conseguente abbandono da parte di tutti, familiari compresi.
I beni sono stati sequestrati all'imprenditore Nicolò Cino, 69 anni, ex sorvegliato speciale di Racalmuto (Agrigento) e al figlio 33enne, Eduardo Cino. Nicolò Cino è attualmente in carcere. Secondo gli inquirenti l'imprenditore racalmutese è considerato un "esponente di spicco della famiglia mafiosa di Racalmuto".
Beni per oltre un milione e mezzo di euro sono stati sequestrati dalla Direzione investigativa antimafia di Palermo a un imprenditore agrigentino. I sigilli sono stati messi a beni immobili, conti correnti bancari e postali, terreni e una impresa edile.
Gli inquirenti hanno notato soprattutto la notevole differenza tra i beni posseduti, i redditi dichiarati e l'attività svolta.
Il sequestro è stato disposto dal Tribunale di Agrigento su proposta del Dipartimento di Criminalità economica della Procura di Palermo.
Le indagini della Dia hanno accertato il legame con Cosa nostra dell'imprenditore agrigentino, condannato all'ergastolo, condannato per associazione mafiosa e omicidio. Il Tribunale, che ha accolto la richiesta della Dda, ha motivato il sequestro rilevando la mafiosità di Cino, "accertata in molteplici atti processuali" e la sperequazione del valore dei beni posseduti, e l'attigita' svolta, oltre ai redditi dichiarati. Cino, prima del suo arresto, era ritenuto inserito nella famiglia mafiosa di Racalmuto contrapposta al clan Sole appartenente alla stidda nella gurra di mafia dell'agrigentino degli anni '90. Da venditore ambulante di alimenti Nicolò Cino, negli anni, è diventato imprenditore edile. Il fratello Luigi, appartenente alla famiglia mafiosa di Racalmuto, fu ucciso il 23 luglio del '91. Il 5 dicembre 2006 l'imprenditore venne fermato con altre persone per associazione a delinquere di stampo mafioso. Il 30 luglio 2007, mentre si trovava detenuto nel carcere di Secondigliano la squadra mobile gli ha notificato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa il 27 luglio 2007 dal gip di Palermo. Cino avrebbe messo a disposizione del gruppo mafioso armi utilizzate "in più occasioni in azioni omicidiarie contro esponenti della stidda".
Ad accusare Cino sono anche alcuni collaboratori di giustizia che sostengono che l'imprenditore abbia partecipato alle riunioni della famiglia mafiosa svolte subito dopo la prima strage di Racalmuto del 23 luglio '91.
Il 16 gennaio 2009 l'imprenditore è stato condannato dalla Corte d'Assise di Agrigento all'ergastolo per omicidio, associazione a delinquere di stampo mafioso.
La pena è stata confermata dalla Corte d'Assise d'Appello nell'aprile scorso. Il figlio Eduardo è stato arrestato e condannato in primo grado a 6 anni e 8 mesi di carcere per associazione a delinquere di stampo mafioso. Ma nel luglio 2009 la Corte d'Assise d'Appello lo ha assolto, "per non avere commesso il fatto".
L’altra faccia della medaglia si chiama Ignazio Cutrò che, oppostosi alla mafia e al racket, vive ore di solitudine, senza lavoro, senza amici e soprattutto abbandonato proprio da tutte quelle istituzioni che invitano sempre a denunciare pizzo, criminali e vessazioni varie. Del caso di Cutrò e di Valeria Grasso si è occupata l’europarlamentare siciliana Sonia Alfano, responsabile nazionale del dipartimento antimafia dell’Italia dei Valori, con una lettera inviata al presidente nazionale di Confindustria Emma Marcegaglia e al presidente regionale di Confindustria Ivanohe Lo Bello. “Gentile Presidente Marcegaglia, gentile Presidente Lo Bello, con la presente sono a chiedervi alcuni urgenti chiarimenti rispetto a due casi, su tutti, di imprenditori siciliani che hanno denunciato i loro estorsori e che si sono schierati dalla parte dello Stato e, aggiungo io, dalla parte di Confindustria e delle sue battaglie per la legalità nell’impresa economica. Mi riferisco a Valeria Grasso ed Ignazio Cutrò, l’una imprenditrice palermitana nel settore delle palestre, l’altro nel settore edile con una sua azienda a Bivona.
Entrambi, con grande coraggio, hanno saltato il fosso dell’omertà e del silenzio e hanno denunciato un sistema mafioso che tiene per la gola gli imprenditori siciliani. Ma, come spesso accade, dopo le denunce, i processi, gli articoli sui giornali, su di loro è calato, anzi, precipitato il silenzio. Entrambi sono accomunati dal disastro economico che li ha travolti, perchè, immagino lo sappiate bene, quando un imprenditore denuncia, i primi a scappare sono i clienti, anche i più fedeli. E’ per queste ragioni che in casi come questi a salvare e a ridare energia morale ed economica alle aziende e alle imprese sono organi quali la Prefettura e confederazioni come Confindustria che sono in grado di dare lavoro e dunque ossigeno a quelli che dovrebbero essere esempi per gli altri imprenditori. Mi chiedo come si comporti Confindustria in questi casi, se l’essere o non essere associati escluda dalle tutele e dall’aiuto della confederazione, se il Vostro impegno antimafia si limiti al cacciare quegli imprenditori che pagano il pizzo o se si estenda anche ad aiutare, con tutte le notevoli forze di cui disponete, anche gli imprenditori che denunciano e che senza tutele sono destinati al fallimento immediato nel migliore dei casi, alla morte in quelli più drammatici. Mi chiedo se sia stato fatto tutto il possibile per salvare l’azienda, e a questo punto la vita, di Ignazio Cutrò. Mi chiedo il perchè Confidi, il consorzio di garanzia collettiva dei fidi della Confindustria, che svolge attività di prestazione di garanzie per agevolare le imprese nell’accesso ai finanziamenti, abbia negato la propria garanzia presso il Banco di Sicilia al signor Cutrò, ridotto sul lastrico proprio a causa delle sue denunce antiracket. Citando quel diniego, il Banco di Sicilia ha negato l’accesso al credito al signor Cutrò, condannandolo al fallimento e addirittura al rischio di perdere anche la sua abitazione. Questo si può chiamare “favorire” gli imprenditori che denunciano? Mi chiedo perchè Lei, Presidente Ivan Lo Bello, si è impegnato a dare risposte nel giro di una settimana a Valeria Grasso; da quell’incontro formale è passato oltre un mese, la situazione di Valeria è precipitata e da Lei non è arrivato alcun tipo di notizie, nemmeno una telefonata per dire “non possiamo far nulla”. Alla luce di questi fatti Vi chiedo di impegnarvi ufficialmente a dare un aiuto concreto in tempi rapidi a questi due imprenditori, accomunati dal coraggio e dalla voglia di non cedere a cosa nostra in virtù della loro appartenenza all’unico Stato che riconoscono. Li ho guardati negli occhi e ho visto la disperazione. Non lasciateli da soli.”
Parole forti e che al tempo stesso non lasciano spazio a dubbi. Cutrò e la Grasso, tra mille difficoltà tuttora esistenti, hanno scelto la via più tortuosa e complicata: quella della legalità, della giustizia, dello Stato. Facciamo in modo che siano da esempio per tutti gli altri e che non abbiano a pentirsene. In tutto questo fanno da monito le parole del vescovo di Agrigento Monsignor Francesco Montenegro che, nel presentare il nuovo anno pastorale 2010-2011 alla congrega dei parroci della provincia, ha denunciato con durezza e fermezza quanto poco si faccia per debellare la mafia e i suoi tentacoli. “La parola mafia noi nemmeno la pronunciamo. Abbiamo il dovere di intervenire e di fare di più”. Tutti hanno l’obbligo di fare di più.

Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"

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