Chieste le condanne per gli imputati dell’operazione “Uragano” accusati di aver pilotato alcuni appalti pubblici. Tra di loro due esponenti dell’Mpa Michele Ferrara e Lorenzo Maglienti. Tra pochi giorni la sentenza anche se agli imputati verrà applicato l’indulto
Presunta gestione illecita degli appalti pubblici. I reati contestati vanno dalla truffa ai danni dello Stato alla turbativa d’asta, dall’abuso di ufficio alla frode in pubbliche forniture. Queste le principali accuse per coloro che sono coinvolti nel Processo denominato “Uragano”, seguito ad una operazione della polizia. Si parla anche di presunte gare d’appalto truccate grazie ad una rete di complicità tra imprenditori, politici e impiegati comunali.
Il Pubblico Ministero Salvatore Vella, sostituto procuratore della Repubblica, ha chiesto la condanna a 2 anni e 6 mesi per Marco Maglienti, imprenditore edile ed il pagamento di un’ammenda di 32800 euro, 6 mesi e 2200 euro di sanzione per il figlio Lorenzo, consigliere comunale in carica nelle file dell’Mpa, 1 anno e 4 mesi più 31900 euro di multa per Maurizio Matalone, impiegato nella ditta gestita da Maglienti, 2 anni e 1200 euro di multa per Agostino Bono, geometra dello Istituto Autonomo Case Popolari, 1 anno e 900 euro di sanzione per l’imprenditore Rosario Fara, 6 mesi e 9000 mila euro di ammenda per l’imprenditore Salvatore Guirreri, 9 mesi e 9000 mila euro di sanzione per Calogero e Domenico Indelicato, 2 anni e 1200 euro di multa per Antonio Manetta di Ribera, 2 anni e 1 mese più 23200 euro di multa per Filippo e Santo Modicamore, 2 anni più 1200 euro di multa per Salvatore e Sebastiano Porretta, ex impiegato comunale, 2 anni e 1200 euro di multa per Gaspare Tortorici e Salvatore Vaiana.
Chiesta la prescrizione invece per altri quattro indagati. Tra di loro c’è l’attuale assessore allo spettacolo ed allo sport del comune di Sciacca Michele Ferrara (Mpa) che ai tempi ricopriva il ruolo di assessore ai lavori pubblici. Chiesta la prescrizione anche per Antonietta Guttaiano, Marco Vinti e Vito Perrone.
Secondo le indagini, condotte dai carabinieri e coordinate dalla Procura della Repubblica, si sarebbe messo in piedi un sistema che garantiva l’aggiudicazione certa ad un gruppo di imprese.
Un blitz che, come si ricorderà, è scattato il 25 settembre del 2006 ed è culminato con 33 indagati mentre le indagini riguarderebbero una serie di lavori pubblici appaltati dal comune di Sciacca nel 2003.
La sentenza sarà emessa mercoledì 30 marzo dopo che si concluderanno tutte le arringhe degli avvocati difensori ma poiché si tratta di fatti antecedenti al 2006 nei confronti di tutti gli imputati dovrebbe essere applicato l’indulto.
Calogero Parlapiano - tratto da "ControVoce"
martedì 29 marzo 2011
Processo Uragano: sentenza in arrivo?
giovedì 10 marzo 2011
Uno contro tutti...
Seduta del consiglio comunale animata dalle intemperanze del consigliere Pippo Turco che ha attaccato l’amministrazione e tutti i consiglieri comunali. Il Presidente Bellanca è stato costretto ad interrompere i lavori in attesa che si calmassero le acque. Approvate due mozioni. Intanto lo Iacp dirotta i fondi previsti per Sciacca a Porto Empedocle
La richiesta di un intervento urgente da parte dell’Istituto autonomo case popolari in favore del patrimonio edilizio di sua competenza e la riqualificazione della piazza Belvedere, nella zona dove c’erano il casotto successivamente demolito della Tamoil. Sono queste le due mozioni approvate durante l’ultima seduta del consiglio comunale di Sciacca al termine di un dibattito a dir poco acceso e che ha registrato le numerose intemperanze da parte del consigliere indipendente Pippo Turco. Intemperanze che alla lunga hanno acceso lo scontro tra lo stesso consigliere e il presidente del consiglio comunale di Sciacca Filippo Bellanca. L’ex sindaco si è lamentato con tutti i consiglieri, indistintamente di maggioranza o di opposizione, rei, a suo dire, di escludere sistematicamente e preventivamente la trattazione delle mozioni da lui presentate. Ovvio che, tira che ti tira, siano volate parole grosse, spesso fuori le righe. Insomma non un bello spettacolo per coloro che hanno deciso di guardare in tv i lavori del civico consesso. Hanno respinto le accuse di Turco diversi consiglieri: Mimmo Sandullo, Paolo Mandracchia, Simone Di Paola, Agostino Friscia, l’assessore Fabio Leonte e Nicola Assenzo. Ad un certo punto Pippo Turco ha polemizzato
personalmente con Paolo Mandracchia, Fabio Leonte e Ignazio Bivona. Per il presidente Bellanca non è rimasto altro da fare che interrompere la seduta in attesa che i toni si stemperassero e si ritornasse a parlare in modo pacato e civile.
La mozione su piazza Belvedere, presentata dal Pdl, risale addirittura al maggio del 2010. A
nome del Pd il consigliere Enzo Sabella ha detto sì alla mozione del Pdl, ricordando però che
c’è già un’idea progettuale su quella piazza inserita nel piano triennale delle opere pubbliche
per riqualificare e rendere quella zona un’isola pedonale anche nella parte dove c’è l’attuale mercato del pesce. “Noi non chiediamo grossi investimenti, al momento chiediamo solo delle
piante e delle panchine per abbellire la zona, ci vogliono appena 50 mila euro”, hanno replicato dal centrodestra, anche se Ignazio Bivona ha fatto notare che al momento il comune dispone soltanto di uno studio di fattibilità e non di un progetto.
D’accordo con lui Simone Di Paola, che però ha fatto notare come l’opposizione abbia sempre da ridire, perfino quando la maggioranza accoglie le sue proposte.
A nome dell’amministrazione Fabio Leonte ha ribadito la volontà della Giunta a voler fare propria la mozione evidenziando al tempo stesso però che sarà seguita la strada del progetto di riqualificazione, perché l’abbellimento della piazza richiesto in sostanza dal centrodestra rischia di far spendere inutilmente soldi senza risolvere i problemi. Durante questa parte di dibattito c’è stata anche una polemica tra il consigliere di maggioranza Sandullo e l’assessore Leonte. I Leali per Sciacca hanno chiesto che siano maggiormente coinvolti all’interno delle iniziative della maggioranza. La mozione comunque è passata quasi all’unanimità, ad astenersi ovviamente è stato il solo consigliere Turco.
Si è poi passati poi alla trattazione della mozione riguardante la necessità che lo Iacp faccia qualcosa in favore del patrimonio edilizio di sua competenza di Sciacca. E riparte lo show di Turco che ancora una volta ne ha avuto per tutti. Turco ha attaccato l’amministrazione, accusandola di incapacità per non aver fatto pressioni sullo Iacp in favore della riconferma, poi svanita, dei 2 milioni di euro individuati negli anni scorsi ma di fatto mai erogati dall’Istituto delle Case Popolari, malgrado l’avvenuta localizzazione delle aree dove realizzare 20 alloggi popolari. Pare addirittura che i soldi destinati a Sciacca siano finiti a Porto Empedocle. Prima dunque lo Iacp aveva confermato fondi e finanziamento, poi invece si è rimangiato la parola dirottando i soldi altrove e non indicando nuove somme da destinare alla città termale. “Il disinteresse dello Iacp ha fatto diventare le case popolari di Sciacca delle strutture da terzo mondo” ha attaccato il capogruppo del Pd Simone Di Paola. Sono diverse le situazioni di emergenza circa le case popolari, basti pensare a quelle site in viale Siena, via Acerra, Villaggio Pescatori, perfino quelle recenti site al Ferraro mostrano scarsa sicurezza e copiose infiltrazioni d’acqua, impianti elettrici non funzionanti e ascensori bloccati. “Le casse dell’istituto sono vuote – ha detto l’assessore Leonte - e l’amministrazione Bono non ha alcuna colpa, così come non l’aveva l’amministrazione precedente”. Lo Iacp al momento conosce l’emergenza nelle vie Tasso e Ariosto, è riuscita ad intervenire in via Machiavelli. Ma non basta. E’ troppo poco per i reali fabbisogni delle centinaia di famiglie saccensi costrette a vivere al limite della sopportazione.
Sul Piano regolatore generale, invece, per fugare tutti i dubbi di presunti interessi personali venuti fuori ancora una volta da Pippo Turco, l’assessore al ramo Fabio Leonte ha annunciato che l’amministrazione recapiterà il Prg alle forze dell’ordine e alla procura della repubblica che dunque potranno controllarlo e vagliarlo a dovere.
Il consiglio dovrà essere riconvocato, probabilmente ormai alla conclusione dell’edizione 111 del carnevale di Sciacca.
Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"
sabato 19 febbraio 2011
Scacco Matto: 15 condanne e 5 assoluzioni
Si chiude il processo “Scacco Matto”: 170 anni di carcere complessivamente per gli imputati. Assolto il consigliere comunale Mimmo Sandullo: “ho sempre avuto fiducia nella giustizia e nella legge” le sue parole dopo la sentenza.
E’ stata emessa dopo 14 giorni di camera di consiglio la sentenza del processo “Scacco Matto” che si è celebrato con il rito ordinario presso il Tribunale di Sciacca.
Cinque le assoluzioni e 15 le condanne e sostanzialmente confermato l’impianto accusatorio nei confronti degli imputati, anche se, rispetto alle richieste dell’accusa, le condanne sono state più lievi. Assolti: il consigliere comunale di Sciacca Domenico Sandullo del gruppo dei Leali per Sciacca, Biagio Smeraglia, Nicolò Di Martino, Antonino Maggio e Rosario Cascio.
Condannati invece: Vito Bucceri a 12 anni, Vitino Cascio a 12 anni e 6 mesi, Giovanni Campo a 13 anni e 4 mesi, Filippo Campo a 12 anni, Pasquale Ciaccio a 14 anni e 8 mesi, Giuseppe Clemente a 4 anni, Mario Davilla a 11 anni, Giovanni Derelitto a 15 anni, il saccense Michele Di Leo a 9 anni e 3 mesi, l'ex superboss Giuseppe Falsone a 10 anni e 6 mesi (che vanno ad assommarsi a tutte le condanne già inflittegli), Francesco Fontana a 12 anni e 6 mesi, Giuseppe La Rocca a 14 anni, Tommaso Militello a 6 anni, Giuseppe Monreale a 11 anni e Antonio Perricone a 12 anni e 6 mesi.
I pubblici ministeri della DDA di Palermo erano Rita Fulantelli e Emanuele Ravaglioli. Sono state emesse dunque un totale di 170 anni e 3 mesi di carcere al cospetto dei 384 anni chiesti dalla pubblica accusa.
L'operazione antimafia "Scacco Matto" era stata condotta dai carabinieri nello scorso luglio 2008.
Il primo troncone dell’inchiesta si era chiuso proprio un anno fa quando alcuni imputati avevano scelto di venire giudicati con il rito abbreviato. Dal febbraio 2010, dunque, al febbraio 2011.
Nel febbraio del 2010 erano state emessi infatti un totale di 120 anni di carcere per gli imputati del processo che avevano optato per il rito abbreviato.
La pena più alta era stata inflitta a Gino Guzzo, di Montevago, ritenuto il reggente della famiglia mafiosa del Belice, condannato a 21 anni di reclusione; 13 anni e 8 mesi a Paolo Capizzi, 70 anni, di Ribera; mentre suo nipote Franco Capizzi era stato condannato a 12 anni. Undici anni e 4 mesi la pena per Accursio Dimino, di Sciacca, e Salvatore Imbornone, di Ribera. Gli altri condannati sono Raffaele Sala, 9 anni e 8 mesi; 8 anni e 8 mesi per Girolamo Sala; 10 anni per Antonio Pumilia e Antonino Gulotta; un anno e 7 mesi per Antonino Montalbano. Calogero Rizzuto, anche lui coinvolto nell’indagine ma poi diventato collaboratore di giustizia, era stato condannato a 4 anni e 8 mesi.
Erano stati assolti invece Giuseppe e Michele Barreca, Giuseppe Orlando, Leonardo Taormina, Gaspare Schirò, Giacomo Corso, Michele Giambrone, i fratelli Paolo e Giuseppe Capizzi, Pietro Derelitto e Gaspare Schirò, morto di recente.
L’operazione antimafia “Scacco matto” portò all’emissione in totale di 33 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di presunti affiliati alle cosche mafiose perché accusati di aver pilotato appalti pubblici. L'operazione permise di individuare decine di episodi estorsivi ai danni di imprenditori della provincia di Agrigento e verificare l'attribuzione di alcuni appalti. Gli inquirenti hanno nel tempo acceso i riflettori soprattutto sui lavori che hanno condotto alla costruzione ed alla realizzazione del Verdura Golf Resort, della diga “Favara” di Burgio e degli svincoli presso la strada statale 115, recentemente inaugurati alla presenza di due ministri della Repubblica.
Il collegio giudicante ha letto la sentenza di buon’ora, erano passate da poco le 10 del mattino. La camera di consiglio era cominciata lo scorso 28 gennaio e quindi è durata quasi due settimane. A seguire, nel dettaglio, quelle che erano le richieste della pubblica accusa per i 20 imputati: Vito Bucceri 20 anni; Rosario Cascio 27 anni; Vitino Cascio 21 anni; Giovanni Campo 18 anni; Filippo Campo 18 anni; Pasquale Ciaccio 24 anni; Giuseppe Clemente 12 anni; Mario Davilla 21 anni; Giovanni Derelitto 27 anni; Michele Di Leo 21 anni; Nicolò Di Martino 10 anni; Giuseppe Falsone 21 anni; Francesco Fontana 21 anni; Giuseppe La Rocca 20 anni; Antonino Maggio 21 anni; Tommaso Militello 18 anni; Giuseppe Monreale 21 anni; Antonio Perricone 24 anni; Domenico Sandullo 4 anni; Biagio Smeraglia 18 anni.
Soddisfazione per il risultato raggiunto è stata espressa non solo dal mondo della magistratura, il processo si è concluso in tempi record (in attesa di eventuali appelli una volta conosciute le motivazioni della sentenza) ma anche dal mondo politico.
Giuseppe Marinello, componente della commissione parlamentare antimafia “rende merito all’ottimo lavoro svolto dalle forze dell'ordine e dai magistrati inquirenti. Siamo convinti che la puntuale risposta dello Stato in tema di lotta alla criminalità organizzata rappresenti sempre più la precondizione per lo sviluppo di un meridione lontano dal contesto europeo e che oggi, sempre più condiziona negativamente la tenuta economica del nostro paese. E’ evidente che ci saranno altri gradi di giudizio, ma già quella di oggi rappresenta una giornata importante per la storia del nostro territorio.”
Il lavoro delle forze dell’ordine continua in quanto non è possibile mai abbassare la guardia. I recenti arresti dei vari superboss non hanno fatto altro che confermare l’elevato grado di connivenza che si presenta tra malavita e mondo delle istituzioni, con una mafia sempre più rivolta verso il business, verso i grandi lavori ed appalti pubblici, verso dei confini per i quali non sempre è facile e non sempre è chiaro distinguere tra bene e male.
Finanziare e non tagliare, né economicamente né legislativamente, il lavoro degli inquirenti, dei tribunali e di tutte le forze dell’ordine rappresenta il vero passo da gigante nella lotta alla criminalità organizzata. Gli arresti e le operazioni antimafia verranno poi di conseguenza. E nel nostro territorio agrigentino, purtroppo, ce n’è bisogno ancora tanto.
Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"
giovedì 28 ottobre 2010
Sciacca, lo Stazzone frana.. : responsabilità, frangliflutti, porticciolo, progetti, correnti. Il PRP risolverà il problema?
Sono passati più di 30 anni da quando allo Stazzone sono stati collocati frangiflutti e porticciolo. Sarà un caso ma è da allora che le frane si susseguono. Nostro reportage sugli ultimi decenni vissuti nella zona, sulle paure dei residenti ed una domanda: il porticciolo è abusivo o no? E dov’è andato a finire il progetto originario del 1975?
Ma torniamo alle frane. Non sembra esserci via d’uscita. Il muro di sostegno continua a cedere anche perché le onde del mare in pratica vanno a sbattere contro lo stesso. Al Comune ma anche in Procura si sarebbe fascicoli e carteggi di vario tipo pronti a testimoniare della situazione.
Per alcuni residenti la colpa delle frane sarebbe da ricercare nella costruzione del porticciolo e dei frangiflutti che hanno “ucciso” quella che una volta era la spiaggia più frequentata di Sciacca. Oggi invece l’arenile è quasi scomparso tanto che, come dicevamo, il mare colpisce direttamente il muro di sostegno.
Dal 1978, anno in cui vennero collocati e realizzati frangiflutti e porticello, ad oggi le frane sono state innumerevoli ed hanno colpito diversi punti e zone dell’area.
Intanto dopo appena due anni, ossia nel 1980, le correnti del mare deviate dalle barriere frangiflutti, fecero sparire la secca che era una barriera naturale di sabbia di circa 2000mq che proteggeva tutta la zona dallo scirocco. Del resto basta andare a consultare qualche foto o cartolina di quegli anni per poter “gustare” della differenza tra allora ed ora.
Nel 1982 il comune di Sciacca fece realizzare una passerella in cemento sulla spiaggia della lunghezza di circa 40 metri nei pressi del civico 93, per proteggere la strada che era già in pericolo frana.
Nel 1984 franò la piazza dove vi era il famoso ristorante “Il Corsaro” (qualcuno sicuramente se lo ricorderà) gestito dal signor Perrone. Una notte il gestore fu costretto a portare fuori l’intero arredo poiché il mare si era infiltrato circa sei metri sotto il ristorante stesso.
Facciamo un balzo al 1996 allor quando una paurosa frana investì l’area compresa tra i civici 50 e 75. Era settembre e crollò tutto il muro di protezione della strada. Fortunatamente nessuno subì conseguenze particolari.
Un anno dopo, 1997, a seguito dei macigni buttati davanti ai civici 50 e 75 per proteggere la strada che 4 mesi prima era crollata, la corrente del mare si spostò e nei pressi del civico 82 furono risucchiati altri 60-80 metri di spiaggia.
Nel 1998 un’altra spaventosa frana colpì lo Stazzone, davanti il ristorante “Il Porticello”. L’autorità giudiziaria a seguito di questo grave episodio fece recintare tutta la zona e la sottopose a sequestro.
Nel 2000, nel periodo delle festività di capodanno, si aprì un’altra frana sempre dinanzi il ristorante tuttora esistente, il mare sfondò la recinzione in lamiera collocata dall’autorità giudiziaria, con danni anche alla strada.
Nel 2002 l’ennesima mareggiata si portò via la scala in cemento posta nei pressi del civico 82 trascinandola su quello che rimaneva della spiaggia.
Nel gennaio 2003, causa sempre le mareggiate, crollò parte del muro di recinzione posto davanti il ristorante mentre a maggio, a circa 50 metri dall’ultima casa dello stazzone, in direzione lido salus, la corrente del mare risucchiò parte dell’arenile e crollò il muro di sostegno della ferrovia che, in parte, era già franato alcuni anni addietro.
Nel 2004, a novembre, franò la strada nei pressi del civico 83 portandosi dietro anche alcune aiuole che vi erano state piantate.
Così, di emergenza in emergenza, si giunge fino ai nostri giorni, a due settimane fa, allor quando l’ennesima frana ha coinvolto il mare di sostegno della strada. E’ stato recintato tutto ma, naturalmente, questo non risolve nessun problema.
Il 6 novembre del 2003 venne convocata una conferenza di servizi avente per oggetto proprio la situazione di pericolo frana presso il lungomare di Località Stazzone. Presenti: il neo assessore Michele Ferrara, allora assessore ai lavori pubblici, il comandante del circomare Fabio Rottino, il geometra Antonino La Porta, l’ingegnere Calogero Foti responsabile dell’ufficio regionale della protezione civile e l’architetto e dirigente del comune saccense Sebastiano Porretta. Venne fatto un sopralluogo, la zona venne interdetta al traffico pedonale e veicolare e si decise di collocare una scogliere per evitare che la zona erosa potesse estendersi ancora.
L’ingegnere Foti segnalò che la causa del fenomeno poteva essere addebitabile proprio al braccio del molo del porticciolo Stazzone realizzato alla fine degli anni ’70 poiché lo stesso impedisce il trasporto e il deposito del materiale solido in prossimità della zona danneggiata dalle frane e, pertanto, ne aveva auspicato la demolizione.
Antonino La Porta, ufficiale dei vigili del fuoco, invece si soffermò sulla precaria stabilità del parapetto antistante l’area ex mulino Cuore e invitò l’amministrazione del tempo a porre in essere tutte quelle misure atte alla salvaguardia e alla tutela dell’incolumità pubblica e privata.
Quanto appena riportato non è di poco conto, anzi. Proprio in quelle parole potrebbero risiedere le cause delle continue frane allo Stazzone.
Significativo per esempio quanto dichiarato anni fa, in aperto contrasto l’uno con l’altro, da una parte dall’ingegnere Giuseppe D’Addato e dall’altra dal geometra Lanza, entrambi erano esponenti del genio civile opere marittime di Palermo.
Secondo Lanza, dichiarazione del 2003, quando vennero fatti i lavori per la posa dei frangiflutti e la realizzazione del porticciolo (1979-1981) non venne eseguito alcuno studio sulle correnti marine. Secondo invece D’Addato, siamo nel 1996, quegli studi non solo vennero fatti ma ne occorrerebbero degli altri per capire meglio come e dove intervenire.
Esistono o no questi studi correntometrici? C’è qualcuno che ha mai acquisito e studiato tutti i progetti, relazioni, studi delle correnti, insomma tutta la documentazione relativa alla realizzazione di questi frangiflutti e del porticciolo?
Tenuto conto che il progetto risale al 1975 e che dunque ad oggi sono passati la “bellezza” di 35 anni, il Comune di Sciacca è o non è in possesso di una copia di questo progetto tale da poter chiarire se il porticciolo sia abusivo o meno?
Se dovesse essere abusivo, chi ha consentito la sua costruzione? E perché? E, nel caso in cui fosse davvero abusivo, non sarebbe il caso di demolirlo come regola imporrebbe?
E a prescindere dal fatto che sia abusivo o meno, è stato costruito tenendo conto di tutte le variabili marine o potrebbe davvero rappresentare la causa di tutte le innumerevoli frane che attanagliano l’area? Le autorità competenti non hanno in programma alcun intervento di verifica?
Anche in questo caso le opinioni sono discordanti: nel 1995 l’allora ingegnere del comune Giuseppe Di Giovanna dichiarò che il porticciolo era abusivo. Stessa opinione espresse, nel 1997, durante una seduta, Agostino Friscia, attuale consigliere comunale. Secondo invece l’ingegnere D’Addato prima, e l’ex vicesindaco Corallino poi il tutto è stato costruito e realizzato in modo regolare.
Basterebbe poco per fugare ogni dubbio ed uscire dalla cerchia delle mere opinioni: occorre recuperare il progetto e prenderne visione.
Come risolvere questo atavico problema? Sicuramente andrebbero fatte delle relazioni geologiche da parte di tecnici qualificati nel ramo onde evitare ulteriori danni ambientali e naturali alla zona e poi procedere a dei lavori di messa in sicurezza e ripristino del lungomare. L’impressione invece è che si continui a “giocare” con una questione che alla lunga potrebbe assumere anche contorni gravi e di rischio per l’incolumità di tutti.
Il fenomeno erosivo è un problema molto complesso e ad ampio raggio e non può essere risolto né con misure palliative né con interventi tampone poiché spesso, se non si effettuano gli opportuni studi, nel tentativo di salvare un tratto se ne danneggia un altro.
La corrente, come dice il nome stesso, corre, si sposta e si muove. Gli amministratori degli ultimi 35 anni invece sono rimasti fermi. Anzi, ancorati.
Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"
venerdì 22 ottobre 2010
Il rischio d'isolamento che corrono i Giusti
Ormai sono passati più di 18 anni dalla morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Quando si ricordano persone come loro, tutti si inchinano, si tolgono il cappello, bofonchiano parole di ammirazione e di dolore. “Sono stati ammazzati dalla mafia. Sono eroi“.
Improvvisamente, di fronte alla morte per mano della mafia, nessuno si azzarda più a criticare quei morti. Tutti eroi, tutti servitori dello Stato, tutti eccellenti lavoratori. Nessuna voce fuori dal coro. E ai giovani del presente e del futuro la storia sarà descritta così. Erano tutti al fianco e sostenitori di quegli eroi italiani.
Peccato che ci si dimentichi sempre di raccontare il resto, di completare la storia. Peccato che quegli eroi, fino al giorno prima di morire, non erano così tanto eroi. O meglio, lo erano agli occhi del popolo, della gente comune, ma per troppi uomini delle Istituzioni le cose stavano diversamente.
“Quando muoiono questi uomini diventano immortali, prima per molti erano soltanto delle carogne".
A pronunciare queste parole Antonino Palmeri, Presidente del Tribunale di Palermo, pochi giorni dopo la strage di via d’Amelio.
Perché in realtà questi “eroi” non erano poi così tanto amati da molti uomini al potere, che fossero politici, magistrati, Csm o chiunque altro. Falcone e Borsellino (come tanti altri eroi prima e dopo di loro) hanno impegnato gli ultimi anni della loro vita sempre su due fronti: da un lato la lotta alla criminalità organizzata e dall’altro la propria difesa contro le delegittimazioni provenienti sia dall’esterno che soprattutto dall’interno delle Istituzioni.
“Farabutti, me li stanno ammazzando tutti sotto gli occhi. E noi assistiamo impotenti. Stanno facendo fuori gli uomini del pool dopo averli delegittimati. Un massacro prima giuridico, poi formale e adesso anche fisico“, continuò il dottor Palmeri, rabbia e dolore a fargli pronunciare quelle parole da troppi suoi colleghi sentite fortemente.
Lo stesso Borsellino l’aveva capito e l’aveva esternato alla moglie Agnese: “Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”. Tre settimane prima di morire Paolo ringraziò l’opinione pubblica per aver fatto “il miracolo”, ossia per aver fatto fare marcia indietro al Csm che nel 1988 voleva sbarazzarsi del pool antimafia e che invece, grazie alla spinta della società civile, rimase in piedi.
Lo sanno tutti, gli adulti, ma ai ragazzi si continua a dire delle mezze verità. Falcone e Borsellino non sono stati uccisi solo dalla Mafia. Sono stati uccisi anche dalla delegittimazione, dall’isolamento. Ai ragazzi vengono sempre ricordate le lacrime di dolore dopo la loro morte. Raramente si ricordano le lacrime di rabbia. Perché la rabbia ha sempre un destinatario.
Lo Stato ha “vanificato l’operato dei giudici“, ha “irresponsabilmente” delegato loro ogni forma di lotta alla criminalità mafiosa “senza dotarla di idonei strumenti legislativi e materiali“, fino all’ “ennesima strage mafiosa annunciata, espressione della completa disfatta dello Stato. Uno Stato che è in balia di gruppi di potere ispirati da logiche affaristico-clientelari, perennemente sordo alle ripetute e accorte invocazioni di risveglio e di concreto intervento“. Uno Stato che quindi non si può aspettare nulla “da una magistratura decimata nei suoi uomini migliori e avvilita in un clima di continua attesa mortale“.
Queste le parole contenute nel documento di protesta redatto dai magistrati a Palermo due giorni dopo l’uccisione di Paolo Borsellino.
Ed ora, dopo 18 anni e dopo il sacrificio dei tanti eroi morti, tutto sta tornando uguale. Non appena i ricordi della memoria iniziano ad offuscarsi, le serpi tornano a strisciare, gli eventi tornano a ripetersi. Oggi, a Palermo, al posto di Falcone e Borsellino ci troviamo Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo. Il primo il pupillo di Paolo Borsellino, il secondo cresciuto nell’esempio di quei due magistrati, ai quali si è sempre ispirato.
Ricordatevi questi nomi, ragazzi. Perché sono i nomi di due dei pochi magistrati che ancora hanno impresso a fuoco nella loro mente l’articolo 3 della Costituzione Italiana, che ancora hanno la forza e il coraggio di sdegnarsi per il massacro che sta subendo la giustizia italiana. I nomi delle persone che quindi vanno delegittimate. Perché putroppo la storia, per chi dimentica, si ripete.
“Il ministero chiede accertamenti per le dichiarazioni del sostituto procuratore Nino Di Matteo”, titolava l’otto di ottobre l’Espresso. Dichiarazioni a quanto pare poco gradite al potere: “Continua la sistematica e violenta offensiva di denigrazione e isolamento di quei magistrati che credono ancora nel principio dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge. Noi resisteremo perché crediamo nella Costituzione sulla quale abbiamo giurato. Con quale faccia si collabora con questo governo?”
In seguito all’assassinio di Borsellino il clima nelle stanze blindate della procura di Palermo era teso, pieno di rabbia, di sfiducia, di dolore. Si parlava di dimissioni di massa dei giudici, per dare un segnale forte.
Vittorio Teresi fu chiarissimo, allontanandosi dai giornalisti e preannunciando le sue dimissioni: “Volevo andar via, ma dopo Falcone sono rimasto, ho detto a Borsellino: metto la mia vita nelle tue mani, ma battiamo la mafia. Adesso basta, mi accorgo che non serve a nulla combattere. Qui si muore per nulla”.
Eppure, in mezzo a tutto quel dolore, rimaneva ancora un po’ di speranza, negli occhi lucidi del sostituto Antonio Ingroia che sussurrò al collega De Francisci: “non possiamo andar via proprio adesso, non possiamo”.
Bene, Antonio Ingroia è rimasto. Come Antonino Di Matteo. E come loro altri giudici con nomi forse meno ricorrenti nelle cronache giudiziarie ma ugualmente impegnati.
La delegittimazione non è pericolosa solamente per l’isolamento “istituzionale” che ne consegue. E’ pericolosa anche per l’isolamento “emotivo” che questi giudici sono condannati a subire. Quando Falcone e Borsellino avevano tutti contro, Mafia e pezzi delle Istituzioni, l’unica spinta che avevano, allo stremo delle forze fisiche e mentali, era la società civile. “La gente fa il tifo per noi”, diceva Falcone sorridendo.
Con le Agende Rosse stiamo preparando una giornata a sostegno di Antonino Di Matteo. Faremo in modo di farla al nord, al centro e al sud Italia contemporaneamente, proprio per dare la possibilità a tutti di partecipare. E saremo pronti a scendere davanti ciascun tribunale d’Italia ogni qual volta chi indegnamente occupa le Istituzioni si azzardi a delegittimare uno di questi giudici con un’azione così mirata.
Forse non possiamo proteggere questi magistrati dalla Mafia, forse non possiamo proteggerli da chi abusa per meschini interessi delle Istituzioni, ma sicuramente possiamo proteggerli dall’isolamento.
www.19luglio1992.com
giovedì 16 settembre 2010
Walzer di parroci a Sciacca e non solo...
Lasciano un buon ricordo Don Alfonso Tortorici e Don Lillo Di Salvo, sostituiti nella classica rotazione dei prelati, dalla Curia agrigentina. Eredità difficile dunque per i nuovi arrivati: don Carmelo Lo Bue e don Pasqualino Barone
Se si parlasse di calciatori, potremmo definire l’attuale fase quella del calciomercato ma trattandosi di sacerdoti e prelati la prassi parla di “normali avvicendamenti e sostituzioni decise dalla Curia agrigentina”. Lasciano dunque la città di Sciacca l'ormai ex arciprete don Alfonso Tortorici e don Lillo Di Salvo della parrocchia di San Michele, per tutti semplicemente “Padre Lillo”. I provvedimenti sono stati disposti naturalmente dal vescovo monsignor Francesco Montenegro. Si tratta in pratica di una vera e propria rivoluzione nell'ambito della curia agrigentina.
Una serie di nuove nomine, arrivi ed addii, che sconvolgono l'assetto di numerose parrocchie, a partire da quelle saccensi. Quando un sacerdote viene sostituito muta sempre qualcosa in una città, specie quando quel prelato svolgeva la propria missione oramai da tanto tempo, 9 anni a Sciacca per don Tortorici e ben 14 anni per don Di Salvo.
L'arciprete don Alfonso Tortirici andra' ad operare alla curia di Agrigento. Alla chiesa madre arrivera' don Carmelo Lo Bue, di 57 anni, che finora ha operato a Palma di Montechiaro. Un avvicendamento, quello alla basilica Maria Santissima del Soccorso che avverra' nelle prossime settimane.
Non solo la chiesa madre, dopo 14 anni quindi lascera' la parrocchia di San Michele don Lillo Di Salvo, designato arciprete della chiesa madre di Sambuca di Sicilia. Una notizia accolta con disappunto nel quartiere sia per i tanti anni trascorsi insieme sia per le notevoli ed importanti iniziative che il giovane prelato ha saputo portare avanti nel tempo. Un quartiere, com’è noto, fatto di anziani ma che, nel corso dell’ultimo decennio, si sta andando a ripopolare con tante giovani coppie di sposini pronte a mettere su famiglia nelle case di zona San Michele. La parrocchia sara' guidata da don Pasqualino Barone, finora arciprete della citta' di Ribera. Sempre per quanto riguarda le chiese di Sciacca, padre Giuseppe Tutino e' stato designato amministratore parrocchiale della basilica di San Calogero dopo l’avvicendamento con padre Davide Mordino mentre ai cappuccini arriveranno fra Domenico Agnetta e fra Edgardo Lopez.
Don Alfonso Tortorici precisamente è stato nominato vicario episcopale per l’amministrazione, direttore dell’ufficio amministrativo della Curia e cappellano delle suore Salesiane. Padre Lillo prenderà il posto di Don Pino Maniscalco che invece passa alla chiesa Madre di Ribera al posto di Don Barone. Cambiamenti anche in alcuni centri limitrofi: alla chiesa Madre di Santa Margherita di Belice va padre Filippo Barbera mentre il saccense Salvatore Raso è stato nominato condirettore dell’ufficio comunicazioni sociali della Curia. A Montevago infine presterà la propria opera padre Antonino Catanzaro.
Dispiaciuti e commossi naturalmente i due prelati Padre Lillo e Don Alfonso Tortorici. Umanamente si tratta di una decisione che riempie di nostalgia seppur con la consapevolezza di essere soggetti ed obbedienti alle scelte della Chiesa. Anche parte dei saccensi sono rimasti sorpresi da questi avvicendamenti anche perché gli stessi sono piombati all’improvviso. I nuovi parroci saranno portati presso le loro nuove sedi entro la fine del mese.
Chi conosce don Carmelo Lo Bue lo descrive come persona saggia e disponibile, per molti e per lo stesso arciprete “la Curia non poteva fare scelta migliore”. Come detto diversi residenti a San Michele invece hanno storto un po’ il naso poiché padre Lillo era riuscito a farsi ben volere dall’intera comunità per il modo di fare energico ma al tempo stesso solerte verso il prossimo, soprattutto verso le fasce più deboli. Memorabili rimarranno le sue prese di posizione circa il decentramento della statua di Padre Pio allorché si era parlato di una nuova riqualificazione della piazza principale del quartiere San Michele.
Per Don Alfonso invece, abile comunicatore, esperienza legata alla diffusione del culto mariano, soprattutto della Madonna del Soccorso con la realizzazione di libri legati alla storia millenaria della processione saccense e della chiesa Madre, vero fiore all’occhiello del centro storico termale.
Pesanti eredità dunque per coloro che andranno a prendere il posto di questi due importanti prelati che, a loro modo, hanno scritto parte della storia recente legata a Sciacca e al culto cattolico in città.
Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"
giovedì 19 agosto 2010
Preghiera sull'Amicizia
A te, Signore, amante della vita, Amico dell'uomo,innalzo la mia preghiera per l'amico che mi hai fatto incontrare sul cammino del mondo. Uno come me, ma non uguale a me. Fa' che la nostra sia l'amicizia di due esseri che si completano con i tuoi doni,che si scambiano le tue ricchezze, che si parlano con il linguaggio che tu hai posto nel cuore.
Aiutaci a guardare con quello sguardo,che comprende senza che l'altro chieda. Aiutaci ad avere un cuore grande,che sa partire prima che l'altro esprima.
Aiuta la nostra amicizia Affinché non divenga chiusura; dalle il respiro della vera libertà,la forza di resistere nelle difficoltà, il coraggio di andare oltreil desiderio dell'egoismo.
La volontà di cedere per amore,di amare...
(Don Tonino Bello)
mercoledì 18 agosto 2010
Falsone è rientrato in Italia
Rientra in Italia il boss siciliano catturato a Marsiglia. Sarà detenuto a Sanremo dove gli inquirenti proveranno a farlo “cantare” sugli ultimi 30 anni di mafia e di rapporti tra criminalità, imprenditoria e politica.
È stato estradato in Italia Giuseppe Falsone, il boss agrigentino, arrestato lo scorso 10 giugno a Marsiglia. L'ex latitante eccellente della mafia agrigentina è stato consegnato alle autoritá di Polizia italiane dalla Gendarmeria francese, subito dopo aver oltrepassato la frontiera di Ventimiglia; ad attenderlo un carcere di massima sicurezza italiano. Giuseppe Falsone, detto «Ling Ling», latitante dal '99 al giugno del 2010 e inserito nell' elenco del ministero dell'Interno dei 30 ricercati più pericolosi, rappresenta un personaggio di spicco della criminalità organizzata, non solo per quanto è testimoniato dal suo giá corposo dossier ricco di precedenti penali tra i quali una condanna all'ergastolo, ma anche per le dichiarazione di numerosi collaboratori di giustizia. Le indagini di polizia hanno accertato come Falsone sia l'attuale reggente di cosa nostra della provincia di Agrigento, nonchè capo della famiglia mafiosa di Campobello di Licata. L'11 aprile del 2006, in occasione della cattura di Bernardo Provenzano, nel covo di «Montagna dei Cavalli» furono rinvenute delle lettere che, per stile e contenuto, sono state chiaramente attribuite a Falsone. L'ascesa criminale di Falsone fu irrimediabilmente segnata dall'uccisione del padre e del fratello maggiore, caduti a colpi di fucile, nella contesa tra mafiosi e stiddari che insanguinò, negli anni 90, il territorio dell'agrigentino e del nisseno. Proprio per l'omicidio-vendetta di un appartenente ad una famiglia di «stiddari», gli Ingaglio, a sua volta responsabile dell'omicidio del padre e del fratello di Falsone, «Ling Ling» è stato condannato all'ergastolo, in contumacia, nel 2004. Decine le operazioni di polizia nel corso delle quali Falsone è risultato destinatario di provvedimenti di cattura, tra queste le operazioni «Cocktail» ed «Akragas» che hanno disarticolato le cosche dell'agrigentino, delineandone il pieno assetto ed organigramma. La famiglia Falsone è stata, infine, destinataria di provvedimenti di sequestri di beni mobili ed immobili per svariati milioni di euro. In Francia unn'è ca si ponnu fari 'sti cosi". "Sti cosi chi?" chiede il poliziotto. "Sti fotografii, 'sti cosi". A dialogare con un poliziotto è Giuseppe Falsone, l'ex "primula rossa" di Campobello di Licata. E' seduto in una stanza del Settore polizia di frontiera di Ventimiglia, in provincia di Imperia. E' circondato e guardato a vista da poliziotti italiani e francesi, tutti rigorosamente con pistola alla mano.
Un agente, appartenente alla polizia scientifica, lo inquadra con la telecamera e lui guarda fisso l'obiettivo. Poi si gira verso il poliziotto e gli fa notare che in Francia non si possono fare riprese di questo tipo. E' come se Marsiglia per l'ex boss rappresentasse una vera e propria tana. Dove, magari secondo lui, era difficile essere notati.
La sua tranquillità, tipica del fare mafioso, è sconvolgente. Proprio come fece il numero uno di cosa nostra siciliana, Bernardo Provenzano che, subito dopo il blitz della polizia si congratulò con gli agenti: "Bravi, siete stati bravi". Ormai Giuseppe Falsone è cosciente del fatto che per lui è finita. Se prima cercava di negare la sua identità, parlando in francese e dicendo che non era il vero Falsone, adesso si sofferma sulla telecamera e parla in perfetto siciliano. "Sono pronto a firmare immediamente il provvedimento per il 41 bis per Giuseppe Falsone. Lo ritengo un provvedimento doveroso per impedire che il boss possa comunicare e dare ordini all'esterno. Ordini che generalmente sono di genere criminale". Lo ha detto il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che in questura ad Agrigento si e' complimentato con gli uomini della Squadra Mobile per la cattura del boss mafioso Giuseppe Falsone, capo provinciale di Cosa Nostra arrestato nel giugno scorso a Marsiglia dopo una lunga latitanza ed estradato dalla Francia. Intanto solamente giunto in Italia, a Ventimiglia e poi nel carcere di Sanremo, Falsone ha ammesso di essere Falsone. Prima di allora insisteva nel dichiarare agli inquirenti di aver preso un abbaglio e che lui era Giuseppe Frittola, originario di Catania. Adesso la svolta. Anche se dubbi non ce ne sono mai stati grazie alle prove fornite dal DNA e dalle impronte digitali. Ma chi è il boss Falsone? E’ figlio di Falsone Vincenzo, nato a Campobello di Licata il 28 novembre 1930, capo mafia di Campobello di Licata, ove venne ucciso in data 24 giugno 1991, unitamente al fratello Angelo, durante la “c.d. guerra di mafia” scatenatasi nell’agrigentino negli anni 90, ad opera di appartenenti alla “STIDDA”, fazione contarpposta a “COSA NOSTRA”.
Sin dalla giovane età ha seguito le orme del padre; dopo l’uccisione di quest’ultimo venne condannato per traffico internazionale di sostanze stupefacenti, per porto e detenzione abusiva di armi da fuoco e per omicidio.
Successivamente la sua pericolosità sociale venne narrata da alcuni collaboratori di giustizia, tra i quali Ingaglio Giuseppe nato a Campobello di Licata il 10 febbraio 1962, in atto sottoposto al regime di protezione e FALZONE Salvatore da Porto Empedocle. Quest’ultimo lo ha indicato come uno degli esecutori materiali dell’omicidio dello “stiddaro” INGAGLIO Salvatore ucciso il 18 aprile 1994 in Campobello di Licata.
Il gruppo facente capo a Falsone si contrapponeva a quello riconducibile all’altro ex latitante Maurizio Di Gati, che in data 14 luglio 2002 stava per essere eletto formalmente dai capi di alcuni mandamenti della Provincia di Agrigento quale rappresentante provinciale di “COSA NOSTRA”, su indicazione del noto Antonino Giuffrè, oggi collaboratore di giustizia, il quale si era dovuto adoperare in prima persona per convincere, con l’inganno, il noto super latitante Bernardo Provenzano. A seguito dell’arresto e del pentimento di Antonino Giuffrè, principale artefice della candidatura ed ascesa a rappresentante provinciale del Di Gati, anche alla luce della progressiva ma inesorabile uscita di scena dei fedelissimi di quest’ultimo, l’ala facente capo a Falsone Giuseppe prese il sopravvento.Reggente di “cosa nostra” nella Provincia di Agrigento, nonché capo della famiglia mafiosa operante in Campobello Di Licata (AG), negli anni più recenti ha esercitato il suo comando e controllo nei settori delle estorsioni, del movimento terra, degli appalti pubblici. Numerosi collaboratori di Giustizia, la cui attendibilità è stata positivamente valutata in sede giudiziaria e nel corso di più procedimenti penali, lo hanno indicato come un importante “uomo d’onore” e quale riferimento di “cosa nostra” nell’area agrigentina.
Lo spessore criminale emerge chiaramente poi dai provvedimenti cautelari emessi nei suoi confronti, nonché dalle sentenze di condanna a suo carico. La sua cattura, estesa in ambito Schengen già a far data 2001, si basa principalmente su un ordine di carcerazionee emesso dalla Procura Generale della Repubblica di Palermo in data 26.10.2004 alla pena principale dell’ergastolo, con isolamento diurno per anni 1 e mesi 6, ed un ulteriore ordine di carcerazione emesso, sempre dalla Procura Generale della Repubblica di Palermo il 02.10.2007, alla pena di anni 11 e mesi 9. Provvedimenti che comportano l’inserimento di Falsone Giuseppe nella c.d. lista dei “30” latitanti più pericolosi.
La serrata attività di indagine volta alla sua cattura, è tuttavia riuscita pian piano a scalfire ed indebolire l’ organizzazione facente capo al soggetto, e soprattutto a far venir meno l’appoggio di alcuni suoi più importanti favoreggiatori e prestanomi. La scoperta in ultimo di due suoi covi, prima a Naro (Ag) e poi ancora a Palazzo Adriano, a distanza di solo qualche mese (2008), hanno costretto evidentemente Falsone ad allontanarsi per qualche tempo dalla provincia di appartenenza, pur continuando a mantenere i contatti con i soggetti più rappresentativi dell’organizzazione.
Proprio alcune importanti tracce rinvenute all’interno dei due utlimi suoi covi, in particolare in quello di Palazzo Adriano, hanno consentito agli investigatori ed agli inquirenti di stringere il cerchio intorno al latitante, fino a giungere alla sua definitiva cattura, avvenuta lo scorso 25 giugno in territorio francese.
L’attività svolta da personale in servizio presso le Squadre Mobili di Palermo ed Agrigento unitamente a personale appartenente al Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia, grazie anche al supporto informativo dell’Aisi, ha permesso di individuare la città di Marsiglia come il luogo ove, con elevata probabilità, il latitante aveva trovato rifugio negli ultimi mesi.
Nel giugno 2010, gli investigatori raggiungevano Marsiglia con l’intento di portare definitivamente a termine le attività di ricerca già avviate - anche nell’ambito di specifiche istanze rogatoriali presentate dai competenti magistrati di Palermo - al fine di catturare il boss Falsone Giuseppe.
Avviati opportuni contatti con la Polizia Giudiziaria della Brigata Criminale della Polizia Nazionale Marsigliese, attraverso continui scambi di informazioni e partecipando a numerosi servizi di osservazione sul territorio, sono andati raccogliendosi importanti tracce, anche documentali, lasciate da Falsone Giuseppe, seppure sotto falso nome.
I numerosi accertamenti e servizi di osservazione relativi a diversi domicili marsigliesi riconducibili, in qualche modo, al latitante, ovvero dallo stesso occupati sotto il falso nome di Sanfilippo Frittola Giuseppe, nonché gli accertamenti bancari su alcuni conti dallo stesso aperti fornendo le false generalità, e sulle utenze dallo stesso attivate per l’accesso ad internet, consentivano al gruppo investigativo composto dagli investigatori francesi e quelli italiani di individuare, alle ore 17.30 circa deI 25.6.20 10, un uomo che stava per varcare il portone di accesso all’indirizzo di Boulevard Nòtre Dame n. 43, le cui fattezze erano simili a quelle di una fotografia apposta su di una patente nautica intestata al citato Sanfilippo FrittolaGiuseppe.L’uomo veniva immediatamente fermato e ammanettato; richiesto se fosse il latitante Falsone, in lingua francese, ma con una chiara inflessione italiana, negava decisamente, asserendo di essere Sanfilippo Frittola Giuseppe, cittadino italiano domiciliato a Marsiglia da circa 10 anni: al confronto dattiloscopico, il cui risultato è pervenuto alle ore 21.30 di quel 25 giugno 2010, le impronte della persona fermata coincidevano perfettamente con quelle del latitante Falsone Giuseppe.
Nel corso della perquisizione effettuata nel suo ultimo covo d’oltralpe, veniva rinvenuta numerosa documentazione cartacea, documenti d’identità falsi, diversi apparecchi telefonici mobili e supporti informatici (a riprova del fatto che il Falsone continuava a mantenere i contatti con il suo territorio, in particolare con i soggetti che ne continuavano ad assicurare il pieno controllo).
Adesso Falsone fa rientro in Italia, ad esito della procedura di estradizione. Gli verranno notificati i principali atti restrittivi, per poi essere condotto in un carcere di massima sicurezza in attesa dei primi colloqui con gli inquirenti italiani.
Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"
venerdì 9 luglio 2010
Salvatore Borsellino: "Ecco com'è cambiata la mia vita dopo il 19 luglio 1992"
di Martina Miliani -
Parla tutto d’un fiato Salvatore Borsellino. E soprattutto ringrazia, per la possibilità che gli abbiamo dato...
...di raccontare questa storia: “Sa non sono molto bene accetto da certa stampa, mi hanno dato del sovversivo”.
Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, parla di stragi di Stato, di
equilibri politici e di agende rosse che scompaiono improvvisamente.
Parla di illusioni, ma anche della voglia di continuare a lottare per
ottenere la verità, su quella strage fa gli ha portato via il
fratello. Parla anche di speranza, Salvatore Borsellino: spera che la
morte di Paolo non sia stata vana.
Cos’è cambiato nella sua vita da quel 19 luglio?
“E’ cambiata molto la mia vita. Ma ho attraversato diverse fasi da
allora. Fino al ‘97, vedendo la reazione della società civile e
delloStato alla strage, nutrivo la fortissima speranza che la morte di
miofratello fosse almeno servita a cambiare le cose. Poi ho capito
cheera tutta un’illusione: spenta, la reazione della società civile,
fasulla, quella dello Stato. Ma dal 2004 ho ricominciato a
parlare:avevo la certezza che la strage di via d’Amelio non fosse una
strage di mafia ma una strage di Stato”.
Quindi cosa ha pensato quando sono arrivate le dichiarazioni di Spatuzza e Ciancimino?
“Ho nutrito una profonda gratitudine verso le procure di Caltanissetta,
Firenze e Palermo. E’ nata in me una profonda speranza nei
collaboratori di giustizia, ma soprattutto in quei magistrati che li
stanno ascoltando, che stanno procedendo senza paura nonostante le
intimidazioni del capo dell’esecutivo”.
Cosa si sa davvero di via D’Amelio?
“Ho letto molti libri di giornalisti che parlano della trattativa tra
mafia e Stato, che si è svolta durante il periodo delle stragi. Io sono
convinto che mio fratello sapesse della trattativa, e conoscendo Paolo
sicuramente si sarà messo di traverso. Inoltre sono sicuro che il primo
luglio del 1992 quell’incontro con Mancino c’è stato, nonostante lui
continui a negarlo. C’è scritto nell’agenda grigia di Paolo. Lo Stato
doveva eliminare l’ostacolo alla trattativa intavolata nel momento in
cui si stava attuando in Italia l’ennesimo processo, dirompente per
l’opinione pubblica, di cambiamento degli equilibri politici. E in
questi casi, a scatenarsi sono le stragi di Stato”.
Cos’è il popolo delle agende rosse?
“E’ un movimento spontaneo, del quale fanno parte anche Sonia Alfano,
la figlia di Beppe Alfano morto ammazzato dalla mafia, e Benny
Calasanzio, nipote di due imprenditori anche loro uccisi nell’arco di
sei mesi dalla criminaità organizzata, proprio nel periodo delle
stragi. Abbiamo iniziato a muoverci nelle scuole e tra la gente, per
sensibilizzare l’opinione pubblica alla piaga della criminalità
organizzata. Alcuni giovani che abbiamo incontrato, hanno deciso di
unirsi a noi. Sono giovani non politicizzati, un gruppo trasversale,
che ha deciso di lottare con noi per ottenere giustizia e verità. Il
nostro più grande sostegno va ai magistrati che si adoperano per
questo, nonostante le minacce da parte del governo. La prossima
manifestazione sarà il 17, 18 e 19 luglio. Cercheremo di impedire la
profanazione di via d’Amelio da parte di quei politici che con
ipocrisia vengono a deporre corone di fiori”.
Il 17 febbraio del 2009 la Corte di Cassazione si è pronunciata
sull’agenda rossa: non ci sono prove che Paolo Borsellino l’avesse con
sè quel giorno, e con molta probabilità è andata distrutta
nell’esplosione.
“L’agenda rossa è il simbolo di questo movimento, il simbolo di
giustizia e di verità. L’arrivo di questa sentenza è una pietra tombale
sulla giustizia.Non si è mai arrivati ad una fase dibattimentale di
questo processo. Delle foto provano che il colonnello Arcangioli aveva
con sè la borsa mio fratello, nei momenti successivi alla strage.
Agnese, la moglie di Paolo, ha testimoniato lei stessa di aver visto
mio fratello quel giorno prendere l’agenda rossa, dalla quale non si
separava mai. Ho chiesto che Agnese, e tutti i familiari di Paolo
venissero incriminati per aver mentito, o per aver fatto sparire
l’agenda, perchè noi saremmo stati gli unici a poterla avere. Ho
chiesto che venissimo processati, ma non è successo nulla”.
Giorgio Napolitano si è rammaricato delle ombre che, nonostante i
processi arrivati a sentenza, continuano a permanere sulla strage di
Ustica. Perchè secondo lei è così difficile arrivare alla verità in
Italia?
“Dietro queste stragi ci sono sempre pezzi deviati dello Stato che
occultano notizie, depistano. Ustica, il caso Moro, Piazza Fontana,
Piazza delle Logge. Non si arriva alla verità a causa di apparati di
disinformazione, che continuano a nasconderla”.
http://www.antimafiaduemila.com/content/view/29241/48/
lunedì 28 giugno 2010
Le trivellazioni a Sciacca sul blog di Beppe Grillo
Il duo Scajola/Prestigiacomo ha concesso negli ultimi anni 95 nuovi permessi di trivellazione in Italia. 71 sulla terraferma e 24 nel Mediterraneo. La superficie interessata dalle trivellazioni nei nostri mari ha una superficie pari alla Regione Abruzzo, circa 11.000 metri quadrati. I petrolieri potranno bucare ovunque, dalle Tremiti alle coste della Sicilia, dalle coste marchigiane e pugliesi alle isole Egadi a Pantelleria, dallo Ionio alle acque intorno all'isola d'Elba a quelle sarde di Oristano. La corsa al petrolio italiano e alla distruzione dell'ambiente e del turismo è un richiamo irresistibile per i petrolieri di mezzo mondo, inclusi ovviamente quelli italiani. E' quasi uno stampede della corsa all'oro nero. Il presidente di Assomineraria Claudio Scalzi spiega che c'è "un certo disordine iniziale" compensato però dal "movimento che porta investimenti, royalties e vivacità". Mi risulta che in Italia non è prevista la responsabilità delle compagnie petrolifere in caso di incidente. Le bandiere blu delle nostre coste diventeranno nere come il petrolio e sono, in realtà, già sulla buona strada. L'italia ha il maggior numero di siti non balneabili d'Europa.
http://www.beppegrillo.it
sabato 26 giugno 2010
Sciacca, marineria in ginocchio?
“Ieri è stato il nostro ultimo giorno di lavoro” è questo il grido di allarme che i pescatori di Sciacca, seconda marineria siciliana e terza in Italia, hanno lanciato lo scorso 1 giugno all'amministrazione comunale. Obbiettivo sensibilizzare alla problematica i referenti politici regionali e nazionali e coordinare eventuali movimenti di protesta. Infatti dai primi di giugno è entrato in vigore il regolamento Mediterraneo 1967/2006 sulla pesca dettato dalla commissione europea che prevede non solo l’utilizzo di maglie più larghe nelle reti che renderanno impossibile la cattura di parecchie specie ittiche particolarmente diffuse nella marineria locale ma anche nuove distanze dalla costa che renderanno impossibile la pesca dei bivalvi sotto costa. Il nuovo regolamento, in nome della globalizzazione, non tiene conto evidentemente delle particolarità locali. Sciacca è una città marinara che, proprio in quel settore, rischia la smobilitazione. Le nuove maglie, da 40 a 52, stanno mettendo in difficoltà l’intero comparto marinaro saccense, già in crisi da tempo a causa della pessima convergenza economica del periodo.
Ma cosa recita di preciso questo regolamento Mediterraneo? Al Capo I “Ambito d’applicazione e definizioni” si afferma che il presente regolamento si applica: alla conservazione, alla gestione e allo sfruttamento delle risorse acquatiche vive quando tali attività sono condotte nelle acque marittime del Mediterraneo ad est della linea situata a 5°36' di longitudine ovest soggette alla sovranità o alla giurisdizione degli Stati membri, da pescherecci comunitari nel Mediterraneo, da cittadini di Stati membri, fatta salva la responsabilità primaria dello Stato di bandiera, nel Mediterraneo; alla commercializzazione dei prodotti della pesca catturati nel Mediterraneo. Il presente regolamento non si applica alle operazioni di pesca effettuate esclusivamente a fini di ricerche scientifiche condotte con il permesso e sotto l'egida dello Stato membro o degli Stati membri interessati.
Al Capo II “Specie e Habitat Protetti” all’Articolo 3 afferma: 1. Sono vietati la cattura, la detenzione a bordo, il trasbordo o lo sbarco intenzionali delle specie marine di cui all'allegato IV della direttiva 92/43/CEE, salvo in caso di deroga concessa in conformità dell'articolo 16 della direttiva 92/43/CEE. 2. In deroga al paragrafo 1, la detenzione a bordo, il trasbordo o lo sbarco di esemplari delle specie marine di cui allo stesso paragrafo 1, catturate accidentalmente, sono consentiti nella misura in cui si tratti di attività necessarie a favorire la ricostituzione dei singoli animali catturati e a condizione che le autorità nazionali competenti interessate ne siano state debitamente informate in precedenza.
Mentre all’Articolo 4:
1. È vietata la pesca con reti da traino, draghe, trappole, ciancioli, sciabiche da natante, sciabiche da spiaggia e reti analoghe in particolare sulle praterie di posidonie (Posidonia oceanica) o di altre fanerogame marine. In deroga al primo comma, l'uso di ciancioli, sciabiche da natante e reti analoghe la cui altezza totale e il cui comportamento nelle operazioni di pesca implicano che il cavo di chiusura, la lima da piombo o le corde da salpamento non tocchino le praterie può essere autorizzato nel quadro di piani di gestione di cui all'articolo 18 o all'articolo 19 del presente regolamento. 2. È vietata la pesca con reti da traino, draghe, sciabiche da spiaggia e reti analoghe su habitat coralligeni e letti di maerl. 3. È vietato l'uso di draghe trainate e di reti da traino per la pesca a profondità superiori a 1.000 m. 4. Il divieto di cui al paragrafo 1, primo comma, e al paragrafo 2 si applica dalla data di entrata in vigore del presente regolamento a tutte le zone Natura 2000, a tutte le zone particolarmente protette e a tutte le zone particolarmente protette di rilevanza mediterranea (ASPIM) designate ai fini della conservazione di tali habitat a norma della direttiva 92/43/CEE o della decisione 1999/800/CE.
5. In deroga al paragrafo 1, primo comma, la pesca esercitata da pescherecci di lunghezza fuori tutto inferiore o pari a 12 metri e potenza del motore inferiore o pari a 85 kW con reti trainate sul fondo tradizionalmente intrapresa sulle praterie di posidonie può essere autorizzata dalla Commissione secondo la procedura di cui all'articolo 30, paragrafo 2 del regolamento (CE) n. 2371/2002, a condizione che: i) le attività di pesca in questione siano regolamentate da un piano di gestione ai sensi dell'articolo 19 del presente regolamento; ii) le attività di pesca in questione riguardino non più del 33% della zona coperta da praterie di posidonia oceanica all'interno dell'area oggetto del piano di gestione; iii) le attività di pesca in questione riguardino non più del 10% delle praterie nelle acque territoriali dello Stato membro interessato. Le attività di pesca autorizzate a norma del presente paragrafo devono: a) soddisfare i requisiti di cui all'articolo 8, paragrafo 1, lettera h), all'articolo 9, paragrafo 3, punto 2, e all'articolo 23; b) essere regolamentate in modo da assicurare che le catture di specie menzionate nell'allegato III siano ridotte al minimo. Non si applica tuttavia l'articolo 9, paragrafo 3, punto 1.
Ogniqualvolta un peschereccio operante in base alle disposizioni del presente paragrafo è ritirato dalla flotta con fondi pubblici , la licenza di pesca speciale per l'esercizio di questa attività di pesca è ritirata e non viene riemessa. Gli Stati membri interessati stabiliscono un piano di controllo e riferiscono alla Commissione ogni tre anni a partire dalla data di entrata in vigore del presente regolamento in merito allo stato delle praterie di posidonia oceanica interessate dalle attività di pesca con reti trainate sul fondo e all'elenco dei pescherecci autorizzati. La prima relazione è trasmessa alla Commissione entro il 31 luglio 2009. 6. Gli Stati membri adottano le misure atte a garantire la raccolta di informazioni scientifiche per consentire l'identificazione e la mappatura degli habitat da proteggere ai fini del presente articolo.
La situazione ad oggi è ancora abbastanza intricata. Sono state diverse le riunioni tra il ministro leghista Galan ed i referenti delle marinerie di tutta Italia. Le proteste infatti non riguardano solamente il territorio siciliano ma buona parte dei porti dell’Adriatico. Si è già chiesto un ulteriore deroga alla Comunità Europea che comunque sembra non voler valutare questa ipotesi. Il regolamento Mediterraneo è stato approvato nel 2006 ma è entrato in vigore soltanto adesso nel 2010, è andato insomma di proroga in proroga. Battersi il petto dopo non è accettabile. Tutti sapevano che quel regolamento sarebbe divenuto operativo dal giugno di quest’anno. Prima non si è mai discusso di questa spada di damocle.
Adesso c’è chi protesta, chi si adegua, chi ha già deciso di mettere l’imbarcazione in disarmo e lasciare l’attività, chi è andato a consegnare la propria licenza presso le sedi delle due cooperative saccensi. Nelle prossime settimane si attendono delle novità. Anche i ristoratori del territorio protestano: molti turisti raggiungono le nostre terre anche per gustare i sapori del nostro mare. Un mare ed una marineria che rischiano di chiudere i battenti.
Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"
venerdì 18 giugno 2010
Lettera a Napolitano. Salvaguardiamo la Costituzione
di Pietro Orsatti - 7 giugno 2010
''Migliaia di italiani saranno costretti a violare la legge per difendere la Costituzione''
Caro Presidente,
le scrivo come a un amico, l’amico che custodisce il bene più prezioso della nostra società. La Costituzione. Le scrivo con un misto di speranza e sconcerto. Perché ogni giorno che passa diventa sempre più difficile, e le assicuro non solo per me, capire cosa stia succedendo in questo nostro Paese.
Lei continua a mandare messaggi di ottimismo agli italiani ogni qual volta prende la parola pubblicamente, ma forse non sa che per la grande maggioranza di noi l’ottimismo è un lusso. Siamo tutti troppo impegnati a sopravvivere per essere ottimisti. Troppo confusi e spaventati per avere speranza. Vediamo giorno dopo giorno liquefarsi il patto sociale che ha tenuto in piedi questo Paese per 65 anni, quello sancito nell’articolo 1. Non è colpa sua, Presidente, ma ormai da anni, se non decenni, il lavoro è uscito dal racconto sociale. Il lavoro, paradigma centrale nel Novecento, da valore e fondamento del contratto democratico è diventato elemento accessorio. Un surplus. Sia sul piano culturale che su quello materiale. Quando la disoccupazione a livello generale supera il 10% e per i giovani il 30%, non è in pericolo solo la stabilità economica e sociale di una Paese, è in pericolo la democrazia.
Quando poi oltre a questo dato incontestabile si aggiungono altre pericolosissime e ormai quotidiane aggressioni a diritti fondamentali dei cittadini sanciti dalla Carta costituzionali, lo sconcerto si trasforma in allarme, tensione e purtroppo conflitto. Equità sociale, trasparenza assoluta della pubblica amministrazione, legge uguale per tutti, questione morale e lotta alla corruzione, diritto di espressione e diritto di essere informati, contrappesi fra i poteri dello Stato, indipendenza della magistratura: è evidente a tutti i cittadini che in questo Paese alcuni poteri intendono mettere pesantemente mano su questi nodi irrinunciabili del patto di cittadinanza. Come è sempre più evidente che parallelamente si sta procedendo, attraverso un numero spropositato di decreti e leggi ordinarie, alla riscrittura de facto della Costituzione andando perfino a toccare l’unità dello Stato.
Sono perfettamente consapevole che i suoi poteri sono molto limitati e di come sia difficile per lei, oggi, contrapporsi a questo attacco concentrico contro la Costituzione. Ma so anche che in politica la parola pesa, e che la sua potrebbe essere determinante a modificare un andamento che sembra voler archiviare la democrazia parlamentare nata dalla Resistenza e dalla Costituente del primo dopo guerra. La sua parola, il suo giudizio, suoi eventuali messaggi alle Camere, potrebbero avere un potere politico sostanziale ben più efficace di rimandare ogni tanto quei testi più grossolanamente anticostituzionali come le è capitato di fare in questi anni.
Lo so che per fare questo, per uscire allo scoperto oltre alla ritualità a cui, per legge, è vincolato, è necessario che ci sia un pericolo la democrazia e la tenuta dello Stato. Ma, caro Presidente, è proprio di questo di cui sto parlando. Ormai c’è un divario enorme fra legalità e giustizia, fra norma e democrazia. Ci sono interi settori del Paese che si troveranno costretti, per necessità e per scelta, a violare alcune delle leggi che sono nate ultimamente e stanno vedendo luce in queste settimane. Le faccio due esempi, quello dell’obbligo di denuncia da parte dei medici in caso si ritrovino a curare dei migranti clandestini e poi quello che spingerà molti di noi operatori dell’informazione a violare molti dei vincoli imposti alla stampa nel Ddl intercettazioni in discussione in queste ore. Caro Presidente, ci saranno persone che violeranno e in parte già violano norme approvate dall’attuale coalizione di maggioranza. Se questo non è un allarme per la tenuta della nostra democrazia, cos’altro è? Quando le leggi contrastano così palesemente con il patto costituzionale e i diritti fondamentali sanciti da ogni democrazia matura – come dovrebbe ed è stata finora la nostra – il pericolo è davvero troppo. Centinaia di migliaia di giovani, ricercatori, scienziati e professionisti hanno già preso la via dell’emigrazione verso altri Paesi. Una migrazione di massa della parte più importante della nostra società. Altre migliaia di persone civilmente violeranno sistematicamente le leggi più inique approvate nella nostra storia repubblicana. Violare le leggi per garantire la giustizia, per difendere il Paese e la sua democrazia costituzionale: è questo il paradosso a cui stiamo per assistere.
Per questo la invito a dare un segnale autorevole e inequivocabile in difesa di questo Paese e di questa democrazia. Finché si è ancora in tempo, prima che di questa nostra Italia non rimangano solo macerie. Facendo tutto quello che può grazie alla sua esperienza e all’autorevole ruolo che ricopre grazie alla sua carica. Parli a questo Paese ed eserciti il suo diritto di critica.
Un caro saluto
Pietro Orsatti
www.orsatti.info
giovedì 10 giugno 2010
"Ministro Tremonti, lei mi obbliga a violare la legge..."
lei mi obbliga a violare la legge. Mi piacerebbe incontrarla per dirglielo guardandola negli occhi. Lei sta obbligando la maggioranza dei docenti italiani a violare la legge. E’ esattamente quello che accade in moltissime scuole italiane. Cosa significa infatti ammassare più alunni di quanti un ‘ aula può contenerne, se non violare la legge? Sono ben tre le norme violate: la normativa antincendio, quella per la sicurezza negli edifici scolastici e quella igienico sanitaria. Molti sanno che lei ha tolto ben 8 miliardi all’istruzione pubblica. “C’erano tanti sprechi e siamo in tempi di crisi, bisogna razionalizzare”, saggia e incontrovertibile affermazione. Così ha giustificato la cosa. Di contro, però, le spese militari ricevono 25 miliardi di euro e leggo in questi giorni di un bonus di 19 mila euro a classe per le scuole private e leggo anche di un aumento di circa 200 euro mensili per i colelghi di religione, buon per loro, non sia mai, ma allora non bloccassero i nostri per i prossimi secoli.Mettiamoci d’accordo. C’è la crisi o no? Un giorno c’è, un giorno non c’è, un giorno è un “anatema psicologico delle sinistre” e l’altro giorno “dobbiamo fare sacrifici”. Ma non tutti, attenzione: gli statali. Io mi sono arrovellata nel tentativo di capire dove fossero quegli sprechi quando, nell’agosto 2008, ho saputo degli 8 miliardi da togliere alla scuola pubblica. Ma lei ha fugato i miei dubbi: lo spreco era studiare l’italiano, e quindi via due ore. Lo spreco era studiare la tecnologia moderna e quindi via un’ora. Questo alle medie. Escano prima i ragazzi: così hanno tempo per riflettere. Lo ha detto il ministro Gelmini. Lo spreco era recuperare i bambini con difficoltà (cosa frequentissima nei contesti dove vivo e ho scelto di insegnare io, e cioè nelle periferie), e quindi via le compresenze in talune ore di due maestri nelle elementari: a questo servivano, caro ministro. IL tutto eseguito con la furia di un boscaiolo cieco che ha distrutto chiome sane, piante rigogliose e qualche ramo secco, ma troppo pochi, in cambio della distruzione della nostra foresta amazzonica: il polmone del nostro futuro. Quelle due ore d’italiano e le compresenze servivano anche a coprire le assenze dei colleghi senza ricorrere a supplenze esterne. Inoltre : aumentiamo i ragazzi per classe: fino a 30, 33..ma sì. Realizziamo un bel parcheggio per ragazzi, non una scuola certamente. Del resto sono altre le fonti vere della formazione: la vita, la strada, la televisione, il computer. Per chi vuole studiare veramente ci sono le scuole private. Studiare cosa e come poi è da vedere. C’è un piccolo particolare: tutto ciò è anticostituzionale. La Costituzione riconosce alla scuola pubblica, statale, italiana il compito di formare e istruire gli italiani. Le private? Una scelta possibile, non obbligata. Non era un paradiso la scuola pubblica, prima di Tremonti, ma i problemi erano altri, non certo questi. Torniamo alle sue motivazioni: la gestione dei singoli istituti, troppi soldi, troppi. E quindi tagli anche a quella. “Facessero una colletta i genitori, e che sarà mai qualche centinaio di euro”. Alla voce vedi sopra. “Qualche centinaio di euro è nulla”, ma non c’era la crisi? Nella mia regione, in Sicilia, quel centinaio di euro serve per andare avanti. E dunque i tagli: nella scuola dove insegno io, una normale scuola media della periferia palermitana, ma potremmo generalizzare a tutte le scuole medie d’Italia, siamo quasi alla paralisi. Avete compiuto il miracolo: unire di colpo nord e sud nella omologazione verso il peggio. Dico quasi, perché poi, incredibilmente, docenti e dirigenti sono diventati bravi a fare i salti mortali e le capriole all’indietro. E forse questo lei lo sapeva: qual è l’unica classe di lavoratori in Italia che, nonostante tutto, continua a lavorare? La nostra. Nel senso che lei aveva ragione e che quindi, nonostante i tagli , riusciamo ad andare avanti? No: nel senso che per noi quelli che non devono subire le ricadute gravissime della sua scelta scellerata, ripeto, scellerata, non devono essere i ragazzi: e dunque si alza la saracinesca comunque e si fa l’appello tutte le mattine. Però sa cosa c’è? C’è che abbiamo anche sopportato e stiamo sopportando molto, ma l’illegalità di stato dentro una scuola no. Io non la sopporto e la denuncio. Tagliare completamente i fondi di gestione delle scuole ha comportato l’impossibilità di chiamare supplenti per coprire le assenze, adesso che non ci sono più quelle due ore che servivano a coprirle. E dunque le classi si dividono in altre classi. Giornalmente. I ragazzini si prendono la loro sedia e vagano nei corridoi in cerca di spazio. Perdendo ore di lezione. E allora: posso sopportare di lavorare meno, posso sopportare di farlo in una scuola ammuffita, con l’acqua che filtra, senza vetri (lei mi dirà : si rivolga all’amministrazione comunale), posso sopportare di non avere carta igienica per i ragazzi, sapone nei bagni, riscaldamenti a singhiozzo. In una mia classe di prima media ho 23 bambini, 4 di loro con gravissimi disagi sociali e disturbi comportamentali (sono figli di carcerati) , due con problemi di apprendimento e uno disabile grave. Io insegno arte: nelle mie ore non ho insegnante di sostegno, perché sono state tagliate le ore del sostegno, come tanti sanno. E allora mi dica lei quel ‘è il diritto all’istruzione negata del mio alunno disabile? Qual è il diritto all’attenzione precipua negata ai 4 bimbi con problemi sociali? E ai due che non riescono a leggere senza distrarsi? E ‘ una scuola di periferia, se non li aiuto io chi li aiuta? E il resto dei compagni? Non hanno diritto alla “normalità”? E poi viene la ministra Gelmini a parlar male dei docenti del sud, di come i nostri alunni sono in fondo alle classifiche delle prove di merito: ma in queste condizioni cosa vi aspettate? E’ già un mircolo se abbiamo le sedie nella mia scuola. L’inverno lo abbiamo trascorso con mussa e infissi rotti. “Si rivolga al Comun” dirà lei. Il suo sindaco di centrodestra ha tagliato anche lui tutti i finanziamenti alle scuole: sia per il funzionamento ordinario, sia per le manutenzioni. Non ci resta che Santa Rosalia. E in effetti ..manco la chiesa ci appoggia, noi sciagurati delle periferie, intenta com’è a salvaguardare le scuole private. Lei lo chiama razionamento e si riempe la bocca di frasi assurde sul come l’Italia stia reggendo la crisi. Mi scusi: ma che cavolo sta dicendo? Lo deve dire lei, una statistica o io? Ho 253 alunni, 253 famiglie cioè: un bel campione di famiglie di periferia, come ce ne sono a migliaia nella corona delle città. Forse ne so parlare meglio di lei degli effetti della crisi, sig. Ministro: niente fumo negli occhi ahimè. Perché nemmeno il contributo di 15 euro annui riescono più a pagare. Lo stato vissuto nelle classi italiane è disastroso. Io la chiamo illegalità. Io non posso adeguarmi. Non per me stessa, che alla fine noi docenti ci abituiamo a tutto, ma per loro. Non posso più tollerare che quei ragazzi siano il bersaglio vero delle nostre scelte. E’ questa l’illegalità Egregio ministro. L’’illegalità e il non rispetto della legge no. A Palermo no. Non in quel quartiere: la scuola non può tollerarlo perché è l’unico baluardo dello Stato. Porti solo la sua firma questo scempio: io non voglio rendermene complice. E non mi dica che sto facendo politica e un insegnante non può farla. Io ne ho più diritto di lei, che sia chiaro: io formo i cittadini di domani. Non lei. Lei passerà, per fortuna, ma i docenti italiani ci saranno sempre a insegnare cosa voglia dire rispettare le regole, rispettare la legge, cosa significhino parole come “comunità”, come “solidarietà”, come “eguaglianza”, come “fraternità”. Questa è politica, caro Tremonti, ed è il senso del mio mestiere. Glielo insegno di più io, non di certo tu che gli togli maestri, risorse e ruolo sociale. Da qualche mese mi rifiuto di accogliere ragazzi provenienti da classi divise oltre il numero consentito. E lo farò anche a fronte di ordini di servizio scritti. Venga qualcuno a obbligarmi. Venga pure. Io mi rifiuto. IL mio Dirigente mi dirà: dove li metto allora? Io la rivolgo a Lei questa domanda: dove li mettiamo? La rivolgo ai suoi elettori, che sono anche genitori: dove volete che li mettiamo i vostri figli? Di quei 25 miliardi alle spese militari destini nuovamente alla scuola pubblica gli 8 miliardi tolti. Oppure assegni i proventi del lotto per un anno alla messa in sicurezza degli edifici scolastici: sono questi per me i monumenti culturali dell’Italia che amo. La smetta di giocare con la vita e con l’istruzione dei nostri figli. Anzi, le dico di più, se posso: se ne vergogni. Mila Spicola Professoressa."
Grazie Mila.
http://metilparaben.blogspot.com/2010/06/lettera-tremonti-di-uninsegnante-di.html
mercoledì 9 giugno 2010
Italia: "Ogni individuo tende a salire nella scala gerarchica fino al massimo livello di incompetenza"
Il principio di Peter spiega che: "Ogni individuo tende a salire nella scala gerarchica fino al massimo livello di incompetenza". In Italia questo principio è così solare, sotto gli occhi di tutti, che non ha bisogno di essere provato. Burocrati, ministri, direttori di giornali, amministratori delegati, segretari di partito sono testimoni viventi del massimo livello di incompetenza. Gli italiani hanno però capacità insospettabili come dimostra la loro storia millenaria che avrebbe stroncato qualunque altra stirpe. E sono andati oltre il principio di Peter con il principio del Paraculo.
www.beppegrillo.it
domenica 14 marzo 2010
Chiuderli tutti...per chiuderne uno...
L’indagine di Trani coinvolge il premier, Innocenzi (Agcom) e il direttore del Tg1. Santoro nel mirino: “Chiudere tutto”
Silvio Berlusconi voleva "chiudere" Annozero. Un membro dell'Agcom – dopo aver parlato con il premier - sollecitava esposti contro Michele Santoro. Il direttore del Tg1 Augusto Minzolini – al telefono con il capo del governo – annunciava d'aver preparato speciali da mandare in onda sui giudici politicizzati. E le loro telefonate sono finite in un fascicolo esplosivo. Berlusconi, Minzolini e il commissario dell'Agcom Giancarlo Innocenzi: sono stati intercettati per settimane dalla Guardia di Finanza di Bari, mentre discutevano della tv pubblica delle sue trasmissioni. E nel procedimento aperto dalla procura di Trani - per quanto risulta a Il Fatto Quotidiano – risulterebbero ora indagati. Lo scenario da “mani sulla Rai” vien fuori da un'inchiesta partita da lontano. L'indagine .- condotta dal pm Michele Ruggiero – in origine riguardava alcune carte di credito della American Express. È stata una “banale” inchiesta sui tassi d'usura, partita oltre un anno fa, ad alzare il velo sui reali rapporti tra Berlusconi, il direttore generale della Rai Mauro Masi (che non risulta tra gli indagati), il direttore del Tg1 e l'Agcom. Quelle carte di credito, in gergo, le chiamavano “revolving card”. Sono marchiate American Express e, secondo l'ipotesi accusatoria, praticano tassi usurai sui debiti in mora. In altre parole: il cliente, che non restituisce il debito nei tempi previsti, rischia di pagare cifre altissime d'interessi. E così Ruggiero indaga. Per mesi e mesi. Sin dagli inizi del 2009.
Fino a quando una traccia lo porta su un'altra pista. Il pm e la polizia giudiziaria scoprono che qualcuno – probabilmente millantando – è certo di poter circoscrivere la portata dello scandalo: qualcuno avrebbe le conoscenze giuste, all'interno dell'Agcom, che è Garante anche per i consumatori. Qualcuno vanta – sempre millantando – di avere le chiavi giuste persino al Tg1: è convinto di poter bloccare i servizi giornalistici sull'argomento, intervendo sul suo direttore, Augusto Minzolini. Le telefonate s'intrecciano. I sospetti crescono. L'inchiesta fa un salto. E la sorte è bizzarra: Minzolini, il servizio sulle carte di credito revolving, lo manderà in onda. Ma nel frattempo, la Guardia di Finanza scopre la rete di rapporti che gravano sull'Agcom e sulla Rai. Telefonata dopo telefonata si percepisce il peso di Berlusconi sulle loro condotte. Gli investigatori si accorgono che il presidente del Consiglio è ciclicamente in contatto con il direttore del Tg1. La procura ascolta in diretta le pressioni del premier sull'Agcom. Registra la fibrillazione per ogni puntata di Annozero. Sente in diretta le lamentele del premier: il cavaliere non ne può più. Vuole che Annozero e altri “pollai” - come pubblicamente li chiama lui - siano chiusi. E l'Agcom deve fare qualcosa. Berlusconi al telefono è esplicito: quando compulsa Innocenzi - che dovrebbe garantire lo Stato, in tema di comunicazione - parla di chiusura. E Innocenzi non soltanto lo asseconda. Ma cerca di trovare un modo: per sanzionare Santoro e la sua redazione servono degli esposti. E quindi: si cerca qualcuno che li firmi.
I ruoli si capovolgono: è l'Agcom che cerca qualcuno disposto a firmare l'esposto contro Santoro. Innocenzi è persino disposto, in un caso, a fornire, all'avvocato di un politico, la consulenza dei propri funzionari. La catena si rovescia: un membro dell'Agcom (che svolge un ruolo pubblico), intende offrire le competenze dei propri funzionari (pagati con soldi pubblici), a vantaggio di un politico, per poter poi sanzionare Santoro (giornalista del servizio pubblico). In qualche caso si cerca persino di compulsare, perchè presenti un esposto, un generale dei Carabinieri. L’immagine di Berlusconi che emerge dall’indagine è quella di un capo di governo allergico a ogni forma di critica e libertà d’opinione. Si lamenta persino della presenza del direttore di Repubblica, Ezio Mauro, a Parla con me: Serena Dandini, peraltro, è recidiva. Ha da poco invitato, come sottolinea il premier, anche il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari. Il premier si scompone: nello studio della Dandini, due giornalisti (del calibro di Mauro e Scalfari), l'hanno attaccato. Chiede se - e come - l'Agcom possa intervenire. Innocenzi ci ragiona. Sopporta telefonate quotidiane. Berlusconi incalza Innocenzi, ripetutamente, fino al punto di dirgli che l'intera Agcom, visto che non riesce a fermare Santoro, dovrebbe dimettersi.
Il premier intercettato dimostra di non distinguere tra il ruolo dell'Agcom e il suo ruolo di capo del Governo. Pare che l'Autorità garante debba agire a sua personale garanzia. Gli sfugge anche che, l'Agcom, può intervenire soltanto dopo, la trasmissione di Annozero. Non prima. E infatti – dopo aver raccolto lo sfogo telefonico di Innocenzi sulle lamentele di Berlusconi – un giorno, il dg della Rai Mauro Masi, è costretto ad ammettere: certe pressioni non si ascoltano neanche nello Zimbabwe.
Il parossismo, però, si raggiunge a fine anno. Quando Santoro manda in onda due puntate che faranno audience da record e toccano da vicino il premier. La prima: quella sul processo all'avvocato inglese Mills, all'epoca indagato per corruzione, reato oggi prescritto. La seconda: quella sulla trattativa tra Stato e Cosa Nostra, dove Santoro si soffermerà sulle deposizioni di Spatuzza, in merito ai rapporti tra la mafia e la nascita di Forza Italia. Non si devono fare, in tv, i processi che si svolgono nelle aule dei tribunali, tuona Berlusconi con il solito Innocenzi. Secondo il premier – si sfoga Innocenzi con Masi – si potrebbe dire a Santoro che non può parlare del processo Mills in tv. Non è così che funziona, ribadice Masi. Non funziona così neanche nello Zimbabwe. Comunque Masi non risparmia le diffide.
Per il presidente della Rai non mancano le occasioni di minacciare la sospensione di Santoro e della sua trasmissione. A ridosso della trasmissione su Spatuzza, al telefono di Innocenzi, si presenta anche Marcello Dell'Utri. Tutt'altra musica, invece, quando il premier parla con Minzolini, che Berlusconi chiama direttorissimo. Sulle vicende palermitane, Minzolini fa sapere di essere pronto a intervenire, se altri dovessero giocare brutti scherzi. E il giorno dopo, puntuale, arriva il suo editoriale sul Tg1: Spatuzza dice “balle”. Tutte queste telefonate, confluite ora in un autonomo fascicolo, rispetto a quello di partenza, dovranno essere valutate sotto il profilo giudizario. Se esistono dei reati, dovranno essere vagliati, e se costituiscono delle prove, avranno un peso nel procedimento. È tutto da vedersi e da verificare, ovviamente, ma è un fatto che queste telefonate sono “prove” di regime. Dimostrano la impercettibile differenza tra i ruoli del controllato e del controllore, del pubblico e del privato.
Le parole di Berlusconi che, mentre è capo del Governo e capo di Mediaset, parla da capo anche a chi non dovrebbe, Giancarlo Innocenzi, dimostrano che viene meno la separazione tra i due poteri. Altrettanto si può dire delle parole deferenti di Innocenzi che anziché declinare gli inviti esibisce telefonicamente la propria obbedienza e rassicura Berlusconi: presto sarà aperto lo scontro con Santoro. Dietro le affermazioni sembra delinearsi un piano. È soltanto un'impressione. Ma il premier sostiene che queste trasmissioni debbano essere chiuse, sì, su stimolo dell'Agcom, ma su azione della Rai. Tre mesi dopo questi dialoghi, assistiamo alla sospensione di Annozero, Ballarò, Porta a porta e Ultima parola proprio per mano della par condicio Rai, nell'intero ultimo mese di campagna elettorale. E quindi: la notizia di cronaca giudiziaria è che Berlusconi, Innocenzi e Minzolini, sono coinvolti in un'indagine.
La notizia più interessante, però, è un'altra: il “regime” è stato trascritto. In migliaia di pagine. Trasuda dai brogliacci delle intercettazioni telefoniche. Parla le parole del “presidente”. Il territorio di conquista è la Rai: il conflitto d'interesse del premier Silvio Berlusconi – grazie a questi atti d'indagine - è oggi un fatto “provato”. Non è più discutibile.
Da il Fatto Quotidiano del 12 marzo
sabato 6 marzo 2010
Quanto ci costano gli enti Provincia???
Per mantenerle 160 euro a carico di ciascun italiano
di CARMELO LOPAPA
ROMA - L'ultima occasione per nuove infornate milionarie l'ha fornita il decreto sulla Protezione civile appena approvato dal Parlamento. Alle Province colpite da calamità naturali e dichiarate in stato di calamità (ed è noto con quale frequenza accada in Italia) è assegnata in via straordinaria "una somma pari a euro 1,5 per ogni residente". Col decreto enti locali votato ieri con la fiducia alla Camera, arriva il taglio progettato dal ministro della Semplificazione Calderoli, ma il 20 per cento dei consiglieri in meno scatterà solo a cominciare da quelli che verranno eletti in futuro.
Dovevano essere soppresse, stando ai proclami del premier Berlusconi in campagna elettorale. Di quei proclami, due anni dopo, non si ha più traccia. E qualsiasi progetto di riforma fa ormai fatica a scalfire quei 110 centri di potere che sono le Province italiane. In compenso, com'è noto, di province ne sono nate di nuove anche negli ultimi anni: sette. Costano allo Stato 14 miliardi di euro l'anno. Danno lavoro a 61 mila persona.
Ma a chi fa gioco la loro sopravvivenza, dipendenti a parte? Quali interessi girano dietro questo giro vorticoso di finanziamenti e poltrone? Perché i politici di destra e sinistra sono tornati sui loro passi e ora difendono a spada tratta enti fino a poco tempo fa giudicati "inutili"?
GLI SPERPERI
Enti e poltrone da moltiplicare, nuove funzioni e fiumi di risorse in arrivo. La grande attesa adesso è tutta per i decreti attuativi del federalismo fiscale. Che delegherà agli enti intermedi tra Regioni e Comuni una buona fetta di competenze. Alle quali - mettono avanti le mani gli amministratori provinciali - dovranno corrispondere risorse adeguate. Gli enti gestiscono strade e immobili scolastici, promuovo i prodotti del territorio, certo. Garantiscono servizi che i cittadini nemmeno immaginano vengano forniti dalle Province. Queste sconosciute e comunque benemerite, per certi versi. Per altri, tuttavia, un po' meno. Su come vengano utilizzati i fondi a loro disposizione la pubblicistica è vastissima e si aggiorna ormai di settimana in settimana. Un mese fa, l'opposizione alla giunta provinciale di Venezia ha denunciato i 9.240 euro spesi per il lampadario in vetro di Murano del Palazzo (sede dell'ente) di Cà Corner, che ora fa bella mostra tra il quarto e il quinto piano vicino la sala di rappresentanza. Ma anche i 28mila euro spesi per le trasferte della sola giunta guidata dalla leghista Francesca Zaccariotto in novembre. Con la presidentessa, fresca di elezione nel giugno scorso, che sull'elegante pezzo d'arredamento si è giustificata: "Non ci trovo nulla di scandaloso. C'era bisogno di un lampadario, mica potevamo mettere un neon a Cà Corner" (Corriere veneto, 27 gennaio).
Proprio sotto la voce Province, si scopre che in tema di spese il virtuoso Nordest non ha nulla da invidiare alle bistrattate giunte meridionali, se è vero che a Trento ancora si chiacchiera del finanziamento da 300 mila euro erogato dalla Provincia autonoma a beneficio della fondazione universitaria dei Focolarini di Firenze, "Sophia". Oppure dei 439 mila euro stanziati dalla medesima giunta, guidata dal rutelliano Lorenzo Dellai, per la ristrutturazione della sala stampa dell'ente (48.592 solo per l'incarico all'architetto). Neanche fosse destinato alle conferenze stampa del prossimo G20. Il 22 febbraio, il capogruppo Pd alla Provincia di Napoli, Pino Capasso, attacca: "L'amministrazione Cesaro (centrodestra, ndr) ha promesso agli elettori sobrietà nelle spese, ma ha portato l'importo per contributi ad associazioni amiche fino 3 milioni e 144.414 euro. Tra le iniziative ritenute fondamentali, "Cogli l'attimo", euro 9.800, "C'è di più per te" o "Sognando di diventare campioni tirando la fune" euro 5.000. E Sant'Antimo, città di origine del presidente Cesaro, batte tutti con aiuti per euro 125.832".
LE MISSIONI D'ORO
Ma è storia di questi giorni anche la "generosa" spedizione di presidenti di province e assessori siciliani alla Bit di Milano. Roba che ha fatto gridare allo scandalo consiglieri regionali del Pdl. Alla prestigiosa Borsa del turismo si sono presentati, al seguito del governatore Raffaele Lombardo, e tre suoi assessori, tra gli altri i presidenti delle Province di Palermo (Giovanni Avanti), di Trapani (Girolamo Turano) e Ragusa (Francesco Antoci), tutti di centrodestra. "Di quante persone era composta la comitiva della Regione, a quale titolo erano presenti i partecipanti e poi, risponde al vero che la spesa sostenuta dalle casse regionali si è aggirata intorno al milione di euro" incalza un'interrogazione di queste ore del Pdl. Va detto che gli enti intermedi esistono in tutta Europa, anche il Pd si guarda bene dal proporne la soppressione delle Province.
Ma c'era davvero bisogno di nuovi enti? Di nuove amministrazioni locali, coi loro uffici, i loro consigli-mangiatoia dei partiti, con le nuove inevitabili poltrone? E che senso hanno le mini province, alcune delle quali nate di recente?
Se ne contano 19 con meno di 200 mila abitanti, sono il 17 per cento del totale. Isernia di abitanti ne conta addirittura 89 mila. Ma il record è della Sardegna. Non solo per averne 8 per un territorio da 1 milione 600 mila abitanti (andranno tutte a rinnovo a maggio). Ma anche perché in ultimo ne ha viste proliferare altre quattro. Tutte in versione short. Sono le province più piccole d'Italia: Medio Campidano (105.400 abitanti), Carbonia Iglesias (131.890 abitanti), Olbia Tempio (138.334 abitanti) e quella di Ogliastra (solo 58.389 abitanti). Le prime tre nate nel territorio della provincia di Cagliari, l'ultima in quello della provincia di Nuoro. Ognuna coi suoi consiglieri, i suoi assessori, i suoi presidenti. E i suoi dipendenti, almeno quelli, distaccati.
I TAGLI, DIMENTICATI
La verità è che sulle Province non c'è giro di vite che tenga. Il decreto taglia-poltrone del ministro Roberto Calderoli ha dovuto fare i conti col muro di gomma della lobby degli amministratori (di destra e sinistra, senza distinzioni). Difficile incidere sul costo pro capite dell'ente Provincia su ciascun cittadino, stimato di recente in 160 euro l'anno (con picchi nell'Italia centrale: 178 euro, al Nord è 164, al Sud 143 euro). In Basilicata, si legge nella relazione al ddl di soppressione delle Province presentato dal dipietrista Massimo Donadi, la spesa pro capite - non si sa perché - sarebbe di oltre 240 euro. "Il nostro candidato sa bene che lavorerà per un ente che presto aboliremo" annunciava il 3 aprile 2008 Silvio Berlusconi al fianco del candidato Pdl alla presidenza della Provincia di Roma. E rincarava: "Dal momento della fondazione delle Regioni, tutti si aspettavano l'abolizione delle Province. Abbiamo calcolato che se ne ricaverebbe un risparmio di dodici miliardi di euro". Considerazioni che erano state prese sul serio da tutta la stampa di destra. "Appello a Berlusconi: elimina le Province", titola il 29 novembre 2008 Libero nel giorno in cui lancia la campagna conclusa con l'inutile raccolta di migliaia di firme ("Silvio batti un colpo, ricorda le tue promesse"). Di quella campagna, di quelle promesse, a inizio 2010 non vi è più traccia, anche se la spesa è cresciuta a 14 miliardi e le province sono diventate 110. Da dicembre, l'Unione delle province italiane è guidata dal presidente di quella di Catania, l'ex eurodeputato Giuseppe Castiglione, pidiellino. Detentore di uno dei pacchetti di voti più consistenti che Silvio Berlusconi possa contare nel granaio elettorale siciliano. "Non intendiamo fare una battaglia corporativa. Siamo anche disponibili al taglio delle poltrone, io stesso ho ridotto da 15 a 9 gli assessorati in Provincia di Catania, quasi azzerato le consulenze rispetto al mio predecessore Lombardo" racconta nello studio della sede Upi di Palazzo Cardelli nell'omonima piazza del centro storico di Roma. Edificio di prestigio che fino all'81 fungeva da ufficio della potente corrente dorotea Bisaglia-Rumor e che dall'87 l'Upi affitta, con i suoi 500 metri quadri, per un canone di 7 mila euro al mese. "Siamo disponibili anche a discutere di accorpamenti di Province - riprende Castiglione - quel che chiediamo è che col federalismo fiscale ci vengano garantite risorse adeguate alle nuove competenze, che si apra la strada per una nostra autonomia finanziaria. Forniamo servizi ai cittadini, è giusto poterlo fare al meglio". Rivendicazioni che il presidente Upi ha già avanzato negli incontri del 10 febbraio con i presidenti di Camera e Senato, Fini e Schifani. "Il problema non è la soppressione delle Province, soluzione semplicistica e improponibile - spiega Walter Vitali, senatore Pd, ex sindaco di Bologna, una vita spesa sulle politiche degli enti locali del suo partito - Sono enti intermedi che esistono in tutta Europa. Quel che noi proporremo con un ddl, in una chiave di riforma costituzionale, sarà l'introduzione del modello spagnolo. Mantenerle come istituzioni, ma eliminando il ceto politico provinciale: con consigli composti solo dai rappresentanti dei comuni e non da politici da eleggere". Il presidente Upi Castiglione alza già barricate: "Siamo pronti a discutere anche della revisione dei confini delle Province. Ma non a trattare sul tema della legge elettorale".
Come sopravvivono oggi le Province? Da dove provengono i 14 miliardi necessari a mantenerne strutture e dipendenti? Come si provvede alle indennità di giunte e consiglieri?
Oggi, le entrate tributarie incassate direttamente dalle Province ammontano a poco meno di 4 miliardi di euro (3 miliardi 748 milioni, a fine 2009), derivanti per lo più da Rc auto (1,5 miliardi), imposta di trascrizione (881 milioni) e addizionale energetica (682 milioni di euro). Per coprire il fabbisogno però ne occorro-no altri otto, di miliardi, stando al più recente report sullo stato della burocrazia e delle finanze delle Province, predisposto dall'Upi. Servono per le funzioni topiche di questi enti, ovvero la viabilità (3 miliardi), la tutela ambientale (900 milioni), l'edilizia scolastica (1,6 miliardi), lo sviluppo economico (1,2 miliardi). Ma anche tanto altro.
I CORSI DI FORMAZIONE
Ad esempio, pochi sanno che le Province ancora organizzano e gestiscono i corsi di formazione professionale per una spesa di 800 milioni di euro, sovrintendono ai Centri per l'impiego, per 500 milioni, gestiscono il trasporto pubblico extra urbano per 1,3 miliardi, si occupano di promozione turistica e sportiva dei loro territori per 550 milioni. E poi c'è il capitolo personale. I 61.000 dipendenti (il 23% laureato) assorbono 2 miliardi 450 milioni di euro del budget, pari al 25 per cento. E poi ci sarebbe l'altro capitolo, quello più dibattuto, i compensi dei 4.207 amministratori: ovvero i 107 presidenti, i 107 vice, gli 863 assessori, i 107 presidenti dei Consigli, i 3.023 consiglieri. Sono i "politici" provinciali, ai quali sono desinati 119 milioni di euro l'anno. Di questi, poco più della metà (53 milioni) assorbita dalle indennità di presidenti, vice, assessori e presidenti dei consigli. Il resto (65 milioni) a beneficio dei consiglieri e dei loro gettoni. Oggi, il presidente di una piccola provincia (sotto i 250 mila abitanti) gode di un'indennità di 4.130 euro lordi mensili, quello di una grande provincia (oltre il milione di abitanti) un'indennità da quasi 7 mila euro.
Oltre alle quattro miniprovince sarde, le ultime nate, com'è noto, sono quelle di Fermo (nelle Marche), di Barletta-Andria-Trani (in Puglia) e di Monza e Brianza. Solo per mettere in piedi quest'ultima sono stati necessari 47 milioni di euro. "Sprechi? Guardino altrove, le Province sono fondamentali" sbotta nel giugno scorso il sindaco leghista di Monza, Marco Mariani, entusiasta per la nascita del nuovo ente brianzolo. Le richieste ancora in piedi per istituire nuove province sono 21. Come dire: ventuno nuovi consigli provinciali (con relativi gettoni di presenza), ventuno nuovi presidenti di provincia, giunte provinciali, altrettanti nuovi prefetti e i loro dipendenti. Si spazia dalla provincia di Sibartide-Pollino a quella del Canadese e delle Valli di Lanzo. Da Lanciano-Vasto-Ortona a Frentania (una provincia con quattro capoluoghi). Qualche tempo addietro l'attuale ministro Gianfranco Rotondi ne ha presentate otto: Sulmona, Bassano del Grappa, Marsi, Sibartide-Pollino, Melfi, Aversa, Venezia Orientale e Avezzano.
http://www.repubblica.it/politica/2010/03/05/news/inchiesta_province-2512492/


