Assolto il consigliere comunale Lorenzo Maglienti, prescritto l’attuale assessore Michele Ferrara entrambi dell’Mpa. Ci sono state condanne solo per la turbativa d’asta riguardante i lavori di manutenzione alla scuola S.Agostino di Sciacca
Il processo “Uragano” per turbativa d’asta, truffa e inadempimenti contrattuali si è concluso lo scorso mercoledì pomeriggio con 5 condanne: per Marco Maglienti, imprenditore, un anno di reclusione e € 1.000 di multa; per Filippo Modicamore, Santo Modicamore e Marco Vinti, tutti e tre imprenditori, sei mesi di reclusione e € 600 di multa; per Vito Perrone, imprenditore, nove mesi di reclusione e € 900 di multa. La condanna è relativa alla turbativa d’asta in relazione ai lavori di manutenzione della scuola Sant’Agostino. I cinque sono stati interdetti per un anno a contrarre appalti con la pubblica amministrazione. La pena però è stata sospesa.
Per quanto riguarda l’accusa di voto di scambio per l’attuale assessore allo spettacolo del comune di Sciacca Michele Ferrara e gli imprenditori Marco e Lorenzo Maglienti (rispettivamente padre e figlio) il giudice monocratico Cinzia Alcamo ha disposto il non doversi procedere in quanto l’azione penale stata prescritta, ossia erano scaduti i termini entro cui esercitare l’azione penale.
Sono stati assolti invece dalle accuse di turbativa d’asta, truffa e inadempienze contrattuali che riguardano altri lavori pubblici l’imprenditore Marco Maglienti (si trattava dei lavori inerenti all’illuminazione pubblica di via Lido), Benedetto Benigno, Sebastiano Porretta, ex ingegnere capo del Comune di Sciacca (per lui si trattava dei lavori di messa in sicurezza nel lungomare Stazzone), Rosario Fara, imprenditore, Salvatore Vaiana, funzionario Iacp, Agostino Bono, geometra Iacp, Salvatore Porretta, ingegnere, Maurizio Matalone, Gaspare Tortorici, dipendente comunale Comune di Ribera, Antonino Manetta, geometra Ufficio tecnico del Comune di Ribera, Filippo e Santo Modicamore. Per gli imputati assoluzione perché il fatto non sussiste.
Non solo. Vi sono state ulteriori assoluzioni.
Infatti per quanto riguarda l’accusa di turbativa d’asta per i lavori di somma urgenza per le fognature sono stati assolti con formula piena il consigliere comunale Lorenzo Maglienti, Maurizio Matalone e Salvatore Guirreri. Si è stabilito il non doversi procedere per prescrizione per gli imprenditori Domenico e Calogero Indelicato, per Filippo e Santo Modicamore, per l’imprenditrice Maria Antonietta Guattaiano e per Maurizio Matalone. Le accuse riguardavano reati per turbativa d’asta e truffa per altri lavori pubblici.
Come si ricorderà l’operazione “Uragano” cominciò nell’ormai lontano 25 settembre del 2006. Secondo la ricostruzione della pubblica accusa, gli imputati avevano messo su un sistema per vincere facilmente gli appalti pubblici. Le fasi del “sistema” sarebbero state due: nella prima “la turbativa d’asta sarebbe stata consumata attraverso una cordata di imprese” che metteva in moto ribassi assai vicini tra di loro. Successivamente sarebbe scattata la seconda fase, quella della gestione illecita.
Date le assoluzioni e l’esiguità delle (poche) condanne, potremmo affermare che, nonostante la gravità delle accuse per le quali era partita l’operazione, “l’Uragano” si è progressivamente trasformato in una pioggerella estiva oppure che “la montagna ha partorito il topolino”.
Dal punto di vista politico il consiglio comunale e, in generale, l’amministrazione ne escono bene grazie all’assoluzione del consigliere Maglienti ed alla prescrizione per l’assessore Ferrara. Eventuali condanne avrebbero di certo creato un po’ di imbarazzo tra gli operatori politici interni alla maggioranza che sostiene la Giunta Bono.
Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"
lunedì 2 maggio 2011
Processo "Uragano": ecco la sentenza
domenica 19 dicembre 2010
La copertina di Crozza (Ballarò 14/12/2010): "I guerrieri Scilipoti"
Puntata di Ballarò del 14/12/2010 - Crozza parla della compravendita dei voti per la fiducia al governo. Troppo forte eheheh
lunedì 13 dicembre 2010
Crozza: Le figurine di Wikileaks. Intellingence o Stupidance?
Ballarò 2010 - Copertina di Maurizio Crozza - Le figurine di Wikileaks - Puntata del 30-11-2010.
Troppo forte Crozza. Buona visione. "Ma in che mani siamo?"
mercoledì 1 dicembre 2010
Presentato a Sciacca "Sotto Processo" di Benny Calasanzio che afferma: "Informare per cambiare"
Passa dall’informazione il futuro della società e della classe dirigente italiana ne è convinto Benny Calasanzio a Sciacca per presentare il suo ultimo libro: “Sotto Processo”. Presenti all’evento anche il magistrato Vella e l’imprenditore antiracket Ignazio Cutrò.
E’ stato presentato sabato scorso a Sciacca l’ultimo libro di Benny Calasanzio intitolato “Sotto Processo”, Editori Riuniti.
L’evento, che è stato organizzato dall’associazione di promozione sociale L’AltraSciacca col patrocinio del Comune, si è tenuto presso l’ex chiesa Santa Margherita ed è stato moderato dal giornalista Giuseppe Pantano.
Presenti alla presentazione del libro anche il sostituto procuratore Salvatore Vella in qualità di relatore e l’imprenditore di Bivona Ignazio Cutrò, seduto in platea, tra il pubblico, insieme alla moglie, alla figlia e ai due uomini di scorta.
Tanta gente ha seguito la manifestazione in modo interessato tanto che, alla fine, ne è seguito un breve dibattito, con delle domande poste all’autore, proprio dal pubblico.
Occorre sottolineare invece la quasi totale mancanza delle personalità politiche locali. A parte il consigliere comunale del Pd Maurizio Grisafi, mancavano tutti: consiglieri, assessori, sindaco, insomma dell’amministrazione non c’era nessuno. Nemmeno per un saluto, nemmeno in segno di cordialità nei confronti del magistrato Vella che, quasi da solo, tira avanti all’interno del tribunale di Sciacca o di Calasanzio che ha avuto un nonno e uno zio uccisi dalla mafia a Lucca Sicula, nemmeno per un gesto di solidarietà a Ignazio Cutrò che ormai sta lottando da solo la sua battaglia contro la mafia e contro quei pezzi dello Stato che non lo stanno aiutando a dovere decretando la fine della propria impresa edile. L’assessore Alberto Sabella, durante la conferenza stampa che ha decretato la nascita a Sciacca del gruppo finiano di “Fli”, aveva detto che la giunta si “era spostata troppo a sinistra.” Premesso che valori come l’antimafia, la giustizia, il rispetto della legge e della legalità non hanno colore politico, né simboli di partito, un’amministrazione comunale che si dice essere di “centro-sinistra” sarebbe dovuta essere presente in messa a questo evento. Invece niente, silenzio. Tornando al libro di Calasanzio, questa la descrizione che aveva redatto “Il Fatto Quotidiano”, il giornale di Padellaro e Travaglio e per il quale collabora anche Calasanzio.
“Come un cancro diffuso, illegalità e violazione delle leggi non sono prerogativa esclusiva dei politici nostrani. Un nutrito gruppo di colletti bianchi, manager d’azienda, amministratori delegati, costruttori, giornalisti, funzionari dello Stato e della Chiesa, dello spettacolo e dello sport li emula nei medesimi comportamenti. Benny Calasanzio, giovane giornalista free lance, raccoglie e documenta le più eclatanti vicende attuali, ponendo particolare attenzione ai procedimenti che riguardano le pericolose connivenze con Cosa Nostra. Uno spaccato desolante dell’Italia e della sua classe dirigente, denunciato con un’ormai rara passione civile in questi nostri tempi d’individualismo e rincorsa al potere a ogni costo.” (da “Il Fatto Quotidiano” del 24 Ottobre 2010).
L’orgoglio di una classe dirigente: tutti indagati e contenti.
Una foto di gruppo degli uomini e delle donne al timone di questa nazione, che nonostante siano indagati e sotto processo non mollano la presa e rimangono saldamente in sella, il più delle volte fortificati dalla solidarietà dei colleghi. Perché in questo caso la casta di appartenenza si chiude come una sorta di falange impenetrabile, che si autoassolve e si autoconserva.
Il libro di Benny Calasanzio è un piccolo horror con protagonisti politici e industriali. Un elenco di “diversamente onesti”, quelli per i quali tacere diventa colludere. Una storia con un finale già scritto: e vissero tutti indagati e contenti. Si potrebbe dire: “sotto processo e me ne vanto”. Politici, imprenditori, eminenze grigie: il “meglio” dell’Italia ha la fedina sporca.” Queste invece alcune delle parole scritte in merito da Marco Travaglio.
Una materia scottante insomma, uno spaccato della classe dirigente italiana desolante. “E’ un libro che ha la scadenza come lo yogurt” ha detto Calasanzio durante la presentazione. “Le indagini continuano, aumentano coloro sui quali aggravano denunce o condanne. Avrei potuto continuare a scriverlo. Evidentemente ci saranno altre nuove edizioni di Sotto Processo.”
Benny Calasanzio ha ampliato lo spettro d’indagine a tutta la classe dirigente italiana, raccontando le disavventure di magistrati, medici, imprenditori, senza ovviamente dimenticare i politici. Storie conosciute, altre meno. Un viaggio per capire, secondo l’ottica dell’autore naturalmente, “chi semu manu a nuddru” come si dice a Sciacca. Un quadro desolante anche della società civile che spesso non si arrabbia contro i disonesti, che non reagisce, che diventa indifferente. “Spesso votano o simpatizzano per chi li ha rovinati e così gli arresti, gli avvisi di garanzia, i rinvii a giudizio e le condanne fanno curriculum per la carriera politica, manageriale, imprenditoriale, dirigenziale.”
In Italia nessuno ormai più si dimetta una volta subite denunce o condanne. Il confronto con qualunque altra democrazia è imbarazzante e devastante. Barack Obama, appena insediato alla presidenza degli Stati Uniti, rinunciò a tre ministri appena designati nel suo primo governo: Tom Daschle, colpevole di un’evasione fiscale per 120 mila dollari (tasse non pagate per una vettura con autista messa a sua disposizione da una compagnia privata); Nancy Killefer (rea di non aver pagato per un anno e mezzo i contributi alla colf, peraltro poi versati successivamente); e Bill Richardson (oggetto di un’inchiesta per presunta corruzione).
“Viene quasi da sorridere. La gravità dei reati che hanno portato alla rinuncia da parte di Obama di questi tre ministri risultano quasi ridicoli al cospetto dei reati che hanno coloro che continuano a guidare questo nostro paese” dice Calasanzio.
Alla fine un barlume di speranza per il futuro. Cambiare si può ma soltanto attraverso una coraggiosa, puntuale e libera informazione. “Quando la gente riesce ad essere informata, capisce e quando capisce pensa a cambiare le cose. Servono a questo i libri di denuncia, serve a questo il mio libro, serve a questo il programma di Saviano, servono a questo le battaglie degli altri autori. Ed è proprio per questo, per evitare che qualcosa cambi, che fanno di tutto per ridurci al silenzio.”
Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"
giovedì 21 ottobre 2010
mercoledì 6 ottobre 2010
Chiamate le guardie... (o almeno l'ambulanza)
In certi bar di periferia c’è sempre un vecchietto che entra a una cert’ora e comincia a molestare i clienti millantando imprese amatorie immaginarie, infastidendo la cassiera con approcci sconci, raccontando barzellette che non fanno ridere intervallate ogni tanto da un bestemmione. A quel punto il titolare lo prende con le buone: “Senti, fenomeno, o te ne vai oppure chiamo le guardie”. Le quali, sottopostolo alla prova del palloncino e constatato che è ancora sobrio, lo avviano nel più vicino centro di igiene mentale per il Tso, il trattamento sanitario obbligatorio. Ecco, all’Italia manca un titolare che prenda l’iniziativa e faccia visitare il presidente del Consiglio da uno bravo: più che una commissione parlamentare, infatti, ci vorrebbe un consulto di psichiatri per esaminare le sue ultime parole ed escandescenze.
L’altro giorno è uscito da Palazzo Grazioli e ha incontrato un gruppetto di fans. All’improvviso, ne ha apostrofato uno: “Tu sei un giudice? No, sui giudici voglio dirvi una cosa perché abbiate la consapevolezza di quello che succede…”. Figurarsi la sorpresa del malcapitato. Ormai il pover’ometto vede giudici dappertutto, appena esce di casa. E, avendo mangiato pesante e dormito anche peggio, consegna al primo che passa di lì i suoi incubi più recenti: “Visto che il processo Mills sta arrivando alla prescrizione, il pm De Pasquale s’è inventato la seguente storia: il reato di corruzione c’è quando il corruttore dà i soldi al corrotto”. Capìta la bizzarria di questo pm? S’è fatto l’idea che la corruzione scatti quando il corruttore paga la mazzetta al corrotto. Pare addirittura che sia convinto, nella sua mente malata, che la rapina scatti quando uno entra in banca a mano armata e si fa aprire il caveau dal cassiere; e che lo scippo si configuri quando il ladro strappa la borsetta alla signora. Di questo passo, chissà dove andremo a finire. Ma “la cosa tragica” è che nel processo Mills “tre diversi collegi – primo, secondo grado, cioè l’appello e terzo, la Cassazione – hanno asseverato la tesi” del pm, “dimostrando che c’è un accordo fra i giudici di sinistra per sovvertire il risultato delle elezioni ed eliminare colui che è stato eletto dagli elettori”. Il poveretto ce l’ha con le sentenze a carico di Mills, ritenuto colpevole di corruzione giudiziaria in tutti e tre i gradi di giudizio, anche se in Cassazione la condanna a 4 anni e mezzo di primo e secondo grado è caduta in prescrizione.
Dunque la prova del complotto sta nel fatto che una sentenza viene confermata in tutti e tre i gradi di giudizio. Se ne desume che: se uno viene condannato in tribunale e poi assolto in appello, o condannato in appello e assolto in Cassazione, c’era un complotto dei pm ai suoi danni; se viceversa i giudici lo ritengono tutti colpevole, c’è un complotto ai suoi danni lo stesso. Ora, nelle carceri italiane ci sono oltre 45 mila detenuti (su 69 mila) che scontano una pena definitiva. E tutti hanno avuto la condanna confermata in tribunale, appello e Cassazione: dunque – secondo il teorema B. – sono tutte vittime innocenti di “un accordo fra i giudici di sinistra per sovvertire il risultato delle elezioni”. Ergo vanno liberati tutti con tante scuse. L’illustre infermo dà il meglio di sé a proposito del “famigerato” pm Fabio De Pasquale che, guarda caso, è il pm dei suoi tre processi congelati dal legittimo impedimento (Mediaset, Mediatrade e Mills). Sarebbe lui il colpevole del suicidio di Gabriele Cagliari, il presidente craxiano dell’Eni che prendeva mazzette a tutto spiano. Naturalmente, come hanno già appurato gl’ispettori ministeriali, il ministro Conso, il Pg della Cassazione, i pm e i giudici di Brescia, non è vero niente: Cagliari si tolse la vita per la vergogna di quel che aveva fatto. Ma il vecchietto, giù di memoria, insiste. Si è persino convinto che alla Consulta si annidino ben “11 giudici di sinistra” su 15 (in realtà quelli nominati dal centrosinistra sono due, gli altri sono di destra o apartitici e su ben 6 garantiva la P3). Chi può, per pietà, chiami le guardie. O almeno l’ambulanza.
Editoriale di Marco Travaglio
giovedì 8 luglio 2010
Sprechi a Palazzo Chigi. Sacrifici, lacrime e sangue... altrui
C’è crisi alla presidenza del Consiglio dei ministri. Così, per quest’anno, il bilancio di previsione è stato sforato solo di oltre un miliardo e mezzo di euro. Per la precisione di un miliardo, 592 milioni, 238 mila e 740 euro. Miracoli dell’autonomia di gestione, che, fissato un budget per l’anno in corso, delega poi il Segretariato generale a ripartire le diverse poste tra le cosiddette “missioni” dei dipartimenti e dei ministri “senza portafoglio”.
Per il solo “funzionamento” la stima inizialmente fornita dal Segretario generale di Palazzo Chigi ammontava a poco più di 360 milioni di euro (363.626.572) . Nel conto finale sono poi diventati oltre 615 milioni di euro (616.996.255), con un aggravio di spesa di 253 milioni e spicci. Oltre al caso eclatante della neo-ministro Michela Vittoria Brambilla, che è riuscita a spendere per il turismo circa 24 volte il suo budget, passando da 600 mila a 15 milioni di euro, in termini percentuali sono stati i colleghi Carfagna e Brunetta a sfondare i tetti concordati. La prima ha speso quasi cinque volte il milione e mezzo di euro di cui disponeva (sulla cifra ha pesato l’istituzione dell’osservatorio per la pedofilia). Il secondo quasi otto volte i 737.352 euro destinati a “Innovazione e tecnologie”. In cifra assoluta il funzionamento ha però visto l’aggravio di spesa maggiore per il funzionamento proprio per le spese del segretariato generale della Presidenza: rispetto alla previsione iniziale ha sforato di 142 milioni di euro. Tra questi figurano 15 milioni e mezzo di euro spesi per il raduno degli Alpini a Latina (5 milioni) e i XVI Giochi del Mediterraneo, inseriti, con un certo sforzo di fantasia, nel quadro normativo delle “misure urgenti a sostegno dei settori industriali in crisi”.
L’altro salto tra quanto si prevedeva di spendere e quanto poi si è speso, è alla oramai nota voce “Protezione civile”. La struttura che fa capo a Guido Bertolaso ha speso 141.884.213 euro, contro i 63.006.000 previsti. Si badi bene, però, che non parliamo della spesa complessiva, che, spinta anche dal terremoto, ha raggiunto per il 2009 una cifra ben oltre il miliardo di euro, ma della spesa per il solo “funzionamento”.
Tra i decreti di “variazione” del bilancio relativi alla Protezione Civile si annotano i 100 milioni di euro stanziati per gli “Interventi urgenti di protezione civile diretti a fronteggiare la grave situazione di pericolo in atto nell’area archeologica di Roma e provincia”, le diverse tranche per l’emergenza del sisma abruzzese per una cifra complessiva che supera il miliardo di euro e poi fondi a emergenze passate e presenti, dai 50 milioni di euro per gli “eventi atmosferici avversi dell’ultimo triennio” ai 20 milioni per l’alluvione della provincia di Messina.
Ritornando ai ministri poco virtuosi, ecco spuntare il milione e ottocentomila investito (oltre i 4.117.000 previsti) per le Politiche Antidroga che nel governo sono in capo al sottosegretario Carlo Giovanardi. Sottosegretario che invece non ha “sgarrato” sulle “politiche per la famiglia”: 442.800 euro erano previsti, e tanti ne sono stati spesi. Non tutti, infatti, a Palazzo Chigi, hanno buttato la calcolatrice. La notizia potrà sorprendere, ma diversi sono anche i ministri “virtuosi”. Elio Vito, ad esempio, che ha la delega ai Rapporti con il Parlamento 924.700 euro doveva spendere e 924.700 euro ha speso. Così come anche Raffaele Fitto, agli Affari Regionali, non ha sforato il budget di 2.733.960. Addirittura sulla “semplificazione normativa” il ministro Roberto Calderoli è riuscito a risparmiare un milione di euro. Sui 3 milioni e mezzo previsti, ne ha spesi 2.477.000. Anche sullo Sport si sono tagliati 100mila euro. Ma alla fine il conto finale è quello che è: un miliardo e mezzo oltre la previsione. (Il Fatto Quotidiano)
mercoledì 7 luglio 2010
Nel segno di Falcone, Borsellino... e Saviano
“Temo che la magistratura torni alla vecchia routine: i mafiosi che fanno il loro
mestiere da un lato, i magistrati che fanno più o meno bene il loro
dall’altro, e alla resa dei conti, palpabile, l’inefficienza dello
Stato”. (Giovanni Falcone)
"Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il
sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perche' e' in cio' che
sta l'essenza della dignita' umana. ( Paolo Borsellino)
Saviano a El Pais: “L’Italia è un paese cattivo, sto pensando di andarmene”
di Redazione Giornalettismo
Lo scrittore in un’intervista rivela che potrebbe trasferirsi all’estero: “Per la gente il nemico non è il sistema, ma chi lo combatte”. “Italia es un paìs malvado para vivir”: Roberto Saviano, in un’intervista a Lola Galan del Pais, si sfoga dopo le polemiche degli ultimi mesi sul suo ruolo di scrittore antimafia e sulle polemiche con Berlusconi, senza mai nominarlo. Ma soprattutto, rivela di aver voglia di andarsene via: “Qui se hai un lavoro, o se riesci nella vita, la gente pensa che tu sia un raccomandato. E si vivono troppi anni senza avere i diritti garantiti”.
VIVERE SOTTO SCORTA - L’articolo comincia ricordando i cinque milioni di copie vendute del suo romanzo Gomorra, e la sua vita sotto scorta: “E’ il prezzo del successo. Sono usciti molti libri in Italia sulla Mafia, alcuni di alta qualità, ma la differenza è che la mia storia ha avuto un successo enorme. In caso contrario, nulla sarebbe accaduto. A volte penso che sto pagando un prezzo alto, ma perché continuo a scrivere. Non voglio diventare un “mafiologo” o un simbolo che viaggia il mondo per testimoniare. Non ho nemmeno paura di morire: ho parlato della mia morte così tante volte che ormai mi sembra una cosa che non mi riguarda. Ho paura di continuare a dover vivere così”. Cioè, sotto scorta e minacciato, in continuo pericolo di vita.
ANDARSENE DALL’ITALIA? – Tanto che Saviano dice anche di star cominciando a pensare di cambiare paese. “Sto pensando di andarmene. Spagnoli e francesi vedono l’Italia come un paese pieno di belle donne e bei paesaggi, ma non è così: in Italia si vive male, è un paese ‘feroce’”. Perché? “Perché qui in Italia se sei perseguitato da un sistema, prima o poi la gente comincia a pensare che tu stia facendo la vittima. Per la gente il nemico non è il sistema, ma l’individuo che è riuscito a fare qualcosa nella vita. Se lavori, si chiedono chi ti ha raccomandato. Se lavori in televisione, pensano che qualcuno ti ci ha ‘infilato’. E nell’80% dei casi è così, ma la gente si sente legittimata a pensare che questo accada sempre. E’ la nostra frustazione”.
IL PROBLEMA DEL PAESE – Saviano ritiene poi che abbia più impatto sulla vita dei singoli i vizi endemici dei paesi. Nel caso dell’Italia sarebbe la mancanza endemica del rinnovamento. “Se si guarda una politica francese, inglese o spagnola, ogni 10 anni ci sono facce nuove. In Italia, no. Ci sono paesi come la Romania, la Macedonia, Serbia e Grecia, che hanno la medesima politica dal10 anni. Ma nessun altro paese ha gli stessi politici stessi per 20 anni, come capita da noi”.
mercoledì 30 giugno 2010
Terremoto: i cittadini aquilani lanciano pomodori a Minzolini
di Tommaso Caldarelli
Pioggia di verdura di varia natura in direzione della rai di viale Mazzini. “Non ci sentiamo più rappresentati da questa televisione pubblica”
Melanzane, pomodori, “verdura varia” lanciati contro il cavallo rampante: è la manifestazione di protesta messa in piedi da alcuni cittadini de l’Aquila, assembratisi davanti agli uffici della Rai per protestare contro il silenzio stampa dei TG pubblici riguardo alla ancora critica situazione della ricostruzione abruzzese, e in particolare sul blackout trasmissioni sulla manifestazione cittadina del 16 giugno scorso. La folla degli abruzzesi, scrive l’Ansa “ha animato il sit-in indirizzando principalmente urla di insulti al direttore del Tg1 Augusto Minzolini.”
MENZOGNINI – “Non ci sentiamo più rappresentati da questa cosiddetta televisione pubblica in cui noi dovremmo essere tutti editori” – ha spiegato Annalucia Bonanni, professoressa abruzzese, una delle animatrici del curioso flashmob. “ La televisione di stato, che per un anno ha fatto propaganda di ogni iniziativa del governo, adesso che le contraddizioni dell’intervento governativo vengono a galla, censura qualsiasi tipo di manifestazione di critica”. Gli aquilani presenti sul posto, al grido di “Menzognini dimettiti”, promettono che la lotta non finirà oggi: la loro è una semplice delegazione, spiegano, ma gli intervenuti alla prossima mobilitazione generale del 6 luglio “saranno molti di più”.
TG2 ALLA NUTELLA – Critiche anche al Tg2, reo, secondo i manifestanti, di aver mandato in onda, il giorno della manifestazione, un servizio sulle proprietà nutrizionali della cioccolata: per questo, è stata allestita una distribuzione gratuita di pane e Nutella. Immediata la replica del telegiornale diretto da Mario Orfeo, che precisa, in una seconda nota sempre diramata dall’Ansa, di aver dato rilevanza alla manifestazione aquilana con un servizio andato in onda nel Tg2 delle 13 e 30 del 17 giugno, riproponendolo poi addirittura nell’edizione di prima serata due giorni dopo, il 19.
MA VAI VIA! – Durante la manifestazione, si sarebbe affacciato a discorrere con gli abruzzesi Rodolfo De Laurentiis, consigliere d’amministrazione dell’azienda in quota UDC, abruzzese tanto quanto i lanciatori di pomodori, per proporre un incontro tra i vertici aziendali e gli abruzzesi manifestanti: è stato cacciato. “Vengono a chiedere a noi di entrare alla Rai e raccontare quello che succede ma sono loro che devono fare informazione, facessero il loro lavoro”, ha urlato la Bonanni al megafono. “Se hanno qualcosa da dire, che lo dicano al Tg1″. Nel mirino anche Bruno Vespa, aquilano d’origine: “togliamogli la cittadinanza”, hanno urlato i manifestanti.
http://www.giornalettismo.com/archives/69456/terremoto-cittadini-aquilani/
mercoledì 23 giugno 2010
Analisi editoriale: reato vs peccato....
Reati e peccati. L'editoriale di Marco Travaglio - Annozero puntata del 20/05/10 .
by Marco Travaglio. buon ascolto...
giovedì 17 giugno 2010
Apriamo la bocca ai bloggers. Rete Libera
Intervista a Claudio Messora (Byoblu) sulla mancanza di informazione libera, il digital divide in Italia e lo scandalo del terremoto in Abruzzo
martedì 15 giugno 2010
I giornalisti "Impiegati" e i giornalisti "Giornalisti" firmato Marco Risi
Tratto da "Fortapàsc" di Marco Risi. Sasà spiega a Giancarlo Siani la differenza tra chi scrive soltanto per danaro e chi invece scrive per raccontare la verità.
lunedì 14 giugno 2010
In piazza contro i tagli alla cultura e i bavagli alla libertà di stampa
di Luca del Fra
Doveva essere la manifestazione dei lavoratori delle fondazioni lirico-sinfoniche contro il decreto Bondi ma l’iniziativa si è gonfiata fino a esondare trascinando con sé il mondo della cultura e dell’informazione. Oggi alle 15 a Piazza Navona, oltre ai lavoratori dei teatri d’opera ci saranno anche quelli di cinema, teatro di prosa, musica e danza in generale, insieme agli autori, gli istituti culturali, la Federazione nazionale stampa italiana, Articolo 21 e Usigrai. Lo slogan quindi si è ampliato «contro i tagli e contro i bavagli», e sempre oggi il Pd lancia una giornata di sensibilizzazione sui temi della cultura e dell’informazione in una decina di città italiane. Anche se le due iniziative sono diverse, che ci fanno teatranti, cinematografari, giornalisti, archeologi, musici, scrittori tutti assieme?
«Bisogna dire che purtroppo il governo ci ha dato una mano scoprendo le carte –spiega Silvano Conti della Slc-Cgil–: il disegno è scardinare tutta la cultura pubblica in Italia. Si colpiscono i teatri lirici, si chiudono o definanziano gli istituti di cultura, quelli di ricerca, i musei e nello stesso momento si tenta di oscurare i mezzi di informazione e si taglia scuola, università, ricerca». La Slc-Cgil, con gli altri sindacati di categoria, era stata tra le promotrici di questa manifestazione contro il decreto Bondi, che sta seguendo l’iter di conversione in legge e che vuole trasformare i grandi teatri lirici, come la Scala, il Maggio Fiorentino, il San Carlo di Napoli in teatri di provincia. Il decreto che dava la colpa dei deficit dei nostri teatri lirici ai lavoratori, paradossalmente ha evidenziato come a mettere in ginocchio non solo la lirica ma tutto il settore cultura siano proprio i tagli ai finanziamenti dello stato alle attività culturali, tra i più magri d’Europa: per il 2011 per tutto lo spettacolo, compresi circhi, spettacoli viaggianti, teatro, musica danza e cinema sono previsti 311 milioni, la Francia solo per l’Opéra de Paris stanzia oltre 100 milioni di euro. Tuttavia la primavera è stata teatro di una offensiva governativa a tutto campo: pochi giorni dopo il decreto sulle fondazioni è arrivata la legge sulle intercettazioni telefoniche, che colpisce sia la libertà di stampa che quella di indagine. Infine con la manovra firmata dal ministro Giulio Tremonti la scure è calata sugli istituti di cultura, da quelli intitolati a Gramsci e De Gasperi fino a quello intitolato a Craxi, per non parlare della Stazione biologica di Napoli, l’Eti o la Quadriennale di Arte Contemporanea di Roma il cui presidente Gino Agnese, intellettuale di destra, ha chiesto le dimissioni del ministro Bondi.
I tagli alle attività culturali sono mascherati dietro l’emergenza della crisi, ma in realtà fin dalla prima vittoria elettorale del 1994, i governi di Berlusconi hanno sempre e incondizionatamente fatto tagli al settore di cultura, scuola, università e ricerca. E lo hanno fatto al di là della congiuntura economica. «C’è un filo nero che collega questi tagli e decreti contro la cultura alla legge sulle intercettazioni –spiega Giuseppe Giulietti portavoce di Articolo 21 del gruppo misto della Camera–: è il tentativo di oscurare la coscienza e la conoscenza. Un oscuramento etico e culturale prelude alla vera macelleria sociale. Domani la Fnsi ha indetto una manifestazione davanti a Montecitorio con i comitati di redazione di tutte le testate italiane. A questa reazione degli oscurati, siano giornalisti o esponenti della cultura, deve seguire il coinvolgimento degli oscurandi, cioè di tutti i cittadini». Nasce così la proposta di una manifestazione nazionale lanciata ieri dallo stesso Giulietti e da Vincenzo Vita del Pd.
07 giugno 2010
http://www.unita.it/news/italia/99677/in_piazza_contro_i_tagli_alla_cultura_e_i_bavagli_alla_libert_di_stampa
sabato 12 giugno 2010
Ddl Intercettazioni. Roberto Saviano: "Io disobbedirò"
Io disobbedirò. Roberto Saviano non ha dubbi: "Cercherò di continuare a lavorare come se questa legge non ci fosse". Perché il testo sulle intercettazioni approvato in commissione Giustizia "è una castrazione reale del lavoro di inchiesta" e soprattutto un regalo alle mafie "che potranno comunicare con facilità e nascondere i meccanismi del loro potere".
A quattro anni dall'uscita di "Gomorra", lo scrittore non vede diminuire la forza della criminalità organizzata mentre sente "crescere la fragilità della magistratura". E percepisce un clima molto simile a quello che ha preceduto le stragi del 1992, quegli attentati spettacolari contro obiettivi simbolici, uomini e monumenti, che hanno cambiato la storia d'Italia: "Anche oggi se i boss decidessero di alzare il tiro potrebbero dare una spallata al Paese e scegliere come ridisegnarlo. Penso alle parole di Francesco "Sandokan" Schiavone che ha evocato "una valanga"". In un terrazzo romano Saviano si gode la luce del tramonto spuntata dopo l'ennesimo temporale di questa primavera buia, gli occhi scuri vagano curiosi inseguendo qualunque movimento ma è tutt'altro che distratto: cerca sempre di guardare oltre e interpretare l'evoluzione della crisi morale ed economica. Sul tavolo i pupazzi playmobil che gli ha regalato un piccolo fan: un bandito armato fino ai denti e un poliziotto con solo il manganello, quasi una metafora della situazione italiana.
Se il testo della legge sulle intercettazioni non verrà modificato, le mafie saranno più avvantaggiate dai limiti agli ascolti o dal divieto di pubblicazione?
"Il vantaggio maggiore sarà la facilità di comunicazione. Oggi, con gran parte dei capi detenuti, per loro è sempre più difficile trasmettere ordini e quindi gestire le organizzazioni. Prendiamo i colloqui in carcere con i familiari, il sistema più antico usato per continuare a comandare. Il boss Bidognetti negli incontri con la compagna Anna Carrino si toccava continuamente il viso come se si stesse lisciando la barba. Voleva dirle: "Fai riferimento a Sandokan". Quando la donna ha cominciato a collaborare, ha spiegato ai magistrati che c'è voluta una decina di colloqui per comprendere quale fosse il significato di quel gesto. Se passa la legge, non avranno più di questi problemi".
Allo stesso modo le mafie sanno comunicare anche nel silenzio, con i segnali ostentati sul territorio.
"E questo rende ancora più importanti le intercettazioni. La cosa che più mi ha impressionato è che a volte ci sono esecuzioni che non hanno bisogno di un ordine: avvengono come se fosse una regola che sta nelle cose. Ricordo l'omicidio del sindacalista Federico Del Prete nel 2002 a Casal di Principe: non ci fu bisogno di una riunione tra capi ma solo un tacito assenso; nel momento in cui la dirigenza fece sapere che era mal sopportato chi lo andò ad ammazzare non è che si prese la briga di chiedere l'autorizzazione a Sandokan e a Bidognetti. E diventa fondamentale contare sull'ascolto con intercettazioni e microspie: ti permette di capire il contesto da cui poi certe azioni scattano in automatico".
Queste dinamiche sono descritte in "Gomorra" e in tanti altri libri. Come fanno i parlamentari di una commissione che si occupa di giustizia a ignorarle? Fino a che punto c'è malafede nel concedere un vantaggio simile ai padrini?
"C'è un segmento dove incompetenza e malafede possono coincidere. L'incompetenza c'è: vogliono creare una regola per ottenere certi vantaggi ignorando gli effetti nella lotta alla mafia. Ma non è una malafede diretta ad aiutare le organizzazioni criminali. Anche perché si sta declinando il contrasto ai clan come "manu militari": conta solo sbatterli dentro e sequestrare i beni più vistosi. Questa azione è importante: ma così si tagliano le braccia, senza colpire la testa e senza sradicare il corpo. E proprio l'alibi del contrasto militare permette a malafede e incompetenza di sovrapporsi".
Quindi pur di tutelare politici e altri colletti bianchi, garantendone la privacy a tutti i costi, si concede un assist alle mafie?
"Ma la questione della privacy non va sottovalutata. Io sono convinto che sul tema delle intercettazioni le cose oggi non vadano bene: sento che c'è la necessità di trovare delle regole nuove, che però non possono essere imposte dall'alto e uso ancora una volta l'espressione manu militari. Una democrazia ha bisogno di regole condivise: magistrati, giornalisti, avvocati e legislatori dovrebbero sedersi intorno a un tavolo ed elaborare proposte efficaci. Perché anche quando si evoca la protezione della vita privata bisogna fare dei distinguo: una cosa sono i commenti veramente personali, altra è la telefonata del costruttore che nella notte del terremoto abruzzese dice "sto ridendo". Quella deve entrare negli atti e deve essere divulgata: mostra il contesto da cui nasce il crimine. Questo per dire che il confine della privacy è labile e sta soprattutto nel buonsenso, cosa che spesso molte redazioni dei giornali non sembrano avere. E questo crea diffidenza nel lettore".
Se la legge dovesse venire approvata, in molte redazioni si comincia a invocare la disobbedienza civile. Lei cosa ne pensa?
"Non so consigliare però io so quello che farò. Io disobbedirò, cercherò di continuare a lavorare come se questa legge non ci fosse, dispiacendomi per l'occasione persa di creare nuove regole condivise. Perché la lezione del giornalismo americano insegna che è la capacità di darsi delle regole, evitando i facili colpi del gossip e le scorciatoie delle foto ad effetto, che rende forti le inchieste. Credo però che la legge come sta venendo formulata sia una castrazione reale del lavoro di inchiesta: disobbedire sarà la mia risposta. E spero che questa mia disobbedienza sia sostenuta dagli inquirenti, dalle forze di polizia, da tutti questi organi con cui convivo da quattro anni: spero che questa mia "famiglia allargata" possa aiutarmi a disobbedire".
Giornalisti e scrittori possono disobbedire e sfidare l'arresto. Ma la legge introduce multe pesantissime per gli editori, creando un deterrente alla pubblicazione. In queste condizioni il Web può diventare un'isola di libertà?
"Il Web è libertà. Io su Facebook ho una vita nuova: la mia pagina ha più di mezzo milione di sostenitori, quello che scrivo lì arriva a più lettori che un quotidiano nazionale. La Rete è potente come strumento per diffondere una verità ma manca di autorevolezza. Il Web è strumento di comunicazione mentre i giornali sono strumento di democrazia: creano dibattito, hanno una redazione, contano sulla fedeltà del lettore. Tra 50 anni lo sarà anche il Web ma oggi non è strumento maturo. Per questo imbavagliare tg e quotidiani significa imbavagliare le fonti più autorevoli".
Lei ormai è una personalità, un vip: sente il peso delle attenzioni sulla sua vita privata?
"Io ci sono abituato: ho sette persone della scorta che osservano quello che faccio 24 ore al giorno. Ma per motivi di sicurezza devo tenere nascosta la vita della mia famiglia. In questo senso capisco quando si invoca il diritto alla privacy perché con me coincide con il diritto alla vita".
Nel mercato delle notizie oggi vale di più parlare bene o parlare male di Saviano?
"Quando si satura il mercato del parlare bene conviene parlare male, ma non di Saviano, di chiunque. Non voglio avventurarmi in paragoni di cui mi sento inferiore, da Diego Armando Maradona, mito della mia gioventù, e persino a Barack Obama: quando se ne è parlato troppo in positivo, conviene cambiare ed attaccarlo. Fa parte del gioco, ma nella mia situazione quello che mi dispiace è che io non sono un uomo politico, io non rappresento i miei elettori. Io sono uno scrittore e mi sento rappresentante della mia parola e basta".
Ma quando nello scorso autunno lei è salito sul palco di piazza del Popolo in difesa della libertà di stampa, ha assunto una posizione politica.
"Sì, ma nel senso platonico del termine: la politica come arte pubblica, non come purtroppo la considerano gli italiani ossia la spartizione della torta. Non sono salito sul palco con la bandiera di un partito e ho sempre chiesto la condivisione delle mie posizioni anche all'elettorato di centrodestra. Il presidente Gianfranco Fini quando mi ha difeso dalle contestazioni di Emilio Fede ha detto che lo faceva in nome dei molti miei lettori del Pdl".
Quindi lei intende avere una posizione "politica" solo su alcuni temi?
"Sì, in questo senso io faccio politica, nel senso della battaglia delle idee. Mi sento fortunato e privilegiato: ho uno spazio autonomo per farlo. In genere chi cerca la battaglia delle idee deve scontare il dazio se non la gogna della militanza in un partito, il che comporta doversi scontrare con minuzie amministrative, liste e grane organizzative. Mi viene in mente un passo dei "Promessi sposi" in cui padre Cristoforo deve affrontare problemi di peste e guai quotidiani mentre Carlo Borromeo può ragionare sul bene e sul male. In questo momento la battaglia delle idee è lo spazio in cui mi sento libero".
Si sente più libero senza un "partito di Saviano" ma si sente anche più forte? Dopo piazza del Popolo non si sono ridotti gli spazi per comunicare le sue idee?
"Si sono ridotti perché sono diventato antipatico a certe parti politiche. Però continuo a parlare al loro elettorato e sono convinto che questo è l'elemento che più li infastidisce. Mi ricordo quando sono andato all'Università Roma Tre: fuori c'erano manifesti neri con la scritta bianca "Saviano eroe" e la "O" trasformata in croce celtica, sia manifesti rossi con su scritto "Saviano amico mio". Fu veramente divertente: perché non ero io ad avere permesso questa unione. Sembra retorico ma a volte la verità è retorica: è stata la legalità, l'idea che almeno su una cosa - il contrasto alle mafie - si possa non essere divisi".
Condivide le parole di Elio Germano che dal palco di Cannes ha dedicato il premio all'Italia "nonostante la sua classe dirigente"?
"Una dedica assolutamente giusta. È importante fare riferimento a quella parte del Paese che ha voglia di fare e di fare bene. Ed è giusto sottolineare che i limiti sono di tutta la classe dirigente: politici, ma anche imprenditori e uomini di cultura".
A quattro anni esatti dalla pubblicazione di "Gomorra", le mafie sono più o meno potenti?
"Ci sono stati assottigliamenti dei comparti militari delle associazioni criminali; sul piano economico non c'è stato grande contrasto perché non c'è stato un contrasto europeo. No, non mi sento di dire che oggi siano meno forti".
E la magistratura è più o meno forte?
"Ho la sensazione da studioso che la magistratura sia più debole perché le campagne mediatiche contro giudici e pm gli abbiano fatto perdere autorevolezza: il clima nei loro confronti non è dei migliori. E d'altro canto le battaglie interne tra correnti della magistratura fanno perdere il timone: intere procure spaccate per questi motivi non lavorano bene. La fragilità della magistratura la sento tantissimo: rispetto a quando ho scritto "Gomorra" avverto una crisi di operatività e di tranquillità".
L'Italia è la patria dei corsi e ricorsi storici. Quale fase del nostro passato le ricorda la crisi che stiamo vivendo?
"Ci sono due momenti storici che mi aiutano nel tentativo di capire il presente. Il primo lo percepisco su piano epidermico, non l'ho vissuto in prima persona. È quello che ha preceduto le stragi del 1992. Quando parlo con magistrati e investigatori sento la stessa paura, il timore che i boss possano dare una spallata al Paese, alzando il tiro e determinando le condizioni per il futuro prossimo. Penso a quelle frasi scritte in carcere da Francesco "Sandokan" Schiavone che metteva in guardia i familiari da una "valanga": come a dire in questo momento di crisi, qualunque cosa noi facciamo le conseguenze sarebbero enormi e siamo noi a fermarle e a ridisegnare così il destino".
E il secondo riferimento?
"Il clima postunitario di 150 anni fa. Il ministro degli Interni Giovanni Nicotera da ex garibaldino si poneva il problema del Sud: il Sud era occupato non unificato. Io oggi sento tantissimo la voglia di una parte di Europa, ancora prima che della Lega, di liberarsi del Sud d'Italia e vedo una classe dirigente meridionale, tranne poche eccezioni, disorientata se non corrotta. Il Sud sembra diviso tra conniventi e rassegnati, chi ci sta dentro e chi è onesto ma ha perso la speranza".
mercoledì 9 giugno 2010
Italia: "Ogni individuo tende a salire nella scala gerarchica fino al massimo livello di incompetenza"
Il principio di Peter spiega che: "Ogni individuo tende a salire nella scala gerarchica fino al massimo livello di incompetenza". In Italia questo principio è così solare, sotto gli occhi di tutti, che non ha bisogno di essere provato. Burocrati, ministri, direttori di giornali, amministratori delegati, segretari di partito sono testimoni viventi del massimo livello di incompetenza. Gli italiani hanno però capacità insospettabili come dimostra la loro storia millenaria che avrebbe stroncato qualunque altra stirpe. E sono andati oltre il principio di Peter con il principio del Paraculo.
www.beppegrillo.it
lunedì 24 maggio 2010
domenica 14 marzo 2010
Chiuderli tutti...per chiuderne uno...
L’indagine di Trani coinvolge il premier, Innocenzi (Agcom) e il direttore del Tg1. Santoro nel mirino: “Chiudere tutto”
Silvio Berlusconi voleva "chiudere" Annozero. Un membro dell'Agcom – dopo aver parlato con il premier - sollecitava esposti contro Michele Santoro. Il direttore del Tg1 Augusto Minzolini – al telefono con il capo del governo – annunciava d'aver preparato speciali da mandare in onda sui giudici politicizzati. E le loro telefonate sono finite in un fascicolo esplosivo. Berlusconi, Minzolini e il commissario dell'Agcom Giancarlo Innocenzi: sono stati intercettati per settimane dalla Guardia di Finanza di Bari, mentre discutevano della tv pubblica delle sue trasmissioni. E nel procedimento aperto dalla procura di Trani - per quanto risulta a Il Fatto Quotidiano – risulterebbero ora indagati. Lo scenario da “mani sulla Rai” vien fuori da un'inchiesta partita da lontano. L'indagine .- condotta dal pm Michele Ruggiero – in origine riguardava alcune carte di credito della American Express. È stata una “banale” inchiesta sui tassi d'usura, partita oltre un anno fa, ad alzare il velo sui reali rapporti tra Berlusconi, il direttore generale della Rai Mauro Masi (che non risulta tra gli indagati), il direttore del Tg1 e l'Agcom. Quelle carte di credito, in gergo, le chiamavano “revolving card”. Sono marchiate American Express e, secondo l'ipotesi accusatoria, praticano tassi usurai sui debiti in mora. In altre parole: il cliente, che non restituisce il debito nei tempi previsti, rischia di pagare cifre altissime d'interessi. E così Ruggiero indaga. Per mesi e mesi. Sin dagli inizi del 2009.
Fino a quando una traccia lo porta su un'altra pista. Il pm e la polizia giudiziaria scoprono che qualcuno – probabilmente millantando – è certo di poter circoscrivere la portata dello scandalo: qualcuno avrebbe le conoscenze giuste, all'interno dell'Agcom, che è Garante anche per i consumatori. Qualcuno vanta – sempre millantando – di avere le chiavi giuste persino al Tg1: è convinto di poter bloccare i servizi giornalistici sull'argomento, intervendo sul suo direttore, Augusto Minzolini. Le telefonate s'intrecciano. I sospetti crescono. L'inchiesta fa un salto. E la sorte è bizzarra: Minzolini, il servizio sulle carte di credito revolving, lo manderà in onda. Ma nel frattempo, la Guardia di Finanza scopre la rete di rapporti che gravano sull'Agcom e sulla Rai. Telefonata dopo telefonata si percepisce il peso di Berlusconi sulle loro condotte. Gli investigatori si accorgono che il presidente del Consiglio è ciclicamente in contatto con il direttore del Tg1. La procura ascolta in diretta le pressioni del premier sull'Agcom. Registra la fibrillazione per ogni puntata di Annozero. Sente in diretta le lamentele del premier: il cavaliere non ne può più. Vuole che Annozero e altri “pollai” - come pubblicamente li chiama lui - siano chiusi. E l'Agcom deve fare qualcosa. Berlusconi al telefono è esplicito: quando compulsa Innocenzi - che dovrebbe garantire lo Stato, in tema di comunicazione - parla di chiusura. E Innocenzi non soltanto lo asseconda. Ma cerca di trovare un modo: per sanzionare Santoro e la sua redazione servono degli esposti. E quindi: si cerca qualcuno che li firmi.
I ruoli si capovolgono: è l'Agcom che cerca qualcuno disposto a firmare l'esposto contro Santoro. Innocenzi è persino disposto, in un caso, a fornire, all'avvocato di un politico, la consulenza dei propri funzionari. La catena si rovescia: un membro dell'Agcom (che svolge un ruolo pubblico), intende offrire le competenze dei propri funzionari (pagati con soldi pubblici), a vantaggio di un politico, per poter poi sanzionare Santoro (giornalista del servizio pubblico). In qualche caso si cerca persino di compulsare, perchè presenti un esposto, un generale dei Carabinieri. L’immagine di Berlusconi che emerge dall’indagine è quella di un capo di governo allergico a ogni forma di critica e libertà d’opinione. Si lamenta persino della presenza del direttore di Repubblica, Ezio Mauro, a Parla con me: Serena Dandini, peraltro, è recidiva. Ha da poco invitato, come sottolinea il premier, anche il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari. Il premier si scompone: nello studio della Dandini, due giornalisti (del calibro di Mauro e Scalfari), l'hanno attaccato. Chiede se - e come - l'Agcom possa intervenire. Innocenzi ci ragiona. Sopporta telefonate quotidiane. Berlusconi incalza Innocenzi, ripetutamente, fino al punto di dirgli che l'intera Agcom, visto che non riesce a fermare Santoro, dovrebbe dimettersi.
Il premier intercettato dimostra di non distinguere tra il ruolo dell'Agcom e il suo ruolo di capo del Governo. Pare che l'Autorità garante debba agire a sua personale garanzia. Gli sfugge anche che, l'Agcom, può intervenire soltanto dopo, la trasmissione di Annozero. Non prima. E infatti – dopo aver raccolto lo sfogo telefonico di Innocenzi sulle lamentele di Berlusconi – un giorno, il dg della Rai Mauro Masi, è costretto ad ammettere: certe pressioni non si ascoltano neanche nello Zimbabwe.
Il parossismo, però, si raggiunge a fine anno. Quando Santoro manda in onda due puntate che faranno audience da record e toccano da vicino il premier. La prima: quella sul processo all'avvocato inglese Mills, all'epoca indagato per corruzione, reato oggi prescritto. La seconda: quella sulla trattativa tra Stato e Cosa Nostra, dove Santoro si soffermerà sulle deposizioni di Spatuzza, in merito ai rapporti tra la mafia e la nascita di Forza Italia. Non si devono fare, in tv, i processi che si svolgono nelle aule dei tribunali, tuona Berlusconi con il solito Innocenzi. Secondo il premier – si sfoga Innocenzi con Masi – si potrebbe dire a Santoro che non può parlare del processo Mills in tv. Non è così che funziona, ribadice Masi. Non funziona così neanche nello Zimbabwe. Comunque Masi non risparmia le diffide.
Per il presidente della Rai non mancano le occasioni di minacciare la sospensione di Santoro e della sua trasmissione. A ridosso della trasmissione su Spatuzza, al telefono di Innocenzi, si presenta anche Marcello Dell'Utri. Tutt'altra musica, invece, quando il premier parla con Minzolini, che Berlusconi chiama direttorissimo. Sulle vicende palermitane, Minzolini fa sapere di essere pronto a intervenire, se altri dovessero giocare brutti scherzi. E il giorno dopo, puntuale, arriva il suo editoriale sul Tg1: Spatuzza dice “balle”. Tutte queste telefonate, confluite ora in un autonomo fascicolo, rispetto a quello di partenza, dovranno essere valutate sotto il profilo giudizario. Se esistono dei reati, dovranno essere vagliati, e se costituiscono delle prove, avranno un peso nel procedimento. È tutto da vedersi e da verificare, ovviamente, ma è un fatto che queste telefonate sono “prove” di regime. Dimostrano la impercettibile differenza tra i ruoli del controllato e del controllore, del pubblico e del privato.
Le parole di Berlusconi che, mentre è capo del Governo e capo di Mediaset, parla da capo anche a chi non dovrebbe, Giancarlo Innocenzi, dimostrano che viene meno la separazione tra i due poteri. Altrettanto si può dire delle parole deferenti di Innocenzi che anziché declinare gli inviti esibisce telefonicamente la propria obbedienza e rassicura Berlusconi: presto sarà aperto lo scontro con Santoro. Dietro le affermazioni sembra delinearsi un piano. È soltanto un'impressione. Ma il premier sostiene che queste trasmissioni debbano essere chiuse, sì, su stimolo dell'Agcom, ma su azione della Rai. Tre mesi dopo questi dialoghi, assistiamo alla sospensione di Annozero, Ballarò, Porta a porta e Ultima parola proprio per mano della par condicio Rai, nell'intero ultimo mese di campagna elettorale. E quindi: la notizia di cronaca giudiziaria è che Berlusconi, Innocenzi e Minzolini, sono coinvolti in un'indagine.
La notizia più interessante, però, è un'altra: il “regime” è stato trascritto. In migliaia di pagine. Trasuda dai brogliacci delle intercettazioni telefoniche. Parla le parole del “presidente”. Il territorio di conquista è la Rai: il conflitto d'interesse del premier Silvio Berlusconi – grazie a questi atti d'indagine - è oggi un fatto “provato”. Non è più discutibile.
Da il Fatto Quotidiano del 12 marzo
sabato 6 marzo 2010
Quanto ci costano gli enti Provincia???
Per mantenerle 160 euro a carico di ciascun italiano
di CARMELO LOPAPA
ROMA - L'ultima occasione per nuove infornate milionarie l'ha fornita il decreto sulla Protezione civile appena approvato dal Parlamento. Alle Province colpite da calamità naturali e dichiarate in stato di calamità (ed è noto con quale frequenza accada in Italia) è assegnata in via straordinaria "una somma pari a euro 1,5 per ogni residente". Col decreto enti locali votato ieri con la fiducia alla Camera, arriva il taglio progettato dal ministro della Semplificazione Calderoli, ma il 20 per cento dei consiglieri in meno scatterà solo a cominciare da quelli che verranno eletti in futuro.
Dovevano essere soppresse, stando ai proclami del premier Berlusconi in campagna elettorale. Di quei proclami, due anni dopo, non si ha più traccia. E qualsiasi progetto di riforma fa ormai fatica a scalfire quei 110 centri di potere che sono le Province italiane. In compenso, com'è noto, di province ne sono nate di nuove anche negli ultimi anni: sette. Costano allo Stato 14 miliardi di euro l'anno. Danno lavoro a 61 mila persona.
Ma a chi fa gioco la loro sopravvivenza, dipendenti a parte? Quali interessi girano dietro questo giro vorticoso di finanziamenti e poltrone? Perché i politici di destra e sinistra sono tornati sui loro passi e ora difendono a spada tratta enti fino a poco tempo fa giudicati "inutili"?
GLI SPERPERI
Enti e poltrone da moltiplicare, nuove funzioni e fiumi di risorse in arrivo. La grande attesa adesso è tutta per i decreti attuativi del federalismo fiscale. Che delegherà agli enti intermedi tra Regioni e Comuni una buona fetta di competenze. Alle quali - mettono avanti le mani gli amministratori provinciali - dovranno corrispondere risorse adeguate. Gli enti gestiscono strade e immobili scolastici, promuovo i prodotti del territorio, certo. Garantiscono servizi che i cittadini nemmeno immaginano vengano forniti dalle Province. Queste sconosciute e comunque benemerite, per certi versi. Per altri, tuttavia, un po' meno. Su come vengano utilizzati i fondi a loro disposizione la pubblicistica è vastissima e si aggiorna ormai di settimana in settimana. Un mese fa, l'opposizione alla giunta provinciale di Venezia ha denunciato i 9.240 euro spesi per il lampadario in vetro di Murano del Palazzo (sede dell'ente) di Cà Corner, che ora fa bella mostra tra il quarto e il quinto piano vicino la sala di rappresentanza. Ma anche i 28mila euro spesi per le trasferte della sola giunta guidata dalla leghista Francesca Zaccariotto in novembre. Con la presidentessa, fresca di elezione nel giugno scorso, che sull'elegante pezzo d'arredamento si è giustificata: "Non ci trovo nulla di scandaloso. C'era bisogno di un lampadario, mica potevamo mettere un neon a Cà Corner" (Corriere veneto, 27 gennaio).
Proprio sotto la voce Province, si scopre che in tema di spese il virtuoso Nordest non ha nulla da invidiare alle bistrattate giunte meridionali, se è vero che a Trento ancora si chiacchiera del finanziamento da 300 mila euro erogato dalla Provincia autonoma a beneficio della fondazione universitaria dei Focolarini di Firenze, "Sophia". Oppure dei 439 mila euro stanziati dalla medesima giunta, guidata dal rutelliano Lorenzo Dellai, per la ristrutturazione della sala stampa dell'ente (48.592 solo per l'incarico all'architetto). Neanche fosse destinato alle conferenze stampa del prossimo G20. Il 22 febbraio, il capogruppo Pd alla Provincia di Napoli, Pino Capasso, attacca: "L'amministrazione Cesaro (centrodestra, ndr) ha promesso agli elettori sobrietà nelle spese, ma ha portato l'importo per contributi ad associazioni amiche fino 3 milioni e 144.414 euro. Tra le iniziative ritenute fondamentali, "Cogli l'attimo", euro 9.800, "C'è di più per te" o "Sognando di diventare campioni tirando la fune" euro 5.000. E Sant'Antimo, città di origine del presidente Cesaro, batte tutti con aiuti per euro 125.832".
LE MISSIONI D'ORO
Ma è storia di questi giorni anche la "generosa" spedizione di presidenti di province e assessori siciliani alla Bit di Milano. Roba che ha fatto gridare allo scandalo consiglieri regionali del Pdl. Alla prestigiosa Borsa del turismo si sono presentati, al seguito del governatore Raffaele Lombardo, e tre suoi assessori, tra gli altri i presidenti delle Province di Palermo (Giovanni Avanti), di Trapani (Girolamo Turano) e Ragusa (Francesco Antoci), tutti di centrodestra. "Di quante persone era composta la comitiva della Regione, a quale titolo erano presenti i partecipanti e poi, risponde al vero che la spesa sostenuta dalle casse regionali si è aggirata intorno al milione di euro" incalza un'interrogazione di queste ore del Pdl. Va detto che gli enti intermedi esistono in tutta Europa, anche il Pd si guarda bene dal proporne la soppressione delle Province.
Ma c'era davvero bisogno di nuovi enti? Di nuove amministrazioni locali, coi loro uffici, i loro consigli-mangiatoia dei partiti, con le nuove inevitabili poltrone? E che senso hanno le mini province, alcune delle quali nate di recente?
Se ne contano 19 con meno di 200 mila abitanti, sono il 17 per cento del totale. Isernia di abitanti ne conta addirittura 89 mila. Ma il record è della Sardegna. Non solo per averne 8 per un territorio da 1 milione 600 mila abitanti (andranno tutte a rinnovo a maggio). Ma anche perché in ultimo ne ha viste proliferare altre quattro. Tutte in versione short. Sono le province più piccole d'Italia: Medio Campidano (105.400 abitanti), Carbonia Iglesias (131.890 abitanti), Olbia Tempio (138.334 abitanti) e quella di Ogliastra (solo 58.389 abitanti). Le prime tre nate nel territorio della provincia di Cagliari, l'ultima in quello della provincia di Nuoro. Ognuna coi suoi consiglieri, i suoi assessori, i suoi presidenti. E i suoi dipendenti, almeno quelli, distaccati.
I TAGLI, DIMENTICATI
La verità è che sulle Province non c'è giro di vite che tenga. Il decreto taglia-poltrone del ministro Roberto Calderoli ha dovuto fare i conti col muro di gomma della lobby degli amministratori (di destra e sinistra, senza distinzioni). Difficile incidere sul costo pro capite dell'ente Provincia su ciascun cittadino, stimato di recente in 160 euro l'anno (con picchi nell'Italia centrale: 178 euro, al Nord è 164, al Sud 143 euro). In Basilicata, si legge nella relazione al ddl di soppressione delle Province presentato dal dipietrista Massimo Donadi, la spesa pro capite - non si sa perché - sarebbe di oltre 240 euro. "Il nostro candidato sa bene che lavorerà per un ente che presto aboliremo" annunciava il 3 aprile 2008 Silvio Berlusconi al fianco del candidato Pdl alla presidenza della Provincia di Roma. E rincarava: "Dal momento della fondazione delle Regioni, tutti si aspettavano l'abolizione delle Province. Abbiamo calcolato che se ne ricaverebbe un risparmio di dodici miliardi di euro". Considerazioni che erano state prese sul serio da tutta la stampa di destra. "Appello a Berlusconi: elimina le Province", titola il 29 novembre 2008 Libero nel giorno in cui lancia la campagna conclusa con l'inutile raccolta di migliaia di firme ("Silvio batti un colpo, ricorda le tue promesse"). Di quella campagna, di quelle promesse, a inizio 2010 non vi è più traccia, anche se la spesa è cresciuta a 14 miliardi e le province sono diventate 110. Da dicembre, l'Unione delle province italiane è guidata dal presidente di quella di Catania, l'ex eurodeputato Giuseppe Castiglione, pidiellino. Detentore di uno dei pacchetti di voti più consistenti che Silvio Berlusconi possa contare nel granaio elettorale siciliano. "Non intendiamo fare una battaglia corporativa. Siamo anche disponibili al taglio delle poltrone, io stesso ho ridotto da 15 a 9 gli assessorati in Provincia di Catania, quasi azzerato le consulenze rispetto al mio predecessore Lombardo" racconta nello studio della sede Upi di Palazzo Cardelli nell'omonima piazza del centro storico di Roma. Edificio di prestigio che fino all'81 fungeva da ufficio della potente corrente dorotea Bisaglia-Rumor e che dall'87 l'Upi affitta, con i suoi 500 metri quadri, per un canone di 7 mila euro al mese. "Siamo disponibili anche a discutere di accorpamenti di Province - riprende Castiglione - quel che chiediamo è che col federalismo fiscale ci vengano garantite risorse adeguate alle nuove competenze, che si apra la strada per una nostra autonomia finanziaria. Forniamo servizi ai cittadini, è giusto poterlo fare al meglio". Rivendicazioni che il presidente Upi ha già avanzato negli incontri del 10 febbraio con i presidenti di Camera e Senato, Fini e Schifani. "Il problema non è la soppressione delle Province, soluzione semplicistica e improponibile - spiega Walter Vitali, senatore Pd, ex sindaco di Bologna, una vita spesa sulle politiche degli enti locali del suo partito - Sono enti intermedi che esistono in tutta Europa. Quel che noi proporremo con un ddl, in una chiave di riforma costituzionale, sarà l'introduzione del modello spagnolo. Mantenerle come istituzioni, ma eliminando il ceto politico provinciale: con consigli composti solo dai rappresentanti dei comuni e non da politici da eleggere". Il presidente Upi Castiglione alza già barricate: "Siamo pronti a discutere anche della revisione dei confini delle Province. Ma non a trattare sul tema della legge elettorale".
Come sopravvivono oggi le Province? Da dove provengono i 14 miliardi necessari a mantenerne strutture e dipendenti? Come si provvede alle indennità di giunte e consiglieri?
Oggi, le entrate tributarie incassate direttamente dalle Province ammontano a poco meno di 4 miliardi di euro (3 miliardi 748 milioni, a fine 2009), derivanti per lo più da Rc auto (1,5 miliardi), imposta di trascrizione (881 milioni) e addizionale energetica (682 milioni di euro). Per coprire il fabbisogno però ne occorro-no altri otto, di miliardi, stando al più recente report sullo stato della burocrazia e delle finanze delle Province, predisposto dall'Upi. Servono per le funzioni topiche di questi enti, ovvero la viabilità (3 miliardi), la tutela ambientale (900 milioni), l'edilizia scolastica (1,6 miliardi), lo sviluppo economico (1,2 miliardi). Ma anche tanto altro.
I CORSI DI FORMAZIONE
Ad esempio, pochi sanno che le Province ancora organizzano e gestiscono i corsi di formazione professionale per una spesa di 800 milioni di euro, sovrintendono ai Centri per l'impiego, per 500 milioni, gestiscono il trasporto pubblico extra urbano per 1,3 miliardi, si occupano di promozione turistica e sportiva dei loro territori per 550 milioni. E poi c'è il capitolo personale. I 61.000 dipendenti (il 23% laureato) assorbono 2 miliardi 450 milioni di euro del budget, pari al 25 per cento. E poi ci sarebbe l'altro capitolo, quello più dibattuto, i compensi dei 4.207 amministratori: ovvero i 107 presidenti, i 107 vice, gli 863 assessori, i 107 presidenti dei Consigli, i 3.023 consiglieri. Sono i "politici" provinciali, ai quali sono desinati 119 milioni di euro l'anno. Di questi, poco più della metà (53 milioni) assorbita dalle indennità di presidenti, vice, assessori e presidenti dei consigli. Il resto (65 milioni) a beneficio dei consiglieri e dei loro gettoni. Oggi, il presidente di una piccola provincia (sotto i 250 mila abitanti) gode di un'indennità di 4.130 euro lordi mensili, quello di una grande provincia (oltre il milione di abitanti) un'indennità da quasi 7 mila euro.
Oltre alle quattro miniprovince sarde, le ultime nate, com'è noto, sono quelle di Fermo (nelle Marche), di Barletta-Andria-Trani (in Puglia) e di Monza e Brianza. Solo per mettere in piedi quest'ultima sono stati necessari 47 milioni di euro. "Sprechi? Guardino altrove, le Province sono fondamentali" sbotta nel giugno scorso il sindaco leghista di Monza, Marco Mariani, entusiasta per la nascita del nuovo ente brianzolo. Le richieste ancora in piedi per istituire nuove province sono 21. Come dire: ventuno nuovi consigli provinciali (con relativi gettoni di presenza), ventuno nuovi presidenti di provincia, giunte provinciali, altrettanti nuovi prefetti e i loro dipendenti. Si spazia dalla provincia di Sibartide-Pollino a quella del Canadese e delle Valli di Lanzo. Da Lanciano-Vasto-Ortona a Frentania (una provincia con quattro capoluoghi). Qualche tempo addietro l'attuale ministro Gianfranco Rotondi ne ha presentate otto: Sulmona, Bassano del Grappa, Marsi, Sibartide-Pollino, Melfi, Aversa, Venezia Orientale e Avezzano.
http://www.repubblica.it/politica/2010/03/05/news/inchiesta_province-2512492/
mercoledì 27 gennaio 2010
La Maddalena: dal G8 alle Incompiute
LA MADDALENA - C'era una volta l'isola che doveva essere e non è più. C'è ora la Maddalena usa e getta. Prima tirata a lucido in abito da festa e poi, dopo il G8 fantasma traslocato all'Aquila, lasciata sola con il suo sogno infranto e i suoi cocci da raccogliere. Trecentotrenta milioni investiti - presi in larga parte dal bilancio e dai contributi per la Regione Sardegna - e neanche un posto di lavoro. A casa, da tre giorni, anche i 23 guardiani maddalenini che sorvegliavano le belle e incompiute cattedrali sul mare. Dove adesso regnano l'abbandono, l'incuria e il degrado. Di chi è la colpa del flop?
LE GRANDI INCOMPIUTE
Sono le due mega-opere costruite nell'ex Arsenale e nell'ex ospedale militare: una, la grande area dove si sarebbe dovuto svolgere il vertice dei grandi del mondo - andata in gestione per 40 anni a prezzo di saldo alla Mita Resort di Emma Marcegaglia, l'unica che da questa storia ci ha davvero guadagnato e guadagnerà - ; l'altra, l'hotel cinque stelle plus, costato, solo quello, 75 milioni, 742 mila euro a stanza e però nessun imprenditore ne vuole sapere. Uno scenario desolante che Repubblica ha documentato con un video esclusivo e con una serie di immagini. Un viaggio dentro una delle più grosse "incompiute" nella storia delle opere pubbliche (progettata, appaltata, eseguita e consegnata in poco più di un anno). E sulla quale sono aperte due indagini. Cosa ha lasciato in eredità alla Maddalena il G8 mancato? Quanto è costato? Chi ci ha speculato trasformando quello che doveva essere un volano per la stagnante economia dell'isola - già penalizzata da mezzo secolo di monocultura militare - in un affare per pochi? Quale futuro avranno le strutture tirate su in fretta e furia che ora languono nel silenzio generale e nell'imbarazzo di molti?
DOPO LA BEFFA I DANNI
Ci sono fantasmi che producono fantasmi. E i fantasmi costano. Anche solo per tenerli in vita. Era il 23 aprile 2009 quando Berlusconi annunciò lo spostamento del G8 nell'Abruzzo colpito dal terremoto. Nove mesi e 327 milioni dopo (tanto sono costati, stando ai dati della Protezione civile, i lavori alla Maddalena) la scena sull'isola "scippata" - come ripetono i 12mila abitanti e il sindaco Pd Angelo Comiti - è desolante. Il problema non sono i cantieri ancora aperti (sul lato est dell'ex Arsenale) e le ruspe che lavorano per ampliare un'area che Berlusconi aveva candidato ad ospitare una decina di incontri internazionali (finora ci hanno fatto solo il vertice italo-spagnolo). E nemmeno la nuova corsa contro il tempo per la Louis Vuitton Cup, a maggio, che tutti aspettano come un cerotto per curare le ferite. Il problema è che le strutture che dovevano accogliere Obama e gli altri sette capi di Stato versano, oggi, in condizioni penose. "Dopo il danno la beffa, e ora i danni", chiosa l'assessore provinciale all'ambiente Pierfranco Zanchetta.
TUTTO IN MALORA
Entri nella hall dell'albergo 2, quello che avrebbe ospitato Barack Obama e la delegazione americana. Cammini sul pavimento di marmo bianco intarsiato che i potenti della terra non hanno mai calpestato. Piove dentro. L'acqua scende dal tetto dove hanno costruito la piscina. Il vento e le infiltrazioni hanno provocato danni: parti di soffitti crollati, tubi e cavi a vista perché i pannelli che li contenevano sono venuti giù. Dei tappeti disegnati da Antonio Marras - lo stilista sardo che ha curato tutti gli interni delle aree ospitalità dell'ex Arsenale militare - tra un po' si avrà traccia solo sull'ambizioso catalogo delle opere della struttura della missione G8 (affidata all'ingegner Mauro della Giovampaola). Lo stesso vale per i quadri fotografici "navali" di Luca Cittadini. Pareti scrostate per l'umidità, calcinacci, attrezzi lasciati lì in attesa che qualcuno li riprenda in mano: così appare oggi la hall dell'hotel con vista sulla darsena che può ospitare 700 barche. "Lo stato di queste strutture è una delle tante vergogne e ora qualcuno dovrà risponderne" dice Pio Palazzolo, memoria storica dell'isola e già componente del Comitato paritetico per le servitù militari in Sardegna.
L'ARCHISTAR DELUSO
Accanto alla hall c'è un edificio che doveva essere un teatro. Le porte sono scardinate, così come quelle della "Casa sull'acqua" - o sala conferenze - la strabiliante scatola di vetro posata sul mare progettata dall'architetto Stefano Boeri. Il vero gioiello dell'ex Arsenale, costo, comprensivo dell'area delegati, 52 milioni e 100. "Gli edifici vanno usati, altrimenti deperiscono", ragiona Boeri. Dice di aver lavorato - assieme a 1600 operai impiegati giorno e notte - "per garantire una doppia vita a queste strutture: per il G8 e per il dopo G8. Ma io non ci vado da un mese... Com'è la situazione adesso?". Magari quello che chiamano hotel Obama, al centro dell'Arsenale, in futuro ospiterà flussi ininterrotti di convegnisti e di ricconi che approderanno qui coi loro megayacht. Ora però ha un aspetto desolante. Comunque lontano dall'aggettivo "affascinante" usato da Vasco De Cet, dirigente della Mita Resort. A piano terra la zona spa è completamente abbandonata: tutto, gli hammam, le saune, la grande vasca idromassaggio al centro della sala, parquet e vista mozzafiato sul mare, i lettini per i messaggi, quelli della zona relax, i bagni, gli spogliatoi, tutto è in balia del freddo e dell'umidità. Poi c'è la "stecca", un edificio basso e lungo e stretto, tipo striscia. Dovevano essere piccoli appartamenti. Ma i pavimenti non ci sono ancora, un colpo di maestrale ha scoperchiato una parte del tetto e chissà con l'aria che tira che fine faranno gli intarsi in finto marmo - in realtà polistirolo - che decorano gli angoli delle pareti esterne.
CATTEDRALE NEL DESERTO
A che cosa servirà questo paradiso di cemento, pietra e vetro costruito alla velocità della luce? Centocinquantamila metri quadrati e un futuro incerto: la Louis Vuitton Cup a primavera, e poi? "Io spero che diventi un polo nautico e multifunzionale, così com'era stato pensato", dice ancora Boeri, "ottimista" ma forse non fino in fondo. Il vero problema, però, l'opera che davvero preoccupa di più, è l'ex ospedale militare. Sedicimila e 800 metri quadri trasformati in un hotel di lusso. Facciata bianca che corre lungo la strada, con il mare di fronte ma non accessibile perché nessuno ha pensato di fare un accesso all'acqua cristallina, una banchina, una spiaggia. Un'opera da 75 milioni, 101 camere costate ognuna 742 mila euro. Spettrale. Una scatola vuota - questa sì riscaldata tutto il giorno e illuminata di notte con livide luci violette che sbattono sulla facciata. Nessuno lo vuole l'hotel. Il bando di gara, il 23 settembre 2009, è andato deserto. "A quale imprenditore conviene prendersi una struttura così, con questi costi e con tutte le pecche che presenta? Bertolaso promise che sarebbe stata fatta una nuova gara - stringe le spalle l'assessore Zanchetta - e che c'era una catena alberghiera interessata. Ma, ad oggi, tutto tace". Intanto è cresciuta l'erba davanti alla facciata che a prima vista ricorda un po' la Casa bianca. C'è un guardiano. Potrebbe restare lì a lungo. Se e fino a quando qualcosa si muoverà. Chi ha il dovere politico di prendere in mano il "pacco" dell'hotel e levare le castagne dal fuoco? "La proprietà è ancora della Marina militare (a differenza dell'ex Arsenale già ceduto alla Regione) - informa il sindaco Comiti - Potrebbero anche decidere di riprendersela loro e farci qualcosa. A meno che a breve diventi anche questo della Regione".
CONTI ALLE STELLE
I costi. Tutto iniziò il 28 maggio 2008 e tutto finì, con la bella favola spezzata, il 31 maggio 2009. "Volevamo rilanciare quest'isola, farla decollare come una Davos mediterranea - dice l'ex presidente della Regione Renato Soru - e invece, se va bene, ci ritroveremo con un grande villaggio turistico avulso dalla città". E se invece andasse male, visto che l'aria non sembra delle più elettrizzanti? "Non ci voglio nemmeno pensare. Siamo sardi e non permetteremo che queste opere, costate uno sproposito, molte anche inutili, rimangano lì a marcire dopo che il governo ha avuto la non brillante idea di dirci che eravamo su Scherzi a parte". Il non-G8 alla Maddalena è costato 327 milioni (il conto finale era 377 ma 50 sono stati risparmiati dopo il trasferimento all'Aquila). 209 milioni sono stati spesi per demolire, bonificare (era pieno d'amianto, 22 milioni solo per questo) e ristrutturare l'Arsenale. Dice Soru: "Il colmo è che sono costruzioni compiute e inutilizzate. Nella fretta è stato speso più del necessario, e nella fretta è stato svenduto - praticamente regalandolo alla Mita Resort - l'Arsenale. La Regione, proprietaria della struttura, è stata tagliata fuori, e oggi è totalmente immobile".
CHI CI HA GUADAGNATO
La Mita Resort, dunque. Alla società di Emma Marcegaglia è andata di lusso. La base di gara per l'assegnazione della gestione dell'Arsenale prevedeva una quota minima una tantum di 40 milioni (da versare sul conto del soggetto attuatore, responsabile per conto di Bertolaso per contratti e pagamento dei lavori) e la proposta di un canone annuale di concessione destinato alla Regione Sardegna. Si è presentata solo la Mita Resort: 41 milioni una tantum e canone da 600 mila euro l'anno alla Regione spalmato su 40 anni (50 mila euro al mese). In tutto 68 milioni. Niente male come affitto per 30 anni più 10 (indennizzo post-trasferimento all'Aquila). Che cosa ci faranno ancora all'Arsenale non è dato sapere (a parte la Louis Vuitton). "Questa struttura a regime potrà ospitare più di 5mila persone, sarà uno snodo cruciale per la nautica da diporto", promette il manager Vasco De Cet.
DUBBI DA CHIARIRE
C'è ancora molto da capire qui alla Maddalena. Come è andata davvero l'assegnazione degli appalti? Il carabinieri del Ros, su ordine della procura di Firenze, hanno avviato un'indagine ancora aperta. Un altro problema sono i soldi stanziati per lavori che non sono stati ancora eseguiti. Sugli isolotti di Razzoli e Santa Maria, che fanno parte dell'arcipelago-parco naturale, ci sono due fari della prima metà dell'800 che dovevano essere recuperati. Novecentomila euro di spesa ma i fari sono ancora lì come prima. Una storia su cui sta indagando la Guardia di Finanza di Olbia-Tempio Pausania.
ACCAMPATI IN TENDA
Chiarissima è invece la situazione per i maddalenini che speravano, con le opere del G8, di trovare un lavoro. A fronte del maxi-investimento, oggi, non c'è nemmeno un assunto. Gli unici che avevano avuto uno stipendio (molto precario) erano i 23 guardiani della Nautilus, una subappaltata per la sorveglianza dell'Arsenale. Domenica notte sono stati liquidati con una stretta di mano da De Cet della Mita Resort. Che faranno, adesso? Sono ancora accampati fuori dai cancelli, al freddo e con le tende sollevate dalle raffiche di vento. Dicono che non se ne andranno. Ma il piatto resterà vuoto. "Con opere da 330 milioni, in proporzione, si dovevano creare almeno 500 posti di lavoro. E invece niente". Luigi Plastina, guardiano licenziato, dorme da una settimana in tenda con la moglie, un forno da campeggio e l'acqua sotto i piedi. "Questo è il mio G8".
(28 gennaio 2010)
http://www.repubblica.it/politica/2010/01/28/news/g8-maddalena-2101455/
venerdì 8 gennaio 2010
Le condanne e le tangenti di Craxi
Al momento della morte, nel gennaio del 2000, Bettino Craxi era stato condannato in via definitiva a 10 anni per corruzione e finanziamento illecito (5 anni e 6 mesi per le tangenti Eni-Sai; 4 anni e 6 mesi per quelle della Metropolitana milanese). Altri processi furono estinti "per morte del reo": quelli in cui aveva collezionato tre condanne in appello a 3 anni per la maxitangente Enimont (finanziamento illecito), a 5 anni e 5 mesi per le tangenti Enel (corruzione), a 5 anni e 9 mesi per il conto Protezione (bancarotta fraudolenta Banco Ambrosiano); una condanna in primo grado prescritta in appello per All Iberian; tre rinvii a giudizio per la mega-evasione fiscale sulle tangenti, per le mazzette della Milano-Serravalle e della cooperazione col Terzo Mondo.
Nella caccia al tesoro, anzi ai tesori di Craxi sparsi per il mondo tra Svizzera, Liechtenstein, Caraibi ed Estremo Oriente, il pool Mani Pulite ha accertato introiti per almeno 150 miliardi di lire, movimentati e gestiti da vari prestanome: Giallombardo, Tradati, Raggio, Vallado, Larini e il duo Gianfranco Troielli & Agostino Ruju (protagonisti di un tourbillon di conti e operazioni fra Hong Kong e Bahamas, tuttora avvolti nel mistero per le mancate risposte alle rogatorie).
Finanziamenti per il Psi? No, Craxi rubava soprattutto per sé e i suoi cari. Principalmente su quattro conti personali: quello intestato alla società panamense Constellation Financière presso la banca Sbs di Lugano; il Northern Holding 7105 presso la Claridien Bank di Ginevra; quello intestato a un’altra panamense, la International Gold Coast, presso l’American Express di Ginevra; e quello aperto a Lugano a nome della fondazione Arano di Vaduz.
"Craxi – si legge nella sentenza All Iberian confermata in Cassazione - è incontrovertibilmente responsabile come ideatore e promotore dell’apertura dei conti destinati alla raccolta delle somme versategli a titolo di illecito finanziamento quale deputato e segretario esponente del Psi. La gestione di tali conti…non confluiva in quella amministrativa ordinaria del Psi, ma veniva trattata separatamente dall’imputato tramite suoi fiduciari… Significativamente Craxi non mise a disposizione del partito questi conti".
Su Constellation Financiere e Northern Holding - conti gestiti dal suo compagno di scuola Giorgio Tradati - riceve nel 1991-‘92 la maxitangente da 21 miliardi versata da Berlusconi dopo la legge Mammì. Sul Northern Holding incassa almeno 35 miliardi da aziende pubbliche, come Ansaldo e Italimpianti, e private, come Calcestruzzi e Techint.
Nel 1998 la Cassazione dispone il sequestro conservativo dei beni di Craxi per 54 miliardi. Ma nel frattempo sono spariti. Secondo i laudatores, Craxi fu condannato in base al teorema "non poteva non sapere". Ma nessuna condanna definitiva cita mai quell’espressione. Anzi la Corte d’appello di Milano scrive nella sentenza All Iberian poi divenuta definitiva: "Non ha alcun fondamento la linea difensiva incentrata sul presunto addebito a Craxi di responsabilità di ‘posizione’ per fatti da altri commessi, risultando dalle dichiarazioni di Tradati che egli si informava sempre dettagliatamente dello stato dei conti esteri e dei movimenti sugli stessi compiuti".
Tutto era cominciato "nei primi anni 80" quando – racconta Tradati a Di Pietro – "Bettino mi pregò di aprirgli un conto in Svizzera. Io lo feci, alla Sbs di Chiasso, intestandolo a una società panamense (Constellation Financière, ndr). Funzionava cosí: la prova della proprietà consisteva in una azione al portatore, che consegnai a Bettino. Io restavo il procuratore del conto". Su cui cominciano ad arrivare "somme consistenti": nel 1986 ammontano già a 15 miliardi. Poi il deposito si sdoppia e nasce il conto International Gold Coast, affiancato dal conto di transito Northern Holding, messo a disposizione dal funzionario dell’American Express, Hugo Cimenti, per rendere meno identificabili i versamenti. Anche lí confluiscono ben presto 15 miliardi.
Come distinguere i versamenti per Cimenti da quelli per Tradati, cioè per Craxi? "Per i nostri – risponde Tradati – si usava il riferimento ‘Grain’. Che vuol dire grano". Poi esplode Tangentopoli. "Il 10 febbraio ‘93 Bettino mi chiese di far sparire il denaro da quei conti, per evitare che fossero scoperti dai giudici di Mani pulite. Ma io rifiutai e fu incaricato qualcun altro (Raggio, ndr): so che hanno comperato anche 15 chili di lingotti d’oro…I soldi non finirono al partito, a parte 2 miliardi per pagare gli stipendi". Raggio va in Svizzera, spazzola il bottino di Bettino e fugge in Messico con 40 miliardi e la contessa Vacca Agusta. I soldi finiscono su depositi cifrati alle Bahamas, alle Cayman e a Panama.
Che uso faceva Craxi dei fondi esteri? "Craxi – riepilogano i giudici – dispose prelievi sia a fini di investimento immobiliare (l’acquisto di un appartamento a New York), sia per versare alla stazione televisiva Roma Cine Tv (di cui era direttrice generale Anja Pieroni, legata a Craxi da rapporti sentimentali) un contributo mensile di 100 milioni di lire. Lo stesso Craxi, poi, dispose l’acquisto di una casa e di un albergo (l’Ivanhoe) a Roma, intestati alla Pieroni". Alla quale faceva pure pagare "la servitú, l’autista e la segretaria". Alla tv della Pieroni arrivarono poi 1 miliardo da Giallombardo e 3 da Raggio. Craxi lo diceva sempre, a Tradati: "Diversificare gli investimenti".
Tradati eseguiva: "Due operazioni immobiliari a Milano, una a Madonna di Campiglio, una a La Thuile". Bettino regalò una villa e un prestito di 500 milioni per il fratello Antonio (seguace del guru Sai Baba). E il Psi, finito in bolletta per esaurimento dei canali di finanziamento occulto? "Raggio ha manifestato stupore per il fatto che, dopo la sua cessazione dalla carica di segretario del Psi, Craxi si sia astenuto dal consegnare al suo successore i fondi contenuti nei conti esteri". Anche Raggio vuota il sacco e confessa di avere speso 15 miliardi del tesoro craxiano per le spese della sua sontuosa latitanza in Messico. E il resto? Lo restituì a Bettino, oltre ad acquistargli un aereo privato Sitation da 1,5 milioni di dollari e a disporre – scrivono i giudici – "bonifici specificatamente ordinati da Craxi, tutti in favore di banche elvetiche, tranne che per i seguenti accrediti: 100.000 dollari al finanziere arabo Zuhair Al Katheeb" e 80 milioni di lire(«$ 40.000/s. Fr. 50.000 Bank of Kuwait Lnd») per "un’abitazione affittata dal figlio di Craxi (Bobo, ndr) in Costa Azzurra", a Saint-Tropez, "per sottrarlo - spiega Raggio - al clima poco favorevole creatosi a Milano". Anche Bobo, a suo modo, esule.
Quando i difensori di Craxi ricorrono davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, nella speranza di ribaltare la condanna Mm, vengono respinti con perdite. "Non è possibile – scrivono i giudici di Strasburgo il 31 ottobre 2001 – pensare che i rappresentanti della Procura abbiano abusato dei loro poteri". Anzi, l’iter dibattimentale "seguí i canoni del giusto processo" e le proteste dell’imputato sulla parzialità dei giudici “non si fondano su nessun elemento concreto… Va ricordato che il ricorrente è stato condannato per corruzione e non per le sue idee politiche".
Da Il Fatto Quotidiano del 30 dicembre (Marco Travaglio)


