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giovedì 9 giugno 2011

Torna il Premio Vincenzo Licata

Fino al 3 luglio è possibile partecipare alla III Edizione del Premio Nazionale di Letteratura intitolato a Vincenzo Licata e organizzato dall’associazione L’AltraSciacca col patrocinio del Comune e di numerosi sponsor. Anche quest’anno prevista la presenza di numerosi e prestigiosi ospiti e giornalisti


L’Associazione di promozione sociale “L’AltraSciacca” ha indetto per il 2011 la terza edizione del Premio Nazionale di Letteratura e Poesia “Vincenzo Licata – Città di Sciacca”.
Il Premio nasce dall’esigenza di richiamare l’attenzione sul mondo dell’arte, della letteratura e della poesia in particolare: laddove manca la letteratura non c’è spazio per riflettere, laddove manca la poesia non c’è spazio per sognare e fantasticare, tutte esigenze fondamentali per superare il difficile periodo che oggi stiamo vivendo. Farsi promotori di un tale evento è, non solo motivo di orgoglio, ma riveste anche un’enorme dose di responsabilità, poiché non sono molte le possibilità di esprimersi che si offrono nel nostro territorio.
Il Premio è intitolato e dedicato a Vincenzo Licata, poeta saccense tra i più grandi poeti dialettali che la nostra terra di Sicilia abbia mai visto nascere. Il suo amore per i versi, per la scrittura, per il mare e per la città di Sciacca sono trasmessi con spontanea continuità e rinnovata forza dalle vecchie alle nuove generazioni e non possono non essere prese in considerazione da chi si fa promotore di una manifestazione che intende assumere levatura nazionale. Infatti l’amore per l’arte della parola non ha confini di regione, di stato, di appartenenza politica o religiosa. Il Premio è un mezzo tanto semplice quanto importante per far sì che molte intelligenze presenti nel nostro Paese possano avere l’occasione di comunicare le proprie emozioni, i propri sentimenti e le proprie idee, nella consapevolezza che qualsiasi forma di espressione letteraria merita il giusto plauso ed il necessario riconoscimento.
Come per la quasi totalità delle iniziative e manifestazioni portate avanti dall’Associazione l’AltraSciacca, che intende avvalersi per statuto dei vantaggi offerti dalle nuove tecnologie di comunicazione, anche per il Premio è stato allestito e continuamente aggiornato un sito internet, www.vincenzolicata.it, da cui è possibile scaricare sia il bando che la scheda di partecipazione e nel quale, oltre a trovare ovviamente tutte le informazioni sul concorso, si può visitare un’ampia sezione, contenente informazioni, foto, video ed audio, dedicata al Poeta saccense tanto amato dai suoi concittadini.
Proprio l’anno scorso a Sciacca è stata inaugurata una statua dedicata al poeta realizzata dal maestro Filippo Prestia e collocata nei pressi della Rocca Regina, laddove abitavano un tempo i genitori del poeta che rimase per sempre molto legato alla zona e al porto.
Il Premio è destinato a chiunque voglia prendere parte al banchetto della parola poetica e letteraria, dai bambini delle scuole elementari ai pensionati della terza età, ha scadenza il 3 Luglio 2011, la cerimonia di premiazione si svolgerà chiaramente a Sciacca il 13 Agosto 2011 e la manifestazione non ha scopi di lucro.
Il successo dell’edizione dello scorso anno che ha registrato circa 180 partecipanti, molti dei quali provenienti da fuori città e rimasti per qualche sera, assieme ai loro relativi accompagnatori, ospiti delle strutture ricettive locali, l’ampio consenso riscontrato tra la gente, il numero delle iscrizioni già pervenute ed il sicuro interesse del Comune di Sciacca del cui nome il premio si avvale per l’amore che nutriamo nei riguardi della nostra città, per la riuscita dell’evento ogni componente risulta di fondamentale importanza.
L’anno scorso è stata inaugurata anche la sezione “La magnifica identità siciliana”, un premio consegnato al tenore Pietro Ballo, al giornalista Stefano Malatesta e al regista e puparo Mimmo Cuticchio. Anche quest’anno di certo non mancheranno gli ospiti di riguardo, di chiara fama nazionale e siciliani.
La manifestazione assume di anno in anno sempre maggiore rilievo culturale per l’intera regione e di carattere nazionale, e ci auguriamo possa diventare motivo di orgoglio per la nostra terra.
A seguire le parti principali del bando per partecipare al Premio (su www.vincenzolicata.it il bando in versione integrale)
Sezioni del Premio:
Sezione A – Poesia a tema libero e senza limiti di lunghezza in lingua italiana.
Sezione B – Poesia a tema libero dialettale e senza limiti di lunghezza, corredata da una traduzione chiara e leggibile in lingua italiana.
Sezione C – Poesia in lingua italiana senza limiti di lunghezza, avente come tema “La Libertà” intesa come figura materna o come figura religiosa, a discrezione dell’autore.
Sezione D – Racconto a tema libero, ma non superiori alle 9000 battute.
I testi possono essere editi o inediti. Non sono ammessi testi che siano già stati premiati ai primi tre posti in altri concorsi o premi letterari.
I concorrenti devono inviare, a mezzo posta prioritaria o a mezzo raccomandata, la documentazione seguente: scheda di partecipazione al Premio debitamente compilata, scaricabile dal sito www.vincenzolicata.it la quale contiene “la dichiarazione che l’opera è frutto del proprio ingegno” e “l’autorizzazione al trattamento dei dati personali”; n. 2 copie cartacee degli elaborati di cui una sola con nome e cognome, indirizzo, numero di telefono ed e-mail; facoltativamente n. 1 copia degli elaborati in formato elettronico su supporto ottico (CD) oppure inviati via e-mail a: premio@vincenzolicata.it
La quota di partecipazione è di 10,00€ (dieci euro), per ogni sezione nella quale si intende concorrere. Allegare agli elaborati la quota di partecipazione a mezzo contanti.
Le opere vanno spedite a: “Premio Nazionale “Vincenzo Licata – Città di Sciacca”, associazione l’AltraSciacca, casella postale 7, 92019, Sciacca (Ag).
La spedizione deve avvenire entro il 03-07-2011, farà fede il timbro postale.

Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"

lunedì 9 maggio 2011

ATO AG1: Sogeir quasi salva?

A breve la creazione della decima Srr rivolta ai territori virtuosi potrebbe sancire il salvataggio della Sogeir per la soddisfazione dei 17 sindaci dell’ATO AG1. Intanto proseguono le campagne di sensibilizzazione: il nuovo obiettivo di Sogeir è riciclare i contenitori di Tetra Pak

Anche se ancora manca la conferma ufficiale, molto probabilmente la Sogeir entrerà a far parte di una delle nuove Srr che nasceranno con la riforma sui rifiuti. Il futuro dei rifiuti in Sicilia infatti ha una nuova sigla: Srr. Che significa Società per la Regolamentazione del servizio di gestione dei Rifiuti. Le Srr nasceranno dalle ceneri degli Ato, un esperimento evidentemente fallito anche se non dappertutto e che ha costretto la Regione a fare un passo indietro.
I territori e le società virtuose che hanno raggiunto buoni risultati nell’ambito della raccolta differenziata e della sensibilizzazione in merito alla problematica dei rifiuti saranno salvate, e la Sogeir è tra queste. Questo è quanto prevederebbe il piano regionale dei rifiuti.
Tra le pieghe del maxiemendamento del governo alla finanziaria spunta una norma che rischia di moltiplicare il numero degli Ato rifiuti. Il comma 4 dell’articolo 7, infatti, abroga parte della legge sui rifiuti che aveva fissato in dieci il numero massimo degli Ambiti territoriali ottimali in Sicilia. “Attraverso il maxiemendamento alla finanziaria, il governo intende abolire il tetto inserito lo scorso anno al numero degli Ato-rifiuti, che avevamo ridotto da 27 a 10 – denuncia Giacomo Di Benedetto, parlamentare del Pd -. Insomma, il governo vuole le mani libere per aumentare il numero degli Ato. E’ una norma scandalosa che deve essere immediatamente eliminata, perché percorrendo la strada che vorrebbe premiare i soggetti ‘virtuosi’, si corre il rischio di tornare al modello di gestione dei rifiuti voluto da Cuffaro”. Non la pensano in questo modo i diversi sindaci e cittadini gestiti da chi è riuscito a portare avanti un lavoro concreto, senza trovare mai spazzatura lungo le strade (come invece è spesso successo ad Agrigento, Palermo ed in Campania) e senza mai un solo giorno di sciopero.
Le Srr dovevano essere 9 più 1 che si doveva occupare della gestione dei rifiuti nelle isole minori siciliane. Con un apposito disegno di legge invece la decima Srr sarebbe designata a gestire i territori virtuosi. Fra questi i 17 comuni che fanno parto dell’ATO Ag1, quello gestito in questi anni dalla Sogeir. Si tratterebbe insomma di una specie di “premio” per i risultati raggiunti dalla società pubblica gidata da Vincenzo Marinello, attualmente commissario liquidatore di Sogeir. Dalla parte di Marinello anche i sindaci dei 17 comuni dell’ATO AG1 che nel tempo hanno visto dotarsi di numerosi servizi, primo fra tutti quello della raccolta porta a porta che ha permesso a comuni come Villafranca Sicula e Burgio di divenire comuni capofila in ambito nazionale per quanto concerne la raccolta differenziata, ritirando premi su premi. In poche parole i 17 comuni gestiti da Sogeir non vogliono entrare a far parte della Srr provinciale ma attendono fiduciosi che la Regione Sicilia approvi questa nuova Srr, dedicata ai territori ed alle società virtuose. Non solo, ma anche altri sindaci di altri comuni sarebbero pronti a chiedere di entrare a far parte della società gestita da Vincenzo Marinello. Del resto prima di queste novità, erano stati gli stessi sindaci dell’ATO a recarsi più volte a Palermo per chiedere all’ente Regione di salvare la Sogeir in virtù degli ottimi risultati raggiunti che ne hanno fatto, secondo i dati statistici di Legambiente, il miglior ATO siciliano.
Intanto continuano le campagne di sensibilizzazione della Sogeir ATO Ag1 in merito alla raccolta differenziata. La società ha aderito all’iniziativa “Tutti riciclabili, riciclabili da tutti”, una campagna di comunicazione sulla raccolta dei contenitori Tetra Pak insieme a carta e cartone.
Questa iniziativa è stata promossa proprio dalla Tetra Pak e dalle Cantine Settesoli per il riciclo dei contenitori per bevande ed alimenti. La campagna è rivolta ai comuni gestiti da Sogeir che effettuano la raccolta differenziata dei contenitori per latte, vino, succhi di frutta, sughi ed altri alimenti, conferendoli insieme a carta e cartone. L’iniziativa sarà condotta ad Alessandria Della Rocca, Bivona, Burgio, Calamonaci, Caltabellotta, Cattolica Eraclea, Cianciana, Lucca Sicula, Menfi, Montevago, Ribera, Santa Margherita Belice, Santo Stefano di Quisquina, Sambuca di Sicilia, San Biagio Platani, Sciacca e Villafranca Sicula. La campagna di comunicazione non riguarda soltanto le affissioni stradali ma anche un pieghevole che sarà inviato a tutti gli utenti attraverso il quale verranno fornite tutte le indicazioni per svolgere correttamente la raccolta differenziata dei cartoni per bevande ed alimenti.
I dettagli di questa iniziativa sono stati presentati durante una conferenza stampa che si è tenuta a Sciacca presso la sala Blasco del Comune ed alla quale hanno partecipato Vincenzo Marinello, i sindaci dei comuni facenti parte dell’ATO AG1 e il direttore generale del dipartimento regionale rifiuti e acque Emanuele Vincenzo. Per il corretto riciclo dei contenitori Tetra Pak i cittadini dei comuni interessati dovranno conferirli, una volta svuotati e schiacciati, nei cassonetti stradali o nei bidoni carrellati destinati alla raccolta di carta, cartone e contenitori per bevande. I contenitori Tetra Pak saranno quindi inviati alle cartiere dove la cellulosa, principale componente dei contenitori, verrà separata dal polietilene e dall’alluminio attraverso il normale processo di produzione cartaria senza aggiunta di prodotti chimici, per poi essere utilizzata nella produzione di nuovi materiali a base cellulosica (carta per imballaggio, per cancelleria, ecc.).
Soddisfatta dell’iniziativa di comunicazione anche la stessa Tetra Pak. “Tetra Pak da sempre è impegnata nello sviluppo sostenibile e nella valorizzazione delle risorse e, grazie al protocollo d’intesa siglato con Comieco nel luglio 2003, nella promozione della raccolta differenziata e del riciclo dei proprio contenitori su tutto il territorio nazionale” ha dichiarato Michele Mastrobuono, direttore ambiente e relazioni esterne di Tetra Pak Italia. “Obiettivi importanti sono già stati raggiunti: nel 2010 sono state riciclate in Italia un miliardo di confezioni postconsumo, pari ad oltre 19900 tonnellate”.

Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"

domenica 24 aprile 2011

Musei: la capacità di fare "sistema"

La Valle del Belice organizza “la rete dei musei” per attrarre i turisti. A Sciacca invece non si riesce a fare sistema e spesso i musei rimangono chiusi anche durante le festività così come l’ufficio turistico. Come andrà a Pasquetta?

Per raccontare e far conoscere l’identità della Valle del Belice, nasce, dopo un anno dai primi incontri, promossi da Legambiente Sicilia, la rete dei musei della Valle del Belice.
Ne fanno parte tutti i comuni della Valle: Castelvetrano, Gibellina, Salemi, Salaparuta, Poggioreale, Menfi, Montevago, Santa Margherita Belìce, Contessa Entellina, Sambuca di Sicilia, Giuliana, Roccamena, Santa Ninfa, Vita, Partanna che hanno deliberato, con atto amministrativo, l’adesione al progetto.
Insieme a questi aderiscono la Provincia Regionale di Trapani , l’Azienda Foreste Demaniali di Trapani, la Fondazione Orestiadi di Gibellina, La Rotta dei Fenici, il CRESM, le Riserve Naturali: della Foce del fiume Belìce e Dune Limitrofe della Grotta di Santa Ninfa, e della Grotta di Entella, con la partecipazione del dirigente e dei funzionari del Servizio Polo museale della Val di Mazara dell’Assessorato regionale ai Beni Culturali e identità siciliana e della Direzione del Parco di Selinunte e Cave di Cusa “Vincenzo Tusa”. Tutti insieme per fare sistema.
La presentazione della Rete Museale Belicina, nei locali del Baglio Florio all’interno del Parco Archeologico di Selinunte e Cave di Cusa, si è svolta lo scorso venerdì 15 Aprile, alla presenza delle autorità regionali dell’Assessorato ai Beni Culturali. Sabato 16 aprile invece si era tenuta la seconda edizione del “Viaggio nella Memoria”, un viaggio in quei luoghi della Sicilia che sono stati nel 1968 il tragico teatro del terremoto nella Valle del Belìce. Santa Margherita di Belice aderisce alla rete dei musei della Valle del Belice con il Museo della Memoria, legato alla ricerca dell’identità collettiva del Belìce e collocato nell’ ex chiesa madre ristrutturata; e il Museo del Gattopardo che custodisce il manoscritto ed il dattiloscritto de “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa ed altri oggetti appartenenti allo scrittore.
Dopo la visita al Museo della Memoria il viaggio proseguirà con la visita a Poggioreale Vecchia e la passeggiata nell’antico centro abbandonato dopo il sisma; ai Ruderi di Salaparuta ed all’Archivio della ricostruzione; al Cretto di Burri ed ai Ruderi di Gibellina; al Castello di Rampinzeried alla Riserva Naturale Grotta di Santa Ninfa a cui seguirà una degustazione e promozione di prodotti tipici della Valle del Belìce e la visita della mostra fotografica la Primavera del Belice. Il Viaggio nella Memoria terminerà nel pomeriggio a Gibellina con l’incontro alla Fondazione Orestiadi e la visita guidata al Museo delle Trame Mediterranee e un giro del paese per conoscere alcune delle architetture moderne presenti tra cui il nuovo Museo “Belice/Epicentro della Memoria Viva”.
E Sciacca? Da anni la città termale non riesce ad esprimere le proprie potenzialità culturali e mussali, basti ricordare che il Museo Scaglione è chiuso da tempo, oggetto di alcuni lavori di ristrutturazione mai terminati, e che il Museo del Mare di località Muciare attende ancora di essere aperto ed inaugurato. La struttura è pronta ma mancano ancora alcuni allacci, la riqualificazione dell’area, dell’accesso stradale oltre al Melqart, la statuetta fenicia, conservata a Palermo e che Sciacca da tempo rivorrebbe.
Ma non solo. Il Museo Antiquarium di località San Calogero è stato recentemente riaperto dopo quasi 6 anni di silenzio ma sicuramente non viene pubblicizzato molto a livello provinciale e regionale cosicché le visite si limitano soltanto a chi si reca in Basilica o a chi sa della presenza del museo dedicato ai reperti recuperati dalle viscere del monte Kronio.
Una vecchia battaglia riguarda invece il Museo dell’Antimafia che vorrebbe realizzare da tempo Nico Miraglia, figlio di Accursio, sindacalista ucciso dalla mafia, ma ancora nulla di concreto è stato stabilito nonostante la volontà dei Miraglia e i tanti documenti storici in loro possesso che potrebbero essere usufruiti da tutta la cittadinanza.
Insomma ancora una volta quello che a Sciacca manca è la capacità di fare “sistema”, di organizzarsi in Polo. Manca poi anche la pubblicizzazione dell’enorme patrimonio artistico culturale della città. Siamo nella Settimana Santa che conduce alla festività di Pasqua e Pasquetta e come sempre si ci chiede se i nostri musei saranno aperti ai turisti. Sciacca infatti è risultata essere una delle mete siciliane privilegiate dal turismo nazionale dopo Taormina. Sarebbe opportuno accogliere i visitatori degnamente, presentando i musei e l’ufficio turistico aperti. Battaglia di ogni anno. Vedremo nel 2011 come andrà a finire: si attendono scommesse.

Calogero Parlapiano - tratto da "ControVoce"

sabato 23 aprile 2011

Raffaele Lombardo in bilico?

Il Pd è pronto a mollare Lombardo che contrattacca: “O me o le urne”. E a sorpresa dichiara che potrebbe ricandidarsi col Terzo Polo. Situazione di stallo che rischia di paralizzare anche i lavori dell’Assemblea Regionale Siciliana

“E’ da escludere un cambio di maggioranza. La mia è una giunta tecnica in cui ognuno esprime le proprie competenze, quindi non c’è nessuna delegazione di partito da ritirare”. Lo ha detto il presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo, nel corso di una conferenza stampa convocata a Palermo per discutere del quadro politico regionale attuale alla luce dell’inchiesta antimafia della Procura di Catania che lo vede coinvolto.
“Non accetto lezioni di moralità da nessuno – ha aggiunto - e soprattutto da chiacchieroni che non sanno cosa sia la lotta alla mafia e alla criminalità, che il mio governo ha contrastato come mai successo in Sicilia. La sanità, il mondo dei rifiuti e dell’eolico: sono questi i settori dove abbiamo contrastato di più il malaffare”. Chiuse intanto le indagini per concorso esterno in associazione mafiosa. Lombardo: “Non intendo vivacchiare. O con me o si va subito al voto”. E guarda al Terzo Polo per ricandidarsi sebbene, fino a poco tempo fa, aveva dichiarato che non lo avrebbe fatto.
Veltroni nel frattempo chiede un referendum al pd per riconsiderare l’alleanza con il governatore mentre per Ignazio Marino il governatore si deve dimettere subito.
Raffaele Lombardo dunque è in bilico. Questo il quadro della situazione attuale. Il Pd regionale e nazionale è in crisi di coscienza e si chiede se è lecito proseguire un rapporto politico con una persona indagata per concorso esterno in associazione mafiosa. Anche se per il governatore tutti hanno verso di lui “una presunzione di colpevolezza”.
E’ chiaro che senza il Pd il governo regionale non avrebbe più i numeri per continuare. Non basterebbero Mpa, Api, Fli e Udc. Pessimi i rapporti col Pdl e con Forza del Sud: insomma non resterebbero che le urne con Cascio, Miccichè e Sergio D’Antoni in pole position come papabili candidati.
Lombardo dal canto suo rivendica i meriti del suo governo nell’azione riformatrice e contro la illegalità in una conferenza stampa convocata all’indomani delle dichiarazioni di Pier Luigi Bersani con le quali aveva annunciato di volere riconsiderare la situazione politica nel governo della Regione e il sostegno del Pd. Una stoccata arrivata dopo che la Procura di Catania aveva nei giorni scorsi notificato al governatore l’avviso di chiusura indagini su un’inchiesta in cui Lombardo è coinvolto con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. A questo si è aggiunta la bordata di Walter Veltroni: “In Sicilia occorre svolgere un referendum nel Pd per decidere sul sostegno alla giunta Lombardo. La mia opinione è che non si debba più sostenere l’esecutivo”.
“Veltroni è nostalgico dello zero a 61. Ha fatto la sua proposta, rispettabile anche questa, ma gli dico che non ci sarà bisogno di referendum”. Il governatore si riferisce a quando nel 2001 l’allora Casa della libertà conquistò alle consultazioni politiche tutti i 61 collegi uninominali in Sicilia. Con Veltroni si schiera invece il senatore del Pd Ignazio Marino. Posizioni non condivise dal capogruppo del Pd all’Ars Antonello Cracolici, uno dei sostenitori dell’appoggio alla giunta regionale: “Questo clima da caccia alle streghe che qualcuno all’interno del centrosinistra vuole istaurare, è insopportabile” afferma. Ed è proprio Lombardo a citare le mosse in nome della legalità messe in campo dal suo governo e cita lo stop ai termovalorizzatori e il risanamento della Sanità. Azioni che gli vengono riconosciute anche dal senatore del Pd Beppe Lumia, uno dei leader dell’antimafia e dalla presenza in giunta del magistrato Massimo Russo e dell’ex prefetto Giosuè Marino.
In ogni caso Lombardo non intende accusare i pm che lo hanno indagato. Entrando nel merito dell’inchiesta della procura di Catania afferma: “Leggerò gli atti e li leggeremo tutti. Io a questa gente non ho dato nè passaggi in macchina, ne assunzioni, nè incarichi, nè appalti e nè favori. Io...”. Il banco di prova della maggioranza sarà il voto delle prossime settimane sul bilancio. Se si dovesse arrivare ad elezioni anticipate il governatore afferma di guardare “con interesse al Terzo polo (Udc, Fli, Mpa, Api) un riferimento importante e un ancoraggio serio”. E lascia intendere che non esclude una sua ricandidatura.

Calogero Parlapiano - tratto da "ControVoce"

mercoledì 20 aprile 2011

Arrivano i nostri. Nuovi magistrati a Sciacca

Quattro nuovi e giovani magistrati vanno a rimpolpare l’organico operativo della Procura di Sciacca che adesso potrà tornare a lavorare a pieno regime e con rinnovata lena. Commenti positivi da Pantaleo, Vella e Genna

Finalmente arrivano nuovi magistrati nella Procura di Sciacca che, per tanti mesi, è stata sull’orlo della chiusura a causa della carenza di organico e personale.
I quattro nuovi giudici sono sono: Michele Marrone di 39 anni, nato a Trapani e che ha svolto il tirocinio a Bologna; Giovanni Lucio Vara, di 28 anni, nato a Foggia, il quale ha ultimato il proprio tirocinio a Milano; Alessandro Moffa, di 31 anni, nato a Lanciano, anch’egli impegnato nel tirocinio in quel di Bologna e infine Silvia Capitano, la quale ha svolto il tirocinio a Roma, la capitale d’Italia.
Soddisfazione naturalmente è stata espressa dal procuratore Vincenzo Pantaleo, dal magistrato Salvatore Vella e dal Presidente del Tribunale di Sciacca Andrea Genna che, in particolar modo, ha invitato i nuovi giovani colleghi ad intraprendere questa avventura nel solco della prudenza.
Decisivo per rimpolpare gli organici giudiziari è stato soprattutto il cambiamento della legge che, fino a poco tempo fa, impediva l’arrivo nelle Procure di uditori di prima nomina.
L’arrivo dei quattro giovani magistrati era già noto da alcuni mesi ma, seguendo i tempi prestabiliti, hanno preso l’incarico durante l’ultima settimana.
Li attende un lavoro duro e impegnativo, sicuramente sono diverse le procedure in arretrato, proprio a causa dell’esiguità delle risorse umane antecedenti al loro arrivo. Per dirla alla Alfano, il ministro della Giustizia, anche loro adesso potranno godersi “lo splendido panorama” che si gode dal Tribunale, tale da scongiurarne ogni rischio di chiusura.
Durante la loro presentazione ufficiale alla stampa e ai colleghi del tribunale, si è parlato anche degli ultimi fatti di cronaca nera e giudiziaria, ponendo l’attenzione sull’escalation criminale che sta coinvolgendo il territorio di Ribera, ultimo caso l’intimidazione al sindaco Carmelo Pace, la situazione esplosiva di Lampedusa e i diversi furti di auto e negli appartamenti denunciati da cittadini saccensi.
Tutta la redazione del Settimanale “ControVoce” augura un buon lavoro ai nuovi magistrati e una buona permanenza a Sciacca.

Calogero Parlapiano - tratto da "ControVoce"

sabato 9 aprile 2011

Decisioni "varianti"...

Si continua a parlare di varianti urbanistiche. Il quadro era e rimane poco chiaro ed anche il prossimo consiglio comunale rischia di tramutarsi in un nulla di fatto aggravando i rapporti tra la Giunta Bono e la maggioranza consiliare.


Le varianti urbanistiche tornano all'ordine del giorno della seduta del consiglio comunale di Sciacca, convocato per il 14 aprile prossimo, ma le posizioni dei gruppi e dei singoli consiglieri non sembrano cambiate, anzi la situazione sembra ancora più intricata se è vero com’è vero che per l’ex capogruppo del pd Simone Di Paola la maggioranza dovrebbe trovare una soluzione univoca e condivisa mentre secondo il sindaco Vito Bono “quando si parla di questioni urbanistiche è giusto lasciare le decisioni alla responsabilità del singolo consigliere”.
Rieccoci dunque alle prese con le varianti e stavolta, all'ordine del giorno del consiglio comunale, se ne aggiunge un'altra, quella per la realizzazione di un impianto di distribuzione carburante, dotato di pannelli fotovoltaici, da realizzare nella via Lioni. L’argomento distributori di carburanti sta mettendo ulteriore benzina sul fuoco, è proprio il caso di dirlo, sui rapporti tra Giunta e Maggioranza con al centro della questione i distributori da costruire alla Perriera, nei pressi dello stadio Alternativo e in via Verona.
Tornano all'ordine del giorno, ovviamente, anche i progetti Penny Market nell'ex sala bingo di via Pompei, Eurospin nella contrada Bellante e Bono gomme in contrada Seniazza. Naturalmente per risolvere ogni diatriba basterebbe portare il piano regolatore generale in consiglio ma ancora evidentemente non è pronto. Del resto la stessa regione siciliana, attraverso alcune lettere ufficiali, aveva “rimproverato” nel recente passato il comune saccense affermando, nel succo, che le varianti urbanistiche devono essere delle eccezioni, e non una regola ormai costante e consolidata.
Tutti d'accordo i capigruppo consiliari chiamati a stabilire la data della seduta consiliare e i punti all’ordine del giorno.
Una calma apparente se si tiene conto di come sono andate le cose nelle due sedute consiliari, andate a vuoto la scorsa settimane e del fatto che le posizioni non sembrano essere cambiate.
Il pd del segretario e, per il momento anche capogruppo, Giuseppe Coco, dopo le dimissioni dall’incarico di Simone Di Paola, continua a ricordare le decisioni assunte nel corso della ormai famosa riunione che aveva preceduto la seduta consiliare: non si va in deroga a quello che prevede il piano regolatore generale. Tradotto significa: non si approvano le varianti.
Posizione non condivisa dalla componente Cusumano, i democratici e liberi, possibilisti invece sui progetti Penny Market e Bono gomme. Il risultato era stata la loro assenza in aula e gli ulteriori strascichi polemici con le dimissioni da capogruppo di Di Paola.
Il segretario Coco ha convocato per sabato mattina un’altra riunione di partito. A cosa porterà non è chiaro, ma sulle vicende urbanistiche la linea ufficiale non dovrebbe cambiare, sostenuta anche dai colleghi di futuro e libertà, mentre l’mpa ha ufficialmente dichiarato tramite l’assessore Ferrara la disponibilità ad approvare le varianti, ritenendo l’atto perfettamente legittimo.
La maggioranza quindi continua ad essere quantomeno confusa soprattutto alla luce del fatto che anche su altre questioni non ha dato esempi di compattezza e più di qualche esponente continua a ribadire che dovrebbe essere proprio il sindaco a tenere tutti in riga. Invece lascia correre, lascia fare.
Sta di fatto che sono saltate due sedute consiliari, che le varianti sono all’ordine del giorno ormai da diversi mesi senza che se ne venga a capo col rischio di bloccare l’intera macchina amministrativa del consiglio comunale. L’opposizione si era presentata in aula nelle ultime due tornate nelle quali poi era venuto a mancare il numero legale.
All'interno del pdl pare ci sia un gruppetto di 5 consiglieri disponibili ad approvare le varianti, mentre gli altri non sono d’accordo. Poi c’è da capire a quale gruppo eventualmente si accoderanno i battitori liberi: Sandullo, Gulotta, Settecasi, Turco e Michele Patti. Una cosa è certa: si deve prendere una decisione, positiva o negativa che sia, perché Sciacca non può più aspettare.

Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"

giovedì 17 marzo 2011

Nessuno provi a toccarli... Una provincia "intimidita"

Salvatore Vella, Michele Botta, Eugenio D’Orsi, Michele Buscarnera: sono solo gli ultimi ad aver subito intimidazioni e minacce. Perché? Cosa sta accadendo in provincia di Agrigento? Come mai è stato complicato risalire agli autori di gesti tanto vili? Simboli e segnali di una mafia che sta cambiando


Intimidazioni. Sembra essere diventata questa la parola d’ordine in provincia di Agrigento. Ormai è lunga, lunghissima la lista di coloro che, coinvolti a vario titolo, nella vita pubblica, subiscono minacce di ogni genere e grado. L’ultimo a subirne in ordine di tempo è stato il magistrato Salvatore Vella, Pm della Procura della Repubblica di Sciacca e delegato della direzione investigativa antimafia. Ha rinvenuto un bigliettino all’interno della propria agenda dal significato inequivocabile: recava la scritta “Bum” con chiaro riferimento all’automobile. Ciò che sconcerta, oltre al vile atto, è la facilità con cui l’intimidatore si è potuto avvicinare e lasciare il “pizzino”. Vella infatti si trovava a Bivona per prendere parte nella qualità di relatore ad un convegno sulla legalità. Dopo una sua momentanea assenza dal tavolo dei relatori, ha ritrovato quanto descritto. Un atto dunque compiuto dinanzi ad altre persone, senza alcuna preoccupazione. Salvatore Vella negli ultimi mesi sta partecipando a tantissimi convegni circa la sensibilizzazione antimafia, la lotta alla criminalità organizzata e il coraggio della denuncia antiracket. Ultimamente si era recato anche a Londra per una conferenza del genere riscuotendo notevole successo. Naturalmente Vella è anche un magistrato in prima linea nella lotta antimafia attraverso numerose inchieste e processi. Tra i tanti, gli ultimi in ordine di tempo quello “Scacco Matto” e quello “Face Off”. Proprio quest’ultimo in particolare ha coinvolto la mafia di Bivona e della Bassa Quisquina determinando condanne su condanne ottenuto anche grazie al contributo della testimonianza di Ignazio Cutrò, imprenditore antiracket originario del piccolo centro montano. Potrebbe non trattarsi di un caso l’intimidazione subita proprio a Bivona ma è chiaro che le indagini sono in corso. Dopo le dovute denunce ai carabinieri, le forze dell’ordine stanno cercando di risalire ai responsabili del gesto.
Intanto al Pm è arrivata la solidarietà un po’ di tutti: politici di ogni partito, associazioni culturali e sportive, mondo dell’imprenditoria e sindacale ma anche da parte di tanta gente comune che si è mobilitata su internet e su facebook. Si è espresso in merito pure il ministro della giustizia Angelino Alfano mentre intanto la scorta del magistrato è stata potenziata: da uno a due carabinieri, in pianta stabile. Vella dicevamo è soltanto l’ultimo caso però.
Il sindaco di Menfi Michele Botta è giunto nel giro di poche settimane alla terza lettera anonima contenente sempre precise minacce per sé e per i propri familiari. Botta ha più volte avuto modo di dichiarare: “Il mio modo di amministrare è limpido. Non capisco perché queste minacce. Se qualcuno ha dei problemi può venirmi a trovare e parlarne direttamente. L’uomo Botta è turbato e preoccupato, il sindaco no. Non posso lasciarmi intimorire.” Anche in questo caso finora dalle forze dell’ordine nessun riscontro. Le indagini vanno avanti ma nulla ancora è dato sapere circa la provenienza di queste intimidazioni.
Di pochi giorni fa era stato invece il turpe gesto perpetrato ai danni dell’ingegnere Michele Buscarnera: una testa di capretto rinvenuto dinanzi il portone del suo studio sito in via Lido durante l’orario di lavoro. Il professionista ha detto: “Non capisco. Non sono un imprenditore ma solo un tecnico.” Di Buscarnera si era parlato insistentemente nell’ultimo periodo a seguito del progetto della Sun & Soil circa la realizzazione di un impianto fotovoltaico a Sciacca del valore di 29 milioni di euro.
E che dire del Presidente della Provincia di Agrigento Eugenio D’Orsi? Anche per lui minacce su minacce, di vario tipo e perpetrate nel tempo tanto da richiederne il rafforzamento della scorta.
Una volta si diceva che la provincia di Agrigento fosse una provincia “babba”. Adesso no, non lo si può più dire. E’ una provincia “spetta”, fin troppo. Un territorio dove spesso si è costretti a vivere ed a convivere con l’ansia e la tensione, dove ogni “sgarro” si paga e dove il rispetto delle regole e della legalità è visto come una debolezza, una cosa per persone deboli.
Si fa troppo presto a parlare di mafia come se fosse un’entità astratta. Oggi è bene parlare di mafie.
Le mafie dei colletti bianchi, dell’imprenditoria, della finanza, quella che gestisce gli appalti pubblici e se le divide, e decide a chi devono andare e per quanto tempo. Perché tutte queste intimidazioni? Perché tutte queste minacce? Cosa vogliono? Che pretendono? Chi si nasconde dietro un pizzino, o una testa di capretto o una lettera anonima? Chi non ha il coraggio di mostrare il proprio volto alla luce del sole? Cosa ne pensa l’opinione pubblica di tutto ciò? Chi si volta dall’altra parte? Tutte domande che esigono risposte. Risposte precise, circostanziate, magari non immediate. Ma si dice che il tempo è galantuomo e prima o poi tutti i nodi tornano al pettine.
Non bisogna più pensare alla mafia come a quella che ci raccontano nei film di un tempo o nelle fiction romanzate dei nostri giorni, la mafia si è evoluta, non spara ma minaccia, fa terrorismo psicologico prima che fisico. La mafia non è più quella che fa affari con lo Stato ma è quella che ha preso piede nelle pubbliche amministrazioni e nelle migliori società. I figli dei mafiosi di oggi non vanno in giro con la coppola e la lupara ma studiano, si laureano, scalano i vertici del mondo civile e prendono il loro posto portando avanti gli affari di famiglia e delle famigghie. E chi si interpone a tutto questo è un pericolo da eliminare e da aggirare. O quantomeno da piegare. E come? Con la minaccia, con l’intimidazione. Come solo i vigliacchi senza onore sanno fare.
Alle forze dell’ordine il compito di vigilare, di indagare, di colpire chi non vuole che questa terra sia libera e pulita. A noi tutti invece il compito di non lasciare da soli coloro che, come il magistrato Salvatore Vella, spende e si spende totalmente affinché qualcosa possa cambiare. Cambiare in meglio.

Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"

mercoledì 16 marzo 2011

Scuole a rischio sismico?

I dati di Legambiente sono allarmanti: gli edifici scolastici siciliani sono a rischio sismico, privi di palestre, di certificati di idoneità ed agibilità. Pochissime le scuole costruite nell’ultimo ventennio. E come stanno gli istituti scolastici di Sciacca?

Le scuole siciliane versano in pessime condizioni. Detto così verrebbe da aggiungere: e dove sta la novità? La novità sta nel fatto che a dircelo in termini più chiari e dettagliati è Legambiente Sicilia che ha analizzato le condizioni degli edifici scolastici di tutta la regione. Si parla soprattutto della mancanza di costruzioni antisismiche proprio in un territorio tristemente famoso per le scosse tragiche. Le scuole tremano. Ma stavolta non si tratta di un’espressione figurata per rappresentare la situazione di precarietà nella quale si trovano a operare professori e insegnanti dell’Isola. Tremano nel vero senso della parola. Il rapporto “Ecosistema scuola 2011” di Legambiente mette in luce un dato che deve assolutamente far riflettere. Il 95% delle scuole siciliane è a rischio sismico. Quindi quasi tutti gli studenti siciliani corrono questo pericolo. Naturalmente il dato schizza verso l’alto anche a causa della conformazione geografica tipica della nostra terra, però il problema della sicurezza dei ragazzi nel loro luogo di “lavoro” non può essere tralasciato.
Cosa che invece sembra accadere, sempre secondo i dati del report di Legambiente. Tra le città meno virtuose, ovvero che investono meno in buone pratiche per il monitoraggio e la risoluzione di problemi legati a situazioni di rischio ecco Messina, penultima nella graduatoria nazionale che ha preso in esame ben 82 Comuni. In realtà ce ne sarebbero altri 11 fuori classifica perché non hanno inviato una documentazione completa. Rimane comunque il dato di una provincia che non si occupa del benessere dei suoi figli tra le mura scolastiche. O perlomeno non se ne occupa abbastanza. Gli altri capoluoghi di provincia siciliani si trovano poco più sopra, quindi sempre in fondo alla graduatoria. Catania, Trapani, Palermo, Enna e Ragusa si classificano tutte tra il sessantottesimo e il settantottesimo posto. Le più “virtuose” risultano essere Agrigento e Caltanissetta, rispettivamente al numero 46 e 51 della classifica, quindi in una posizione di metà elenco.
Analizzando i dati nel particolare si scopre che quasi la metà degli edifici scolastici sono stati costruiti tra il 1940 e il 1974, mentre quelli realizzati nell’ultimo ventennio sono solo l’11 per cento del totale. Solo il 19 per cento, inoltre, è stato costruito secondo criteri antisismici. Un dato che sorprende se confrontato con quel 95% di scuole a rischio sismico. In parole povere la Sicilia snobba uno dei suoi problemi principali. Addirittura da brividi il dato relativo agli edifici con palestre al proprio interno. Sono solo lo 0,36 per cento. La domanda, così, diventa d’obbligo: dove svolgono l’attività fisica in nostri ragazzi? In tutte le scuole è prevista, ma le palestre appaiono un miraggio.
Qualcosa comunque si può e si deve fare per risolvere questa situazione. Anche perché i dati del dossier evidenziano che sessanta scuole su cento hanno bisogno di interventi di manutenzione urgenti. Negli ultimi cinque anni, tra l’altro, solo il 17 per cento degli edifici ha ricevuto interventi di manutenzione straordinaria. Operazioni che pesano in maniera sostanziale: mediamente si tratta di poco più di 34 mila euro per interventi straordinari, a fronte di quasi 6 mila euro per azioni ordinarie. Il problema sta quindi tutto nella tempestività degli interventi. Una risposta più veloce porta anche a un risparmio da un punto di vista economico, oltre a garantire una sicurezza maggiore a tutti gli studenti, che è la cosa più importante.
Sicurezza che viene tralasciata osservando i dati relativi alle certificazioni previste per le scuole. Le uniche documentazioni presenti nella totalità degli istituti siciliani sono quelle relative alle prove di evacuazione. In fondo che ci vuole? Basta costruire una scala antincendio ed effettuare qualche prova con i ragazzi degli istituti. E’ il problema meno gravoso. Latitano invece le certificazioni relative, per fare degli esempi, all’agibilità (29% presenti), alla prevenzione degli incendi (23% presenti) e all’igiene (33% presenti). Per non parlare poi delle barriere architettoniche, abbattute solo nel 15 per cento degli edifici.
Infine uno sguardo sui rischi ambientali. Solo la metà dei comuni ha effettuato un monitoraggio sulla presenza di amianto nelle scuole, con il risultato di un 3 per cento di casi rilevati che ha visto, però, solo un 1,29 per cento di azioni di bonifica negli ultimi due anni. Il radon poi non sembra essere un problema qua in Sicilia. Praticamente nessun comune effettua monitoraggi sulla possibile presenza di questo gas cancerogeno che, se inalato, può provocare gravissimi problemi di salute.
Insomma, la situazione delle scuole siciliane non è delle migliori. E poco si continua a fare per cercare di cambiare qualcosa in tal senso. E come stanno gli istituti scolastici di Sciacca e del circondario? Spesso sentiamo parlare di lavori in corso, di classi sistemate in condizioni di precarietà o in locali angusti. Come sempre, il problema risiede nell’atavica mancanza di fondi che non permette adeguate opere di ristrutturazione o quantomeno di manutenzione. Di costruire nuove scuole invece nemmeno a parlarne. Eppure sono i luoghi dove i bambini e ragazzi passano la maggior parte della loro giornata e della prima parte della loro vita. Sarebbe opportuno rendere tutto in sicurezza ma appare una lotta contro i mulini a vento. Al mondo delle istituzioni, a tutti i livelli, il compito di trovare ogni soluzione e migliorare questo stato di cose, inaccettabile al momento.

Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"

mercoledì 23 febbraio 2011

500mila euro in beni sequestrati ad Imbornone

La DIA sequestra 500mila euro in beni a Salvatore Imbornone, presunto boss di Lucca Sicula e ritenuto dagli inquirenti a lungo capomandamento della famigghia di Ribera. Attualmente Imbornone è detenuto nell’ambito del processo Scacco Matto dove è stato condannato a scontare 11 anni di carcere

La Direzione Investigativa Antimafia, nell’ambito delle attività finalizzate all’aggressione dei patrimoni mafiosi, ha sequestrato, ai sensi della legislazione antimafia, beni per un valore di circa 500.000 Euro a Salvatore Imbornone, cinquantunenne, inteso “Toto’ u russu”, di Lucca Sicula, attualmente detenuto, nonché ad altri componenti del suo nucleo familiare.
Il decreto è stato emesso dal Tribunale di Agrigento, su proposta avanzata dalla Procura della Repubblica di Palermo - Dipartimento di Criminalità Economica - sulla base di complesse indagini bancarie e patrimoniali svolte dal Centro Operativo D.I.A. Il Tribunale, condividendo le investigazioni effettuate, ha motivato il sequestro rilevando la mafiosità del soggetto proposto - accertata in molteplici atti processuali - e la sperequazione tra il valore dei beni posseduti e dei redditi dichiarati e l’attività svolta.
Salvatore Imbornone discende da una famiglia con forti tradizioni mafiose. Figlio di Vincenzo, defunto capo della famigghia mafiosa di Lucca Sicula, negli anni è stato ritenuto personaggio di spessore nel sodalizio mafioso del comprensorio saccense, stabilmente inserito all’interno dell’organizzazione criminale cosa nostra.
La sua figura balza agli onori della cronaca nel novembre del 1992, allorquando, nel quadro delle indagini relative agli omicidi di Stefano Radosta e Paolo Borsellino, veniva denunciato alla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, insieme ad altri, per associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata al controllo degli appalti pubblici, commissione di omicidi ed altro.
Il Tribunale di Agrigento, con decreto emesso il 31 maggio 2002, gli irrogava la misura di prevenzione della Sorveglianza Speciale, con obbligo di soggiorno nel comune di residenza per la durata di 2 anni.
Il 4 luglio 2008 veniva arrestato, unitamente ad altri soggetti, richiesta sempre dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, nell’ambito dell’operazione “Scacco Matto”, che disarticolava un’associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata ad acquisire la gestione di attività economiche ed appalti di opere pubbliche nel settore edile, turistico e alberghiero, il controllo della fornitura di calcestruzzo, automezzi e manodopera specializzata. L’attività d’indagine aveva scompaginato le famiglie mafiose agrigentine di Sciacca, Menfi, Santa Margherita Belice, Montevago, Sambuca di Sicilia, Burgio, Lucca Sicula, Villafranca Sicula e del mandamento di Ribera.
Il 18 febbraio del 2010, il Gup di Palermo, nel processo celebrato con il rito abbreviato, scaturito proprio dall’operazione “Scacco Matto”,condannava Imbornone ad anni 11 e mesi 4 di reclusione per associazione per delinquere di stampo mafioso. In particolare, lo stesso veniva ritenuto colpevole di aver rivestito il ruolo di capo mandamento della famiglia mafiosa di Lucca Sicula e Ribera, di aver coordinato le attività degli altri associati, organizzato l’attività di estorsione delle imprese e gestito in prima persona la latitanza del boss Giuseppe Falsone, ritenuto a lungo il capo di cosa nostra agrigentina e arrestato poi a Marsiglia, in Francia.
A suffragare il quadro indiziario, hanno contribuito le dichiarazioni del collaboratore di Giustizia Giuseppe Sardino, che hanno integrato, perfettamente, le indagini espletate.
Tra i beni oggetto del sequestro figurano: magazzini e rustici ubicati a Lucca Sicula, autovetture, conti correnti bancari e libretti di deposito.
Intanto nei giorni scorsi è cominciato il processo in appello per coloro che, nell’ambito del processo “Scacco Matto” erano stati processati con il rito abbreviato. La sentenza è stata impugnata sia dai difensori dei condannati, sia dai pubblici ministeri contrari alle motivazioni che hanno condotto all’assoluzione di 10 persone.
Le udienze proseguiranno nelle prossime settimane.

Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"

sabato 19 febbraio 2011

Scacco Matto: 15 condanne e 5 assoluzioni

Si chiude il processo “Scacco Matto”: 170 anni di carcere complessivamente per gli imputati. Assolto il consigliere comunale Mimmo Sandullo: “ho sempre avuto fiducia nella giustizia e nella legge” le sue parole dopo la sentenza.

E’ stata emessa dopo 14 giorni di camera di consiglio la sentenza del processo “Scacco Matto” che si è celebrato con il rito ordinario presso il Tribunale di Sciacca.
Cinque le assoluzioni e 15 le condanne e sostanzialmente confermato l’impianto accusatorio nei confronti degli imputati, anche se, rispetto alle richieste dell’accusa, le condanne sono state più lievi. Assolti: il consigliere comunale di Sciacca Domenico Sandullo del gruppo dei Leali per Sciacca, Biagio Smeraglia, Nicolò Di Martino, Antonino Maggio e Rosario Cascio.
Condannati invece: Vito Bucceri a 12 anni, Vitino Cascio a 12 anni e 6 mesi, Giovanni Campo a 13 anni e 4 mesi, Filippo Campo a 12 anni, Pasquale Ciaccio a 14 anni e 8 mesi, Giuseppe Clemente a 4 anni, Mario Davilla a 11 anni, Giovanni Derelitto a 15 anni, il saccense Michele Di Leo a 9 anni e 3 mesi, l'ex superboss Giuseppe Falsone a 10 anni e 6 mesi (che vanno ad assommarsi a tutte le condanne già inflittegli), Francesco Fontana a 12 anni e 6 mesi, Giuseppe La Rocca a 14 anni, Tommaso Militello a 6 anni, Giuseppe Monreale a 11 anni e Antonio Perricone a 12 anni e 6 mesi.
I pubblici ministeri della DDA di Palermo erano Rita Fulantelli e Emanuele Ravaglioli. Sono state emesse dunque un totale di 170 anni e 3 mesi di carcere al cospetto dei 384 anni chiesti dalla pubblica accusa.
L'operazione antimafia "Scacco Matto" era stata condotta dai carabinieri nello scorso luglio 2008.
Il primo troncone dell’inchiesta si era chiuso proprio un anno fa quando alcuni imputati avevano scelto di venire giudicati con il rito abbreviato. Dal febbraio 2010, dunque, al febbraio 2011.
Nel febbraio del 2010 erano state emessi infatti un totale di 120 anni di carcere per gli imputati del processo che avevano optato per il rito abbreviato.
La pena più alta era stata inflitta a Gino Guzzo, di Montevago, ritenuto il reggente della famiglia mafiosa del Belice, condannato a 21 anni di reclusione; 13 anni e 8 mesi a Paolo Capizzi, 70 anni, di Ribera; mentre suo nipote Franco Capizzi era stato condannato a 12 anni. Undici anni e 4 mesi la pena per Accursio Dimino, di Sciacca, e Salvatore Imbornone, di Ribera. Gli altri condannati sono Raffaele Sala, 9 anni e 8 mesi; 8 anni e 8 mesi per Girolamo Sala; 10 anni per Antonio Pumilia e Antonino Gulotta; un anno e 7 mesi per Antonino Montalbano. Calogero Rizzuto, anche lui coinvolto nell’indagine ma poi diventato collaboratore di giustizia, era stato condannato a 4 anni e 8 mesi.
Erano stati assolti invece Giuseppe e Michele Barreca, Giuseppe Orlando, Leonardo Taormina, Gaspare Schirò, Giacomo Corso, Michele Giambrone, i fratelli Paolo e Giuseppe Capizzi, Pietro Derelitto e Gaspare Schirò, morto di recente.
L’operazione antimafia “Scacco matto” portò all’emissione in totale di 33 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di presunti affiliati alle cosche mafiose perché accusati di aver pilotato appalti pubblici. L'operazione permise di individuare decine di episodi estorsivi ai danni di imprenditori della provincia di Agrigento e verificare l'attribuzione di alcuni appalti. Gli inquirenti hanno nel tempo acceso i riflettori soprattutto sui lavori che hanno condotto alla costruzione ed alla realizzazione del Verdura Golf Resort, della diga “Favara” di Burgio e degli svincoli presso la strada statale 115, recentemente inaugurati alla presenza di due ministri della Repubblica.
Il collegio giudicante ha letto la sentenza di buon’ora, erano passate da poco le 10 del mattino. La camera di consiglio era cominciata lo scorso 28 gennaio e quindi è durata quasi due settimane. A seguire, nel dettaglio, quelle che erano le richieste della pubblica accusa per i 20 imputati: Vito Bucceri 20 anni; Rosario Cascio 27 anni; Vitino Cascio 21 anni; Giovanni Campo 18 anni; Filippo Campo 18 anni; Pasquale Ciaccio 24 anni; Giuseppe Clemente 12 anni; Mario Davilla 21 anni; Giovanni Derelitto 27 anni; Michele Di Leo 21 anni; Nicolò Di Martino 10 anni; Giuseppe Falsone 21 anni; Francesco Fontana 21 anni; Giuseppe La Rocca 20 anni; Antonino Maggio 21 anni; Tommaso Militello 18 anni; Giuseppe Monreale 21 anni; Antonio Perricone 24 anni; Domenico Sandullo 4 anni; Biagio Smeraglia 18 anni.
Soddisfazione per il risultato raggiunto è stata espressa non solo dal mondo della magistratura, il processo si è concluso in tempi record (in attesa di eventuali appelli una volta conosciute le motivazioni della sentenza) ma anche dal mondo politico.
Giuseppe Marinello, componente della commissione parlamentare antimafia “rende merito all’ottimo lavoro svolto dalle forze dell'ordine e dai magistrati inquirenti. Siamo convinti che la puntuale risposta dello Stato in tema di lotta alla criminalità organizzata rappresenti sempre più la precondizione per lo sviluppo di un meridione lontano dal contesto europeo e che oggi, sempre più condiziona negativamente la tenuta economica del nostro paese. E’ evidente che ci saranno altri gradi di giudizio, ma già quella di oggi rappresenta una giornata importante per la storia del nostro territorio.”
Il lavoro delle forze dell’ordine continua in quanto non è possibile mai abbassare la guardia. I recenti arresti dei vari superboss non hanno fatto altro che confermare l’elevato grado di connivenza che si presenta tra malavita e mondo delle istituzioni, con una mafia sempre più rivolta verso il business, verso i grandi lavori ed appalti pubblici, verso dei confini per i quali non sempre è facile e non sempre è chiaro distinguere tra bene e male.
Finanziare e non tagliare, né economicamente né legislativamente, il lavoro degli inquirenti, dei tribunali e di tutte le forze dell’ordine rappresenta il vero passo da gigante nella lotta alla criminalità organizzata. Gli arresti e le operazioni antimafia verranno poi di conseguenza. E nel nostro territorio agrigentino, purtroppo, ce n’è bisogno ancora tanto.

Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"

giovedì 10 febbraio 2011

Pino Masciari ha presentato a Sciacca il libro "Organizzare il coraggio"

Successo per l’incontro letterario con Pino Masciari. Il libro “Organizzare il coraggio” racconta la storia di una famiglia costretta a scappare perché ad alto rischio di vita a causa delle denunce contro le pressioni esercitate dalla ‘ndrangheta calabrese. Commossa la platea saccense


Giuseppe Masciari è un imprenditore edile calabrese, nato a Catanzaro nel 1959, sottoposto a programma speciale di protezione dal 18 ottobre 1997, insieme a sua moglie (medico odontoiatra) e ai loro due bambini. Pino ha denunciato la ‘ndrangheta e le sue collusioni con il mondo della politica. La criminalità organizzata ha distrutto le sue imprese di costruzioni edili, bloccandone le attività sia nelle opere pubbliche che nel settore privato, rallentando le pratiche nella pubblica amministrazione dove essa è infiltrata, intralciando i rapporti con le banche con cui operava. Tutto ciò dal giorno in cui ha detto basta alle pressioni mafiose dei politici ed al racket della ‘ndrangheta.
Il sei per cento ai politici e il tre per cento ai mafiosi, ma anche angherie, assunzioni pilotate, forniture di materiali e di manodopera imposta da qualche capo-cosca o da qualche amministratore, nonché costruzioni di fabbricati e di uffici senza percepire alcun compenso, regali di appartamenti, e acquisto di autovetture: questo fu il prezzo che si rifiutò di pagare.
Fu allontanato dalla sua terra per l’imminente pericolo di vita a cui si è trovato esposto lui e la sua famiglia.
Si è parlato di questo e di molto altro ancora durante l’incontro letterario che si è tenuto presso il circolo Garibaldi di Sciacca e che è stato organizzato dall’associazione L’AltraSciacca e dalla libreria Mondatori. “Organizzare il coraggio”, Add Editore, è un libro che è stato definito “un pugno nello stomaco, leggetelo a costo di rovinarvi la giornata”. Il libro è stato scritto da Pino e Marisa Masciari e racconta tutto quello che è successo a questa famiglia dal momento in cui hanno deciso di non pagare né pizzo né tangenti.
Da quando operava nella sua attività con le sue aziende, Pino Masciari non si arrese mai ai soprusi della ‘ndrangheta, si ribella, riferisce all’Autorità Giudiziaria e denuncia, fino al punto di decidere la chiusura delle sue imprese licenziando nel settembre 1994 gli ultimi 58 operai rimasti.
Il 18 Ottobre 1997 Pino, Marisa e i due figli appena nati entrano nel programma speciale di protezione e scompaiono dalla notte al giorno: niente più famiglia, lavoro, affetti, niente più Calabria. Pino testimonia nei principali processi contro la ‘ndrangheta e il sistema di collusione, quale parte offesa e costituito parte civile. Diventa “il principale testimone di giustizia italiano”, così lo definisce il procuratore generale Pier Luigi Vigna. Inizia un lungo calvario: accompagnamenti con veicoli non blindati, con la targa della località protetta, fatto sedere in mezzo ai numerosi imputati denunciati, intimidito, lasciato senza scorta in diverse occasioni relative ai processi in Calabria, registrato negli alberghi con suo vero nome e cognome, senza documenti di copertura. Troppi episodi svelano le falle del sistema di protezione che dovrebbe garantire sicurezza per lui e la famiglia.
Nel 2001 con la legge 45/2001 si istituisce la figura del testimone di giustizia, cittadino esemplare che sente il senso civico di testimoniare quale servizio allo Stato e alla Società. Il 28 Luglio 2004, la Commissione Centrale del Ministero degli Interni gli notifica “che sussistono gravi ed attuali profili di rischio, che non consentono di poter autorizzare il ritorno del Masciari e del suo nucleo familiare nella località di origine; Ritenuto che il rientro non autorizzato nella località di origine potrebbe configurare violazione suscettibile di revoca del programma speciale di protezione”.
Il 27 Ottobre 2004, tre mesi dopo, la stessa Commissione Centrale del Ministero degli Interni gli notifica il temine del programma speciale di protezione. Tra le motivazioni si indica che i processi erano terminati. Cosa non vera: i processi erano in corso e la D.D.A. di Catanzaro emetteva in data , 6 febbraio 2006 successiva alla delibera, attestato che i processi era in corso di trattazione.
19 Gennaio 2005, Pino fa ricorso al TAR del Lazio contro la revoca, azione che gli permette di rimanere sotto programma di protezione in attesa di sentenza.
1 Febbraio 2005, senza tenere conto del ricorso già in atto, la Commissione Centrale del Ministero dell’Interno delibera ancora una volta di “ invitare il testimone di giustizia Masciari ad esprimere la formale accettazione della precedente delibera ricordando che alla mancata accettazione da parte del Masciari, seguirà comunque la cessazione del programma speciale di protezione”.
Nel Gennaio 2009, dopo 50 mesi a fronte dei 6 mesi stabiliti dalla legge 45/2001 art.10 comma 2 sexies, il TAR del Lazio pronuncia la sentenza riguardo il ricorso e stabilisce l’inalienabilità del diritto alla sicurezza, l’impossibilità di sistemi di protezione o programmi a scadenza temporale predeterminata e ordina al Ministero di attuare le delibere su sicurezza, reinserimento sociale, lavorativo, risarcimento dei danni. Pino Masciari per tramite del suo legale fa richiesta formale dell’ottemperanza della sentenza.
Non avendo ricevuto nessuna risposta dalla Commissione Centrale del Ministero dell’Interno, Pino annuncia la volontà di cominciare il 7 aprile lo sciopero della fame e della sete, fintanto che non vedrà rispettati i diritti della sua famiglia ancor prima che i propri. Lo sciopero della fame è l’ultima risorsa, noi la supportiamo vista l’urgente necessità di tornare a vivere. Grazie a Pino Masciari abbiamo imparato ad amare lo Stato. Dodici anni di sofferenza e esilio sono un prezzo altissimo che i Masciari hanno pagato con dignità, senza mai rinnegare la scelta fatta.
Una storia che ha commosso i tanti presenti e commosso lo stesso autore il quale, nonostante gli ormai numerosi incontri ai quali prende parte, non manca mai di sciogliersi sentitamente mentre narra le proprie crude vicende.
Scrive Masciari: “Pensateci, vorrei che per un attimo vi diceste: io da domani mattina sono in un altro posto, io da domani non posso più usare il mio nome, io da domani non sono più nessuno”.
Il resto della storia compone il presente di Masciari: lui ha ormai lasciato la Calabria, vive sotto scorta, ma si è ripreso un pò della sua vita, usandola per girare le scuole, per parlare ai giovani di Stato e d’Antistato. Il guaio è che talvolta questi due termini esprimono il medesimo concetto.
Una speranza giunge però da una delle ultime leggi redatte in Calabria. La Regione Calabria affiderà lavori agli imprenditori che denunciano richieste estorsive, ”per premiare il loro coraggio civile ed il loro impegno contro la ‘ndrangheta”. Lo ha detto il presidente della Regione Calabria, Giuseppe Scopelliti, definendo la lotta contro la criminalità organizzata ”una priorità della Giunta”. ”A tale scopo – ha aggiunto Scopelliti – sarà creata una lista di imprenditori che hanno denunciato il racket cui potranno essere affidati lavori, facilitando il loro accesso alle procedure ad evidenza pubblica. Seguendo il concetto che ho ribadito più volte, secondo cui la ‘ndrangheta ha paura piu’ dei fatti che delle parole, abbiamo approvato un progetto di legge, che sarà esaminato dal Consiglio regionale a febbraio, che prevede azioni concrete di sostegno in favore degli imprenditori che hanno denunciato le intimidazioni. Il nostro sforzo deve essere quello di evitare che venga abbandonato a se stesso, come spesso avviene attualmente, chi ha il coraggio di denunciare le richieste estorsive. Si tratta di un’iniziativa che può essere attuata anche dagli enti locali”. ”La nostra iniziativa – ha detto ancora Scopelliti – può rappresentare anche uno stimolo ed un incentivo nei confronti degli imprenditori da parte della Regione perchè denuncino le richieste estorsive subite”. Il progetto, denominato ”Interventi regionali a sostegno delle imprese vittime di reati di ‘ndrangheta e disposizioni in materia di contrasto alle infiltrazioni mafiose nel settore dell’imprenditoria”, sarà discusso ed approvato nella seduta del Consiglio regionale prevista il 22 febbraio. ”Questa legge – ha dichiarato il presidente Scopelliti – consentirà di inserire le aziende che hanno denunciato e che sono vittime di racket o usura in una ‘short list’ che la Regione utilizzerà per affidare commesse sotto soglia”. Anche a questo è servito l’esempio di Pino Masciari.

Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"

giovedì 3 febbraio 2011

Iter biblici e pathos politici a Sciacca

Prima seduta del 2011 per il consiglio comunale di Sciacca alle prese con iter lunghi e farraginosi come quello dell’approvazione di una nuova struttura commerciale e quello della nascita di una chiesa evangelica pentecostale. Intanto continuano i movimenti politici all’interno dei vari partiti


Slitta ancora l’approvazione della variante di destinazione d’uso dell’ex sala Bingo di Sciacca, dove la catena Penny Market, dovrebbe e vorrebbe aprire una nuova struttura commerciale. Il consiglio comunale di Sciacca, durante l’ultima seduta, ha approvato invece il progetto della nuova chiesa Evangelica Pentecostale ed un piano di lottizzazione. Questi i punti essenziali del primo appuntamento del nuovo anno col consiglio comunale in carica.
Una sospensiva, della durata di 30 giorni, finalizzata ad ottenere ulteriori chiarimenti dall’assessorato regionale al commercio. E’ quanto ha chiesto ed ottenuto il gruppo consiliare del partito democratico in ordine al progetto per la realizzazione, nell’ex sala Bingo di via Pompei, di una nuova struttura commerciale, della catena Penny Market, gruppo tedesco presente in Europa con 2980 punti vendita.
Il punto era nuovamente all’esame del consiglio comunale di Sciacca, supportato dei necessari pareri e autorizzazioni di rito.
Arrivati a questo punto dell’iter, oramai dovrebbero esserci tutti i presupposti per l’approvazione del progetto, ha detto l’assessore all’urbanistica Fabio Leonte, ricostruendo tutto il percorso dell’istanza. Come si ricorderà l’istanza era stata rigettata nell’agosto del 2009, ma era stata riproposta dal gruppo attraverso lo sportello unico che consente di snellire e accelerare le procedure per ottenere l’autorizzazione.
“Mi rendo conto che una nuova struttura complica la situazione relativa al commercio e alla crisi del comparto che si registra anche a Sciacca, ha concluso l’assessore Leonte, ma non possiamo andare contro legge. Lascio al consiglio la patata bollente, ha concluso Leonte, anche di fronte alla presenza in aula di una nutrita delegazione di commercianti saccensi che non hanno interferito sui lavori consiliari, limitandosi a consegnare il documento con il quale, sostanzialmente, si chiede il blocco delle licenze.
La crisi del comparto infatti è sostanziale e concreta, il diffondersi di grandi strutture commerciali, da un lato permette nuove assunzioni, all’altro mette in crisi le piccole attività e i lavoratori delle stesse. Insomma un bel vicolo cieco.
Anche l’ufficio tecnico, attraverso il dirigente, l’architetto Bivona, ha evidenziato la regolarità del progetto per la nuova struttura commerciale nell’ex sala Bingo. Ma il partito democratico, con i consiglieri Fiorino e Sabella, ha fatto leva sulla necessità di ottenere per iscritto dall’assessorato regionale al commercio l’indisponibilità di aree commerciali nel piano ASI, nonostante l’ufficio tecnico l’avesse già appurata seppure informalmente, proponendo dunque una sospensiva del punto che è passata con 11 voti favorevoli. Hanno votato contro i consiglieri di opposizione ritenendo non più rinviabile la trattazione del punto e addirittura dannosa. Il rischio hanno sottolineato Ignazio Bivona, Fabrizio Di Paola, Gianluca Guardino e Gioacchino Settecasi, è che, di fronte ad un atteggiamento dilatorio, arrivi alla fine un commissario ad approvare il progetto, spogliando il consiglio di tale prerogativa.
Se ne saprà di più dunque tra 30 giorni.
Via libera invece al progetto per la realizzazione della nuova chiesa evangelica pentecostale in contrada Ferraro, altro iter pendente da tempo. Si tratta di un’istanza che risale all’ormai lontano 2004, quando il comune mise a disposizione l’area. E’ l’esempio lampante di una burocrazia lunga e farraginosa, ha evidenziato l’assessore Leonte, non si può far altro che approvare all’unanimità il punto. In realtà si sono astenuti 4 consiglieri: Ambrogio, Fiorino, Gulotta e Michele Patti, segnale che non tutti sono stati d’accordo con le parole dell’assessore.
Per la realizzazione della nuova chiesa evengelica pentecostale al Ferraro, pare manchi un ultimo via libera dalla regione. Si tratta di un’opera che verrà realizzata con le donazioni dei fedeli e che si conta di avviare al più presto.
Approvato anche un piano di lottizzazione in contrada San Marco che porterà alla realizzazione di 13 villette. E come spesso è successo in passato, si sono riaperte le polemiche sui piani di lottizzazione a San Marco. Una zona eccessivamente cementificata, alle prese con gravi problemi di strade e fognature, ha evidenziato ad esempio il consigliere Vincenzo Patti. I soliti discorsi, hanno replicato i colleghi Bivona, Friscia e Bono. La miccia era stata accesa, tra l’altro dal consigliere Pippo Turco che ha attaccato, per l’ennesima volta, pesantemente l’amministrazione sui piani di lottizzazione e sul piano regolatore, provocando l’accesa reazione dell’assessore Leonte.
Il consiglio è stato aggiornato a giovedì 4 febbraio. Si discuterà la relazione annuale del sindaco Vito Bono. Primi appuntamenti anche con i question time, entrati in vigore dopo l’approvazione del nuovo regolamento comunale.
Intanto Sciacca risente dei movimenti e degli spostamenti politici che avvengono a livello provinciale, regionale e nazionale. Si rafforza la compagine di FLI che, dopo gli ingressi dei consiglieri Carlino e Assenzo, si arricchisce della presenza del veterano Agostino Fruscia, ex manniniano dell’Udc. Ma non solo. Si potrebbe presto sfaldare il gruppo consiliare dei Leali per Sciacca poiché i 3 consiglieri che ne facevano parte stanno, o starebbero, per approdare verso nuovi lidi. Michele Patti ha aderito alla Forza del Sud, il nuovo partito voluto dagli onorevoli Miccichè e Cimino e che in consiglio può già contare sull’esperienza di Silvio Caracappa. Lo stesso percorso dovrebbe intraprendere anche Mimmo Sandullo. Anche per lui si parla insistentemente di un approdo a Forza del Sud. Rimane Paolo Gulotta il quale invece molto probabilmente andrà ad ingrossare le fila del partito democratico. Quindi Friscia passa alla maggioranza dove rimarrebbe anche Gulotta mentre Michele Patti e Sandullo passerebbero all’opposizione. Di conseguenza cadrebbe l’ipotesi di assegnare entro marzo un assessorato al gruppo dei Leali per Sciacca i quali lo avevano richiesto prima di Natale mentre potrebbe chiedere una poltrona in più il leader di Fli a Sciacca, ossia Alberto Sabella, assessore al personale che, da questo tourbillon di spostamenti, ne esce rafforzato. E’ presto per parlarne ma appare complicato pensare che Pd o Mpa lascino di buon grado un posto di assessore per dare spazio ad un nuovo ingresso targato Fli. Nuovi problemi in vista dunque per il sindaco Vito Bono? Forse si o forse no. Del resto l’alleanza tra Pd, Fli e Mpa appare solida tanto a Sciacca quanto alla regione siciliana, ed anche il provincia D’Orsi sta per varare una nuova giunta costituita proprio da queste compagini, quelle che, in poche parole, formano il cosiddetto Terzo Polo.

Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"

martedì 1 febbraio 2011

L'ombra della mafia sulla realizzazione dei lavori sulla SS115

Anche sulla realizzazione dei lavori sulla strada statale 115 si allunga l’ombra della mafia. Lo ha rivelato da tempo il pentito Calogero Rizzuto le cui deposizioni hanno riempito i verbali del processo Scacco Matto ormai giunto alle battute finali

Da lavoratore socialmente utile era diventato il boss di Sambuca di Sicilia e teneva rapporti con il capo assoluto di cosa nostra agrigentina Giuseppe Falsone.
Il suo “carisma” da mafioso dedito a controllare appalti e a pianificare estorsioni lo aveva portato a diventare il numero due del mandamento del Belice capeggiato dall’agronomo Gino Guzzo, che comprende anche grossi centri come Sciacca, oltre a Sambuca di Sicilia, Menfi, Montevago e Santa Margherita di Belice. Poi l’inchiesta “Scacco matto” della DDA di Palermo e dei carabinieri del comando di Agrigento sfociata nel luglio del 2008 in una trentina di arresti, gli ha sbarrato la strada. Adesso, da diversi mesi a dire il vero, il pentimento. Stanno sulla graticola i boss della cosa nostra belicina, e non solo.
Calogero Rizzuto, 49 anni, è il decimo pentito in provincia di Agrigento. Gli altri nove sono Giuseppe Sardino, Maurizio e Beniamino Di Gati, Pasquale Salemi, Alfonso Falzone, Giulio Albanese, Luigi Putrone, Ignazio Gagliardo e Giuseppe Vaccaro. Nell’inchiesta “Scacco matto” Rizzuto è tra i principali protagonisti.
Secondo le accuse, oltre ad essere al vertice della cosca sambucese, svolgeva anche funzioni di vice capo dell’intero mandamento coordinando le attività degli altri associati, organizzando e coordinando l’attività di estorsione e “messa a posto” delle attività produttive, intrattenendo rapporti anche con l’ex capo provinciale Giuseppe Falsone e con soggetti operanti al di fuori della provincia di Agrigento. Le indagini “Scacco matto” hanno permesso poi di svelare l’organigramma mafioso delle famiglie di Sambuca, Santa Margherita di Belice, Menfi, Sambuca di Sicilia (oltre che quelle di Sciacca e Burgio) e la commistione di interessi mafiosi ed imprenditoriali di alcuni soggetti operanti in questo territorio.
A definire agli inquirenti il ruolo di Rizzuto sono le intercettazioni telefoniche e ambientali che trovano riscontro nelle dichiarazioni del pentito di Naro Giuseppe Sardino, ex braccio destro di Falsone. Vari i reati che gli vengono contestati, per lo più come mandante di estorsioni e intimidazioni. Sardino parla anche di una riunione in cui Rizzuto ebbe il ruolo decisivo di dirimere una controversia sorta con il mandamento di Ribera (che comprende Burgio, Villafranca e Lucca Sicula) capeggiato dai Capizzi a proposito delle estorsioni sulla realizzazione della condotta idrica denominata Favara di Burgio. Pare che i Capizzi si fossero impossessati di una somma che non gli spettava e che avrebbero dovuto restituire al mandamento belicino. Di questo e altro ancora sta parlando ai magistrati il nuovo pentito che promette un “terremoto” per le cosche agrigentine e che, evidentemente, viene considerato affidabile dagli inquirenti.
Un troncone del processo “Scacco Matto”, la cui sentenza è prevista entro fine mese e che si sta celebrando al tribunale di Sciacca, riguarda anche le tangenti che sarebbero state pagate dalle ditte appaltatrici per eseguire dei lavori sui nuovi anelli stradali della SS115, inaugurata non più tardi di una settimana fa alla presenza dei ministri Altero Matteoli e Angelino Alfano.
Rizzuto parla anche di questo nelle sue dettagliate deposizioni. Della statale 115 e di come non si muova foglia, o colata di cemento fate voi, che la mafia non voglia.
Tenendo ben presente che le fasi processuali non si sono ancora concluse, che tutti gli imputati devono godere della presunzione di innocenza fin quando non scatta la condanna e che si attendono le decisioni dei giudici ai quali i pm hanno chiesto l’ammontare di 384 anni di carcere per i 20 imputati, le cose non stanno per come le aveva dipinte il ministro Alfano che aveva parlato di “appalto pulito e lavori realizzati a regola d’arte senza l’ombra di una tangente.”
Ed è strano che nessuno tra i tanti avvocati presenti quel giorno all’inaugurazione abbia avuto la voglia, o la possibilità, di avvertire il ministro dell’abbaglio che aveva appena preso.
Giusto un anno fa, l’imprenditore saccense Salvatore Fauci e il responsabile del cantiere della Sigenco Salvatore Paternò venivano iscritti nel registro degli indagati con l’accusa di favoreggiamento aggravato all’associazione mafiosa. Avrebbero pagato il pizzo senza denunciare i fatti alle autorità giudiziarie. Sono le risultanze delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Calogero Rizzuto rese nel corso dell’udienza nel processo “Camaleonte”.
“La ditta Fauci - ha rivelato - per le sue lavorazioni si avvaleva di un’impresa di movimento terra. Falsone impose a Fauci la ditta di Stefano Morreale. In effetti questi, per qualche mese, lavorò nei tre stabilimenti. Fauci, nonostante qualche rimostranza fu costretto ad accettare l’imposizione di Falsone”. Per la Sigenco, Rizzuto, fa riferimento ai lavori sulla SS 115 per la realizzazioni di svincoli e sottopassaggi.
Lo scorso 15 settembre, la Dda comunica la collaborazione di Calogero Rizzuto, ritenuto vice capo mandamento. Il salto del fosso del sambucese costituisce una novità di grosso rilievo in questa parte della provincia. Infatti è la prima volta che si registra la collaborazione da parte di un personaggio
della mafia. All’impianto accusatorio della Dda, ricco di particolari grazie ad una massiccia azione investigativa dei carabinieri, si aggiungono conferme e particolari nuovi proprio in conseguenza delle confessioni di Rizzuto.
Un racconto lungo e che riempie diverse centinaia di pagine nelle quali vengono descritte le estorsioni, spiegati alcuni omicidi, rivelati le tangenti chieste su lavori pubblici. Dalla condotta idrica Favara di Burgio, ai lavori sulla strada statale 115 inerenti la messa in sicurezza e aggiudicati dalla Si.gen.co. La descrizione della spartizione del territorio, le forniture del calcestruzzo. Ma anche litigi all’interno delle famiglie come il contrasto tra lo stesso Calogero Rizzuto e i Capizzi.
Un contrasto che, secondo quanto racconta Rizzuto, si acuisce al punto tale da indurre quest’ultimo a collaborare con la giustizia, anche perché teme di essere ucciso dai Capizzi. Ma il fiume in piena di Calogero Rizzuto va oltre e sono previsti nuovi sviluppi. Infatti, moltissime pagine delle confessioni contengono omissis che hanno generato nuove investigazioni in corso.
Spartizione del territorio, cemento, movimento terra, distribuzione dei mezzi, pizzo, personale da assumere “obbligatoriamente”: questo è il quadro disegnato dai collaboratori e sui quali stanno lavorando le forze dell’ordine.
Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, in buona fede, probabilmente si è lasciato andare in un eccesso di ottimismo. Forse non sa o nessuno ha ritenuto doveroso informarlo. Il ministro ha detto, tra le altre cose, “non credo, né ho sentito parlare, di tangenti e mazzette e tutto si è svolto a regola d’arte sotto ogni punto di vista”, facendo riferimento ai lavori di messa in sicurezza della SS 115 sul territorio di Sciacca.
Il processo “Scacco Matto”, che si sta concludendo a Sciacca e che si celebra con rito ordinario (quello con il rito abbreviato si è concluso a Palermo lo scorso febbraio 2009 con condanne pesanti e qualche assoluzione), evidenzia aspetti diversi. Ci sono fiumi di verbali dell'ex reggente del mandamento di Sambuca di Sicilia, Calogero Rizzuto, poi diventato collaboratore di giustizia (settembre 2009) che parlano di pizzo e imposizione di forniture di cemento, mezzi e manodopera, alla Sigenco, da parte della presunta cosca mafiosa. Sarebbe bastato dare un’occhiata al verbale di interrogatorio del 25 settembre 2009, redatto alle ore 15,45 circa e reso dal collaboratore di giustizia Calogero Rizzuto al sostituto procuratore della Dda di Palermo Rita Fulantelli per sgombrare ogni dubbio. Ci sono intercettazioni del 5 maggio 2006 e del 3 novembre 2006. Proprio quelle intercettazioni per le quali da tempo si auspicano limitazioni su limitazioni, cosa che rappresenterebbe una mannaia per le indagini e le fonti investigative. Tra la carte troviamo anche un rinvio a giudizio del capocantiere per favoreggiamento perchè avrebbe omesso di denunciare le estorsioni. I processi devono concludersi e ci sembra giusto attenderne l’esito.
Nel mentre ci chiediamo anche: ma se con la conclusione di questi lavori la statale 115 è più sicura, perché i ministri sono arrivati con l’elicottero?
Sicuramente i cittadini saccensi e di tutto il circondario ringraziano i ministri della Repubblica Italiana per essere venuti ad inaugurare questo pezzo di strada (o di sottopassaggio, che fa più chic). Adesso tutti possiamo essere soddisfatti: sul territorio abbiamo l’autostrada e le ferrovie, per andare a Catania impieghiamo solo 4 ore, per andare a Messina altre 4, per andare a Palermo o con la ditta Gallo o a piedi, mancavano solamente questi svincoli ma ora abbiamo tutto.
Quando solo si inizierà a parlare di queste cose, chi verrà? Sicuramente non basterenno tutte le più alte cariche istituzionali del nostro Stato. Ci dovremo fare prestare qualche presidente di un’altra Repubblica.

Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"

sabato 22 gennaio 2011

Processo Face Off: 5 condannati e 1 assolto

Cinque condanne per complessivi 76 anni di carcere. Si chiude così il processo seguito all’operazione antimafia Face Off. Il Pm Vella e l’eurodeputato Sonia Alfano dalla parte di Ignazio Cutrò: “il suo contributo è stato decisivo per le indagini”. Unico assolto Vincenzo Ferranti

“Con le condanne ai Panepinto, a Parisi e Favata, si ha conferma dell’enorme contributo dato dall’imprenditore antiracket Ignazio Cutrò nella lotta alla mafia e al malaffare. Adesso lo Stato prenda atto dell’impegno di Ignazio e tuteli lui e la sua famiglia in modo serio e concreto, anche in virtù delle intimidazioni subite di recente”.
Lo ha detto Sonia Alfano, europarlamentare e responsabile nazionale del Dipartimento Antimafia di Italia dei Valori, commentando la sentenza con cui sono stati condannati al processo “Face Off”, a Sciacca, i boss Luigi, Marcello e Maurizio Panepinto (rispettivamente a 13, 10 e 14 anni e 6 mesi), Giovanni Favata (13 anni e 3 mesi) e Domenico Parisi (15 anni e 9 mesi).
“Senza le testimonianze di Cutrò questi criminali sarebbero ancora liberi e continuerebbero a spadroneggiare sul territorio. Per questo motivo tutti dobbiamo riconoscere il coraggio e l’onestà di questo preziosissimo testimone di giustizia, e dobbiamo spenderci per la sua incolumità e perchè possa riprendere a lavorare serenamente”.
Le richieste dei Pm erano queste: 20 anni di reclusione per Luigi Panepinto, 19 anni per Maurizio Panepinto, 10 anni per Marcello Panepinto, 19 anni per Giovanni Favata, 20 anni per Domenico Parisi e 10 anni per Vincenzo Ferranti.
Ignazio Cutrò dunque ha vinto scrive ancora la Alfano. Certo, direte voi, ha vinto anche lo Stato, la Giustizia e noi tutti, è vero. Una vittoria però è tale quando il “concorrente” ha messo in gioco tutto ciò che aveva. Quando ha rischiato senza pensare alle conseguenze. Quando ha fatto tutto ciò che era nelle proprie possibilità. E quello che più di tutti ha rischiato, in questa battaglia, è stato lui, quell’imprenditore grande e grosso dal cuore altrettanto grande, capace di emozionare una platea di 400 persone incitandole a non abbassare la testa di fronte a cosa nostra. Grazie alle sue denunce e alla sua testimonianza nel processo “Face Off”, i suoi aguzzini sono stati condannati ad oltre 50 anni di carcere. La conferma che la cosca mafiosa della Bassa Quisquina era gestita dalla famiglia Panepinto, che da vittime di mafia si erano trasformati in mafiosi.
E’ stata la vittoria della pubblica accusa, portata avanti con coraggio da Giuseppe Fici e Salvatore Vella. E’ stata la vittoria di tutte quelle persone che in questi anni sono state accanto ad Ignazio e alla sua famiglia, a sua moglie Giusy, a sua figlia Veronica e a suo figlio Giuseppe, che mai come ora hanno bisogno del nostro affetto. Dovrei sentirmi anch’io vincitrice, ma non ci riesco. Perchè se guardo indietro, a quando ho incontrato un Ignazio disperato e demotivato, e solo molto lentamente siamo riusciti insieme a risalire e ad attirare l’attenzione dell’Italia, se volto la testa a quei giorni vedo troppo dolore e troppa vergogna: non è normale che un uomo giusto come Cutrò debba fare tutto ciò solo per avere giustizia. Quel giorno che Ignazio venne nel mio ufficio per la prima volta non posso dimenticarlo. Aveva le banche alle calcagna che minacciavano di prendersi anche la sua abitazione, gli enti riscossori che pretendevano decine di migliaia di euro da un’impresa vessata dalla mafia ignorando pure la sospensione prefettizia. Era davvero l’ombra del Cutrò che oggi conosciamo. Non avevo la bacchetta magica e ho fatto quello che potevo, sollecitando giorno dopo giorno ogni organo istituzionale affinchè affrontassero tutti il caso Cutrò, l’imprenditore antiracket che lo Stato non vuole con sè. Un’intera segreteria politica ha lavorato per mesi affinchè il “caso” Cutrò diventasse il caso di tutti gli italiani onesti. Poi c’è stato il gesto estremo di Roma, quando lui e Valeria Grasso, altra imprenditrice coraggio che ha spinto in carcere parte del clan Madonia, si sono incatenati ai cancelli del Viminale per protestare contro una situazione umiliante, sotto il profilo economico e della sicurezza personale: erano soli contro la mafia e nessuno voleva aiutarli. Quel giorno ero a Roma per altri impegni che ho subito abbandonato per raggiungere quelle due persone per bene costrette a legarsi come animali per attirare l’attenzione di un Ministero sonnecchiante. Siamo stati un’intera giornata sotto la pioggia cercando di convincere i poliziotti che volevano tagliare le catene con le cesoie che quelli “sbagliati” non erano loro, che non potevano eseguire ordini ciecamente senza sapere che quelli che stavano “sgombrando” erano due testimoni di giustizia, non due pentiti di mafia.
E poi gli infiniti incontri, i molteplici faccia a faccia e le interminabili telefonate per aggiustare una storia storta, figlia di un’Italia imbarazzante che come al solito abbandona il meglio per difendere l’”estremamente peggio”. Ora questa sentenza può rappresentare un punto importante conclude Sonia Alfano. Può dimostrare che senza Cutrò quel territorio sarebbe ancora in mano alla famiglia mafiosa dei Panepinto. Che senza Cutrò gli appalti pubblici avrebbero continuato ad essere pilotati. Che senza Cutrò oggi Bivona non avrebbe un’anima. Sabato scorso ho voluto che Ignazio fosse presente alla commemorazione di mio padre, il momento più importante per me da 18 anni a questa parte. Ho voluto che partecipasse assieme agli altri relatori. E il boato che ha accolto le sue parole, quella sala stracolma che lo ha invocato, è stato uno dei momenti più toccanti di tutta la giornata. Voleva dire che avevamo vinto davvero, che Ignazio era arrivato ai cuori di tutti.
E ora? Ora bisogna smetterla di festeggiare. Bisogna ancora una volta spronare lo Stato italiano affinchè rilanci l’attività imprenditoriale di Ignazio. Affinchè torni ad aggiudicarsi appalti pubblici. Affinchè torni la normalità. Cutrò non vuole vivere da eroe, ma da cittadino comune che sostiene la sua famiglia. Non ha mai voluto soldi, nè facilitazioni, ma solo che gli fosse riconosciuta la sua dignità e la bontà delle sue dichiarazioni. Una sentenza ora lo ha fatto, ma ad aspettarlo però non ci sono certo solo uomini e donne che lo ammirano, ma anche persone che lo odiano. E la sua sicurezza oggi è la nostra priorità.
Fino a quando Ignazio non tornerà a lavorare e a vivere sereno e protetto io non avrò vinto.”
La Sentenza è arrivata nel pomeriggio con le condanne per tutti gli imputati tranne Vincenzo Ferranti che è stato assolto.
Adesso ancora di più cresce l’urgenza di stare dalla parte di chi denuncia perchè bisogna far capire che l’unica strada da seguire è questa e che bisogna lottare per ristabilire la Verità.
Dura la sentenza dunque pronunciata dal collegio giudicante della sezione penale del tribunale di Sciacca relativa al processo “Face off”. E pensare che nel 1995, nell'ambito dell'operazione Vespri siciliani, l'impresa dei fratelli Panepinto, ritenuti vittime delle estorsioni, era stata messa sotto tutela, con la presenza di militari 24 ore su 24. Questo perché nel maggio del 1994 il padre dei tre fratelli, Ignazio Panepinto, era stato ucciso in un agguato di stampo mafioso, mentre nel settembre dello stesso anno, in un altro agguato fu ucciso un loro zio, Calogero, che però nulla aveva a che fare con l'impresa edile dei nipoti. In quell’agguato venne anche ferito Davide Panepinto, figlio di Calogero, e ucciso un operaio, Francesco Maniscalco, che in quel momento si trovava con loro.
Storie di sangue, storie che difficilmente emergono dall’entroterra siciliano.
Adesso invece i tre fratelli erano imputati nel processo "Face off". Da vittime a carnefici, stando a quando ha stabilito il tribunale. In questo processo è stato condannato anche Giovanni Favata, di Alessandria della Rocca e Domenico Parisi, di Bivona. Assoluzione per Vincenzo Ferranti, di 76 anni, di Santo Stefano di Quisquina. Il collegio giudicante era presieduto da Andrea Genna e a latere da Michele Guarnotta e Carmen Bifano. I giudici hanno quindi confermato l'ipotesi accusatoria relativa alla composizione da parte degli imputati di un sodalizio criminale che, utilizzando i modi tipici delle organizzazioni mafiose, avrebbe operato sul territorio della bassa Quisquina, imponendo estorsioni ai danni di imprenditori che operano nel campo degli inerti, delle forniture edili, dei conglomerati cementizi e nel movimento terra.
L’operazione antimafia denominata”Face Off” è stata condotta nel luglio del 2008 dai carabinieri della Compagnia di Cammarata. Tutti gli imputati sono imprenditori edili, che, sempre secondo l'accusa, avrebbero controllato in maniera capillare gli appalti pubblici della zona della Bassa Quisquina. Il Tribunale ha anche stabilito il risarcimento dei danni alle parti civili che si sono costituite nel processo: gli imprenditori Francesco Leto, Massimo Leto, Giovanni Bonanno, Ignazio Cutro', Salvatore Cammarata Spataro e Salvatore Palermo. Ecco il dettaglio dei risarcimenti: il tribunale, inoltre, ha condannato al risarcimento danni alle parti civili nel seguente modo: Maurizio Panepinto e Domenico Parisi a € 20.000 per Francesco Leto ed a € 4.050 alla Igm Srl; Maurizio Panepinto, Giovanni Favata e Domenico Parisi a € 20.000 a Giovanni Bonanno, a € 30.500 a Ignazio Cutrò; tutti a € 60.000 alla Federazione delle Associazioni Antiracket e Antiusura.
Il tribunale ha anche ordinato la confisca dell'azienda di calcestruzzi Beton e altri titoli. L'operazione "face off" venne eseguita dai Carabinieri della compagnia di Cammarata e dagli agenti della Squadra mobile di Agrigento. I provvedimenti furono firmati dal giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Palermo Puleo su richiesta dei pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia Scarfò e Fici.
Soddisfatto naturalmente il Pm Salvatore Vella che ha seguito tutta la vicenda passo dopo passo che ha riconosciuto l’importanza di Cutrò nel processo e il valore di tutte le indagini ed intercettazioni seguite alle denunce. La mafia non è sconfitta. Ma sicuramente la provincia di Agrigento è un po’ più pulita.

Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"

giovedì 20 gennaio 2011

Processo Scacco Matto: chiesti 384 anni di carcere per i 20 imputati

Processo “Scacco Matto”: dure le richieste dei Pm. Hanno chiesto 384 anni di carcere per i 20 imputati. L’operazione Scacco Matto colpì duramente la mafia in provincia di Agrigento. Tra gli imputati l’ex capomafia Giuseppe Falsone, arrestato a Marsiglia, e il consigliere comunale saccense Domenico Sandullo, eletto nella lista “La Tua Sciacca”

La requisitoria è stata lunga. Anche il processo “Scacco Matto”, come quello “Face Off”, sta per volgere al termine. Entro fine gennaio dovremmo avere la sentenza dei giudici. Intanto dunque i pm della procura antimafia di Palermo, Rita Fulantelli e Emanuele Ravaglioli, hanno chiesto complessivamente 384 anni di reclusione per un totale di 20 condanne, ossia chieste condanne per tutti gli imputati.
Queste le richieste ufficiali dei pm (in ordine alfabetico): per Vito Bucceri, 39 anni, di Castelvetrano sono stati richiesti 20 anni di reclusione; per Rosario Cascio, 77 anni, di Santa Margherita Belice, 27 anni; per Vitino Cascio, 69 anni, di Santa Margherita Belice, 21 anni; per Giovanni Campo, 49 anni, di Menfi, 18 anni; per Filippo Campo, 43 anni, di Menfi, 18 anni; per Pasquale Ciaccio, 45 anni, di Santa Margherita Belice, 24 anni; per Giuseppe Clemente, 40 anni, di Sciacca, 12 anni; per Mario Davilla, 46 anni, di Burgio, 21 anni; per Giovanni Derelitto, 61 anni, di Burgio, 27 anni; per Michele Di Leo, 46 anni, di Sciacca, 21 anni; per Nicolò Di Martino, 74 anni, di Ribera, 10 anni; per Giuseppe Falsone, 41 anni, di Campobello di Licata, 21 anni; per Francesco Fontana, 74 anni, di Palermo, 21 anni; per Giuseppe La Rocca, 57 anni, di Caracas, 20 anni; per Antonino Maggio, 48 anni, di Santa Margherita Belice, 21 anni; per Tommaso Militello, 48 anni, di Palermo, 18 anni; per Giuseppe Monreale, 42 anni, di Sciacca, 21 anni; per Antonio Perticone, 57 anni, di Burgio, 24 anni; per Domenico Sandullo, 55 anni, di Sciacca, 4 anni; per Biagio Smeriglia, 48 anni, di Ribera, 18 anni.
Tra gli imputati, c’è dunque anche l’ex superlatitante Giuseppe Falsone, arrestato a Marsiglia la scorsa estate e ritenuto per lungo tempo il capo del mandamento mafioso provinciale. Si dice “fiducioso e sereno” il consigliere comunale Domenico Sandullo, eletto nella lista del sindaco Vito Bono “La Tua Sciacca”, il quale poi ha creato il gruppo consiliare dei “Leali per Sciacca”, insieme ai colleghi Patti e Gulotta.
Sandullo, come si legge nella requisitoria, è accusato di aver “agevolato l’attività dell’associazione mafiosa Cosa Nostra”, sentito come persona informata dei fatti avrebbe aiutato in particolare Rosario Cascio, Vitino Cascio e Antonino Maggio “omettendo di riferire circostanze a sua conoscenza e riferiva, altresì, circostanze non veritiere”.
Sandullo è processato in contumacia non essendo mai stato presente nelle udienze.
Come si ricorderà, l’altro troncone del processo, quello che si è celebrato a Palermo con il rito abbreviato, si è concluso già nel febbraio 2010, con le condanne di Gino Guzzo a 21 anni e 2 mesi, di Paolo Capizzi a 13 anni e 8 mesi, di Francesco Capizzi a 12 anni, di Accursio Dimino e Salvatore Imbornone a 11 anni e 4 mesi, di Antonino Pumilia e Gulotta Antonio a 10 anni, di Raffaele Sala a 9 anni 8 mesi, di Calogero Rizzuto, poi divenuto collaboratore di giustizia e teste chiave del processo, a 4 anni e 8 mesi, di Antonino Montalbano a 1 anno e 7 mesi.
Assolti invece: Giuseppe Barreca, Michele Barreca, Giuseppe Capizzi, Paolo Capizzi, Giacomo Corso, Pietro Derelitto, Michele Giambrone, Giuseppe Orlando e Leonardo Taormina.
Si tratta quindi di richieste per quasi 4 secoli di carcere in totale. A breve si conosceranno le decisioni dei giudici.

Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"