La DIA sequestra in Spagna altri 3 milioni di euro a Diego Agrò, già colpito l’anno scorso da un altro sequestro per un ammontare di 53 milioni di euro. Intanto dal punto di vista legislativo lo Stato Italiano sembra ancora carente in merito ai beni dei mafiosi sequestrati all’estero
Grazie ad una operazione della Direzione Investigativa Antimafia di Palermo sono stati sequestrati in Spagna beni per 3 milioni all'imprenditore alimentare Agrò già detenuto per una condanna all'ergastolo e che è ritenuto vicino ad alcuni boss mafiosi dell’agrigentino.
Si tratta di tre società per la produzione ed il commercio di olio alimentare, latticini ed altri prodotti che hanno sede in Spagna, in Andalusia, paese verso il quale è stata avanzata una rogatoria internazionale alla competente autorità giudiziaria.
L’imprenditore colpito dal provvedimento di sequestro è Diego Agrò, di 64 anni, originario di Racalmuto, noto da tempo alle forze dell’ordine. Agrò viene indicato dagli investigatori come vicino ai capimafia agrigentini Salvatore Fragapane, Giuseppe Fanara e Maurizio Di Gati. Nel 2009 è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Mariano Mancuso, ucciso a Aragona nel ’92. L’operazione relativa al sequestro delle tre aziende del settore oleario impiantate dall’imprenditore siciliano in Spagna è stata coordinata dalla Dia di Palermo, diretta dal capo centro colonnello Giuseppe D’Agata.
Precisamente per quanto riguarda questi sequestri, sono stati effettuati nella provincia di Jaén, città spagnola con una forte attività agricola basata sulla monocultura dell’olivo e la produzione di olio. Sono la: “Industria siciliana oleicola y alimentaria sl”, con sede a Martos (Jaèn), “Aceites San Francesco Sl”, con sede ad Alcalà La Real (Jaèn); “Cosmoliva sl”, con sede ad Alcalà La Real (Jaèn).
A Diego Agrò lo scorso anno, sempre la Direzione investigativa antimafia di Palermo, aveva già sequestrato beni per 53 milioni di euro.
Il Tribunale di Agrigento, a giugno 2010, aveva trasmesso richiesta di rogatoria internazionale al ministero di Giustizia spagnolo per l’esecuzione del sequestro. Diego Agrò è stato arrestato nel 2007, insieme al fratello Ignazio, anch’egli imprenditore nel settore alimentare, nell’ambito dell’operazione antimafia “Domino 2” della Dda di Palermo, a seguito delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Di Gati, già capo di Cosa nostra agrigentina, e condannato alla pena dell’ergastolo, nel 2009, dalla Corte d’Assise di Agrigento, per l’omicidio di Mariano Mancuso, avvenuto ad Aragona nel 1992.
In sede processuale è stata dimostrata la valenza criminale dei fratelli Agrò, nonché i loro stretti rapporti con i capi mafia della provincia agrigentina Salvatore Fragapane, Giuseppe Fanara e Maurizio Di Gati, ai quali gli imprenditori si rivolgevano per dirimere le controversie susseguenti alla loro attività di “usurai”, fino a spingersi ad ottenere l’uccisione di Mancuso che si era rifiutato di restituire il denaro avuto in prestito. Lo stesso Fragapane aveva investito denaro di Cosa nostra nell’attività degli Agrò che, grazie all’appoggio incondizionato dell’organizzazione, erano così riusciti ad incrementare il patrimonio personale.
Questa operazione però potrebbe rivelarsi inutile perché il Governo italiano non segue la Ue nella lotta ai capitali sporchi.
Quindi, ammesso e non concesso che questi beni vengano poi definitivamente sequestrati, lo Stato italiano non incasserà mai un centesimo che continueranno dunque a rimanere ai legittimi proprietari.
Perché? Perché l’Italia non ha mai approvato con legge la decisione quadro 2006/783 del consiglio europeo, in materia di confisca e condanna.
Proprio questo è il passo che manca all’Italia e che rende impossibile – in base al principio di reciprocità che prevede che entrambi i Paesi recepiscano la normativa europea – la confisca dei beni.
Il Governo non si è attivato per evitare la mancata attuazione della decisione quadro e per il momento non ha inserito alcuna disposizione nell’ambito della legge comunitaria 2011 (disegno di legge n. 2322).
Oltre alla Germania hanno recepito la decisione quadro anche la Francia e proprio la Spagna, quest’ultima nazione dove gli investimenti delle mafie italiane sono numerosi, come dimostra l’attivismo della Procura distrettuale antimafia di Napoli e Palermo. L’Italia non ha recepito in sede di discussione della Comunitaria l’emendamento che avrebbe dovuto sanare questa situazione al Senato e, tutto lascia pensare, che non lo farà neppure alla Camera. Motivo per il quale il Pd sta pensdando di presentare autonomamente un progetto di legge. Addirittura l’attuale procuratore generale della Repubblica di Ancona, Enzo Macrì, per una vita sostituto procuratore nazionale antimafia, è salito a Bruxelles e in Commissione, tra le tante doglianze sulla mancata armonizzazione delle legislazioni europee in materia antimafia, ha ricordato anche questa.
Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"
venerdì 1 aprile 2011
Sequestrati beni spagnoli ad Agrò
giovedì 17 marzo 2011
Nessuno provi a toccarli... Una provincia "intimidita"
Salvatore Vella, Michele Botta, Eugenio D’Orsi, Michele Buscarnera: sono solo gli ultimi ad aver subito intimidazioni e minacce. Perché? Cosa sta accadendo in provincia di Agrigento? Come mai è stato complicato risalire agli autori di gesti tanto vili? Simboli e segnali di una mafia che sta cambiando
Intimidazioni. Sembra essere diventata questa la parola d’ordine in provincia di Agrigento. Ormai è lunga, lunghissima la lista di coloro che, coinvolti a vario titolo, nella vita pubblica, subiscono minacce di ogni genere e grado. L’ultimo a subirne in ordine di tempo è stato il magistrato Salvatore Vella, Pm della Procura della Repubblica di Sciacca e delegato della direzione investigativa antimafia. Ha rinvenuto un bigliettino all’interno della propria agenda dal significato inequivocabile: recava la scritta “Bum” con chiaro riferimento all’automobile. Ciò che sconcerta, oltre al vile atto, è la facilità con cui l’intimidatore si è potuto avvicinare e lasciare il “pizzino”. Vella infatti si trovava a Bivona per prendere parte nella qualità di relatore ad un convegno sulla legalità. Dopo una sua momentanea assenza dal tavolo dei relatori, ha ritrovato quanto descritto. Un atto dunque compiuto dinanzi ad altre persone, senza alcuna preoccupazione. Salvatore Vella negli ultimi mesi sta partecipando a tantissimi convegni circa la sensibilizzazione antimafia, la lotta alla criminalità organizzata e il coraggio della denuncia antiracket. Ultimamente si era recato anche a Londra per una conferenza del genere riscuotendo notevole successo. Naturalmente Vella è anche un magistrato in prima linea nella lotta antimafia attraverso numerose inchieste e processi. Tra i tanti, gli ultimi in ordine di tempo quello “Scacco Matto” e quello “Face Off”. Proprio quest’ultimo in particolare ha coinvolto la mafia di Bivona e della Bassa Quisquina determinando condanne su condanne ottenuto anche grazie al contributo della testimonianza di Ignazio Cutrò, imprenditore antiracket originario del piccolo centro montano. Potrebbe non trattarsi di un caso l’intimidazione subita proprio a Bivona ma è chiaro che le indagini sono in corso. Dopo le dovute denunce ai carabinieri, le forze dell’ordine stanno cercando di risalire ai responsabili del gesto.
Intanto al Pm è arrivata la solidarietà un po’ di tutti: politici di ogni partito, associazioni culturali e sportive, mondo dell’imprenditoria e sindacale ma anche da parte di tanta gente comune che si è mobilitata su internet e su facebook. Si è espresso in merito pure il ministro della giustizia Angelino Alfano mentre intanto la scorta del magistrato è stata potenziata: da uno a due carabinieri, in pianta stabile. Vella dicevamo è soltanto l’ultimo caso però.
Il sindaco di Menfi Michele Botta è giunto nel giro di poche settimane alla terza lettera anonima contenente sempre precise minacce per sé e per i propri familiari. Botta ha più volte avuto modo di dichiarare: “Il mio modo di amministrare è limpido. Non capisco perché queste minacce. Se qualcuno ha dei problemi può venirmi a trovare e parlarne direttamente. L’uomo Botta è turbato e preoccupato, il sindaco no. Non posso lasciarmi intimorire.” Anche in questo caso finora dalle forze dell’ordine nessun riscontro. Le indagini vanno avanti ma nulla ancora è dato sapere circa la provenienza di queste intimidazioni.
Di pochi giorni fa era stato invece il turpe gesto perpetrato ai danni dell’ingegnere Michele Buscarnera: una testa di capretto rinvenuto dinanzi il portone del suo studio sito in via Lido durante l’orario di lavoro. Il professionista ha detto: “Non capisco. Non sono un imprenditore ma solo un tecnico.” Di Buscarnera si era parlato insistentemente nell’ultimo periodo a seguito del progetto della Sun & Soil circa la realizzazione di un impianto fotovoltaico a Sciacca del valore di 29 milioni di euro.
E che dire del Presidente della Provincia di Agrigento Eugenio D’Orsi? Anche per lui minacce su minacce, di vario tipo e perpetrate nel tempo tanto da richiederne il rafforzamento della scorta.
Una volta si diceva che la provincia di Agrigento fosse una provincia “babba”. Adesso no, non lo si può più dire. E’ una provincia “spetta”, fin troppo. Un territorio dove spesso si è costretti a vivere ed a convivere con l’ansia e la tensione, dove ogni “sgarro” si paga e dove il rispetto delle regole e della legalità è visto come una debolezza, una cosa per persone deboli.
Si fa troppo presto a parlare di mafia come se fosse un’entità astratta. Oggi è bene parlare di mafie.
Le mafie dei colletti bianchi, dell’imprenditoria, della finanza, quella che gestisce gli appalti pubblici e se le divide, e decide a chi devono andare e per quanto tempo. Perché tutte queste intimidazioni? Perché tutte queste minacce? Cosa vogliono? Che pretendono? Chi si nasconde dietro un pizzino, o una testa di capretto o una lettera anonima? Chi non ha il coraggio di mostrare il proprio volto alla luce del sole? Cosa ne pensa l’opinione pubblica di tutto ciò? Chi si volta dall’altra parte? Tutte domande che esigono risposte. Risposte precise, circostanziate, magari non immediate. Ma si dice che il tempo è galantuomo e prima o poi tutti i nodi tornano al pettine.
Non bisogna più pensare alla mafia come a quella che ci raccontano nei film di un tempo o nelle fiction romanzate dei nostri giorni, la mafia si è evoluta, non spara ma minaccia, fa terrorismo psicologico prima che fisico. La mafia non è più quella che fa affari con lo Stato ma è quella che ha preso piede nelle pubbliche amministrazioni e nelle migliori società. I figli dei mafiosi di oggi non vanno in giro con la coppola e la lupara ma studiano, si laureano, scalano i vertici del mondo civile e prendono il loro posto portando avanti gli affari di famiglia e delle famigghie. E chi si interpone a tutto questo è un pericolo da eliminare e da aggirare. O quantomeno da piegare. E come? Con la minaccia, con l’intimidazione. Come solo i vigliacchi senza onore sanno fare.
Alle forze dell’ordine il compito di vigilare, di indagare, di colpire chi non vuole che questa terra sia libera e pulita. A noi tutti invece il compito di non lasciare da soli coloro che, come il magistrato Salvatore Vella, spende e si spende totalmente affinché qualcosa possa cambiare. Cambiare in meglio.
Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"
mercoledì 23 febbraio 2011
500mila euro in beni sequestrati ad Imbornone
La DIA sequestra 500mila euro in beni a Salvatore Imbornone, presunto boss di Lucca Sicula e ritenuto dagli inquirenti a lungo capomandamento della famigghia di Ribera. Attualmente Imbornone è detenuto nell’ambito del processo Scacco Matto dove è stato condannato a scontare 11 anni di carcere
La Direzione Investigativa Antimafia, nell’ambito delle attività finalizzate all’aggressione dei patrimoni mafiosi, ha sequestrato, ai sensi della legislazione antimafia, beni per un valore di circa 500.000 Euro a Salvatore Imbornone, cinquantunenne, inteso “Toto’ u russu”, di Lucca Sicula, attualmente detenuto, nonché ad altri componenti del suo nucleo familiare.
Il decreto è stato emesso dal Tribunale di Agrigento, su proposta avanzata dalla Procura della Repubblica di Palermo - Dipartimento di Criminalità Economica - sulla base di complesse indagini bancarie e patrimoniali svolte dal Centro Operativo D.I.A. Il Tribunale, condividendo le investigazioni effettuate, ha motivato il sequestro rilevando la mafiosità del soggetto proposto - accertata in molteplici atti processuali - e la sperequazione tra il valore dei beni posseduti e dei redditi dichiarati e l’attività svolta.
Salvatore Imbornone discende da una famiglia con forti tradizioni mafiose. Figlio di Vincenzo, defunto capo della famigghia mafiosa di Lucca Sicula, negli anni è stato ritenuto personaggio di spessore nel sodalizio mafioso del comprensorio saccense, stabilmente inserito all’interno dell’organizzazione criminale cosa nostra.
La sua figura balza agli onori della cronaca nel novembre del 1992, allorquando, nel quadro delle indagini relative agli omicidi di Stefano Radosta e Paolo Borsellino, veniva denunciato alla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, insieme ad altri, per associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata al controllo degli appalti pubblici, commissione di omicidi ed altro.
Il Tribunale di Agrigento, con decreto emesso il 31 maggio 2002, gli irrogava la misura di prevenzione della Sorveglianza Speciale, con obbligo di soggiorno nel comune di residenza per la durata di 2 anni.
Il 4 luglio 2008 veniva arrestato, unitamente ad altri soggetti, richiesta sempre dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, nell’ambito dell’operazione “Scacco Matto”, che disarticolava un’associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata ad acquisire la gestione di attività economiche ed appalti di opere pubbliche nel settore edile, turistico e alberghiero, il controllo della fornitura di calcestruzzo, automezzi e manodopera specializzata. L’attività d’indagine aveva scompaginato le famiglie mafiose agrigentine di Sciacca, Menfi, Santa Margherita Belice, Montevago, Sambuca di Sicilia, Burgio, Lucca Sicula, Villafranca Sicula e del mandamento di Ribera.
Il 18 febbraio del 2010, il Gup di Palermo, nel processo celebrato con il rito abbreviato, scaturito proprio dall’operazione “Scacco Matto”,condannava Imbornone ad anni 11 e mesi 4 di reclusione per associazione per delinquere di stampo mafioso. In particolare, lo stesso veniva ritenuto colpevole di aver rivestito il ruolo di capo mandamento della famiglia mafiosa di Lucca Sicula e Ribera, di aver coordinato le attività degli altri associati, organizzato l’attività di estorsione delle imprese e gestito in prima persona la latitanza del boss Giuseppe Falsone, ritenuto a lungo il capo di cosa nostra agrigentina e arrestato poi a Marsiglia, in Francia.
A suffragare il quadro indiziario, hanno contribuito le dichiarazioni del collaboratore di Giustizia Giuseppe Sardino, che hanno integrato, perfettamente, le indagini espletate.
Tra i beni oggetto del sequestro figurano: magazzini e rustici ubicati a Lucca Sicula, autovetture, conti correnti bancari e libretti di deposito.
Intanto nei giorni scorsi è cominciato il processo in appello per coloro che, nell’ambito del processo “Scacco Matto” erano stati processati con il rito abbreviato. La sentenza è stata impugnata sia dai difensori dei condannati, sia dai pubblici ministeri contrari alle motivazioni che hanno condotto all’assoluzione di 10 persone.
Le udienze proseguiranno nelle prossime settimane.
Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"
sabato 19 febbraio 2011
Scacco Matto: 15 condanne e 5 assoluzioni
Si chiude il processo “Scacco Matto”: 170 anni di carcere complessivamente per gli imputati. Assolto il consigliere comunale Mimmo Sandullo: “ho sempre avuto fiducia nella giustizia e nella legge” le sue parole dopo la sentenza.
E’ stata emessa dopo 14 giorni di camera di consiglio la sentenza del processo “Scacco Matto” che si è celebrato con il rito ordinario presso il Tribunale di Sciacca.
Cinque le assoluzioni e 15 le condanne e sostanzialmente confermato l’impianto accusatorio nei confronti degli imputati, anche se, rispetto alle richieste dell’accusa, le condanne sono state più lievi. Assolti: il consigliere comunale di Sciacca Domenico Sandullo del gruppo dei Leali per Sciacca, Biagio Smeraglia, Nicolò Di Martino, Antonino Maggio e Rosario Cascio.
Condannati invece: Vito Bucceri a 12 anni, Vitino Cascio a 12 anni e 6 mesi, Giovanni Campo a 13 anni e 4 mesi, Filippo Campo a 12 anni, Pasquale Ciaccio a 14 anni e 8 mesi, Giuseppe Clemente a 4 anni, Mario Davilla a 11 anni, Giovanni Derelitto a 15 anni, il saccense Michele Di Leo a 9 anni e 3 mesi, l'ex superboss Giuseppe Falsone a 10 anni e 6 mesi (che vanno ad assommarsi a tutte le condanne già inflittegli), Francesco Fontana a 12 anni e 6 mesi, Giuseppe La Rocca a 14 anni, Tommaso Militello a 6 anni, Giuseppe Monreale a 11 anni e Antonio Perricone a 12 anni e 6 mesi.
I pubblici ministeri della DDA di Palermo erano Rita Fulantelli e Emanuele Ravaglioli. Sono state emesse dunque un totale di 170 anni e 3 mesi di carcere al cospetto dei 384 anni chiesti dalla pubblica accusa.
L'operazione antimafia "Scacco Matto" era stata condotta dai carabinieri nello scorso luglio 2008.
Il primo troncone dell’inchiesta si era chiuso proprio un anno fa quando alcuni imputati avevano scelto di venire giudicati con il rito abbreviato. Dal febbraio 2010, dunque, al febbraio 2011.
Nel febbraio del 2010 erano state emessi infatti un totale di 120 anni di carcere per gli imputati del processo che avevano optato per il rito abbreviato.
La pena più alta era stata inflitta a Gino Guzzo, di Montevago, ritenuto il reggente della famiglia mafiosa del Belice, condannato a 21 anni di reclusione; 13 anni e 8 mesi a Paolo Capizzi, 70 anni, di Ribera; mentre suo nipote Franco Capizzi era stato condannato a 12 anni. Undici anni e 4 mesi la pena per Accursio Dimino, di Sciacca, e Salvatore Imbornone, di Ribera. Gli altri condannati sono Raffaele Sala, 9 anni e 8 mesi; 8 anni e 8 mesi per Girolamo Sala; 10 anni per Antonio Pumilia e Antonino Gulotta; un anno e 7 mesi per Antonino Montalbano. Calogero Rizzuto, anche lui coinvolto nell’indagine ma poi diventato collaboratore di giustizia, era stato condannato a 4 anni e 8 mesi.
Erano stati assolti invece Giuseppe e Michele Barreca, Giuseppe Orlando, Leonardo Taormina, Gaspare Schirò, Giacomo Corso, Michele Giambrone, i fratelli Paolo e Giuseppe Capizzi, Pietro Derelitto e Gaspare Schirò, morto di recente.
L’operazione antimafia “Scacco matto” portò all’emissione in totale di 33 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di presunti affiliati alle cosche mafiose perché accusati di aver pilotato appalti pubblici. L'operazione permise di individuare decine di episodi estorsivi ai danni di imprenditori della provincia di Agrigento e verificare l'attribuzione di alcuni appalti. Gli inquirenti hanno nel tempo acceso i riflettori soprattutto sui lavori che hanno condotto alla costruzione ed alla realizzazione del Verdura Golf Resort, della diga “Favara” di Burgio e degli svincoli presso la strada statale 115, recentemente inaugurati alla presenza di due ministri della Repubblica.
Il collegio giudicante ha letto la sentenza di buon’ora, erano passate da poco le 10 del mattino. La camera di consiglio era cominciata lo scorso 28 gennaio e quindi è durata quasi due settimane. A seguire, nel dettaglio, quelle che erano le richieste della pubblica accusa per i 20 imputati: Vito Bucceri 20 anni; Rosario Cascio 27 anni; Vitino Cascio 21 anni; Giovanni Campo 18 anni; Filippo Campo 18 anni; Pasquale Ciaccio 24 anni; Giuseppe Clemente 12 anni; Mario Davilla 21 anni; Giovanni Derelitto 27 anni; Michele Di Leo 21 anni; Nicolò Di Martino 10 anni; Giuseppe Falsone 21 anni; Francesco Fontana 21 anni; Giuseppe La Rocca 20 anni; Antonino Maggio 21 anni; Tommaso Militello 18 anni; Giuseppe Monreale 21 anni; Antonio Perricone 24 anni; Domenico Sandullo 4 anni; Biagio Smeraglia 18 anni.
Soddisfazione per il risultato raggiunto è stata espressa non solo dal mondo della magistratura, il processo si è concluso in tempi record (in attesa di eventuali appelli una volta conosciute le motivazioni della sentenza) ma anche dal mondo politico.
Giuseppe Marinello, componente della commissione parlamentare antimafia “rende merito all’ottimo lavoro svolto dalle forze dell'ordine e dai magistrati inquirenti. Siamo convinti che la puntuale risposta dello Stato in tema di lotta alla criminalità organizzata rappresenti sempre più la precondizione per lo sviluppo di un meridione lontano dal contesto europeo e che oggi, sempre più condiziona negativamente la tenuta economica del nostro paese. E’ evidente che ci saranno altri gradi di giudizio, ma già quella di oggi rappresenta una giornata importante per la storia del nostro territorio.”
Il lavoro delle forze dell’ordine continua in quanto non è possibile mai abbassare la guardia. I recenti arresti dei vari superboss non hanno fatto altro che confermare l’elevato grado di connivenza che si presenta tra malavita e mondo delle istituzioni, con una mafia sempre più rivolta verso il business, verso i grandi lavori ed appalti pubblici, verso dei confini per i quali non sempre è facile e non sempre è chiaro distinguere tra bene e male.
Finanziare e non tagliare, né economicamente né legislativamente, il lavoro degli inquirenti, dei tribunali e di tutte le forze dell’ordine rappresenta il vero passo da gigante nella lotta alla criminalità organizzata. Gli arresti e le operazioni antimafia verranno poi di conseguenza. E nel nostro territorio agrigentino, purtroppo, ce n’è bisogno ancora tanto.
Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"
giovedì 10 febbraio 2011
Pino Masciari ha presentato a Sciacca il libro "Organizzare il coraggio"
Successo per l’incontro letterario con Pino Masciari. Il libro “Organizzare il coraggio” racconta la storia di una famiglia costretta a scappare perché ad alto rischio di vita a causa delle denunce contro le pressioni esercitate dalla ‘ndrangheta calabrese. Commossa la platea saccense
Giuseppe Masciari è un imprenditore edile calabrese, nato a Catanzaro nel 1959, sottoposto a programma speciale di protezione dal 18 ottobre 1997, insieme a sua moglie (medico odontoiatra) e ai loro due bambini. Pino ha denunciato la ‘ndrangheta e le sue collusioni con il mondo della politica. La criminalità organizzata ha distrutto le sue imprese di costruzioni edili, bloccandone le attività sia nelle opere pubbliche che nel settore privato, rallentando le pratiche nella pubblica amministrazione dove essa è infiltrata, intralciando i rapporti con le banche con cui operava. Tutto ciò dal giorno in cui ha detto basta alle pressioni mafiose dei politici ed al racket della ‘ndrangheta.
Il sei per cento ai politici e il tre per cento ai mafiosi, ma anche angherie, assunzioni pilotate, forniture di materiali e di manodopera imposta da qualche capo-cosca o da qualche amministratore, nonché costruzioni di fabbricati e di uffici senza percepire alcun compenso, regali di appartamenti, e acquisto di autovetture: questo fu il prezzo che si rifiutò di pagare.
Fu allontanato dalla sua terra per l’imminente pericolo di vita a cui si è trovato esposto lui e la sua famiglia.
Si è parlato di questo e di molto altro ancora durante l’incontro letterario che si è tenuto presso il circolo Garibaldi di Sciacca e che è stato organizzato dall’associazione L’AltraSciacca e dalla libreria Mondatori. “Organizzare il coraggio”, Add Editore, è un libro che è stato definito “un pugno nello stomaco, leggetelo a costo di rovinarvi la giornata”. Il libro è stato scritto da Pino e Marisa Masciari e racconta tutto quello che è successo a questa famiglia dal momento in cui hanno deciso di non pagare né pizzo né tangenti.
Da quando operava nella sua attività con le sue aziende, Pino Masciari non si arrese mai ai soprusi della ‘ndrangheta, si ribella, riferisce all’Autorità Giudiziaria e denuncia, fino al punto di decidere la chiusura delle sue imprese licenziando nel settembre 1994 gli ultimi 58 operai rimasti.
Il 18 Ottobre 1997 Pino, Marisa e i due figli appena nati entrano nel programma speciale di protezione e scompaiono dalla notte al giorno: niente più famiglia, lavoro, affetti, niente più Calabria. Pino testimonia nei principali processi contro la ‘ndrangheta e il sistema di collusione, quale parte offesa e costituito parte civile. Diventa “il principale testimone di giustizia italiano”, così lo definisce il procuratore generale Pier Luigi Vigna. Inizia un lungo calvario: accompagnamenti con veicoli non blindati, con la targa della località protetta, fatto sedere in mezzo ai numerosi imputati denunciati, intimidito, lasciato senza scorta in diverse occasioni relative ai processi in Calabria, registrato negli alberghi con suo vero nome e cognome, senza documenti di copertura. Troppi episodi svelano le falle del sistema di protezione che dovrebbe garantire sicurezza per lui e la famiglia.
Nel 2001 con la legge 45/2001 si istituisce la figura del testimone di giustizia, cittadino esemplare che sente il senso civico di testimoniare quale servizio allo Stato e alla Società. Il 28 Luglio 2004, la Commissione Centrale del Ministero degli Interni gli notifica “che sussistono gravi ed attuali profili di rischio, che non consentono di poter autorizzare il ritorno del Masciari e del suo nucleo familiare nella località di origine; Ritenuto che il rientro non autorizzato nella località di origine potrebbe configurare violazione suscettibile di revoca del programma speciale di protezione”.
Il 27 Ottobre 2004, tre mesi dopo, la stessa Commissione Centrale del Ministero degli Interni gli notifica il temine del programma speciale di protezione. Tra le motivazioni si indica che i processi erano terminati. Cosa non vera: i processi erano in corso e la D.D.A. di Catanzaro emetteva in data , 6 febbraio 2006 successiva alla delibera, attestato che i processi era in corso di trattazione.
19 Gennaio 2005, Pino fa ricorso al TAR del Lazio contro la revoca, azione che gli permette di rimanere sotto programma di protezione in attesa di sentenza.
1 Febbraio 2005, senza tenere conto del ricorso già in atto, la Commissione Centrale del Ministero dell’Interno delibera ancora una volta di “ invitare il testimone di giustizia Masciari ad esprimere la formale accettazione della precedente delibera ricordando che alla mancata accettazione da parte del Masciari, seguirà comunque la cessazione del programma speciale di protezione”.
Nel Gennaio 2009, dopo 50 mesi a fronte dei 6 mesi stabiliti dalla legge 45/2001 art.10 comma 2 sexies, il TAR del Lazio pronuncia la sentenza riguardo il ricorso e stabilisce l’inalienabilità del diritto alla sicurezza, l’impossibilità di sistemi di protezione o programmi a scadenza temporale predeterminata e ordina al Ministero di attuare le delibere su sicurezza, reinserimento sociale, lavorativo, risarcimento dei danni. Pino Masciari per tramite del suo legale fa richiesta formale dell’ottemperanza della sentenza.
Non avendo ricevuto nessuna risposta dalla Commissione Centrale del Ministero dell’Interno, Pino annuncia la volontà di cominciare il 7 aprile lo sciopero della fame e della sete, fintanto che non vedrà rispettati i diritti della sua famiglia ancor prima che i propri. Lo sciopero della fame è l’ultima risorsa, noi la supportiamo vista l’urgente necessità di tornare a vivere. Grazie a Pino Masciari abbiamo imparato ad amare lo Stato. Dodici anni di sofferenza e esilio sono un prezzo altissimo che i Masciari hanno pagato con dignità, senza mai rinnegare la scelta fatta.
Una storia che ha commosso i tanti presenti e commosso lo stesso autore il quale, nonostante gli ormai numerosi incontri ai quali prende parte, non manca mai di sciogliersi sentitamente mentre narra le proprie crude vicende.
Scrive Masciari: “Pensateci, vorrei che per un attimo vi diceste: io da domani mattina sono in un altro posto, io da domani non posso più usare il mio nome, io da domani non sono più nessuno”.
Il resto della storia compone il presente di Masciari: lui ha ormai lasciato la Calabria, vive sotto scorta, ma si è ripreso un pò della sua vita, usandola per girare le scuole, per parlare ai giovani di Stato e d’Antistato. Il guaio è che talvolta questi due termini esprimono il medesimo concetto.
Una speranza giunge però da una delle ultime leggi redatte in Calabria. La Regione Calabria affiderà lavori agli imprenditori che denunciano richieste estorsive, ”per premiare il loro coraggio civile ed il loro impegno contro la ‘ndrangheta”. Lo ha detto il presidente della Regione Calabria, Giuseppe Scopelliti, definendo la lotta contro la criminalità organizzata ”una priorità della Giunta”. ”A tale scopo – ha aggiunto Scopelliti – sarà creata una lista di imprenditori che hanno denunciato il racket cui potranno essere affidati lavori, facilitando il loro accesso alle procedure ad evidenza pubblica. Seguendo il concetto che ho ribadito più volte, secondo cui la ‘ndrangheta ha paura piu’ dei fatti che delle parole, abbiamo approvato un progetto di legge, che sarà esaminato dal Consiglio regionale a febbraio, che prevede azioni concrete di sostegno in favore degli imprenditori che hanno denunciato le intimidazioni. Il nostro sforzo deve essere quello di evitare che venga abbandonato a se stesso, come spesso avviene attualmente, chi ha il coraggio di denunciare le richieste estorsive. Si tratta di un’iniziativa che può essere attuata anche dagli enti locali”. ”La nostra iniziativa – ha detto ancora Scopelliti – può rappresentare anche uno stimolo ed un incentivo nei confronti degli imprenditori da parte della Regione perchè denuncino le richieste estorsive subite”. Il progetto, denominato ”Interventi regionali a sostegno delle imprese vittime di reati di ‘ndrangheta e disposizioni in materia di contrasto alle infiltrazioni mafiose nel settore dell’imprenditoria”, sarà discusso ed approvato nella seduta del Consiglio regionale prevista il 22 febbraio. ”Questa legge – ha dichiarato il presidente Scopelliti – consentirà di inserire le aziende che hanno denunciato e che sono vittime di racket o usura in una ‘short list’ che la Regione utilizzerà per affidare commesse sotto soglia”. Anche a questo è servito l’esempio di Pino Masciari.
Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"
sabato 22 gennaio 2011
Processo Face Off: 5 condannati e 1 assolto
Cinque condanne per complessivi 76 anni di carcere. Si chiude così il processo seguito all’operazione antimafia Face Off. Il Pm Vella e l’eurodeputato Sonia Alfano dalla parte di Ignazio Cutrò: “il suo contributo è stato decisivo per le indagini”. Unico assolto Vincenzo Ferranti
“Con le condanne ai Panepinto, a Parisi e Favata, si ha conferma dell’enorme contributo dato dall’imprenditore antiracket Ignazio Cutrò nella lotta alla mafia e al malaffare. Adesso lo Stato prenda atto dell’impegno di Ignazio e tuteli lui e la sua famiglia in modo serio e concreto, anche in virtù delle intimidazioni subite di recente”.
Lo ha detto Sonia Alfano, europarlamentare e responsabile nazionale del Dipartimento Antimafia di Italia dei Valori, commentando la sentenza con cui sono stati condannati al processo “Face Off”, a Sciacca, i boss Luigi, Marcello e Maurizio Panepinto (rispettivamente a 13, 10 e 14 anni e 6 mesi), Giovanni Favata (13 anni e 3 mesi) e Domenico Parisi (15 anni e 9 mesi).
“Senza le testimonianze di Cutrò questi criminali sarebbero ancora liberi e continuerebbero a spadroneggiare sul territorio. Per questo motivo tutti dobbiamo riconoscere il coraggio e l’onestà di questo preziosissimo testimone di giustizia, e dobbiamo spenderci per la sua incolumità e perchè possa riprendere a lavorare serenamente”.
Le richieste dei Pm erano queste: 20 anni di reclusione per Luigi Panepinto, 19 anni per Maurizio Panepinto, 10 anni per Marcello Panepinto, 19 anni per Giovanni Favata, 20 anni per Domenico Parisi e 10 anni per Vincenzo Ferranti.
Ignazio Cutrò dunque ha vinto scrive ancora la Alfano. Certo, direte voi, ha vinto anche lo Stato, la Giustizia e noi tutti, è vero. Una vittoria però è tale quando il “concorrente” ha messo in gioco tutto ciò che aveva. Quando ha rischiato senza pensare alle conseguenze. Quando ha fatto tutto ciò che era nelle proprie possibilità. E quello che più di tutti ha rischiato, in questa battaglia, è stato lui, quell’imprenditore grande e grosso dal cuore altrettanto grande, capace di emozionare una platea di 400 persone incitandole a non abbassare la testa di fronte a cosa nostra. Grazie alle sue denunce e alla sua testimonianza nel processo “Face Off”, i suoi aguzzini sono stati condannati ad oltre 50 anni di carcere. La conferma che la cosca mafiosa della Bassa Quisquina era gestita dalla famiglia Panepinto, che da vittime di mafia si erano trasformati in mafiosi.
E’ stata la vittoria della pubblica accusa, portata avanti con coraggio da Giuseppe Fici e Salvatore Vella. E’ stata la vittoria di tutte quelle persone che in questi anni sono state accanto ad Ignazio e alla sua famiglia, a sua moglie Giusy, a sua figlia Veronica e a suo figlio Giuseppe, che mai come ora hanno bisogno del nostro affetto. Dovrei sentirmi anch’io vincitrice, ma non ci riesco. Perchè se guardo indietro, a quando ho incontrato un Ignazio disperato e demotivato, e solo molto lentamente siamo riusciti insieme a risalire e ad attirare l’attenzione dell’Italia, se volto la testa a quei giorni vedo troppo dolore e troppa vergogna: non è normale che un uomo giusto come Cutrò debba fare tutto ciò solo per avere giustizia. Quel giorno che Ignazio venne nel mio ufficio per la prima volta non posso dimenticarlo. Aveva le banche alle calcagna che minacciavano di prendersi anche la sua abitazione, gli enti riscossori che pretendevano decine di migliaia di euro da un’impresa vessata dalla mafia ignorando pure la sospensione prefettizia. Era davvero l’ombra del Cutrò che oggi conosciamo. Non avevo la bacchetta magica e ho fatto quello che potevo, sollecitando giorno dopo giorno ogni organo istituzionale affinchè affrontassero tutti il caso Cutrò, l’imprenditore antiracket che lo Stato non vuole con sè. Un’intera segreteria politica ha lavorato per mesi affinchè il “caso” Cutrò diventasse il caso di tutti gli italiani onesti. Poi c’è stato il gesto estremo di Roma, quando lui e Valeria Grasso, altra imprenditrice coraggio che ha spinto in carcere parte del clan Madonia, si sono incatenati ai cancelli del Viminale per protestare contro una situazione umiliante, sotto il profilo economico e della sicurezza personale: erano soli contro la mafia e nessuno voleva aiutarli. Quel giorno ero a Roma per altri impegni che ho subito abbandonato per raggiungere quelle due persone per bene costrette a legarsi come animali per attirare l’attenzione di un Ministero sonnecchiante. Siamo stati un’intera giornata sotto la pioggia cercando di convincere i poliziotti che volevano tagliare le catene con le cesoie che quelli “sbagliati” non erano loro, che non potevano eseguire ordini ciecamente senza sapere che quelli che stavano “sgombrando” erano due testimoni di giustizia, non due pentiti di mafia.
E poi gli infiniti incontri, i molteplici faccia a faccia e le interminabili telefonate per aggiustare una storia storta, figlia di un’Italia imbarazzante che come al solito abbandona il meglio per difendere l’”estremamente peggio”. Ora questa sentenza può rappresentare un punto importante conclude Sonia Alfano. Può dimostrare che senza Cutrò quel territorio sarebbe ancora in mano alla famiglia mafiosa dei Panepinto. Che senza Cutrò gli appalti pubblici avrebbero continuato ad essere pilotati. Che senza Cutrò oggi Bivona non avrebbe un’anima. Sabato scorso ho voluto che Ignazio fosse presente alla commemorazione di mio padre, il momento più importante per me da 18 anni a questa parte. Ho voluto che partecipasse assieme agli altri relatori. E il boato che ha accolto le sue parole, quella sala stracolma che lo ha invocato, è stato uno dei momenti più toccanti di tutta la giornata. Voleva dire che avevamo vinto davvero, che Ignazio era arrivato ai cuori di tutti.
E ora? Ora bisogna smetterla di festeggiare. Bisogna ancora una volta spronare lo Stato italiano affinchè rilanci l’attività imprenditoriale di Ignazio. Affinchè torni ad aggiudicarsi appalti pubblici. Affinchè torni la normalità. Cutrò non vuole vivere da eroe, ma da cittadino comune che sostiene la sua famiglia. Non ha mai voluto soldi, nè facilitazioni, ma solo che gli fosse riconosciuta la sua dignità e la bontà delle sue dichiarazioni. Una sentenza ora lo ha fatto, ma ad aspettarlo però non ci sono certo solo uomini e donne che lo ammirano, ma anche persone che lo odiano. E la sua sicurezza oggi è la nostra priorità.
Fino a quando Ignazio non tornerà a lavorare e a vivere sereno e protetto io non avrò vinto.”
La Sentenza è arrivata nel pomeriggio con le condanne per tutti gli imputati tranne Vincenzo Ferranti che è stato assolto.
Adesso ancora di più cresce l’urgenza di stare dalla parte di chi denuncia perchè bisogna far capire che l’unica strada da seguire è questa e che bisogna lottare per ristabilire la Verità.
Dura la sentenza dunque pronunciata dal collegio giudicante della sezione penale del tribunale di Sciacca relativa al processo “Face off”. E pensare che nel 1995, nell'ambito dell'operazione Vespri siciliani, l'impresa dei fratelli Panepinto, ritenuti vittime delle estorsioni, era stata messa sotto tutela, con la presenza di militari 24 ore su 24. Questo perché nel maggio del 1994 il padre dei tre fratelli, Ignazio Panepinto, era stato ucciso in un agguato di stampo mafioso, mentre nel settembre dello stesso anno, in un altro agguato fu ucciso un loro zio, Calogero, che però nulla aveva a che fare con l'impresa edile dei nipoti. In quell’agguato venne anche ferito Davide Panepinto, figlio di Calogero, e ucciso un operaio, Francesco Maniscalco, che in quel momento si trovava con loro.
Storie di sangue, storie che difficilmente emergono dall’entroterra siciliano.
Adesso invece i tre fratelli erano imputati nel processo "Face off". Da vittime a carnefici, stando a quando ha stabilito il tribunale. In questo processo è stato condannato anche Giovanni Favata, di Alessandria della Rocca e Domenico Parisi, di Bivona. Assoluzione per Vincenzo Ferranti, di 76 anni, di Santo Stefano di Quisquina. Il collegio giudicante era presieduto da Andrea Genna e a latere da Michele Guarnotta e Carmen Bifano. I giudici hanno quindi confermato l'ipotesi accusatoria relativa alla composizione da parte degli imputati di un sodalizio criminale che, utilizzando i modi tipici delle organizzazioni mafiose, avrebbe operato sul territorio della bassa Quisquina, imponendo estorsioni ai danni di imprenditori che operano nel campo degli inerti, delle forniture edili, dei conglomerati cementizi e nel movimento terra.
L’operazione antimafia denominata”Face Off” è stata condotta nel luglio del 2008 dai carabinieri della Compagnia di Cammarata. Tutti gli imputati sono imprenditori edili, che, sempre secondo l'accusa, avrebbero controllato in maniera capillare gli appalti pubblici della zona della Bassa Quisquina. Il Tribunale ha anche stabilito il risarcimento dei danni alle parti civili che si sono costituite nel processo: gli imprenditori Francesco Leto, Massimo Leto, Giovanni Bonanno, Ignazio Cutro', Salvatore Cammarata Spataro e Salvatore Palermo. Ecco il dettaglio dei risarcimenti: il tribunale, inoltre, ha condannato al risarcimento danni alle parti civili nel seguente modo: Maurizio Panepinto e Domenico Parisi a € 20.000 per Francesco Leto ed a € 4.050 alla Igm Srl; Maurizio Panepinto, Giovanni Favata e Domenico Parisi a € 20.000 a Giovanni Bonanno, a € 30.500 a Ignazio Cutrò; tutti a € 60.000 alla Federazione delle Associazioni Antiracket e Antiusura.
Il tribunale ha anche ordinato la confisca dell'azienda di calcestruzzi Beton e altri titoli. L'operazione "face off" venne eseguita dai Carabinieri della compagnia di Cammarata e dagli agenti della Squadra mobile di Agrigento. I provvedimenti furono firmati dal giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Palermo Puleo su richiesta dei pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia Scarfò e Fici.
Soddisfatto naturalmente il Pm Salvatore Vella che ha seguito tutta la vicenda passo dopo passo che ha riconosciuto l’importanza di Cutrò nel processo e il valore di tutte le indagini ed intercettazioni seguite alle denunce. La mafia non è sconfitta. Ma sicuramente la provincia di Agrigento è un po’ più pulita.
Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"
giovedì 20 gennaio 2011
Processo Scacco Matto: chiesti 384 anni di carcere per i 20 imputati
Processo “Scacco Matto”: dure le richieste dei Pm. Hanno chiesto 384 anni di carcere per i 20 imputati. L’operazione Scacco Matto colpì duramente la mafia in provincia di Agrigento. Tra gli imputati l’ex capomafia Giuseppe Falsone, arrestato a Marsiglia, e il consigliere comunale saccense Domenico Sandullo, eletto nella lista “La Tua Sciacca”
La requisitoria è stata lunga. Anche il processo “Scacco Matto”, come quello “Face Off”, sta per volgere al termine. Entro fine gennaio dovremmo avere la sentenza dei giudici. Intanto dunque i pm della procura antimafia di Palermo, Rita Fulantelli e Emanuele Ravaglioli, hanno chiesto complessivamente 384 anni di reclusione per un totale di 20 condanne, ossia chieste condanne per tutti gli imputati.
Queste le richieste ufficiali dei pm (in ordine alfabetico): per Vito Bucceri, 39 anni, di Castelvetrano sono stati richiesti 20 anni di reclusione; per Rosario Cascio, 77 anni, di Santa Margherita Belice, 27 anni; per Vitino Cascio, 69 anni, di Santa Margherita Belice, 21 anni; per Giovanni Campo, 49 anni, di Menfi, 18 anni; per Filippo Campo, 43 anni, di Menfi, 18 anni; per Pasquale Ciaccio, 45 anni, di Santa Margherita Belice, 24 anni; per Giuseppe Clemente, 40 anni, di Sciacca, 12 anni; per Mario Davilla, 46 anni, di Burgio, 21 anni; per Giovanni Derelitto, 61 anni, di Burgio, 27 anni; per Michele Di Leo, 46 anni, di Sciacca, 21 anni; per Nicolò Di Martino, 74 anni, di Ribera, 10 anni; per Giuseppe Falsone, 41 anni, di Campobello di Licata, 21 anni; per Francesco Fontana, 74 anni, di Palermo, 21 anni; per Giuseppe La Rocca, 57 anni, di Caracas, 20 anni; per Antonino Maggio, 48 anni, di Santa Margherita Belice, 21 anni; per Tommaso Militello, 48 anni, di Palermo, 18 anni; per Giuseppe Monreale, 42 anni, di Sciacca, 21 anni; per Antonio Perticone, 57 anni, di Burgio, 24 anni; per Domenico Sandullo, 55 anni, di Sciacca, 4 anni; per Biagio Smeriglia, 48 anni, di Ribera, 18 anni.
Tra gli imputati, c’è dunque anche l’ex superlatitante Giuseppe Falsone, arrestato a Marsiglia la scorsa estate e ritenuto per lungo tempo il capo del mandamento mafioso provinciale. Si dice “fiducioso e sereno” il consigliere comunale Domenico Sandullo, eletto nella lista del sindaco Vito Bono “La Tua Sciacca”, il quale poi ha creato il gruppo consiliare dei “Leali per Sciacca”, insieme ai colleghi Patti e Gulotta.
Sandullo, come si legge nella requisitoria, è accusato di aver “agevolato l’attività dell’associazione mafiosa Cosa Nostra”, sentito come persona informata dei fatti avrebbe aiutato in particolare Rosario Cascio, Vitino Cascio e Antonino Maggio “omettendo di riferire circostanze a sua conoscenza e riferiva, altresì, circostanze non veritiere”.
Sandullo è processato in contumacia non essendo mai stato presente nelle udienze.
Come si ricorderà, l’altro troncone del processo, quello che si è celebrato a Palermo con il rito abbreviato, si è concluso già nel febbraio 2010, con le condanne di Gino Guzzo a 21 anni e 2 mesi, di Paolo Capizzi a 13 anni e 8 mesi, di Francesco Capizzi a 12 anni, di Accursio Dimino e Salvatore Imbornone a 11 anni e 4 mesi, di Antonino Pumilia e Gulotta Antonio a 10 anni, di Raffaele Sala a 9 anni 8 mesi, di Calogero Rizzuto, poi divenuto collaboratore di giustizia e teste chiave del processo, a 4 anni e 8 mesi, di Antonino Montalbano a 1 anno e 7 mesi.
Assolti invece: Giuseppe Barreca, Michele Barreca, Giuseppe Capizzi, Paolo Capizzi, Giacomo Corso, Pietro Derelitto, Michele Giambrone, Giuseppe Orlando e Leonardo Taormina.
Si tratta quindi di richieste per quasi 4 secoli di carcere in totale. A breve si conosceranno le decisioni dei giudici.
Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"
sabato 15 gennaio 2011
2010, un anno di mafia. La relazione della DIA e gli arresti eccellenti
Si chiude un anno che ha registrato importanti successi nella lotta alla mafia con gli arresti di Falsone e Messina. La relazione della DIA però descrive una provincia di Agrigento ancora sotto scacco e con una minaccia in più: le pesanti infiltrazioni della mafia negli appalti pubblici. L’Operazione Family a Castrofilippo ne è stato soltanto un esempio
“Cosa nostra agrigentina, pur se duramente colpita, negli ultimi anni, da importanti operazioni di polizia scaturite anche dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, è riuscita a mantenere una forte influenza sul territorio, confermando la dislocazione dei mandamenti mafiosi esistenti nella provincia di Agrigento, che risultano essere quelli di Porto Empedocle, di Casteltermini, della Quisquina, di Ravanusa, di Sambuca di Sicilia, di Sciacca e di Ribera.
Allo stato attuale, dalle varie risultanze investigative emerge che il rappresentante provinciale dell’organizzazione mafiosa riconducibile a cosa nostra, fino al momento del suo recentissimo arresto, è stato il latitante Giuseppe Falsone, succeduto a Maurizio Di Gati, in atto collaboratore di giustizia.
Con l’arresto di Falsone, avvenuto a Marsiglia il 25 giugno scorso, nell’ambito di una collaborazione tra la Polizia italiana e quella francese, il soggetto libero di maggiore caratura criminale, che, verosimilmente, poteva assumere la reggenza della provincia mafiosa, era il latitante Gerlandino Messina, ma anche lui è stato tratto in arresto lo scorso novembre a Favara, dopo una latitanza ultradecennale.
Appare significativa la cattura all’estero di un soggetto di elevata caratura mafiosa, quale il Falsone, poiché tale circostanza interrompe lo stereotipo comportamentale che sembrava “esigere” la presenza sul territorio siciliano dei capi latitanti che intendessero mantenere una reale leadership.
Sono stati conseguiti dunque importanti risultati anche nella cattura di altri soggetti latitanti, a seguito di indagini di ampio respiro sul tessuto mafioso, che hanno prodotto effetti di ancora più profonda disarticolazione dei sodalizi, come avvenuto il 26 marzo, allorquando i Carabinieri del Reparto Operativo del Comando Provinciale di Agrigento e del Nucleo Operativo del Ecologico di Palermo, hanno dato esecuzione ad un provvedimento cautelare nei confronti di Pino Gambino, ritenuto di essere il capo della famiglia mafiosa di Ravanusa e capo mandamento di Campobello di Licata.
Nello stesso contesto investigativo sono stati arrestati altri 7 soggetti, tutti presunti fedelissimi di Giuseppe Falsone.
L’operazione, denominata “Apocalisse”, che ha colpito l’organizzazione mafiosa operante nei territori di Campobello di Licata, Canicattì e Ravanusa, ha nuovamente evidenziato l’incontrastato ruolo verticistico nella provincia di Agrigento al tempo rivestito da Giuseppe Falsone.
I riscontri investigativi di questa operazione hanno dettagliato l’interesse di cosa nostra agrigentina verso i settori della grande distribuzione e dello smaltimento dei rifiuti e i rapporti di contiguità dell’esponente mafioso con noti imprenditori locali, realizzatisi attraverso la gestione di appalti riguardanti soprattutto la progettazione, la realizzazione e la gestione della discarica di Campobello di Licata, nonché la progettazione e la realizzazione del punto vendita Eurospin di quella località.
Si è assodato che il Falsone aveva avuto un ruolo fondamentale nella scelta del sito, nonché nella gestione operativa della citata discarica, traendo annualmente, con la connivenza di imprenditori e di pubblici amministratori, ingenti guadagni, anche a scapito della salvaguardia dell’ambiente e della salute dei cittadini, così come accertato nel corso delle attività investigative e degli accertamenti di caratteri ispettivo.
L’attiva compartecipazione di Giuseppe Falsone nella gestione della discarica di Campobello di Licata è stata confermata da una serie di approfondimenti su parte del materiale sequestrato in passato, in una abitazione dislocata nelle campagne fra Cianciana (AG) e Palazzo Adriano (PA) ed utilizzata come rifugio dal capomafia agrigentino prima del suo arresto. Infatti, tra le carte sequestrate, sono stati rinvenuti alcuni documenti contabili. riconducibili alla gestione finanziaria della discarica. Varie risultanze processuali hanno confermato, ancora una volta, che, tra le principali attività delle famiglie mafiose, occupa un posto di rilievo la riscossione del pizzo da imprenditori e commercianti.
Queste considerazioni illuminano uno spettro di delittuosità mafiosa assai vasto, che si muove dalle attività predatorie classiche, per giungere fino alla gestione diretta di attività commerciali, specie nei settori della grande distribuzione alimentare, dello smaltimento dei rifiuti, della costruzione di manufatti edilizi e della fornitura di calcestruzzo e di materiali inerti.
Per meglio comprendere la delittuosità complessiva dei soggetti mafiosi nella provincia, la D.I.A. ha elaborato le informazioni storiche SDI, sul conto di 48 soggetti segnalati dai locali uffici di polizia, nel periodo tra il 1° giugno 2009 e il 31 maggio 2010. Si percepisce così che i delitti-strumento riferibili alla storia criminale di tale popolazione attengono essenzialmente al circuito estorsivo, alle rapine, all’associazione a delinquere, ma anche, significativamente, alla turbata libertà degli incanti, al trasferimento fraudolento di valori ed ai reati in materia di stupefacenti. Nel contesto, sia pure in modo residuale, si affaccia all’usura.
A tutto ciò si connette l’interesse dell’organizzazione criminale verso gli appalti pubblici che, come noto, rappresentano un collaudato sistema di appropriazione indebita di risorse pubbliche, essendo stato riscontrato, da diverse attività d’indagine, che i sodalizi locali pretendono, a titolo estorsivo, il 2% dell’importo complessivo del valore della gara aggiudicata. L’organizzazione mafiosa agrigentina, a seguito dell’impatto di significative misure di prevenzione patrimoniali irrogate nei confronti dei suoi esponenti, sta attraversando un serio momento di difficoltà, poiché vengono attinte consistenze di rilievo, sopravvissute anche agli esiti di precedenti indagini giudiziarie.
Paradigmatica è la vicenda di due fratelli, imprenditori del settore oleario, originari di Racalmuto (AG), a cui carico, il 23 febbraio ed il 14 aprile, la D.I.A. esperiva un sequestro dei beni per un valore complessivo di circa 52 milioni di euro.
L’8 giugno scorso, sempre la D.I.A. nel prosieguo delle indagini, metteva a segno ulteriori operazioni di sequestro di altri beni riconducibili ai familiari dei propositi, che riguardava sette polizze vita per un valore complessivo di 230.000,00 euro.
I fratelli erano stati arrestati nel 2007, nell’ambito dell’operazione “Domino 2” , ed erano stati condannati alla pena dell’ergastolo nel 2009, dalla Corte d’Assise di Agrigento, per l’omicidio di Mariano Mancuso avvenuto ad Aragona (AG) nel 1992 (condanna poi confermata in appello).
In sede processuale, era stata dimostrata la valenza criminale dei fratelli, nonché i loro stretti rapporti con i capi mafia pro tempore della provincia agrigentina Salvatore Fragapane, Giuseppe Fanara e Maurizio Di Gati, ai quali i citati imprenditori si rivolgevano per dirimere le controversie susseguenti alla loro attività di usurai, fino a spingersi ad ottenere la soppressione violenta del Mancuso che si era rifiutato di restituire il denaro avuto in prestito. E’ stato acclarato che lo stesso Fragapane aveva investito denaro di cosa nostra nell’illecita attività posta in essere dai due proposti, che grazie all’appoggio incondizionato dell’organizzazione, erano così riusciti ad incrementare il patrimonio personale. Gli elementi di conoscenza ricavabili dalle fonti probatorie, relativamente alla frequenza ed intensità dei rapporti intercorrenti tra i due fratelli ed esponenti di spicco dell’associazione mafiosa, così come il loro attivismo nell’usura, hanno fatto ritenere che l’ingente patrimonio sequestrato sia il frutto del reimpiego dei capitali illeciti acquisiti nel corso degli anni da cosa nostra agrigentina in attività illecite od apparentemente lecite.
Nell’ambito della penetrazione mafiosa negli appalti pubblici la D.I.A., nel prosieguo dell’indagine “Minoa”, che aveva portato alla disarticolazione della famiglia mafiosa di Cattolica Eraclea e quella di Montallegro, ha concluso le operazioni di sequestro preventivo di quote societarie e beni aziendali di una società operante nel settore edile, riconducibile ad uno dei soggetti, arrestato nel mese di novembre del 2009 a seguito della citata operazione di polizia.
Per quanto attiene ai danneggiamenti, va sottolineato che continua a registrarsi la consumazione di atti intimidatori nei confronti della società “Dedalo Ambiente”, che si concretizzano con l’incendio dei cassonetti, con conseguente e considerevole danno economico. Analoghi danneggiamenti sono subiti anche da altre società che si interessano dello smaltimento dei rifiuti.
Il fenomeno usurario costituisce uno dei più recenti settori dell’economia criminale, che vede l’impiego di cosa nostra agrigentina.
La debolezza delle imprese agrigentine, incapaci di resistere alla crisi dei settori produttivi, lascia al tessuto mafioso la capacità di accreditarsi, di mettete in circolo il denaro frutto di attività illecite e, alla fine, di entrare in possesso delle aziende, una volta catturate all’interno dei percorsi usurari.
Infatti, il protrarsi della crisi economica ha accresciuto l’esposizione di piccole e medie imprese in crisi di liquidità a derive usuraie e predatorie, che vengono sempre più praticate dalla componente mafiosa.
L’aiuto dell’incidenza del fenomeno è significativo e si registrano, in particolare, casi nei comuni di Porto Empedocle, Agrigento e Canicattì.”
Tutto questo in attesa di capire quando e come possa essere assicurato alla giustizia Matteo Messina Denaro, l’ultimo superlatitante, consapevoli del fatto però che la criminalità organizzata, come un cancro, si è ramificata in diversi aspetti della vita pubblica isolana e nazionale ed estirparla non dipende dalla cattura o meno di un solo uomo ma da un’autentica rivoluzione culturale che possa permettere alla società di scrollarsi di dosso la mafia, anzi le mafie. Fino a quando ci saranno casi isolati di coraggio, di ribellione, di voglia di cambiare le cose e non una presa di coscienza generale, fino a quel momento rimarranno valide le parole del giornalista Pippo Fava ucciso dalla mafia il 5 gennaio del 1984 a Catania perché aveva scoperto e scritto troppo: “Qualche volta mi devi spiegare chi ce lo fa fare, perdìo. Tanto, lo sai come finisce. Una volta o l’altra: mezzo milione a un ragazzotto qualunque e quello ti aspetta sotto casa…”
Trovarono sia il mezzo milione che il ragazzotto qualunque.
Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"
lunedì 3 gennaio 2011
Nuovi "padrini", vecchi affari...
Dopo gli arresti di Falsone e Messina, il boss Messina Denaro conquista la provincia di Agrigento ed elegge nuovi fedelissimi a Sambuca e Sciacca. Intanto a Palermo con l’operazione “Addiopizzo 5” decine di imprenditori denunciano i propri aguzzini e fanno arrestare 63 persone. Perché le tasse si pagano allo Stato, e non alla mafia
Una nuova famiglia mafiosa, molto potente e vicina al superlatitante Matteo Messina Denaro.
Sarebbe questo l’identikit della famigghia indicata dallo stesso boss castelvetranese per mettere ordine all’interno del mandamento agrigentino, allo stato attuale decisamente allo sbando, dopo gli arresti degli ex capomafia Giuseppe Falsone e Gerlandino Messina.
Il superlatitante sta cercando di serrare le fila dei fedelissimi e, com’era ipotizzabile, ha preso il comando del territorio agrigentino, soprattutto della parte occidentale, quello per intenderci, compreso tra Sciacca, Sambuca e la bassa Quisquina.
La famiglia saccense indicata da Messina Denaro avrebbe accresciuto il proprio potere economico e non solo nel corso degli ultimi tempi, in un periodo relativamente recente e potrebbe riordinarsi attorno alla figura di un vecchio capomafia, attualmente in carcere.
Matteo Messina Denaro ha approfittato della debolezza dei clan della zona per imporre anche in provincia di Agrigento la propria egemonia ed estendere oltremodo la fitta rete di affari che lo coinvolge: edilizia, grossi appalti pubblici, centri commerciali, supermercati, pizzo, droga, business dei rifiuti e traffico di armi. Insomma dovunque ci sia la possibilità di far soldi.
Il nuovo capomafia della provincia indicato dal superlatitante invece sarebbe un boss sessantenne di Sambuca di Sicilia, il quale non vedrebbe di buon occhio i Capizzi di Ribera. Una precisa scelta strategica per spostare l’asse mafioso dalla parte orientale a quella occidentale della provincia, quella per intenderci più vicina a Castelvetrano.
Del resto, dopo la cattura di Gerlandino Messina, la zona tra Porto Empedocle e Favara è diventata un’autentica polveriera che nessuno al momento riesce a controllare.
Il rischio concreto è quello che scoppi una faida tra Messina Denaro e i Capizzi per il controllo di parte del territorio. In Sicilia però stanno per arrivare grossi finanziamenti e solo questo allo stato attuale sta evitando una guerra di mafia. Come era solito affermare Bernardo Provenzano nei vari summit tra le cosche mafiose, agli appalti pubblici si arriva con gli accordi, col silenzio, con la pace. Intanto non si fermano le indagini degli inquirenti, estese su tutto il territorio isolano. Obiettivo: scompaginare la rete tremendamente fitta del racket.
A Natale i pizzini di Salvatore e Sandro Lo Piccolo, già tratti in arresto da alcuni anni, portano in dono alla Sicilia onesta l’arresto di 63 fedelissimi del boss e di suo figlio. Sono finiti in carcere con accuse che vanno dall’associazione per delinquere di stampo mafioso, all’estorsione, all’associazione finalizzata al traffico di droga, detenzione di armi da fuoco e intestazione fittizia di beni. L’operazione ha interessato le famiglie palermitane di Tommaso Natale, Partanna Mondello, Carini, Cinisi e Terrasini. Insomma fiancheggiatori dei due boss che avevano continuato a restare tali, seguendo gli affari per la famiglia.
L’operazione della squadra mobile di Palermo è stata possibile grazie al lungo e mai interrotto lavoro di analisi effettuato sui pizzini ritrovati nel covo di Giardinello, dove il capomafia fu arrestato il 5 novembre 2007, che finora ha portato alla cattura complessiva di 184 persone, all'individuazione dei responsabili di 87 estorsioni e al sequestro di 15 società con fatturati milionari.
Dalla decifrazione dei pizzini, gli investigatori, con questo quinto e ultimo filone dell’inchiesta denominata “Addiopizzo”, sono riusciti a risalire ai responsabili delle estorsioni, del traffico di stupefacenti e a delineare lo scenario estorsivo palermitano. Sono stati così identificati i soggetti ritenuti responsabili di estorsioni o traffico di stupefacenti. La polizia scientifica è riuscita a ricostruire alcune trame mafiose dei Lo Piccolo estrapolando i dati contenuti nel nastro di una macchina per scrivere, reso apparentemente inservibile e buttato tra i rifiuti.
Secondo quanto è emerso dalle indagini a pagare il pizzo sono stati, tra gli altri, anche alcuni imprenditori che hanno eseguito i lavori di ristrutturazione dell’aeroporto “Falcone e Borsellino”, quelli che hanno realizzato una caserma militare e un asilo materno. La polizia ha fatto luce anche sul progetto dei Lo Piccolo di monopolizzare il mercato palermitano della droga, invadendolo con la cocaina proveniente dal Sud America attraverso i porti olandesi.
“Sul fronte del contrasto al racket del pizzo le operazioni “AddioPizzo” hanno avuto un ruolo strategico nel rompere il muro di omertà dei commercianti. Palermo costituisce l’avanguardia nella lotta al racket del pizzo nel territorio siciliano, rispetto ad alcune zone della provincia che sotto questo profilo restano ancora arretrate”. Dichiarazioni importanti quelle del pm Antonino Ingroia. Le vittime dunque hanno collaborato e denunciato. Un passo avanti per rendere questa terra più pulita e più libera dal malaffare. “La Sicilia - ha aggiunto - è cambiata rispetto ad anni fa. Gli imprenditori si mostrano sempre più collaborativi. E questo è un dato di primaria importanza per il nostro lavoro”.
L'inchiesta “Addiopizzo” si è dunque conclusa ed è tempo di primi bilanci. Il capo della Procura di Palermo Francesco Messineo ha usato molta prudenza. “Siamo di fronte ad una crepa nel muro di omertà dietro al quale si trincerano normalmente le vittime del racket”, ha detto. “Quando i commercianti potranno gestire le proprie attività, preoccupandosi solo del mercato e non vivendo il timore del racket – ha proseguito Messineo – Palermo e in generale la Sicilia saranno terre normali. Soprattutto adesso, in prossimità delle vacanze di Natale, l’appello che rinnovo ai commercianti vittime del racket è di trovare la forza di denunciare i propri estorsori”.
Il presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello ha sottolineato l’importanza della collaborazione degli operatori economici vessati assistiti da Addiopizzo ma soprattutto ha sottolineato che “sono ancora tanti gli operatori economici che continuano a pagare il pizzo, non comprendendo il danno che arrecano al tessuto economico e civile e alla nuova stagione che è in corso nella nostra regione”.
A sottolineare l’importanza e la conclusione dell’operazione anche l’intervento espresso dal governatore Raffaele Lombardo. “L’odierna operazione di Polizia libera una vasta area della città di Palermo dai tentacoli del racket del pizzo, assestando un colpo decisivo a una delle cosche mafiose più pericolose. Esprimo il plauso e la gratitudine dell'intero governo della Regione alla magistratura e alla Squadra mobile della Polizia per l’ennesimo grande risultato nella lotta di liberazione della Sicilia dalla mafia. Da questa operazione emerge uno spaccato significativo di quello che è oggi la mafia, in Sicilia: un’organizzazione ancora pericolosamente capace di infiltrare e inquinare il sistema economico, ma contro la quale, finalmente, un numero sempre maggiore di imprenditori si ribella e denuncia, grazie anche al preziosissimo e coraggioso lavoro delle associazioni antiracket che operano nel territorio, realtà che, con l’impegno culturale e di denuncia civile, affiancano l’attività investigativa di forze dell’ordine e magistrati”.
Buoni auspici per il 2011: che sempre maggiori imprenditori e negozianti si coalizzino nella denuncia e nel rifiuto dell’assoggettamento al racket. Le tasse si pagano allo Stato e non alla mafia.
Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"
venerdì 17 dicembre 2010
La mafia dentro
Castrofilippo, Licata, Lampedusa, Racalmuto, Siciliana e Agrigento: viaggio in alcuni dei Comuni della provincia di Agrigento alle prese con inchieste ed indagini per presunte connivenze tra la cosa pubblica e il malaffare. Secondo il Censis 37 Comuni su 43 della nostra provincia sono a rischio mafia, un territorio con “la mafia dentro” scriverebbe oggi Rita Atria
La provincia di Agrigento è la più mafiosa d’Italia. 37 comuni su 43, pari all'86%, sono impregnati dalla presenza di Cosa nostra. E’ il triste record negativo che emerge dal rapporto del Censis (il Centro studi investimenti sociali) sul “condizionamento delle mafie sull'economia, la società e le istituzioni del Mezzogiorno” consegnato al presidente della Commissione antimafia, Giuseppe Pisanu. Nella “classifica mafiosa” del Censis, dopo Agrigento, c’è Napoli, provincia in cui il 79,3% dei comuni subisce una forte presenza della camorra e poi Caltanisetta, dove sono il 77,3% i comuni con un’indiscussa presenza mafiosa. Tra le regioni è la Sicilia ad avere la maggior quota di comuni coinvolti (195, pari al 50% del totale); seguita dalla Puglia, dove 97 comuni, pari al 37,6% del totale registra la presenza di organizzazioni criminali, dalla Campania (203 comuni, pari al 36,8%) e dalla Calabria (115 comuni, pari al 28,1%). Nelle regioni del Sud, soprattutto in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, 13 milioni di abitanti (il 22% della popolazione italiana e il 77% di quella che risiede nelle 4 regioni), vivono sotto l’ombra della mafia nei 610 comuni connotati per l’esistenza di organizzazioni criminali riconosciute, per la presenza di beni confiscati e per lo scioglimento di enti locali a causa di infiltrazioni mafiose. Ma nell’Agrigentino, si sa, le cosche mafiose abbondano. Molti sono i beni confiscati (anche se spesso rimangono inutilizzati) e vari i comuni sciolti per mafia. E poi fino a poche settimane fa c’erano i due boss Giuseppe Falsone e Gerlandino Messina, ritenuti rispettivamente, capo e vice capo della Cosa nostra Agrigentina, inseriti dal Viminale tra i 30 latitanti più pericolosi d’Italia, arrestati rispettivamente a Marsiglia e Favara. Ed ecco come Agrigento raggiunge, ancora una volta, il suo record negativo. Di Castrofilippo, dell’operazione Family, del consiglio comunale sciolto per infiltrazioni mafiose, delle indagini che riguardano l’ex sindaco ma anche Cimino padre e Cimino figlio, abbiamo più volte scritto. Adesso buttiamo l’occhio anche su alcuni degli altri comuni agrigentini interessati da indagini inerenti alla criminalità organizzata.
Guardiamo per esempio all'anomala situazione del comune di Licata, dove il sindaco, Angelo Graci, nello scorso novembre fu arrestato per aver intascato presunte tangenti da un imprenditore dello spettacolo. Graci, poco dopo l’arresto, è tornato in carica come sindaco grazie ad una legge regionale che glielo permette (è stato presentato, comunque, un disegno di legge regionale che dispone siano sospesi dalla carica anche gli amministratori ai quali la magistratura ha disposto, l’obbligo di dimora, i divieti di soggiorno, di espatrio o l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria) ma ha l’obbligo di non mettere piede alcuno nel paese che amministra (divieto di dimora poi confermato anche dalla Cassazione). Graci di fatto amministra la sua città, ma a 50 chilometri di distanza. Ed ancora Graci è stato coinvolto nell’operazione denominata “Tre Sorgenti”. Secondo l’accusa, utilizzando il suo ruolo istituzionale, avrebbe permesso la stipula di un accordo tra l’Ato di Agrigento e una società idrica chiedendo a quest’ultima come contropartita l’assunzione dei suoi due figli. Secondo quanto si è appreso, nei suoi confronti la polizia di Stato avrebbe eseguito una perquisizione. Per questo reato è pendente un processo davanti alla terza sezione penale del Tribunale di Agrigento. Situazione alquanto strana che ha attirato l’attenzione anche di tv nazionali qualche giorno fa; in questo caso la mafia sembra c’entrare poco, ma la situazione rimane comunque stranissima.
Stessa sorte per l’attuale sindaco di Lampedusa, Bernardino De Rubeis, tornato in carica dopo l’arresto del 21 luglio 2009 per presunta concussione dopo delle indagini avviate in seguito alla denuncia di un imprenditore che raccontò di essere stato costretto a consegnare somme di denaro al sindaco, pena il ritardo nella riscossione di alcuni crediti vantati nei confronti del comune. Più esattamente De Rubeis fu accusato di aver preteso tangenti da tre imprenditori agrigentini: Sergio Vella, Massimo Cam¬pione e Pasquale De Francisci che operavano nell’isola per lavori di costruzioni e tutela ambientale. Secondo i loro racconti, avrebbero pagato soldi per accelerare la macchina burocratica del Comune. Accuse che De Rubeis ha sempre respinto ed è stato creduto dal Tribunale del riesame che ha annullato le relative ordinanze di custodia cautelare, sostenendo che quei soldi in realtà erano da considerare solo dei prestiti a titolo personale. In una recente udienza dello scorso 11 ottobre 2010 hanno chiesto di costituirsi parte civile Confindustria Agrigento, tramite il presidente Giuseppe Catanzaro che ha dato incarico di rappresentare l’associazione degli industriali all’avvocato Marzia Fragalà, Legambiente e il segretario cittadino di Lampedusa del PD, Peppino Palmeri. Ferma l’opposizione degli avvocati della difesa di De Rubeis.
Ed ancora a Racalmuto, città del compianto scrittore Leonardo Sciascia: il sindaco Salvatore Petrotto è indagato, in stato di libertà, per un presunto caso di tentativo di corruzione. Secondo l’accusa Petrotto, assieme al presidente del consorzio acquedotto Tre Sorgenti, l’avvocato Calogero Mattina, (agli arresti domiciliari), avrebbe chiesto all’amministratore delegato di Girgenti Acque, di versargli dei soldi per non danneggiarla con iniziative legali. Secondo la ricostruzione della Procura di Agrigento, grazie alle indagini della polizia di Stato, il reato non si sarebbe consumato per l’opposizione della vittima a queste richieste. Ma Petrotto sarebbe coinvolto direttamente anche nell’operazione antidroga: l’avvocato Calogero Mattina, presidente del consorzio idrico Tre Sorgenti, è accusato d’avergli ceduto cocaina, nel febbraio del 2009.
Nel maggio scorso Petrotto ammise pubblicamente d’aver fatto uso di droga, parlando di un “momento difficile” della sua vita. Petrotto ha chiesto “scusa” ai suoi concittadini.
Di fatto Petrotto è ancora in carica ma è corretto riportare anche la risposta alle accuse del primo cittadino di Racalmuto che attraverso un comunicato contesta le accuse. “E’ chiaro che si paga sempre un prezzo e nel mio caso salatissimo, per le battaglie che si conducono contro la privatizzazione dell´acqua” dichiara Petrotto. “E’ il mio caso specifico e di chi ha contrastato, in tutte le sedi giudiziarie, coloro i quali hanno avuto in gestione per 30 anni il sevizio idrico integrato in provincia di Agrigento. Chi tocca i fili, rischia sempre di morire. L’avere osteggiato politicamente chi attualmente gestisce il ciclo delle acque nell’agrigentino comporta anche questo, delle chiare calunnie per le quali ho dato mandato al mio legale, per tutelarmi in tutte le sedi. Sono amareggiato e sconfortato nel continuare a subire l’onta e l’umiliazione del continuo rovesciamento di inoppugnabili verità. Chi si batte per la collettività, chi difende gli interessi dei più deboli, purtroppo rischia di diventare bersaglio del primo potente di turno. Sono fiducioso che l’accertamento della verità, come mi è capitato già in passato, possa fare giustizia di alcune errate e false segnalazioni di chi ha il solo ed esclusivo intento di difendere i suoi ingenti interessi, alla luce anche delle recenti norme in materia di pubblicizzazione dell’acqua. E chi è stato condannato a risarcire alla collettività, qualche milione di euro, tenta una disperata difesa, offendendo e cercando di salvare il salvabile. Infatti l’attuale gestore, in provincia di Agrigento, a breve, dovrà, quasi sicuramente, mollare questo prezioso servizio, per via dell’entrata in vigore della nuova legge che sancisce il sacrosanto principio che l’acqua è un bene pubblico ed è un diritto di ogni cittadino, quello di averne la disponibilità così come l’aria che respiriamo. Se dovevo essere arrestato per avere difeso questi principi e questi valori, subendo le calunnie di qualcuno, ebbene sono fiero di aver condotto questa battaglia che, in provincia di Agrigento, è stata sostenuta da migliaia di persone e che a qualcuno è costata qualche milione di risarcimento destinato alla collettività. Questa è la verità. E per queste ragioni sono stato ignominiosamente tirato in ballo. Capisco che è difficile farsi sentire” conclude Petrotto, “quando vige uno strapotere che anche in mezzo all’acqua ha inteso mettere salde radici. Con grande gratitudine e fiducia nella Giustizia”.
E come dimenticare le vicende di Siculiana, comune sciolto per mafia qualche tempo fa. Cinque imprenditori che raccontarono di aver pagato il pizzo e essersi piegati al racket delle estorsioni e che grazie alle loro testimonianze condussero gli inquirenti all'iscrizione nel registro degli indagati dell'allora sindaco Giuseppe Sinaguglia e del comandante dei vigili urbani del paese Giuseppe Callea. Fra gli arrestati vi fu un consigliere comunale, tal Francesco Gucciardo. Quella inchiesta scaturì anche grazie al contributo delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Di Gati. Fra gli imprenditori che ammisero di aver versato alla mafia agrigentina somme di denaro c’era anche il presidente di Confindustria di Agrigento, Giuseppe Catanzaro che fu costretto a pagare 75mila euro alla famiglia mafiosa di Siculiana per la protezione dei propri cantieri. Oggi Siculiana tenta il riscatto con il nuovo sindaco Mariella Bruno, insediatasi da qualche mese. La situazione sarà sicuramente difficile, ma serietà, onestà ed impegno se messe in atto, alla fine pagheranno.
Ad Agrigento città, invece, recentissime sono le tre richieste d’arresto (operazione denominata Tetris) per quattro dipendenti del Comune, tra cui il dirigente del settore Affari sociali. I coinvolti sembrano essere diciotto persone indagate a vario titolo, e sullo sfondo, un suicidio, due attentati, querele e controquerele e un presunto imbroglio legato ad un appalto di poco meno di un milione di euro che secondo l’accusa è stato affidato con sistemi non contemplati dalla legge e, soprattutto, con metodi ritenuti personalistici e proiettati a consegnare l’appalto ad una società “amica”. Una vicenda di malaffare che vede protagonista il bando gara rivolto all’affidamento del servizio sociale professionale e segretariato sociale ad equipe specialisti esterni. Gli indagati sono Giovanni Lattuca, dirigente del settore “Affari sociali” che comprende anche quello della solidarietà sociale, e il personale dipendente, Antonella Sciarrotta, Arturo Attanasio e Anna Maria Principato. Tutti sono accusati di aver avuto un ruolo nell’affidamento dell’appalto del servizio di assistenza domiciliare anziani, gara svoltasi nel marzo del 2009, ed aggiudicata dal Consorzio “Il Punto”, guidato da Maria Rita Borsellino (anch'essa indagata) a scapito del Consorzio Agrica, una associazione di cooperative. Adesso si attende la decisione del Gip Zammuto e sapremo se sospenderà dal servizio i quattro dipendenti comunali. Giovanni Lattuca, intanto, si è dimesso dall’incarico.
Situazioni squallide che fanno precipitare ulteriormente la fiducia dei cittadini nella politica ma che rinforzano quella per la Magistratura che, senza sconti, sta provando a debellare questi vili atti criminosi in una terra difficile come la nostra. E’ evidente il grado di corruzione che in provincia ha raggiunto livelli altissimi. E’ questa la politica del fare, dello sviluppo, del lavoro? Invitiamo i cittadini agrigentini e della provincia a schiaffeggiare metaforicamente il candidato che alle prossime elezioni promette posti, lavoro, sviluppo: mandatelo a quel paese, questa melma vuole solo attentare al futuro vostro e dei vostri figli. La gente a cui vogliamo credere è come quella di Falcone e Borsellino, uomini che hanno creduto nei valori della giustizia e della libertà, persone perbene come il giudice Rosario Livatino, modello di onestà e di trasparenza da seguire.
Tutti i cittadini della provincia però non devono pretendere onestà e trasparenza soltanto da chi governa la cosa pubblica a tutti i livelli ma anche da se stessi. Perché lo Stato siamo tutti noi, perché i primi a cambiare e a comportarci correttamente dobbiamo essere tutti noi. Come scriveva Rita Atria: “Prima di combattere la mafia devi farti un auto esame di coscienza. Poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici. La mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci.”
Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"
mercoledì 1 dicembre 2010
Presentato a Sciacca "Sotto Processo" di Benny Calasanzio che afferma: "Informare per cambiare"
Passa dall’informazione il futuro della società e della classe dirigente italiana ne è convinto Benny Calasanzio a Sciacca per presentare il suo ultimo libro: “Sotto Processo”. Presenti all’evento anche il magistrato Vella e l’imprenditore antiracket Ignazio Cutrò.
E’ stato presentato sabato scorso a Sciacca l’ultimo libro di Benny Calasanzio intitolato “Sotto Processo”, Editori Riuniti.
L’evento, che è stato organizzato dall’associazione di promozione sociale L’AltraSciacca col patrocinio del Comune, si è tenuto presso l’ex chiesa Santa Margherita ed è stato moderato dal giornalista Giuseppe Pantano.
Presenti alla presentazione del libro anche il sostituto procuratore Salvatore Vella in qualità di relatore e l’imprenditore di Bivona Ignazio Cutrò, seduto in platea, tra il pubblico, insieme alla moglie, alla figlia e ai due uomini di scorta.
Tanta gente ha seguito la manifestazione in modo interessato tanto che, alla fine, ne è seguito un breve dibattito, con delle domande poste all’autore, proprio dal pubblico.
Occorre sottolineare invece la quasi totale mancanza delle personalità politiche locali. A parte il consigliere comunale del Pd Maurizio Grisafi, mancavano tutti: consiglieri, assessori, sindaco, insomma dell’amministrazione non c’era nessuno. Nemmeno per un saluto, nemmeno in segno di cordialità nei confronti del magistrato Vella che, quasi da solo, tira avanti all’interno del tribunale di Sciacca o di Calasanzio che ha avuto un nonno e uno zio uccisi dalla mafia a Lucca Sicula, nemmeno per un gesto di solidarietà a Ignazio Cutrò che ormai sta lottando da solo la sua battaglia contro la mafia e contro quei pezzi dello Stato che non lo stanno aiutando a dovere decretando la fine della propria impresa edile. L’assessore Alberto Sabella, durante la conferenza stampa che ha decretato la nascita a Sciacca del gruppo finiano di “Fli”, aveva detto che la giunta si “era spostata troppo a sinistra.” Premesso che valori come l’antimafia, la giustizia, il rispetto della legge e della legalità non hanno colore politico, né simboli di partito, un’amministrazione comunale che si dice essere di “centro-sinistra” sarebbe dovuta essere presente in messa a questo evento. Invece niente, silenzio. Tornando al libro di Calasanzio, questa la descrizione che aveva redatto “Il Fatto Quotidiano”, il giornale di Padellaro e Travaglio e per il quale collabora anche Calasanzio.
“Come un cancro diffuso, illegalità e violazione delle leggi non sono prerogativa esclusiva dei politici nostrani. Un nutrito gruppo di colletti bianchi, manager d’azienda, amministratori delegati, costruttori, giornalisti, funzionari dello Stato e della Chiesa, dello spettacolo e dello sport li emula nei medesimi comportamenti. Benny Calasanzio, giovane giornalista free lance, raccoglie e documenta le più eclatanti vicende attuali, ponendo particolare attenzione ai procedimenti che riguardano le pericolose connivenze con Cosa Nostra. Uno spaccato desolante dell’Italia e della sua classe dirigente, denunciato con un’ormai rara passione civile in questi nostri tempi d’individualismo e rincorsa al potere a ogni costo.” (da “Il Fatto Quotidiano” del 24 Ottobre 2010).
L’orgoglio di una classe dirigente: tutti indagati e contenti.
Una foto di gruppo degli uomini e delle donne al timone di questa nazione, che nonostante siano indagati e sotto processo non mollano la presa e rimangono saldamente in sella, il più delle volte fortificati dalla solidarietà dei colleghi. Perché in questo caso la casta di appartenenza si chiude come una sorta di falange impenetrabile, che si autoassolve e si autoconserva.
Il libro di Benny Calasanzio è un piccolo horror con protagonisti politici e industriali. Un elenco di “diversamente onesti”, quelli per i quali tacere diventa colludere. Una storia con un finale già scritto: e vissero tutti indagati e contenti. Si potrebbe dire: “sotto processo e me ne vanto”. Politici, imprenditori, eminenze grigie: il “meglio” dell’Italia ha la fedina sporca.” Queste invece alcune delle parole scritte in merito da Marco Travaglio.
Una materia scottante insomma, uno spaccato della classe dirigente italiana desolante. “E’ un libro che ha la scadenza come lo yogurt” ha detto Calasanzio durante la presentazione. “Le indagini continuano, aumentano coloro sui quali aggravano denunce o condanne. Avrei potuto continuare a scriverlo. Evidentemente ci saranno altre nuove edizioni di Sotto Processo.”
Benny Calasanzio ha ampliato lo spettro d’indagine a tutta la classe dirigente italiana, raccontando le disavventure di magistrati, medici, imprenditori, senza ovviamente dimenticare i politici. Storie conosciute, altre meno. Un viaggio per capire, secondo l’ottica dell’autore naturalmente, “chi semu manu a nuddru” come si dice a Sciacca. Un quadro desolante anche della società civile che spesso non si arrabbia contro i disonesti, che non reagisce, che diventa indifferente. “Spesso votano o simpatizzano per chi li ha rovinati e così gli arresti, gli avvisi di garanzia, i rinvii a giudizio e le condanne fanno curriculum per la carriera politica, manageriale, imprenditoriale, dirigenziale.”
In Italia nessuno ormai più si dimetta una volta subite denunce o condanne. Il confronto con qualunque altra democrazia è imbarazzante e devastante. Barack Obama, appena insediato alla presidenza degli Stati Uniti, rinunciò a tre ministri appena designati nel suo primo governo: Tom Daschle, colpevole di un’evasione fiscale per 120 mila dollari (tasse non pagate per una vettura con autista messa a sua disposizione da una compagnia privata); Nancy Killefer (rea di non aver pagato per un anno e mezzo i contributi alla colf, peraltro poi versati successivamente); e Bill Richardson (oggetto di un’inchiesta per presunta corruzione).
“Viene quasi da sorridere. La gravità dei reati che hanno portato alla rinuncia da parte di Obama di questi tre ministri risultano quasi ridicoli al cospetto dei reati che hanno coloro che continuano a guidare questo nostro paese” dice Calasanzio.
Alla fine un barlume di speranza per il futuro. Cambiare si può ma soltanto attraverso una coraggiosa, puntuale e libera informazione. “Quando la gente riesce ad essere informata, capisce e quando capisce pensa a cambiare le cose. Servono a questo i libri di denuncia, serve a questo il mio libro, serve a questo il programma di Saviano, servono a questo le battaglie degli altri autori. Ed è proprio per questo, per evitare che qualcosa cambi, che fanno di tutto per ridurci al silenzio.”
Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"
venerdì 26 novembre 2010
Io vedo, io sento, io parlo. Il coraggio della denuncia. Il dovere di aiutare chi denuncia il pizzo
Ignazio Cutrò e Valeria Grasso: l’esempio di due imprenditori che hanno avuto il coraggio di denunciare e respingere il pizzo nonostante gli attentati intimidatori. Catanzaro: “Colpire i pochi che danneggiano i molti”. Occorre cambiare mentalità: no all’omertà, no alle tre scimmiotte, si alla denuncia
“Dopo tutti gli appelli lanciati a istituzioni e politici, visto l’aggravarsi della mia situazione economica ho deciso di vendere i miei organi, a partire dai miei reni”. Era scritta all’incirca così, nella sezione annunci di Ebay, la proposta di vendita avanzata dall'imprenditore bivonese Ignazio Cutrò per ripagare i debiti contratti in questi anni da quando fu tra i teste dell'operazione “Face Off”, condotta dai carabinieri della Compagnia di Cammarata.
La situazione, che non è per niente una provocazione, nel frattempo ha riscosso l’attenzione dei media nazionali e locali. Tv, giornali, radio, tutti a chiedersi pubblicamente come sia stato possibile. Come se, per accorgersi di una questione, si debba per forza suscitare clamore.
La richiesta, anzi l’offerta di organi, è stata rimossa da Ebay, ma la problematica dell’imprenditore edile non è cambiata molto. Ignazio Cutrò ha fondato l’associazione antiracket “Libere Terre” che fa opera di sensibilizzazione verso gli imprenditori affinché tutti denuncino il pizzo, da aiuto a quelle persone vittime di estorsioni e che intendono uscirne fuori ma ad oggi non ha ancora una sede ufficiale anche se tutti sanno che su Ignazio possono sempre contare nonostante le sue personali vicende. Delle sue richieste per la realizzazione di una assicurazione in sostegno degli imprenditori che denunciano il racket non è rimasto molto. Tanti quei politici che hanno mostrato iniziale interesse, forse di facciata, senza poi portare a nulla di concreto.
Adesso Ignazio Cutrò, che non gode più della sospensione prefettizia dal pagamento dei propri debiti, dovrà restituire alle banche 250 mila euro. Soldi che ad oggi l'imprenditore, che ha visto ridursi drammaticamente le proprie commissioni in questi anni, non possiede. Senza lavoro, con un’attività ormai ridotta sul lastrico, con una ventina di dipendenti anche loro in difficoltà è difficile parlare di legalità e coraggio. “Ho lanciato appelli di ogni tipo ad ogni livello, ha affermato Cutrò, anche solo per chiedere di poter riprendere a lavorare, ma nessuno mi ha mai risposto. Quasi come se attorno a me ci fosse un complotto per levarmi definitivamente di mezzo”.
Della sua storia si è occupato anche il giornalista Benny Calasanzio su “Il Fatto Quotidiano” attraverso un’intervista al pubblico ministero di Sciacca, Salvatore Vella, applicato dalla Dda di Palermo e titolare dell'inchiesta che portò al blitz “Face Off”.
“La storia di Ignazio Cutrò – ha detto Vella - la pagheremo per almeno ventanni. Quando, tra un paio di generazioni, qualche imprenditore vorrà denunciare la mafia gli ricorderanno la vicenda di quella che ormai è una sconfitta dello Stato, ovvero la triste storia di Ignazio Cutrò. La politica dovrebbe farsi carico di questo problema, si dovrebbero trovare tutti i modi possibili per fare lavorare Cutrò e la sua azienda. I cittadini di Bivona e del circondario – ha concluso Vella su “Il fatto” - dovrebbero mettersi una mano sulla coscienza: Ignazio costruiva case, tirava su muri, com’è possibile che nessun privato dal 2008 gli abbia commissionato lavori? In quel caso non si sarebbe arrivato a tanto”.
Parole forti, parole dure, parole che testimoniano quanto sia difficile per gli stessi uomini della magistratura aiutare chi decide di percorrere la strada più tortuosa: quella della denuncia. Eppure è proprio quella l’unica strada percorribile se vogliamo che qualcosa cambi anche per ognuno di noi.
Una questione purtroppo che non riguarda soltanto Cutrò ma anche altri imprenditori ed imprenditrici siciliane.
Valeria Grasso, un’imprenditrice palermitana che ha avuto il coraggio di far denunciare i suoi estorsori, ora sostiene di “essere stata abbandonata dalle istituzioni” e dal presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello. Grasso, titolare di due palestre a Palermo, ma non iscritta a Confindustria, lancia un duro atto d’accusa nei confronti del presidente degli industriali nell'isola. Lo Bello, ha detto “suggerisce agli imprenditori siciliani di denunciare e, qualora avessero paura, di rivolgersi a lui che si schiererà in prima fila contro la mafia al posto loro. Tutte parole che lasciano il tempo che trovano, perchè poi di fronte ai fatti la granitica presa di posizione di Lo Bello si riduce ad un’indifferenza che lascia esterrefatti”.
Io ho denunciato - dice ancora Valeria Grasso - e sono stata abbandonata da tutti. Quindi non accetto le parole di Lo Bello. Vorrei capire qual è l’aiuto che il presidente di Confidustria Sicilia offre ai siciliani, visto che io da lui sono stata del tutto ignorata”.
Come nel caso di Cutrò, numerosi sono gli atti intimidatori che la donna ha subito negli ultimi tempi ai danni delle sue due auto, della casa del padre e delle palestre che gestisce. Nei locali della palestra di Mondello per esempio ha trovato delle croci nere dipinte e le sono stati tagliati i cavi della luce. Per suoi numerosi appelli a Confindustria, a esponenti di Governo e al Presidente della Repubblica, a detta della donna, non ha mai ricevuto risposta. “Visto che sono stata del tutto ignorata, a quale categoria appartengo: ho paura o sono collusa?” Solidarietà all’imprenditrice è stata espressa dalla parlamentare europea di Idv, Sonia Alfano.
Persone che hanno avuto il coraggio di rinunciare alla sicula logica delle tre scimmiotte: nenti vitti, nenti n’tisi, nenti sacciu. Il contrario: io vedo, io sento, io parlo. Con dignità e onestà, con la consapevolezza di accedere alla via maggiormente complicata.
Si può lavorare onestamente in Sicilia e in provincia di Agrigento? Si può lavorare senza pagare il pizzo? Si può accedere agli appalti pubblici senza l’aiuto interno o esterno di “amici” fuori e dentro le mura di un Comune? Si possono costruire dei centri commerciali senza che ci siano ombre dietro? Se analizziamo le indagini con i risvolti che conosciamo partendo dal comune di Castrofilippo, la situazione non sembrerebbe delle migliori per avere risposte positive alle nostre domande. Castrofilippo, comune smontato dall’operazione “Family”, era una vera centrale politica della mafia. L’arresto del sindaco Salvatore Ippolito con l’accusa gravissima di associazione a delinquere di stampo mafioso, lo scioglimento per mafia dell’intero consiglio comunale, la presenza di “uffici” paralleli tra mafia e politica e il presunto coinvolgimento dell'onorevole Michele Cimino e di suo padre, i quali si dichiarano estranei ai fatti, sembrerebbero ancora una volta testimoniare la gravissima commistione tra criminalità e esercizio delle pubbliche funzioni.
Il presidente di Confindustria Agrigento, Giuseppe Catanzaro, a seguito di questa indagine pronunciò qualche settimana fa delle parole pesanti che forse sono passate fin troppo inosservate.
“Gli imprenditori normali che dovevano investire a Castrofilippo” - ha detto Catanzaro – “potevano competere in un contesto di mercato libero o erano chiamati a confrontarsi con uno spaccato guidato dalla mafia? Il contesto descritto dal questore Girolamo Di Fazio e dal dottor Teresi introduce interrogativi semplici che formuliamo per agevolare la comprensione degli effetti della devianza mafiosa che agevola pochi e danneggia tutti gli altri normali: un imprenditore per avere una concessione, un’autorizzazione, un pagamento poteva farlo nella normalità? Gli imprenditori mafiosi o vicini alla mafia erano agevolati nel perseguimento dei loro affari? I protocolli informatici che consentono di tracciare chi fa cosa dentro la pubblica amministrazione, se fossero stati applicati, avrebbero reso meno facile quello che si è verificato? Dobbiamo avere collettivamente una strategia per realmente cambiare pagina senza cercare come spesso avviene di delegare ad altri la cura di un contesto sociale nel quale tutti siamo chiamati a fare la nostra parte. La politica, che è fatta di tanta gente per bene, deve occuparsi del fenomeno dei pochi che danneggiano con il loro agire quanti si adoperano a servizio delle collettività a volte in contesti difficili. E’ proprio per valorizzare l’impegno di questi ultimi – ha concluso Catanzaro - che lanciamo l’invito ad agire con urgenza per impedire che le generazioni di oggi e quelle di domani debbano ancora confrontarsi con gli effetti nefasti delle mafie”.
I pochi che danneggiano i molti dunque. In un contesto però di sostanziale connivenza. Connivenza che non significa soltanto delinquere ma anche fare finta di nulla, voltarsi dall’altra parte, lasciare che mai nulla cambi. Alla società civile il compito di credere che un cambiamento possa essere possibile, alle forze dell’ordine e alla politica onesta il dovere, altrettanto difficile, di aiutare a metterlo in pratica.
Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"

