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venerdì 1 aprile 2011

Sequestrati beni spagnoli ad Agrò

La DIA sequestra in Spagna altri 3 milioni di euro a Diego Agrò, già colpito l’anno scorso da un altro sequestro per un ammontare di 53 milioni di euro. Intanto dal punto di vista legislativo lo Stato Italiano sembra ancora carente in merito ai beni dei mafiosi sequestrati all’estero

Grazie ad una operazione della Direzione Investigativa Antimafia di Palermo sono stati sequestrati in Spagna beni per 3 milioni all'imprenditore alimentare Agrò già detenuto per una condanna all'ergastolo e che è ritenuto vicino ad alcuni boss mafiosi dell’agrigentino.
Si tratta di tre società per la produzione ed il commercio di olio alimentare, latticini ed altri prodotti che hanno sede in Spagna, in Andalusia, paese verso il quale è stata avanzata una rogatoria internazionale alla competente autorità giudiziaria.
L’imprenditore colpito dal provvedimento di sequestro è Diego Agrò, di 64 anni, originario di Racalmuto, noto da tempo alle forze dell’ordine. Agrò viene indicato dagli investigatori come vicino ai capimafia agrigentini Salvatore Fragapane, Giuseppe Fanara e Maurizio Di Gati. Nel 2009 è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Mariano Mancuso, ucciso a Aragona nel ’92. L’operazione relativa al sequestro delle tre aziende del settore oleario impiantate dall’imprenditore siciliano in Spagna è stata coordinata dalla Dia di Palermo, diretta dal capo centro colonnello Giuseppe D’Agata.
Precisamente per quanto riguarda questi sequestri, sono stati effettuati nella provincia di Jaén, città spagnola con una forte attività agricola basata sulla monocultura dell’olivo e la produzione di olio. Sono la: “Industria siciliana oleicola y alimentaria sl”, con sede a Martos (Jaèn), “Aceites San Francesco Sl”, con sede ad Alcalà La Real (Jaèn); “Cosmoliva sl”, con sede ad Alcalà La Real (Jaèn).
A Diego Agrò lo scorso anno, sempre la Direzione investigativa antimafia di Palermo, aveva già sequestrato beni per 53 milioni di euro.
Il Tribunale di Agrigento, a giugno 2010, aveva trasmesso richiesta di rogatoria internazionale al ministero di Giustizia spagnolo per l’esecuzione del sequestro. Diego Agrò è stato arrestato nel 2007, insieme al fratello Ignazio, anch’egli imprenditore nel settore alimentare, nell’ambito dell’operazione antimafia “Domino 2” della Dda di Palermo, a seguito delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Di Gati, già capo di Cosa nostra agrigentina, e condannato alla pena dell’ergastolo, nel 2009, dalla Corte d’Assise di Agrigento, per l’omicidio di Mariano Mancuso, avvenuto ad Aragona nel 1992.
In sede processuale è stata dimostrata la valenza criminale dei fratelli Agrò, nonché i loro stretti rapporti con i capi mafia della provincia agrigentina Salvatore Fragapane, Giuseppe Fanara e Maurizio Di Gati, ai quali gli imprenditori si rivolgevano per dirimere le controversie susseguenti alla loro attività di “usurai”, fino a spingersi ad ottenere l’uccisione di Mancuso che si era rifiutato di restituire il denaro avuto in prestito. Lo stesso Fragapane aveva investito denaro di Cosa nostra nell’attività degli Agrò che, grazie all’appoggio incondizionato dell’organizzazione, erano così riusciti ad incrementare il patrimonio personale.
Questa operazione però potrebbe rivelarsi inutile perché il Governo italiano non segue la Ue nella lotta ai capitali sporchi.
Quindi, ammesso e non concesso che questi beni vengano poi definitivamente sequestrati, lo Stato italiano non incasserà mai un centesimo che continueranno dunque a rimanere ai legittimi proprietari.
Perché? Perché l’Italia non ha mai approvato con legge la decisione quadro 2006/783 del consiglio europeo, in materia di confisca e condanna.
Proprio questo è il passo che manca all’Italia e che rende impossibile – in base al principio di reciprocità che prevede che entrambi i Paesi recepiscano la normativa europea – la confisca dei beni.
Il Governo non si è attivato per evitare la mancata attuazione della decisione quadro e per il momento non ha inserito alcuna disposizione nell’ambito della legge comunitaria 2011 (disegno di legge n. 2322).
Oltre alla Germania hanno recepito la decisione quadro anche la Francia e proprio la Spagna, quest’ultima nazione dove gli investimenti delle mafie italiane sono numerosi, come dimostra l’attivismo della Procura distrettuale antimafia di Napoli e Palermo. L’Italia non ha recepito in sede di discussione della Comunitaria l’emendamento che avrebbe dovuto sanare questa situazione al Senato e, tutto lascia pensare, che non lo farà neppure alla Camera. Motivo per il quale il Pd sta pensdando di presentare autonomamente un progetto di legge. Addirittura l’attuale procuratore generale della Repubblica di Ancona, Enzo Macrì, per una vita sostituto procuratore nazionale antimafia, è salito a Bruxelles e in Commissione, tra le tante doglianze sulla mancata armonizzazione delle legislazioni europee in materia antimafia, ha ricordato anche questa.

Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"

mercoledì 22 dicembre 2010

Concerto a Sciacca Musica Per L'Africa: for Burundi

Mercoledì 22 dicembre alle 21 presso l’auditorium San Francesco di Sciacca concerto dell’orchestra “Ruggero II” diretta dal Maestro Antonio Giovanni Bono. Una serata all’insegna della buona musica e della solidarietà: tutto l’incasso verrà devoluto affinché si porti un aiuto concreto ai bambini del Burundi

L'ARCI di Sciacca e l'associazione T.U.ONLUS insieme per il concerto di beneficenza “Musica per l’Africa: a sostegno delle popolazioni del Burundi”. Una serata particolare, di musica e solidarietà, quasi alla vigilia del Natale, per comprendere l’importanza del sostegno umanitario e per ascoltare la cosiddetta “musica colta”. Si esibirà infatti l’orchestra da camera “Ruggero II” di Palermo diretta dal Maestro Antonio Giovanni Bono e composta da alcuni dei migliori musicisti italiani, professionisti che hanno avuto esperienze in diversi teatri importanti italiani ed internazionali.
Il concerto si terrà presso l’auditorium San Francesco di Sciacca mercoledì 22 dicembre a partire dalle ore 21.
Per informazioni e lasciare il proprio contributo economico acquistando i relativi biglietti si ci può rivolgere all’ASTAP Viaggi di corso Vittorio Emanuele, a Sciacca.
Durante la serata ci sarà anche la proiezioni di video realizzati in modo amatoriale dalla T.U. ONLUS in Burundi, l’esposizione di oggetti di artigianato provenienti dal luogo e una degustazione di vini a cura della Cantina Settesoli.
Partecipa alla serata anche l’associazione “Carta 9 Gennaio” di Palermo che parlerà del suo importante contributo alle popolazioni del Terzo Mondo.
L’evento si svolge grazie al patrocinio delle Terme di Sciacca e grazie al contributo di diversi sponsor. Ma qual è l’obiettivo della serata? Portare avanti in Burundi il Progetto “Avrai una casa” promosso dall'associazione T.U. ONLUS e rivolto in particolar modo ai bambini e ragazzi di strada.
“I Na Nye Yiri”, in swahili “Avrai Una Casa”, è il nome del progetto che l’associazione T.U. ONLUS intende realizzare in Burundi. Il nome rappresenta un augurio africano che il padre faceva al figlio prossimo all’unione nuziale. Il Progetto verrà realizzato a Caga, collina burundese ubicata nella provincia di Ruyigi. I Na Nye Yiri si prefigge i seguenti obiettivi: migliorare le condizioni di vita dei bambini orfani e ragazzi di strada attraverso la costruzione di una struttura di accoglienza e il reinserimento nelle famiglie, garantendo loro un’alimentazione sana ed equilibrata, l’istruzione scolastica e la copertura sanitaria; rendere autonomo il complesso progettuale attraverso lo sviluppo di attività produttive, artigianali e agro-zootecniche finalizzate a finanziare il progetto.
In particolare la prima Unità di Produzione (UP) è rappresentata dal Progetto Mpungwe che ha lo scopo di sviluppare il comparto agropastorale attraverso la valorizzazione di aree marginali, ubicate nella catena montuosa del Mpungwe. Il progetto verrà realizzato in tutte le sue fasi coinvolgendo attivamente la popolazione burundese nella convinzione che il coinvolgimento attivo e la partecipazione diretta degli attori locali rappresenti il presupposto necessario per la riuscita di qualsiasi progetto di sviluppo territoriale.
Ma qual è oggi la situazione del Burundi? Come si sa, il Burundi è un piccolo Stato dell’Africa sub-sahariana la cui popolazione si aggira intorno ai 8,5 milioni di abitanti. Ha un passato turbolento caratterizzato da dominazioni straniere e da frequenti conflitti etnici.
La guerra civile ha fatto sì che il Burundi venisse classificato tra i dieci Paesi più poveri del pianeta. Le cure mediche, gli ambulatori e gli ospedali rappresentano un lusso, usufruibile solamente dal 20% della popolazione. Il 46,3% della popolazione presenta un’età inferiore ai 14 anni. Si stima che oltre 230.000 bambini siano rimasti orfani a causa della guerra e dell’AIDS. Il tasso di analfabetismo è pari al 59% della popolazione con percentuali che variano di molto se si considerano i grandi centri urbani o le zone interne di collina. Le infrastrutture statali, la costante presenza di una instabilità politica ed una povertà crescente rendono incerto il futuro delle nuove generazioni che spesso sono abbandonate a se stesse o, nella gran parte dei casi, ha già un futuro segnato.
L’Associazione T.U. Onlus è nata relativamente da poco ma attraverso il presidente, Ignazio D’Asaro, si è recata già un paio di volte in Burundi per mettere le basi del progetto in questione e portare aiuto. L’acronimo “T.U.” sta per “Twunge Ubumwe” che significa “Facciamo l’Unione”. Si tratta di un’Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale (ONLUS). Il nome allude “all’unione” fra le diverse etnie presenti in Burundi. L’Associazione si occupa di cooperazione allo sviluppo ed in particolare: idealizza, propone e promuove progetti di sviluppo nei Paesi emergenti, in particolar modo in Burundi; opera principalmente nel campo dell’assistenza e tutela a sostegno di soggetti indigenti, con particolare riferimento ai bambini burundesi; promuove il comparto agro-zootecnico burundese attraverso la realizzazione di progetti nel rispetto di principi etici che durino nel tempo, che siano sostenibili, equilibrati e stabili.
Insomma ci sono tutte le premesse per vivere, giorno 22 dicembre, una bella serata: riflessioni, solidarietà e ascolto di musica, non solo “classica”, ma anche colonne sonore di film famosi e che hanno fatto la storia del cinema, e alcuni brani natalizi, propri dell’atmosfera di questi giorni. Non mancate.

Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"

venerdì 17 dicembre 2010

La mafia dentro

Castrofilippo, Licata, Lampedusa, Racalmuto, Siciliana e Agrigento: viaggio in alcuni dei Comuni della provincia di Agrigento alle prese con inchieste ed indagini per presunte connivenze tra la cosa pubblica e il malaffare. Secondo il Censis 37 Comuni su 43 della nostra provincia sono a rischio mafia, un territorio con “la mafia dentro” scriverebbe oggi Rita Atria

La provincia di Agrigento è la più mafiosa d’Italia. 37 comuni su 43, pari all'86%, sono impregnati dalla presenza di Cosa nostra. E’ il triste record negativo che emerge dal rapporto del Censis (il Centro studi investimenti sociali) sul “condizionamento delle mafie sull'economia, la società e le istituzioni del Mezzogiorno” consegnato al presidente della Commissione antimafia, Giuseppe Pisanu. Nella “classifica mafiosa” del Censis, dopo Agrigento, c’è Napoli, provincia in cui il 79,3% dei comuni subisce una forte presenza della camorra e poi Caltanisetta, dove sono il 77,3% i comuni con un’indiscussa presenza mafiosa. Tra le regioni è la Sicilia ad avere la maggior quota di comuni coinvolti (195, pari al 50% del totale); seguita dalla Puglia, dove 97 comuni, pari al 37,6% del totale registra la presenza di organizzazioni criminali, dalla Campania (203 comuni, pari al 36,8%) e dalla Calabria (115 comuni, pari al 28,1%). Nelle regioni del Sud, soprattutto in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, 13 milioni di abitanti (il 22% della popolazione italiana e il 77% di quella che risiede nelle 4 regioni), vivono sotto l’ombra della mafia nei 610 comuni connotati per l’esistenza di organizzazioni criminali riconosciute, per la presenza di beni confiscati e per lo scioglimento di enti locali a causa di infiltrazioni mafiose. Ma nell’Agrigentino, si sa, le cosche mafiose abbondano. Molti sono i beni confiscati (anche se spesso rimangono inutilizzati) e vari i comuni sciolti per mafia. E poi fino a poche settimane fa c’erano i due boss Giuseppe Falsone e Gerlandino Messina, ritenuti rispettivamente, capo e vice capo della Cosa nostra Agrigentina, inseriti dal Viminale tra i 30 latitanti più pericolosi d’Italia, arrestati rispettivamente a Marsiglia e Favara. Ed ecco come Agrigento raggiunge, ancora una volta, il suo record negativo. Di Castrofilippo, dell’operazione Family, del consiglio comunale sciolto per infiltrazioni mafiose, delle indagini che riguardano l’ex sindaco ma anche Cimino padre e Cimino figlio, abbiamo più volte scritto. Adesso buttiamo l’occhio anche su alcuni degli altri comuni agrigentini interessati da indagini inerenti alla criminalità organizzata.
Guardiamo per esempio all'anomala situazione del comune di Licata, dove il sindaco, Angelo Graci, nello scorso novembre fu arrestato per aver intascato presunte tangenti da un imprenditore dello spettacolo. Graci, poco dopo l’arresto, è tornato in carica come sindaco grazie ad una legge regionale che glielo permette (è stato presentato, comunque, un disegno di legge regionale che dispone siano sospesi dalla carica anche gli amministratori ai quali la magistratura ha disposto, l’obbligo di dimora, i divieti di soggiorno, di espatrio o l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria) ma ha l’obbligo di non mettere piede alcuno nel paese che amministra (divieto di dimora poi confermato anche dalla Cassazione). Graci di fatto amministra la sua città, ma a 50 chilometri di distanza. Ed ancora Graci è stato coinvolto nell’operazione denominata “Tre Sorgenti”. Secondo l’accusa, utilizzando il suo ruolo istituzionale, avrebbe permesso la stipula di un accordo tra l’Ato di Agrigento e una società idrica chiedendo a quest’ultima come contropartita l’assunzione dei suoi due figli. Secondo quanto si è appreso, nei suoi confronti la polizia di Stato avrebbe eseguito una perquisizione. Per questo reato è pendente un processo davanti alla terza sezione penale del Tribunale di Agrigento. Situazione alquanto strana che ha attirato l’attenzione anche di tv nazionali qualche giorno fa; in questo caso la mafia sembra c’entrare poco, ma la situazione rimane comunque stranissima.
Stessa sorte per l’attuale sindaco di Lampedusa, Bernardino De Rubeis, tornato in carica dopo l’arresto del 21 luglio 2009 per presunta concussione dopo delle indagini avviate in seguito alla denuncia di un imprenditore che raccontò di essere stato costretto a consegnare somme di denaro al sindaco, pena il ritardo nella riscossione di alcuni crediti vantati nei confronti del comune. Più esattamente De Rubeis fu accusato di aver preteso tangenti da tre imprenditori agrigentini: Sergio Vella, Massimo Cam¬pione e Pasquale De Francisci che operavano nell’isola per lavori di costruzioni e tutela ambientale. Secondo i loro racconti, avrebbero pagato soldi per accelerare la macchina burocratica del Comune. Accuse che De Rubeis ha sempre respinto ed è stato creduto dal Tribunale del riesame che ha annullato le relative ordinanze di custodia cautelare, sostenendo che quei soldi in realtà erano da considerare solo dei prestiti a titolo personale. In una recente udienza dello scorso 11 ottobre 2010 hanno chiesto di costituirsi parte civile Confindustria Agrigento, tramite il presidente Giuseppe Catanzaro che ha dato incarico di rappresentare l’associazione degli industriali all’avvocato Marzia Fragalà, Legambiente e il segretario cittadino di Lampedusa del PD, Peppino Palmeri. Ferma l’opposizione degli avvocati della difesa di De Rubeis.
Ed ancora a Racalmuto, città del compianto scrittore Leonardo Sciascia: il sindaco Salvatore Petrotto è indagato, in stato di libertà, per un presunto caso di tentativo di corruzione. Secondo l’accusa Petrotto, assieme al presidente del consorzio acquedotto Tre Sorgenti, l’avvocato Calogero Mattina, (agli arresti domiciliari), avrebbe chiesto all’amministratore delegato di Girgenti Acque, di versargli dei soldi per non danneggiarla con iniziative legali. Secondo la ricostruzione della Procura di Agrigento, grazie alle indagini della polizia di Stato, il reato non si sarebbe consumato per l’opposizione della vittima a queste richieste. Ma Petrotto sarebbe coinvolto direttamente anche nell’operazione antidroga: l’avvocato Calogero Mattina, presidente del consorzio idrico Tre Sorgenti, è accusato d’avergli ceduto cocaina, nel febbraio del 2009.
Nel maggio scorso Petrotto ammise pubblicamente d’aver fatto uso di droga, parlando di un “momento difficile” della sua vita. Petrotto ha chiesto “scusa” ai suoi concittadini.
Di fatto Petrotto è ancora in carica ma è corretto riportare anche la risposta alle accuse del primo cittadino di Racalmuto che attraverso un comunicato contesta le accuse. “E’ chiaro che si paga sempre un prezzo e nel mio caso salatissimo, per le battaglie che si conducono contro la privatizzazione dell´acqua” dichiara Petrotto. “E’ il mio caso specifico e di chi ha contrastato, in tutte le sedi giudiziarie, coloro i quali hanno avuto in gestione per 30 anni il sevizio idrico integrato in provincia di Agrigento. Chi tocca i fili, rischia sempre di morire. L’avere osteggiato politicamente chi attualmente gestisce il ciclo delle acque nell’agrigentino comporta anche questo, delle chiare calunnie per le quali ho dato mandato al mio legale, per tutelarmi in tutte le sedi. Sono amareggiato e sconfortato nel continuare a subire l’onta e l’umiliazione del continuo rovesciamento di inoppugnabili verità. Chi si batte per la collettività, chi difende gli interessi dei più deboli, purtroppo rischia di diventare bersaglio del primo potente di turno. Sono fiducioso che l’accertamento della verità, come mi è capitato già in passato, possa fare giustizia di alcune errate e false segnalazioni di chi ha il solo ed esclusivo intento di difendere i suoi ingenti interessi, alla luce anche delle recenti norme in materia di pubblicizzazione dell’acqua. E chi è stato condannato a risarcire alla collettività, qualche milione di euro, tenta una disperata difesa, offendendo e cercando di salvare il salvabile. Infatti l’attuale gestore, in provincia di Agrigento, a breve, dovrà, quasi sicuramente, mollare questo prezioso servizio, per via dell’entrata in vigore della nuova legge che sancisce il sacrosanto principio che l’acqua è un bene pubblico ed è un diritto di ogni cittadino, quello di averne la disponibilità così come l’aria che respiriamo. Se dovevo essere arrestato per avere difeso questi principi e questi valori, subendo le calunnie di qualcuno, ebbene sono fiero di aver condotto questa battaglia che, in provincia di Agrigento, è stata sostenuta da migliaia di persone e che a qualcuno è costata qualche milione di risarcimento destinato alla collettività. Questa è la verità. E per queste ragioni sono stato ignominiosamente tirato in ballo. Capisco che è difficile farsi sentire” conclude Petrotto, “quando vige uno strapotere che anche in mezzo all’acqua ha inteso mettere salde radici. Con grande gratitudine e fiducia nella Giustizia”.
E come dimenticare le vicende di Siculiana, comune sciolto per mafia qualche tempo fa. Cinque imprenditori che raccontarono di aver pagato il pizzo e essersi piegati al racket delle estorsioni e che grazie alle loro testimonianze condussero gli inquirenti all'iscrizione nel registro degli indagati dell'allora sindaco Giuseppe Sinaguglia e del comandante dei vigili urbani del paese Giuseppe Callea. Fra gli arrestati vi fu un consigliere comunale, tal Francesco Gucciardo. Quella inchiesta scaturì anche grazie al contributo delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Di Gati. Fra gli imprenditori che ammisero di aver versato alla mafia agrigentina somme di denaro c’era anche il presidente di Confindustria di Agrigento, Giuseppe Catanzaro che fu costretto a pagare 75mila euro alla famiglia mafiosa di Siculiana per la protezione dei propri cantieri. Oggi Siculiana tenta il riscatto con il nuovo sindaco Mariella Bruno, insediatasi da qualche mese. La situazione sarà sicuramente difficile, ma serietà, onestà ed impegno se messe in atto, alla fine pagheranno.
Ad Agrigento città, invece, recentissime sono le tre richieste d’arresto (operazione denominata Tetris) per quattro dipendenti del Comune, tra cui il dirigente del settore Affari sociali. I coinvolti sembrano essere diciotto persone indagate a vario titolo, e sullo sfondo, un suicidio, due attentati, querele e controquerele e un presunto imbroglio legato ad un appalto di poco meno di un milione di euro che secondo l’accusa è stato affidato con sistemi non contemplati dalla legge e, soprattutto, con metodi ritenuti personalistici e proiettati a consegnare l’appalto ad una società “amica”. Una vicenda di malaffare che vede protagonista il bando gara rivolto all’affidamento del servizio sociale professionale e segretariato sociale ad equipe specialisti esterni. Gli indagati sono Giovanni Lattuca, dirigente del settore “Affari sociali” che comprende anche quello della solidarietà sociale, e il personale dipendente, Antonella Sciarrotta, Arturo Attanasio e Anna Maria Principato. Tutti sono accusati di aver avuto un ruolo nell’affidamento dell’appalto del servizio di assistenza domiciliare anziani, gara svoltasi nel marzo del 2009, ed aggiudicata dal Consorzio “Il Punto”, guidato da Maria Rita Borsellino (anch'essa indagata) a scapito del Consorzio Agrica, una associazione di cooperative. Adesso si attende la decisione del Gip Zammuto e sapremo se sospenderà dal servizio i quattro dipendenti comunali. Giovanni Lattuca, intanto, si è dimesso dall’incarico.
Situazioni squallide che fanno precipitare ulteriormente la fiducia dei cittadini nella politica ma che rinforzano quella per la Magistratura che, senza sconti, sta provando a debellare questi vili atti criminosi in una terra difficile come la nostra. E’ evidente il grado di corruzione che in provincia ha raggiunto livelli altissimi. E’ questa la politica del fare, dello sviluppo, del lavoro? Invitiamo i cittadini agrigentini e della provincia a schiaffeggiare metaforicamente il candidato che alle prossime elezioni promette posti, lavoro, sviluppo: mandatelo a quel paese, questa melma vuole solo attentare al futuro vostro e dei vostri figli. La gente a cui vogliamo credere è come quella di Falcone e Borsellino, uomini che hanno creduto nei valori della giustizia e della libertà, persone perbene come il giudice Rosario Livatino, modello di onestà e di trasparenza da seguire.
Tutti i cittadini della provincia però non devono pretendere onestà e trasparenza soltanto da chi governa la cosa pubblica a tutti i livelli ma anche da se stessi. Perché lo Stato siamo tutti noi, perché i primi a cambiare e a comportarci correttamente dobbiamo essere tutti noi. Come scriveva Rita Atria: “Prima di combattere la mafia devi farti un auto esame di coscienza. Poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici. La mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci.”

Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"

martedì 2 novembre 2010

luciana littizzetto, bunga bunga, buttiglione gay, capezzone, prostitute genova, 31/10/2010

luciana littizzetto, bunga bunga, buttiglione gay, capezzone, prostitute genova, 31/10/2010

che risate, fantastica!!! buon ascolto

venerdì 1 ottobre 2010

Spot T.U.Onlus: conferenza di presentazione del 02-10-2010

Spot T.U.Onlus: conferenza di presentazione del 02-10-2010.
L'associazione TU Onlus si presenta e presenta a tutti il progetto "Avrai una casa", destinato alla gente del Burundi.
Interverranno le autorità cittadine, docenti universitari e i responsabili dell'associazione.
Vi aspettiamo sabato 2 ottobre alle ore 17,30 presso l'ex chiesa Santa Margherita. Non mancate, l'ingresso è gratuito.
Dopo la conferenza, rinfresco offerto dall'Istituto Alberghiero di Sciacca.
Montaggio e realizzazione dello spot a cura di Antonella Termine.

martedì 15 giugno 2010

I giornalisti "Impiegati" e i giornalisti "Giornalisti" firmato Marco Risi

Tratto da "Fortapàsc" di Marco Risi. Sasà spiega a Giancarlo Siani la differenza tra chi scrive soltanto per danaro e chi invece scrive per raccontare la verità.

domenica 2 maggio 2010

Aumenta il numero dei giornalisti uccisi nel mondo...

IL RAPPORTO UNESCO: Strage di giornalisti dove regna la pace

Escalation nel 2008-2009: 125 vittime nel mondo.

Un allarme che riguarda l’Italia e l'Europa

Ma Tg e quotidiani non ne parlano.

di Alberto Spampinato – direttore di Ossigeno per l’informazione

( dal settimanale Left in edicola venerdì 23 aprile 2010)



I giornalisti rischiano, subiscono intimidazioni e violenze. I giornalisti muoiono. Ne sono stati uccisi 125 nel mondo negli ultimi due anni, e solo la minima parte erano corrispondenti di guerra, dice un rapporto dell’UNESCO che segnala una condizione di pericolosità crescente per il lavoro di cronaca. Fare questo lavoro, dice il rapporto è difficile, in Italia e nel mondo. E’ particolarmente rischioso per i “corrispondenti di pace”, cioè per quei cronisti che lavorano in paesi come il nostro, in cui non c’è la guerra, e si ostinano a raccogliere le notizie sul campo, a guardare le cose senza paraocchi, a giudicare i fatti con la propria testa. E’ rischioso raccontare i fatti senza fermarsi alla versione ufficiale o a quella che fa più comodo a qualcuno che conta. E’ rischioso descrivere i poco edificanti retroscena dei piccoli e grandi affari. E’ rischioso descrivere compromettenti comportamenti del potere politico ed economico, e ancor più interessi, pressioni, complicità e condizionamenti della criminalità organizzata. Rischia chiunque parla di queste cose invece di osservare il prudente silenzio di altri giornalisti. Il rapporto dell’Unesco dice che chi lavora così, anche si trova a Palermo, a Reggio Calabria, a Roma o a Città del Messico, rischia la vita più di un giornalista di guerra.

La situazione è questa, anche se giornali e televisione raramente parlano di queste cose. E’ così. Lo attestano da anni gli osservatori specializzati, preoccupati da una deriva di violenza crescente nei confronti dei giornalisti, una deriva che produce l’oscuramento delle notizie più incisive, e la loro sostituzione con le inoffensive (e inutili) soft-news: il gossip, il pettegolezzo, i consigli per il bricolage, e cos’ via. Le diagnosi dei centri di monitoraggio internazionali sono regolarmente cestinate. Perciò non c’è da stupirsi se è passato sotto silenzio questo clamoroso rapporto dell’UNESCO sui giornalisti uccisi e minacciati nel mondo, e non è stato ascoltato neppure il forte allarme per la sicurezza dei giornalisti nei paesi europei lanciato dal commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa.

La violenza contro i giornalisti “ficcanaso”, conferma il rapporto UNESCO, pubblicato a Parigi il 25 marzo, dilaga per due motivi principali: un’insufficiente prevenzione, e la sostanziale “impunità” concessa ai loro aggressori. I 125 giornalisti uccisi nel 2008-2009 risultano tre più del biennio precedente. Solo una piccola parte di essi lavorava in paesi in guerra. Il rapporto dice quanto sia difficile ottenere giustizia per queste vittime, e sottolinea un fatto che dovrebbe essere evidente, ma non lo è nella percezione comune: i giornalisti uccisi sono solo “la punta dell’ iceberg”. Sotto quella punta, si nasconde una enorme massa sommersa della quale fanno parte migliaia di sconosciuti giornalisti locali di paesi pacifici come l’Italia, la Francia, la Germania. Sono quei giornalisti che lavorano come si diceva prima, e perciò subiscono intimidazioni, minacce, danneggiamenti, rappresaglie che raramente fanno notizia. Formalmente nei paesi in cui accadono queste cose vige la piena libertà di stampa ma, osserva l’UNESCO, in realtà non c’è vera libertà di stampa, “perché l’assenza di minacce è una condizione essenziale perché si possa esercitare il diritto dei cittadini ad avere una informazione attendibile e il diritto dei giornalisti a fornirla senza timore per la propria sicurezza”.

Si deve tenere presente che “l’assassinio dei giornalisti è solo il più grave degli attacchi alla libertà di stampa, che gli informatori di professione – si legge nel rapporto presentato a Parigi – devono fare fronte a molte altre forme di minacce, quali intimidazioni, rapimenti, molestie, e aggressioni fisiche, come hanno fatto notare le istituzioni professionali dei giornalisti e i centri per la libertà di stampa, con i quali l’UNESCO ha rapporti ufficiali, come Reporters Sans Frontieres, il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) e la Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ). Sono stati anche segnalati attacchi alle organizzazioni dei media e iniziative per distruggere la loro proprietà”.

E’ utile ricordare che l’UNESCO non è un soggetto di parte, ma l’agenzia delle Nazioni Unite incaricata di difendere il principio della libertà di stampa e di espressione sancito dalla Carta di San Francisco, e fra le sue finalità c’è quelle di “raccomandare accordi internazionali necessari a promuovere il libero flusso delle idee attraverso la parola e l’immagine”. L’UNESCO parla perciò sulla base di rilevazioni attendibili, di relazioni con i governi le istituzioni nazionali dei Paesi membri, con indiscutibile autorevolezza e spirito super partes. L’Agenzia ha cominciato a occuparsi specificamente dell’uccisione dei giornalisti nel 1997, e ha chiesto ai governi di tutto il mondo di non concedere alcuna attenuante agli autori di delitti contro la persona commessi per impedire la libertà di espressione e il diritto dei cittadini di essere informati. L’Agenzia allo stesso tempo ha invitato le autorità competenti dei vari paesi ad “prevenire, indagare e punire tali delitti, e rimediare alle loro conseguenze”. Da allora l’UNESCO pubblica ogni due anni la lista dei giornalisti uccisi nel mondo e un rapporto sulle risposte ottenute dai singoli paesi riguardo all’iter della giustizia per ciascuna delle vittime. L’ultimo rapporto, relativo al 2008-2009, pubblicato il 25 marzo scorso, contiene l’allarme a cui abbiano accennato.

Anche il Consiglio d’Europa ha da tempo acceso i riflettori sulle limitazioni della libertà di stampa nei paesi membri. Nei giorni scorsi il Commissario dei diritti umani Thomas Hammarberg ha annunciato nuove iniziative a seguito di “preoccupanti violazioni della libertà d'espressione”. Ha inoltre stigmatizzato il fatto che i giornalisti siano spesso vittime di intimidazioni, di violenze e perfino di omicidio. Hammarberg ha anche criticato il fatto che la diffamazione in alcuni paesi , fra i quali l’Italia, sia ancora un reato penale.

Insomma, il Consiglio d’Europa e l’Unesco smentiscono convinzioni radicate sull’effettiva garanzia concessa alla libertà di stampa e sui rischi a cui sono sottoposti i giornalisti. E’ strano che queste considerazioni non destino attenzione, soprattutto in Italia, dove il problema si presenta con una particolare gravità, con cronisti e scrittori costretti a vivere sotto scorta e con altre centinaia di cronisti minacciati, come segnalano da tempo l’osservatorio Ossigeno, Freedom House e Reporters Sans Frontieres. Per destare l’attenzione, il 3 maggio prossimo, per iniziativa del direttore generale dell’UNESCO, Irina Bokova, si proverà ad accendere l’attenzione in tutte le sale stampa del mondo, osservando un minuto di silenzio in memoria dei giornalisti uccisi.

NELLE FILIPPINE UCCISI 30 IN UN COLPO

L’assenza di minacce ai giornalisti è la condizione “essenziale per tutelare il diritto dei cittadini ad avere informazioni attendibili, e per proteggere allo stesso tempo il diritto dei giornalisti di fornirle senza timore per la loro sicurezza personale”, si legge nel rapporto UNESCO – IPDC (Programma Internazionale per lo Sviluppo delle Comunicazioni) pubblicato a Parigi il 25 marzo scorso.

Il documento parte dalla constatazione che, nonostante il conflitto iracheno abbia superato la fase più cruenta e in quel paese il numero di giornalisti uccisi sia diminuito del 73% (da 62 a 15), quelli uccisi nel resto del mondo sono aumentati, ed anche il loro numero complessivo (125 nel biennio 2008-2009 rispetto a 122 del biennio precedente) . Nel bilancio pesa come un macigno l’agguato del 23 novembre 2009 nell’isola di Mindanao (Filippine) nel quale furono massacrati trenta giornalisti al seguito di un candidato alla carica di governatore. L’80% delle vittime elencate nel rapporto UNESCO non sono corrispondenti di guerra, ma corrispondenti locali di paesi in pace, cronisti che si occupavano di questioni di interesse locale, e sono stati uccisi “da chi non voleva che i giornalisti indagassero e rivelassero informazioni di pubblico interesse”.

La percentuale di giornalisti uccisi in situazioni non legate a conflitti in corso, sottolinea il Rapporto, è considerevolmente aumentata nell’ultimo biennio Purtroppo, osserva l’UNESCO, “gli atti di violenza contro i giornalisti sono in aumento; nella maggior parte dei casi, l’impunità blocca il corso della giustizia e, se prevarrà questa tendenza, i giornalisti resteranno facili bersagli. Inutile dire che ciò rappresenta una seria minaccia alla libertà di espressione ed alla nostra capacità di conoscere la verità” . A.Sp.

Leggi il Rapporto UNESCO http://portal.unesco.org/ci/en/files/29600/12690062213safety_of_journalists_27_session.pdf/safety_of_journalists_27_session.pdf

domenica 7 marzo 2010

Il silenzio dei media sulla Palestina che muore

di Paolo Maccioni

Dai blog d’Oltreoceano si apprende una notizia ripresa pure dai più attenti blogger nostrani e quasi per niente dai media a grande diffusione.

Martin Kramer, membro di un centro studi dell’Università di Harvard, oltre che dell’influente Winep, Istituto per le politiche del vicino Oriente, alla conferenza Herzliya in Israele ha teorizzato misure per limitare le nascite del popolo palestinese.

Kramer ha pure auspicato che l’Occidente smetta di fornire aiuti che possono incoraggiare i palestinesi a riprodursi e dar vita così a «giovani maschi superflui» (parole sue).

Insomma: se patisce d’inedia, la popolazione palestinese invecchia e diminuisce di numero, così il problema del terrorismo è risolto. Ovvero: incitamento al genocidio, secondo il diritto internazionale.

Alcuni intellettuali condannano l’esecranda posizione di Kramer, come M.J. Rosenberg e Richard Silverstein che l’hanno definito rispettivamente “genocida” e “razzista anti-musulmano”, o come Stephen Walt che lamenta la pilatesca indolenza di Harvard rispetto alle richieste di allontanamento o di sanzione.

Quando ci si chiede: ma com’è potuto accadere che quando settant’anni fa alcuni intellettuali redassero il manifesto della razza la gente non si oppose e non s’indignò abbastanza?

Ecco, si può rispondere: è possibile esattamente come oggi sono in pochi a indignarsi per questa idea. Intanto perché sono in pochi a conoscerla. L’eco data dai blog alla sconcertante notizia contrasta con l’assurdo, complice silenzio dei media ufficiali.

Da «E Polis» (3 marzo 2010)
La foto in apertura è tratta da http://www.nowpublic.com/world/gaza-holocaust-4.

http://www.megachipdue.info/component/content/article/42-in-evidenza/3017-idee-genocide-antipalestinesi-e-silenzio-dei-media.html

giovedì 18 febbraio 2010

Il successo in Italia del film VIDEOCRACY

Come incassare 850.000 euro in Italia e finire (con tutti gli onori) al Village.

di Giampaolo Scaglione

Credevate di sapere tutto su Videocracy, il docufilm distribuito nelle nostre sale a partire dallo scorso settembre. Forse non sapete che ha totalizzato poco più di 850.000 euro al box-office: nella classifica 2009 dei 100 film più visti in Italia si trova al numero 64. Un po' poco, insomma. Ma il lungometraggio è salito pochi giorni fa agli onori della cronaca americana grazie al New York Times, e non certo per le ormai ricorrenti turbolenze politico-giudiziarie in ambito governativo e paragovernativo. Non solo per quelle, almeno. È successo che in questo week-end Videocracy sarà proiettato in un entertainment space della Avenue of the Americas, terza Strada, Greenwich Village.

Leggereil pezzo di Manohla Dargis dedicato all'evento è istruttivo: aiuta a capire in che cosa consiste l'immagine del premier al di là dell'oceano. Dove ancora ci si stupisce su come un magnate dei media sia al suo terzo mandato da premier e si stigmatizzano le sue battute (Obama “abbronzato”, Mussolini dispensatore di “vacanze” ai suoi oppositori). Spazio agli ultimi eventi, quindi: a dicembre, Berlusconi a Milano da uno psicolabile e la magistratura - eccola! - chiede ai medici la cartella clinica dell'illustre ricoverato, dopo la sua pronta (per fortuna) guarigione. Pochi giorni fa scoppia il caso-Bertolaso: con molta eleganza, la giornalista del NYT sorvola sulle polemiche innescate dal capo della Protezione civile a Haiti, poche settimane fa, e osserva che il pupillo del premier è accusato di corruzione nel quadro di un'inchiesta che ha portato a quattro arresti.

Nulla di più, sul Guido nazionale. Ma ce n'è abbastanza, per la Dargis, per scoprire Videocracy e sottolineare che il suo regista, Erik Gandini, è un italiano che ha studiato cinema in Svezia; la tv svedese ha accettato di co-produrre il film, peraltro. Giusto per controbilanciare il beneficio ottenuto, il trailer di Videocracy è stato rifiutato sia dalla Rai che - si capisce - da Mediaset. Ma non importa: chi ha visto il film sa che le prime inquadrature si riferiscono all'archetipo di un genere tv che avrà la sua consacrazione solo negli anni Ottanta con Colpo grosso: parliamo di Spogliamoci insieme di Tele Torino International, emittente che il futuro premier comprò nel 1980. Di qui, la fulminante osservazione della giornalista del NYT, secondo la quale per Berlusconi “meno vestiti hanno addosso le donne, più è facile acquistare potere”. (Intendiamoci: la teoria ha anche i suoi padri nobili: Sciascia, in relazione ai suoi conterranei, parlava senza remora alcuna della loro autentica ossessione per il gentil sesso in celebre libro-intervista di Marcelle Padovani).

Fatto sta che Gandini indugia sulle donne che non si risparmiano nel loro “Meno male che Silvio c'è” - la Dargis traduce in maniera erronea in un “Thank God Silvio exists” senza sapere o forse sapendo della storiella non proprio edificante dell'Unto dal Signore?. E la tv? Ci sono le facce di Lele Mora e Fabrizio Corona - che passano alle cronache americane l'uno come ammiratore del Duce e l'altro come uno che si è fatto la galera per tentata estorsione - ma quelle sono solo facce, appunto: la tv è Berlusconi, scrive la Dargis citando il professor Ginsborg, perché è il medium che può tradurre in pratica le idee di Berlusconi nel minor tempo possibile. Videocracy getta nuova luce sul controverso rapporto confronto tra la politica e i media: l'acquisizione del consenso, nel caso del premier, è passata attraverso la ricerca della celebrità, elemento che non poteva essere ottenuto se non creando, comprando o mettendo sotto controllo tv, radio, giornali. L'ultima frontiera - vedi “decreto Romani” - adesso è Internet.

martedì 19 gennaio 2010

"La situazione dei bambini ad Haiti è disperata"

Terremoto Haiti: Save the Children, la situazione dei bambini ad Haiti è disperata. Pianificata la distribuzione degli aiuti ai piccoli e alle loro famiglie.

Nonostante le continue scosse di assestamento e la ricerca di 23 membri dello staff che non si riescono ancora a contattare, gli operatori di Save the Children ad Haiti stanno lavorando per cercare di rispondere ai bisogni dei bambini e delle loro famiglie, dopo il devastante terremoto che martedì ha colpito Port-au-Prince.

Gli operatori hanno potuto muoversi solo a piedi o in moto poichè gran parte delle strade della capitale sono impraticabili, le macerie e gli edifici crollati ingombrano le strade e, in alcuni quartieri, metà delle case sono completamente distrutte.

“Ovunque c’è solo distruzione e in questo momento è difficile anche raggiungere molte delle persone ferite. Non si contano i bambini e le famiglie che hanno bisogno di un posto sicuro dove ripararsi così come di ogni bene di prima necessità”, ha dichiarato Ian Rodgers, esperto di emergenze di Save the Children, da Haiti. “Questo è un disastro di proporzioni tali da richiedere una risposta intensiva e di lungo termine”.

L’organizzazione sta lavorando alacremente per distribuire aiuti alle famiglie: kit igienici, che contengono spazzolini da denti, asciugamani e sapone, coperte, zanzariere e taniche per l’acqua. Non appena la gente potrà avere dei rifugi, Save the Children creerà delle aree sicure a misura di bambino, dove i bambini potranno giocare insieme, affrontare il trauma subito a causa del terremoto e sentirsi nuovamente al sicuro, grazie all’ausilio di personale specializzato, e nello stesso tempo essere protetti dal rischio di sfruttamento e abuso, che può essere maggiore in situazioni di emergenza.

Save the Children, impegnata a rispondere ai bisogni immediati e di lungo termine dei bambini e delle loro famiglie in seguito al sisma, lavora nel paese da dal 1985 e ha supportato i bambini haitiani e le loro famiglie anche in recenti catastrofi naturali, come uragani e inondazioni.

Per ulteriori informazioni:
Ufficio stampa Save the Children Italia
tel. 06 48070071 – 23
press@savethechildren.it
www.savethechildren.it

Save the Children aderisce ad AGIRE, il coordinamento di alcune tra le più importanti Ong italiane, che ha lanciato un appello congiunto di raccolta fondi per garantire i necessari soccorsi alle popolazioni colpite. Dona 2 euro con un sms al 48541 dal cellulare personale TIM e VODAFONE o chiamando da rete fissa TELECOM ITALIA.

sabato 16 gennaio 2010

AIUTARE HAITI!!!

Fondazione Rava - La Fondazione Francesca Rava è un'organizzazione umanitaria internazionale presente in Haiti da 22 anni con progetti in aiuto all’infanzia. Gestisce l’ospedale pediatrico Saint Damien, l’unico dell’isola e il più grande dei Caraibi, gravemente danneggiato dal sisma. Per sostenere i soccorsi medici d’emergenza, organizzare gli scavi delle macerie per salvare i dispersi, ricostruzione dell’ospedale è sufficiente: bollettino postale su C/C postale 17775230; bonifico su C/C bancario BANCA MEDIOLANUM SpA, Ag. 1 di Basiglio (MI) IT 39 G 03062 34210 000000760000 causale: terremoto Haiti, carta di credito online su www.nphitalia.org o chiamando lo 02 5412 2917 .

Corriere e Agire - Un aiuto subito per Haiti. Per aderire alla raccolta fondi organizzata dal Corriere e Agire (l’Agenzia italiana per la Risposta alle Emergenze che coordina molte ONG italiane tra cui Amref e Save the children) è sufficiente inviare un sms al n. 48541 (donazione di 2 euro) da cellulari Tim, Vodafone o da rete fissa Telecom Italia o su c.c. postale intestato ad Agire, n.85593614, causale "Un aiuto subito per Haiti". Oppure ancora attraverso carta di credito al numero verde 800.132.870; bonifico bancario sul conto BPM-IBAN IT47 U 05584 03208 000000005856. CAUSALE: Emergenza Haiti; donazione online dal sito www.agire.it.

Caritas - La Caritas italiana ha messo a disposizione centomila euro per i bisogni immediati. Per sostenere gli interventi in corso si possono inviare offerte a Caritas Italiana tramite C/C POSTALE N. 347013 specificando nella causale: Emergenza terremoto Haiti. Offerte sono possibili anche tramite altri canali, tra cui: UniCredit Banca di Roma Spa, via Taranto 49, Roma - Iban: IT50 H030 0205 2060 0001 1063 119, Intesa Sanpaolo, via Aurelia 796, Roma - Iban: IT19 W030 6905 0921 0000 0000 012, Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma - Iban: IT29 U050 1803 2000 0000 0011 113 ò CartaSi e Diners telefonando a Caritas Italiana tel. 06 66177001 .

Unicef – Partecipare alla raccolta fondi Unicef è possibile tramite: c/c postale 745.000, causale: "Emergenza Haiti"; carta di credito online su www.unicef.it, oppure chiamando il numero verde UNICEF 800745000; C/C bancario Banca Popolare Etica IBAN IT51 R050 1803 2000 0000 0510 051”; i comitati locali dell’UNICEF presenti in tutta Italia (elenco sul sito-web www.unicef.it). Per maggiori informazioni, Ufficio stampa UNICEF Italia, tel.: 06.47809355/233 e 335/6382226 e 335/7275877 ; e-mail: press@unicef.it, sito-web: www.unicef.it.

Croce Rossa Italiana - La raccolta fondi della Croce Rossa Italiana in favore delle popolazioni colpite dal terremoto ad Haiti è possibile tramite: numero verde tel. 800.166.666; donazione online causale "Pro emergenza Haiti" www.cri.it; bonifico bancario causale "Pro emergenza Haiti" IBAN IT66 - C010 0503 3820 0000 0218020.

Medici Senza Frontiere – Anche Medici Senza Frontiere (MSF) ha lanciato una raccolta fondi straordinaria. Si può contribuire all’azione di soccorso di MSF a Haiti tramite carta di credito telefonando al numero verde 800.99.66.55 oppure allo 06.44.86.92.25; bonifico bancario IBAN IT58D0501803200000000115000; conto corrente postale 87486007 intestato a Medici Senza Frontiere onlus causale Terremoto Haiti; online sul sito www.medicisenzafrontiere.it.

WFP - Per aiutare il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (WFP) a fornire assistenza alimentare alle vittime del terremoto si possono inviare offerte tramite: Internet, per informazioni e donazioni online, connettendosi al sito www.wfp.org/it; bonifico bancario, causale: emergenza Haiti C/C 6250156783/83 Banca Intesa ag. 4848 ABI 03069 CAB 05196 IBAN IT39 S030 6905 1966 2501 5678 383; versamento su conto corrente postale c/c 61559688 intestato a: Comitato Italiano per il PAM IBAN IT45 TO76 0103 200 0000 6155 9688.

Misericordie - Le Misericordie Italiane hanno aperto una sottoscrizione in favore delle popolazioni colpite dal terremoto di Haiti. È possibile fare una donazione sul C/C 000005000036, Monte dei Paschi di Siena spa, Firenze Agenzia 6, Iban: IT 03 Y 01030 02806 000005000036; oppure sul conto corrente postale n° 000021468509, Firenze Agenzia 29, IBAN: IT 67 Q 07601 02800 000021468509 entrambi intestati a Confederazione Nazionale con causale "Pro Haiti".

Le organizzazioni non governative italiane riunite sotto la sigla Agire hanno deciso di lanciare una raccolta fondi per finanziare i soccorsi alle popolazioni di Haiti. Le ong di Agire sono già al lavoro ad Haiti. I fondi raccolti saranno destinati ai bisogni più urgenti: cibo, acqua potabile, medicinali, ripari temporanei. Si può donare con un sms al 48541 o con carta di credito al numero verde 800.132870; versamento sul conto corrente postale n. 85593614, intestato ad AGIRE onlus, via Nizza 154, 00198 Roma, causale Emergenza Haiti; bonifico bancario sul conto BPM - IBAN IT47 U 05584 03208 000000005856. Causale: Emergenza Haiti. Donazioni on line dal sito internet wwww.agire.it

lunedì 28 dicembre 2009

30 milioni di americani possono ora contare sull'assistenza sanitaria pagata dallo stato; Obama riesce dove tutti avevano fallito

Il Senato Usa ha approvato la riforma sanitaria. I democratici hanno superato così l’ultimo scoglio procedurale per l’approvazione della riforma.

L’approvazione a maggioranza semplice del testo elaborato dai senatori apre la strada a un potenziale complesso braccio di ferro in gennaio con la Camera per il via libera definitivo. «Era ora. Una legge storica», ha detto il senatore democratico Max Baucus, che ha messo a punto il testo portato al voto dell’aula.

Trenta milioni di persone in più, negli Stati Uniti, possono ora contare sulla copertura delle spese mediche da parte dello Stato. La riforma della sanità americana voluta dal presidente Barack Obama e fortemente contestata dai repubblicani ha ricevuto il via libera dal Senato. L’aula ha approvato un testo che, sia pure con molti compromessi, mantiene la promessa elettorale di dare copertura sanitaria a tutti quegli americani che ne erano privi, in quanto non in grado di sostenere i costi di un’assicurazione privata a copertura delle spese mediche.

I democratici del Senato hanno votato per bloccare il dibattito sulla riforma, impedendo di fatto l’ostruzionismo dei repubblicani e spianando la strada per il voto finale . Per superare lo sbarramento repubblicano sono serviti 60 voti, ovvero quelli di tutti i 58 democratici al Senato e di due indipendenti. Scontato il voto contrario dei 39 repubblicani presenti.

La stanchezza, in quella che è una giornata storica non solo per gli Usa ma soprattutto per Obam, ha giocato un brutto scherzo al leader della maggioranza democratica al Senato, Harry Reid. Al momento della chiamata Reid ha risposto con uno stentoreo “no” alla richiesta di voto. Reid, tra le risate bipartisan di tutti i colleghi, si è subito corretto. Stravolto da settimane di lavoro ininterrotto il capogruppo democratico al Senato e’ rimasto vittima dello stress .

Oggi dunque, dopo 25 giorni di dibattito consecutivo è stato varato il piano Obama, che costerà quasi mille miliardi di dollari nell’arco di dieci anni. Nei primi giorni del nuovo anno tuttavia il dibattito sulla riforma che dovrebbe estendere la copertura a 30 milioni di americani si riaprirà: le versioni del testo di Camera e Senato sono diverse e dovranno essere conciliate prima che il presidente possa ratificare in legge il testo finale. Il negoziato sarà delicatissimo e al termine potrebbe servire un nuovo voto al Congresso.


http://www.blitzquotidiano.it/politica-mondiale/usa-riforma-sanitaria-senato-supera-ultimo-scoglio-185152/

giovedì 24 dicembre 2009

Natale... e il Buono Vacanza...

Buoni vacanze per famiglie indigenti; dopo la social card un'altra misura demagogica che non affronta il dramma della povertà diffusa

Mandiamo i poveri in vacanza: l’ultima trovata del governo a sostegno dei più svantaggiati economicamente sembra una burla, ma non lo è. Come se un nullatenente avesse come primo pensiero la mattina quello di partecipare al “gioco-aperitivo” degli animatori della Valtour, o sognasse costantemente pinne fucili e occhiali. Il suo incubo privato – perché non muore dal desiderio di spifferarlo ai quattro venti – è l’umiliazione di non arrivare a fine mese, non procurare il minimo alla propria famiglia, inventarsi ogni santo giorno un modo dignitoso per sbarcare il lunario. Il fallimento della social card non ha insegnato proprio nulla: pochi poveri intercettati dalla mancia governativa, umiliante messa in scena di classe, risultati ridicoli a fronte di promesse roboanti (ridotta di appena 0,4 punti percentuale la quota delle famiglie assolutamente povere, parliamo di 91 mila famiglie su un milione).

In pratica: “Guadagni 800 euro al mese, hai 3 figli, il mutuo e tutte le spese, però ora puoi usufruire di una vacanza a metà prezzo. Sei contento?”. Questa la proposta e magari vorrebbero pure un ringraziamento, o più verosimilmente, il voto.

I buoni vacanze a sostegno delle fasce economicamente più deboli saranno messi a disposizione dal Governo da gennaio a giugno. L’iniziativa, nota da qualche tempo, è stata presentata e illustrata nei dettagli dal ministro del Turismo Michela Brambilla. Il Governo ha stanziato, per questa prima fase, 5 milioni di euro a copertura del 45% della spesa prevista per le vacanze di coloro che sono da considerare economicamente in difficoltà.

I buoni vacanze, ha sottolineato il ministro Brambilla «danno anche una concreta attuazione ai principi fondamentali della ‘dichiarazione di Montreal’ che ha definito il turismo sociale come un creatore della società e un fattore di crescita economica».

Dal 20 gennaio, ha spiegato il ministro, si apriranno le prenotazioni vere e proprie e attraverso una procedura che potrà essere effettuata direttamente online si potrà richiedere il proprio buono vacanza. «Grazie ai buoni vacanze stimoleremo un giro d’affari nel settore turistico che si aggira intorno ai 170 milioni per le sole strutture ricettive. Mentre considerando anche ristoranti, centri sportivi, servizi di trasporto e musei l’indotto sarà di circa il triplo», ha concluso la Brambilla.

Quali sono i paletti? Ce ne sono molti ma va soprattutto ricordato che chi usufruirà dei buoni (solo cittadini italiani residenti in Italia e appartenenti a nuclei familiari che rientrano in determinate fasce di reddito) potrà partire solo in bassa stagione e in una serie di strutture convenzionate con l’iniziativa.

Chi soffre drammaticamente la crisi economica e chi arriva a stento a fine mese può dunque usufruire di una vacanza a metà prezzo. Certo un bello svago ma forse chi ha patemi economici avrebbe preferito ben altre sovvenzioni, magari più concrete.

http://www.blitzquotidiano.it/economia/turismo-vacanze-social-card-brambilla-184419/

giovedì 17 dicembre 2009

La statuetta (comunista) del Duomo di Milano

di Gloria Esposito

Mai gesto fu più tempestivo. Pensavamo che il premier avesse i giorni contati, che tra profumo di mafia, escort e uscite contro la Costituzione tali da giustificare moniti di Napolitano e blocco compatto delle opposizioni, fosse ormai finito il suo corso.

E invece eccolo rinascere come la fenice dalle proprie ceneri, grazie ad una statuetta e al gesto inconsulto di tal Massimo Tartaglia, incensurato, in cura da 10 anni per malattia mentale, che con un colpo ha provocato il sanguinamento della faccia del premier, alla fine del comizio in piazza del Duomo dove Berlusconi ha lanciato il tesseramento del Pdl.

“Questo è il frutto di chi ha voluto seminare zizzania” dice il presidente del consiglio al pronto soccorso. Immediatamente arrivano anche le dichiarazioni del capo dello stato Napolitano che “condanna il grave e inconsulto gesto”, di Gianfranco Fini che “esprime solidarietà”, di Bossi che definisce l’accaduto “un atto di terrorismo”, mentre per La Russa “quando si fanno le manifestazioni non per un partito ma contro una persona e si incita all’odio questo è il risultato”, anche se il nesso al popolo del No B Day chiaramente sfugge.

L’unica voce fuori dal coro è Di Pietro che dice: "Io non voglio che ci si mai violenza, ma Berlusconi con i suoi comportamenti e il suo menefreghismo istiga alla violenza".
Analizzando la situazione però bisogna tener chiare le responsabilità: Tartaglia è stato arrestato, il gesto è stato condannato con forza da tutti, ma in fin dei conti chi strumentalizza l’accaduto è proprio Berlusconi e la maggioranza che prendono la palla al balzo per accusare più o meno implicitamente i manifestanti del No Berlusconi Day (pacifici) e in generale chi ha delle riserve rispetto al metodo di governo dei berluscones. La solidarietà è importante e ci deve essere, ma non si capisce perché mai a servire l’assist al premier ci sia sempre un cosiddetto “comunista”.

giovedì 10 dicembre 2009

Penalisti sul piede di guerra... No al Processo Breve

Sì alla durata ragionevole del processo, ma non certo nei modi previsti dal ddl su quello breve, che ha contenuti talmente deficitarii da portare i penalisti italiani a dichiarare lo stato di agitazione e a minacciare un'astensione dalle Udienze. E' la dura presa di posizione dell'Unione Camere Penali, che ha convocato d'urgenza il consiglio nazionale per decidere che condotta tenere nei confronti della nuova iniziativa giudiziaria della maggioranza.

INDAGINI PRELIMINARI - «Il disegno di legge sul processo breve - dicono i penalisti guidati da Oreste Dominioni - ignora completamente che la durata indeterminata delle indagini preliminari è la ragione prima della violazione del principio di ragionevole durata; una riforma che vuol essere efficace in questo senso dovrebbe assicurare un giudice capace di garantire un forte controllo giurisdizionale sull'attività del pubblico ministero in particolare sul rispetto della disciplina dei tempi delle indagini preliminari».

NECESSARIE RISORSE - «Inoltre - è la tesi degli avvocati - non è legittimo discriminare gli imputati sulla base di condizioni soggettive o della natura e gravità del reato, escludendo dalla «ragionevole durata» reati di marginale rilevanza penale ed includendone altri più gravi: il diritto ad un processo giusto, e dunque anche alla sua ragionevole durata, non consente compressioni. Un simile provvedimento, peraltro, non potrà garantire processi di durata ragionevole se non sarà accompagnato da significativi stanziamenti di risorse e da un loro impiego razionale: non tenerne conto significa legiferare al di fuori di ogni necessaria valutazione di effettività».

Fonte: Diariodelweb.it

venerdì 27 novembre 2009

Inquinamenti istituzionali e... Stragi

Nelle stragi di Capaci e di via D'Amelio sono stati disintegrati i due principali simboli della lotta alla mafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, attraverso l'utilizzo di esplosivi bellici che hanno provocato un massacro barbaro e destabilizzato gli equilibri politici.

Cosa Nostra dopo l'inaffidabilita' 'contrattuale' evidenziata dai tradizionali referenti politici con il mancato aggiustamento del maxiprocesso in Cassazione ha mutato strategia politica. La tenacia e le capacita' del pool dei magistrati di Palermo ed il lavoro svolto da Falcone per togliere al Giudice Carnevale e ad i suoi amici il monopolio delle sentenze sul crimine organizzato, hanno sancito il fallimento del rapporto tra la corrente andreottiana, in particolare, e Cosa Nostra. L'omicidio dell'eurodeputato Salvo Lima segna la rottura definitiva del patto scellerato delle convergenze parallele tra pezzi della politica e la mafia. La strage di Capaci preclude il Quirinale a Giulio Andreotti (ritenuto mafioso con sentenza caduta in prescrizione). Le mafie, Cosa Nostra e 'ndrangheta in particolare, stanno consolidando sempre piu' una potenza economico-finanziaria soprattutto a seguito del controllo dei piu' imponenti traffici internazionali di droga. Non si vogliono piu' limitare ad avere singoli referenti politici che non sono piu' in grado di arginare magistratura e forze dell'ordine sempre piu' determinate nel contrasto al crimine organizzato.

E' il momento del salto di qualita'. La mafia decide di farsi Stato e lo fa con due strumenti tipici dei conflitti: bombe e dialogo, stragi e trattativa.

La strage di Capaci produce dirompenti effetti politici, mina le fondamenta della prima repubblica gia'Â colpita dagli albori di tangentopoli.

La mafia cambia strategia politica ed inizia i primi contatti strutturali con esponenti della politica e delle istituzioni.

Il comando del fronte antimafia viene, di fatto, preso da Paolo Borsellino, il quale indaga ed intravede il cuore del potere mafioso: i collegamenti con la politica, l'imprenditoria e le istituzioni (magistratura compresa). Non e' un caso che dopo la strage di Capaci, in un emozionante dibattito organizzato da micromega, sostiene che, nella magistratura, forse, vanno trovati taluni dei responsabili della morte del suo caro amico e collega Giovanni Falcone. Credo che Borsellino abbia anche potuto intuire della trattativa e del ruolo che stavano avendo in quelle settimane settori deviati delle istituzioni.

La strage di via D'Amelio e' una strage politica, si puo' ipotizzare che ambienti non organici a Cosa Nostra siano stati determinanti nel movente, nella dinamica e nell'occultamento delle prove della strage.

A questo punto la mafia ha inferto il colpo piu' duro che si potesse dare alla magistratura impegnata in prima linea, rassicurando i collusi e gettando nel panico tutti coloro i quali erano stati interlocutori politici di cosa nostra.

La trattativa entra nel vivo ed operano, con spregiudicatezza al limite dell'eversione, pezzi deviati delle istituzioni: all'interno dei servizi (il ruolo di Contrada al SISDE) ed esponenti di primo piano del ROS (trattativa infame, mancata perquisizione al covo di Riina e il favoreggiamento alla latitanza di Provenzano).

Cosa Nostra tratta attraverso il papello e continua con la strategia del terrore per mettere in ginocchio il Paese. Le condizioni per la pax mafiosa sono dure ed ecco le bombe di Roma, Firenze, Milano. Il Paese e' ad un bivio.

Chi conduce la trattativa? Uomini in divisa con autonome velleita' da nuovi piduisti, oppure braccia operative di ambienti politici che intendono aprire una nuova stagione nei rapporti con Cosa Nostra e favorirne la metamorfosi attraverso la mimetizzazione nello Stato e 'la confusione' nel bilancio dell'economia legale?

La trattativa va in porto. Cosa Nostra, dal 1993, interrompe il conflitto armato con le Istituzioni e comincia il suo fluido percorso di penetrazione nello Stato e nell'economia. La sua forza si consolida con il controllo della spesa pubblica e dei finanziamenti pubblici, con il condizionamento del mercato del lavoro ed il controllo del voto.

La nascita di Forza Italia si colloca nel periodo in cui termina la strategia militare ed inizia la penetrazione in tutte le articolazioni istituzionali e si consolida la sua presenza nei meandri dei circuiti economico-finanziari.

Il processo al Sen. Dell'Utri, ideologo di Forza Italia, con la sua condanna in primo grado a 9 anni per concorso in associazione mafiosa, e' uno spaccato illuminante del baratro in cui siamo piombati.

Il percorso della criminalita' organizzata che diviene Stato viene anche favorito da pezzi deviati delle istituzioni che dovrebbero rappresentarle. Da settori opachi della magistratura i quali hanno operato con analogie sorprendenti tra quegli anni? penso anche alla lucida analisi del dr. Alfonso Sabella sulle pagine de 'Il Fatto Quotidiano' a proposito delle prime indagini sulle stragi della Procura di Caltanissetta ed al ruolo ed alla contestuale e successiva carriera del dr. Giovanni Tinebra - e le volte che indagini molto delicate sono penetrate nel cuore del sistema mafioso: come le inchieste Why Not e Poseidone e le indagini della Procura di Salerno sulla cd. nuova P2). Dalle deviazioni di pezzi della polizia giudiziaria: dalle trattative di servizi piduisti (come nel caso Cirillo) a Bruno Contrada, sino al ruolo inquietante che sembra caratterizzare esponenti del ROS.

Denso di significati il racconto del giudice Sabella circa il ruolo 'determinante nell'affossamento di inchieste e nella distruzione di servitori dello Stato' del Consiglio Superiore della Magistratura, con una continuita' impressionante dal 1992 ad oggi simbolicamente rappresentata dalla presenza di Nicola Mancino.

Vi e' stato un ruolo criminale e scellerato di taluni esponenti delle forze dell'ordine mentre altre donne ed uomini della Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza morivano e rischia(va)no la vita nel contrasto al crimine organizzato?

Ogni qual volta si e' indagato in questa direzione ambienti occulti e criminali hanno operato per evitare che si raggiungesse la verita'. Alcuni spunti. La trattativa che sarebbe stata condotta da uomini del ROS con Cosa Nostra mentre ancora si sentiva l'acre odore della cenere di magistrati e poliziotti assassinati. Le dichiarazioni di Giovanni Brusca su via D'Amelio. Le dichiarazioni di Giovanni Brusca su via D'Amelio. Le dichiarazioni del Colonnello dei Carabinieri Riccio nei processi in corso a Palermo sulla trattativa (dove si e' fatto anche il nome, a proposito dei rapporti tra magistrati e mafia, del dr. Dolcino Favi, il Procuratore Generale che avoco' l'inchiesta Why Not proprio mentre ricostruivo i rapporti tra criminalita' organizzata, massoneria deviata, pezzi della magistratura, della politica, dei servizi e delle istituzioni). La mancata perquisizione al covo di Riina ed il favoreggiamento alla latitanza di Provenzano. Il ruolo che sarebbe stato condotto da magistrati, politici e carabinieri per favorire la dissociazione dei boss con l'obiettivo di stroncare il pentitismo e rafforzarne la penetrazione di Cosa Nostra nel tessuto politico-istituzionale. I misteri che ruotano intorno alla morte del Maresciallo Lombardo. Le informative del ROS che ritrovai nell'inchiesta Poseidone - acquisite dalla Procura di Roma - che dovetti rivedere in profondita'Â in quanto marcatamente superficiali (vi erano nomi di politici molto importanti, ambienti massonici e dei servizi, criminalita' organizzata). L'indagine che un magistrato della Procura di Catanzaro - poi indagato e perquisito dalla Procura di Salerno per reati gravi - delegava al ROS (pur non essendoci alcun profilo di criminalita' organizzata) che mirava a coinvolgermi in vicende per le quali ero totalmente estraneo. La creazione ad arte di tracce di reato, ossia il metodo della calunnia e del depistaggio. La delega che il dr. Favi dava al ROS nelle indagini della Procura Generale di Catanzaro che avocando l'inchiesta Why Not ha prodotto una sua sostanziale disintegrazione. In questi giorni la Procura di Crotone indaga un ufficiale dei Carabinieri che doveva essere un mio collaboratore mentre pare abbia fatto altro, di penalmente rilevante. Le inchieste della Procura di Salerno, proprio li' la chiave di volta per mettere insieme, in un filo criminale, vecchi e nuovi piduisti. Per questo tanti magistrati dovevano saltare, assassinati professionalmente.
I legami con la politica: dal generale Mori consulente di Formigoni, ai figli del generale Subranni (tra Angelino Alfano e servizi).
Il piduismo sta operando, tra servizi deviati e massonerie, tra mafia e politica. Va alzata la vigilanza democratica confidando in quei magistrati che ancora non hanno piegato la schiena.
Noi non molleremo mai! (Il Fatto Quotidiano)

giovedì 26 novembre 2009

Stragi '93: i PM vogliono i documenti dei servizi segreti


Come riportato da Lirio Abbate su 'L'Espresso' i magistrati della procura antimafia di Caltanissetta e Palermo hanno chiesto, questa mattina, tramite un ordine di esibizione degli atti all'attuale direttore del DIS (Dipartimento Informazioni per la Sicurezza) Gianni De Gennaro, di poter accedere agli archivi dei servizi segreti per poter acquisire i documenti sulle stragi che hanno visto la morte dei giudici Falcone e Borsellino. La storia delle stragi italiane, da quelle brigatiste, passando per quelle 'nere', fino a Capaci e via D'Amelio, ha sempre visto la compartecipazione dei servizi segreti. Se non direttamente almeno indirettamente, coprendo il colpevoli o depistando le indagini.

L'ombra lunga dei servizi segreti, quindi dello Stato, si proietta in via D'Amelio, in quel del Castello Utveggio, punto di osservazione privilegiato, sul luogo della strage, dove, stando alle ricostruzioni di coloro che per primi indagarono vi fu impiantata una sede temporanea del SISDE di Bruno Contrada. Per non parlare di un episodio precedente, ovvero il fallito tentativo di attentato all'Addaura alla villa di Giovanni Falcone. Episodio a cui potrebbero essere connesse la scomparsa di Emanuele Piazza, giovane collaboratore del SISDE ucciso e poi sciolto nell'acido e di Nino Agostino, assassinato con la moglie nell'estate del 1989. Proprio su quest'ultimo, il pentito Giovan Battista Ferrante ebbe a dire "Se lo 'asciugarono' loro".

I punti oscuri delle vicende di Falcone e Borsellino rimangono molti. Episodi non completamente imputabili all'organizzazione di Cosa Nostra. Episodi che fanno pensare ad un coinvolgimento di apparati dello Stato, ben informati. Così, nell'ambito delle indagini avviate dalle procure di Caltanissetta e Palermo sui mandanti esterni a Cosa nostra delle stragi di Capaci e via D'Amelio, i capi degli uffici delle procure hanno deciso di inoltrare alla presidenza del Consiglio, da cui dipendono i servizi di intelligence, il provvedimento per l'acquisizione degli atti.

Da qui si cerca di riprendere la pista anche del famoso 'faccia da mostro', probabile agente dei servizi segreti, in contatto con la famiglia Ciancimino, utilizzato dalla mafia per commettere omicidi in Sicilia.

In attesa di osservare quanti omissis verranno messi in campo dai servizi segreti, oppure in attesa, finalmente, di uno squarcio di verità sul cielo grigio delle stragi? Certo è che la gente ha sete di conoscere. Come diceva lo stesso Falcone, "la mafia è un fatto umano e come tale può essere sconfitta. Si può vincere non pretendo l'eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori dello Stato.

Ma oggi questo, sarebbe un discorso da toga rossa, come tanti altri pronunciati da Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, che tutto erano, meno che toghe rosse. Toghe Rosse e magistratura comunista iniziò a dichiararlo Totò Riina dopo la sua cattura nel corso del processo

lunedì 16 novembre 2009

Mafia: il bluff del 41 bis

Buoni se servono a portare lustro, scomodi se dicono più del dovuto. Il Pdl propone una commissione all’assalto del collaboratori di giustizia. E si nasconde dietro il teatrino delle carceri speciali.

Ci risiamo. Quando servono per compiere un’operazione di polizia o la cattura di un latitante di cui fregiarsi nessuno osa dire nulla, quando invece le loro dichiarazioni si alzano di livello ecco scatenarsi la solita caccia alle streghe contro i collaboratori di giustizia, i cosiddetti pentiti. Con il pretesto che un numero esiguo di questi è ritornato a delinquere uscendo così dal programma di protezione si è sempre cercato di screditare l’intera categoria. Oggi quattro senatori del Pdl hanno persino proposto l’istituzione di una commissione apposita per verificare se, quando e come sono stati spesi i soldi con cui lo Stato ha ricompensato quei collaboratori di giustizia le cui dichiarazioni in seguito non hanno avuto riscontri. L’esempio più gettonato, da sempre, è quello di Balduccio Di Maggio il quale parlò del bacio tra Totò Riina e Giulio Andreotti e poi, una volta scappato in Sicilia, commise altri reati di mafia.
Come al solito si cerca di far passare l’idea che l’intero impianto accusatorio formulato dalla Procura di Palermo a carico del senatore Andreotti sia stato basato sulle uniche dichiarazioni di costui e che il processo sia finito con un’assoluzione piena, quando ormai è noto che sono intervenute una prescrizione “per i reati commessi” fino agli anni ’80 e un’assoluzione per mancanza di prove per il periodo successivo. Fa parte del gioco, così come è chiaro che questa ennesima boutade sia frutto della legittima preoccupazione dei berluscones per le nuove dichiarazioni di Gaspare Spatuzza sul senatore Marcello Dell’Utri. Proprio in questi giorni infatti la Corte che presiede il processo d’appello a carico dell’esponente politico ha sospeso la requisitoria del Pg Gatto, prossima alla conclusione, per poter sentire il neo collaboratore le cui ricostruzioni sono state considerate di notevole interesse.
Era ovvio aspettarsi una contromossa. D’altra parte la demolizione dei pentiti e delle loro dichiarazioni erano in testa anche alle richieste di intervento che Cosa Nostra pretese da parte dello Stato in cambio della cessazione delle stragi. Lo possiamo leggere tutti ormai nel famigerato “papello” che viene a confermare dopo anni quanto avevano già detto Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca.
Quel Brusca macellaio e assassino senza il quale però non sapremmo nulla della strage di Capaci ne della trattativa tra mafia e stato che oggi è tornata alla ribalta con il racconto di Massimo Ciancimino. Il figlio di don Vito non è un pentito, ma un testimone diretto e che piaccia o non piaccia i suoi ricordi combaciano molto con quelli di boss di primo piano che hanno scelto di passare dalla parte dello Stato. Compreso Nino Giuffré grazie al quale la procura di Palermo ha letteralmente smantellato l’intera rete di protezione di Provenzano facendo giungere alla cattura non solo del capo di Cosa Nostra ma di un numero elevatissimo di fiancheggiatori, compresi l’ingegner Aiello, dominus della sanità siciliana, e persino infedeli servitori dello Stato. Ma quando il ministro Maroni snocciola i numeri del successo del governo contro l’ala militare di Cosa Nostra si dimentica sempre di sottolineare che senza i collaboratori di giustizia in questi anni si sarebbe potuto far bene poco. E assolutamente niente sul fronte delle indagini sulle stragi di mafia. Nemmeno Falcone e Borsellino avrebbero potuto infliggere a Cosa Nostra i colpi più duri della storia senza Buscetta, Contorno o Marino Mannoia.
Questo non significa ovviamente che non ve ne siano di falsi e corrotti. La recente vicenda di Scarantino, smentito proprio da Spatuzza è un esempio di come si possa tentare di depistare un’intera indagine con un falso collaboratore. Del resto lo sa bene anche il senatore Dell’ Utri che secondo la prima sentenza che lo ha condannato ha cercato di comprare la testimonianza di tale Chiofalo. Sta alla magistratura poi svolgere minuziosi controlli e stando alle statistiche, in rapporto ad altri stati come gli Usa, gli errori sono stati assai limitati.
E’ chiaro che a nessuno piace pensare, per esempio, che quei pochi spiragli di verità sulle stragi di cui siamo in possesso dopo 17 anni debbano venire dalla bocca di Cosa Nostra, tra pentiti e il figlio di un mafioso, ma se non fosse stato per loro non avremmo idea di quanto è accaduto tra il 1992 e il 1993, in quel biennio che ha cambiato il volto del nostro Paese. E’ il prezzo che paghiamo per aver tollerato, sottovalutato, minimizzato la capacità di evoluzione, crescita e infiltrazione del fenomeno mafioso che accompagna la storia d’Italia da 150 anni. Del resto hanno avuto più coraggio e dignità loro, seppur alcuni con la finalità di trarne qualche vantaggio, che molti dei politici, dei magistrati, degli imprenditori che sapevano e sanno e che hanno taciuto e tacciono, salvo farsi venire in mente qualche particolare dopo decenni.
Del resto chi ha qualcosa da nascondere questo lo sa benissimo, e invece di proporre commissioni che si concentrino sulle collusioni tra mafia, politica e imprenditoria si accaniscono ancor di più di quanto non sia già stato fatto su uno strumento tanto difficile da gestire quanto indispensabile per sconfiggere la mafia. Quello che assieme alle intercettazioni penetra più facilmente nel muro di omertà e segretezza che protegge i boss e le loro propaggini istituzionali.
E siccome alle intercettazioni ci hanno già pensato ora eccoli pronti a dare il colpo di grazia anche a pentiti e testimoni, tutti ben nascosti dietro il teatrino del 41 bis e della riapertura delle carceri di Pianosa e dell’Asinara.
Il governo dell’apparenza mostra i muscoli contro boss e gregari facendo credere all’opinione pubblica che la lotta alle mafie sia solo una questione di guardie e ladri, di picciotti arroganti che di tanto in tanto cercano di infastidire qualche politico con affari allettanti.
Niente di meglio per la propaganda. Usare un tema così importante come il ripristino dell’originario carcere duro, strumento comunque valido per la repressione mafiosa, per dimostrare di essere inflessibile con i “cattivi”, ma guai a chi tocca i “colletti bianchi” seduti nello scranno accanto.
Un bluff che si è sgonfiato subito. E’ bastata la protesta di qualche ambientalista e la scusa del turismo.
“Salvo un gioiello della natura”, ha esclamato il ministro Prestigiacomo, dopo l’istantanea e ridicola marcia indietro sulla riapertura del carcere di Pianosa. “Gioielli erano i nostri figli” le ha risposto Giovanna Maggiani Chelli, portavoce dei familiari delle vittime di via dei Georgofili, di quelle mamma e quei papà che hanno visto i loro figli massacrati dalla furia di Cosa Nostra sospinta da chi dialogava e trattava nell’ombra con i mafiosi.
Questo la dice lunga su quanto l’intero paese Italia sia ancora molto lontano da una presa di coscienza collettiva della pericolosità del fenomeno mafioso per l’intera democrazia. Mentre famiglie intere piangono ancora i loro cari vittime dell’ingiustizia, altre famiglie pensano ancora di poter vivere ignorando la questione, pensando che la lotta alla mafia riguardi solo magistratura e polizia e chi, sfortunato, ne è stato suo malgrado coinvolto.
Non è certo con il solo 41bis che si risolve la questione mafiosa. Il nodo da sciogliere infatti, come ricordava Borsellino, è politico. Ma la politica vive di consenso e se non è il popolo a pretendere, unito, giustizia per i propri caduti, tutti i suoi figli, dal nord al sud, ci sarà ben poco da fare. Altro che esercito, carceri speciali e latitanti catturati…

http://www.antimafiaduemila.com/content/view/21498/78/

venerdì 6 novembre 2009

Domani torna in edicola "Not Magazine"

Torna in edicola, domani 7 novembre, il nuovo straordinario numero di Not Magazine
Un nuovo viaggio tra gli angoli più nascosti della nostra provincia, alla scoperta di storie e realtà poco conosciute, intrattenendoci con personaggi noti e meno noti.
Abbiamo dedicato la copertina di questo nuovo numero ad una giovane cantante che, con la sua voce, sta incantando un’intera penisola. Stiamo parlando di Loredana Errore, approdata alla corte di Maria De Filippi e concorrente di spicco della nuova edizione di “Amici”.
Andremo a Caltabellotta, sulle tracce lasciate dai Cavalieri Templari in questo incantevole paesino che, ancora oggi, nasconde segreti che nessuno ha mai svelato o portato alla luce. Affronteremo la scottante vicenda legata al “San Giovanni di Dio”, dando, per la prima volta, la parola alla difesa degli indagati sotto accusa. Proseguiremo la nostra inchiesta alla scoperta di una provincia a “Luci Rosse” fra escort e strani luoghi di incontro, dislocati su tutto il territorio agrigentino. Faremo conoscere da vicino il giro di affari che si cela dietro la tragica tratta di essere umani che arrivano dal continente africano.
Tra i tanti personaggi protagonisti di questa nuova edizione di Not Magazine, anche l’avvocato Peppe Arnone, proponendo un ritratto inedito dell’uomo politico che fa parlare un’intera provincia.
Per lo spettacolo:la modella riberese Sabrina Messina racconterà i suoi nuovi progetti professionali, così come il cantante saccense Ivan Segreto, tornato a Sciacca, con la voglia di ricominciare dalla sua città. Ma ci saranno anche ampi servizi sul giovane cantante Daniele Magro e sulla danzatrice Sabah Benziadi.
Assolutamente da non perdere uno straordinario racconto del vice direttore di Raitre, Nuccio Dispenza, ed un’interessante riflessione del giornalista e conduttore del Tg5, Carmelo Sardo.

Queste e tantissime altre storie su Not Magazine

In vendita in tutte le edicole della provincia.

giovedì 15 ottobre 2009

Italia Sputtanata?

“Berlusconi domina tutte le tv, c'e' un uomo solo al telecomando". Beppe Giulietti, portavoce di Articolo 21, parla dei dati Agcom sul pluralismo politico nelle tv, riferiti al trimestre giugno-luglio-agosto 2009 "depurati quindi - sottolinea Giulietti - dalle strabordanti esternazioni del premier sul terremoto in Abruzzo e la consegna delle case. Ebbene, dai dati dell'Agcom sui tempi di antenna si vede che, sulle reti Rai, Berlusconi e i suoi stanno al 60% con punte del 65%; a Mediaset tra il 70 e l'80 per cento. Questo in aperta violazione di quanto stabilito, a questo proposito, dalla pur timidissima legge Frattini" che vieta posizioni dominanti alle forze politiche.

Per quanto riguarda le opposizioni, "il Pd, che ha preso circa il 30%, sulle reti tv ha una presenza pari al 15-20%, l'IdV di Di Pietro, quasi un fantasma, solo il 4%, pochissimo per l'Udc, niente per sinistra e Radicali". Tanto basta a Giulietti per dire che "i dati dell'Agcom confermano che ormai siamo in una repubblica presidenziale a reti unificate, con un uomo solo al telecomando, che accende e spegne l'informazione quando vuole". Quanto all'Agcom, Giulietti si augura che "oltre a pubblicare i dati l'Autorita' li legga e prenda un'iniziativa, visto che il premier ormai trasgredisce qualsiasi disposizione di garanzia".

http://www.articolo21.info/9081/notizia/berlusconi-un-uomo-solo-al-telecomando-.html

Tony Troja - "Silvio Special"