Quickribbon
Visualizzazione post con etichetta Filosofia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Filosofia. Mostra tutti i post

sabato 12 giugno 2010

Ddl Intercettazioni. Roberto Saviano: "Io disobbedirò"

Io disobbedirò. Roberto Saviano non ha dubbi: "Cercherò di continuare a lavorare come se questa legge non ci fosse". Perché il testo sulle intercettazioni approvato in commissione Giustizia "è una castrazione reale del lavoro di inchiesta" e soprattutto un regalo alle mafie "che potranno comunicare con facilità e nascondere i meccanismi del loro potere".

A quattro anni dall'uscita di "Gomorra", lo scrittore non vede diminuire la forza della criminalità organizzata mentre sente "crescere la fragilità della magistratura". E percepisce un clima molto simile a quello che ha preceduto le stragi del 1992, quegli attentati spettacolari contro obiettivi simbolici, uomini e monumenti, che hanno cambiato la storia d'Italia: "Anche oggi se i boss decidessero di alzare il tiro potrebbero dare una spallata al Paese e scegliere come ridisegnarlo. Penso alle parole di Francesco "Sandokan" Schiavone che ha evocato "una valanga"". In un terrazzo romano Saviano si gode la luce del tramonto spuntata dopo l'ennesimo temporale di questa primavera buia, gli occhi scuri vagano curiosi inseguendo qualunque movimento ma è tutt'altro che distratto: cerca sempre di guardare oltre e interpretare l'evoluzione della crisi morale ed economica. Sul tavolo i pupazzi playmobil che gli ha regalato un piccolo fan: un bandito armato fino ai denti e un poliziotto con solo il manganello, quasi una metafora della situazione italiana.

Se il testo della legge sulle intercettazioni non verrà modificato, le mafie saranno più avvantaggiate dai limiti agli ascolti o dal divieto di pubblicazione?
"Il vantaggio maggiore sarà la facilità di comunicazione. Oggi, con gran parte dei capi detenuti, per loro è sempre più difficile trasmettere ordini e quindi gestire le organizzazioni. Prendiamo i colloqui in carcere con i familiari, il sistema più antico usato per continuare a comandare. Il boss Bidognetti negli incontri con la compagna Anna Carrino si toccava continuamente il viso come se si stesse lisciando la barba. Voleva dirle: "Fai riferimento a Sandokan". Quando la donna ha cominciato a collaborare, ha spiegato ai magistrati che c'è voluta una decina di colloqui per comprendere quale fosse il significato di quel gesto. Se passa la legge, non avranno più di questi problemi".

Allo stesso modo le mafie sanno comunicare anche nel silenzio, con i segnali ostentati sul territorio.
"E questo rende ancora più importanti le intercettazioni. La cosa che più mi ha impressionato è che a volte ci sono esecuzioni che non hanno bisogno di un ordine: avvengono come se fosse una regola che sta nelle cose. Ricordo l'omicidio del sindacalista Federico Del Prete nel 2002 a Casal di Principe: non ci fu bisogno di una riunione tra capi ma solo un tacito assenso; nel momento in cui la dirigenza fece sapere che era mal sopportato chi lo andò ad ammazzare non è che si prese la briga di chiedere l'autorizzazione a Sandokan e a Bidognetti. E diventa fondamentale contare sull'ascolto con intercettazioni e microspie: ti permette di capire il contesto da cui poi certe azioni scattano in automatico".

Queste dinamiche sono descritte in "Gomorra" e in tanti altri libri. Come fanno i parlamentari di una commissione che si occupa di giustizia a ignorarle? Fino a che punto c'è malafede nel concedere un vantaggio simile ai padrini?
"C'è un segmento dove incompetenza e malafede possono coincidere. L'incompetenza c'è: vogliono creare una regola per ottenere certi vantaggi ignorando gli effetti nella lotta alla mafia. Ma non è una malafede diretta ad aiutare le organizzazioni criminali. Anche perché si sta declinando il contrasto ai clan come "manu militari": conta solo sbatterli dentro e sequestrare i beni più vistosi. Questa azione è importante: ma così si tagliano le braccia, senza colpire la testa e senza sradicare il corpo. E proprio l'alibi del contrasto militare permette a malafede e incompetenza di sovrapporsi".

Quindi pur di tutelare politici e altri colletti bianchi, garantendone la privacy a tutti i costi, si concede un assist alle mafie?
"Ma la questione della privacy non va sottovalutata. Io sono convinto che sul tema delle intercettazioni le cose oggi non vadano bene: sento che c'è la necessità di trovare delle regole nuove, che però non possono essere imposte dall'alto e uso ancora una volta l'espressione manu militari. Una democrazia ha bisogno di regole condivise: magistrati, giornalisti, avvocati e legislatori dovrebbero sedersi intorno a un tavolo ed elaborare proposte efficaci. Perché anche quando si evoca la protezione della vita privata bisogna fare dei distinguo: una cosa sono i commenti veramente personali, altra è la telefonata del costruttore che nella notte del terremoto abruzzese dice "sto ridendo". Quella deve entrare negli atti e deve essere divulgata: mostra il contesto da cui nasce il crimine. Questo per dire che il confine della privacy è labile e sta soprattutto nel buonsenso, cosa che spesso molte redazioni dei giornali non sembrano avere. E questo crea diffidenza nel lettore".

Se la legge dovesse venire approvata, in molte redazioni si comincia a invocare la disobbedienza civile. Lei cosa ne pensa?
"Non so consigliare però io so quello che farò. Io disobbedirò, cercherò di continuare a lavorare come se questa legge non ci fosse, dispiacendomi per l'occasione persa di creare nuove regole condivise. Perché la lezione del giornalismo americano insegna che è la capacità di darsi delle regole, evitando i facili colpi del gossip e le scorciatoie delle foto ad effetto, che rende forti le inchieste. Credo però che la legge come sta venendo formulata sia una castrazione reale del lavoro di inchiesta: disobbedire sarà la mia risposta. E spero che questa mia disobbedienza sia sostenuta dagli inquirenti, dalle forze di polizia, da tutti questi organi con cui convivo da quattro anni: spero che questa mia "famiglia allargata" possa aiutarmi a disobbedire".

Giornalisti e scrittori possono disobbedire e sfidare l'arresto. Ma la legge introduce multe pesantissime per gli editori, creando un deterrente alla pubblicazione. In queste condizioni il Web può diventare un'isola di libertà?
"Il Web è libertà. Io su Facebook ho una vita nuova: la mia pagina ha più di mezzo milione di sostenitori, quello che scrivo lì arriva a più lettori che un quotidiano nazionale. La Rete è potente come strumento per diffondere una verità ma manca di autorevolezza. Il Web è strumento di comunicazione mentre i giornali sono strumento di democrazia: creano dibattito, hanno una redazione, contano sulla fedeltà del lettore. Tra 50 anni lo sarà anche il Web ma oggi non è strumento maturo. Per questo imbavagliare tg e quotidiani significa imbavagliare le fonti più autorevoli".

Lei ormai è una personalità, un vip: sente il peso delle attenzioni sulla sua vita privata?
"Io ci sono abituato: ho sette persone della scorta che osservano quello che faccio 24 ore al giorno. Ma per motivi di sicurezza devo tenere nascosta la vita della mia famiglia. In questo senso capisco quando si invoca il diritto alla privacy perché con me coincide con il diritto alla vita".

Nel mercato delle notizie oggi vale di più parlare bene o parlare male di Saviano?
"Quando si satura il mercato del parlare bene conviene parlare male, ma non di Saviano, di chiunque. Non voglio avventurarmi in paragoni di cui mi sento inferiore, da Diego Armando Maradona, mito della mia gioventù, e persino a Barack Obama: quando se ne è parlato troppo in positivo, conviene cambiare ed attaccarlo. Fa parte del gioco, ma nella mia situazione quello che mi dispiace è che io non sono un uomo politico, io non rappresento i miei elettori. Io sono uno scrittore e mi sento rappresentante della mia parola e basta".

Ma quando nello scorso autunno lei è salito sul palco di piazza del Popolo in difesa della libertà di stampa, ha assunto una posizione politica.
"Sì, ma nel senso platonico del termine: la politica come arte pubblica, non come purtroppo la considerano gli italiani ossia la spartizione della torta. Non sono salito sul palco con la bandiera di un partito e ho sempre chiesto la condivisione delle mie posizioni anche all'elettorato di centrodestra. Il presidente Gianfranco Fini quando mi ha difeso dalle contestazioni di Emilio Fede ha detto che lo faceva in nome dei molti miei lettori del Pdl".

Quindi lei intende avere una posizione "politica" solo su alcuni temi?
"Sì, in questo senso io faccio politica, nel senso della battaglia delle idee. Mi sento fortunato e privilegiato: ho uno spazio autonomo per farlo. In genere chi cerca la battaglia delle idee deve scontare il dazio se non la gogna della militanza in un partito, il che comporta doversi scontrare con minuzie amministrative, liste e grane organizzative. Mi viene in mente un passo dei "Promessi sposi" in cui padre Cristoforo deve affrontare problemi di peste e guai quotidiani mentre Carlo Borromeo può ragionare sul bene e sul male. In questo momento la battaglia delle idee è lo spazio in cui mi sento libero".

Si sente più libero senza un "partito di Saviano" ma si sente anche più forte? Dopo piazza del Popolo non si sono ridotti gli spazi per comunicare le sue idee?
"Si sono ridotti perché sono diventato antipatico a certe parti politiche. Però continuo a parlare al loro elettorato e sono convinto che questo è l'elemento che più li infastidisce. Mi ricordo quando sono andato all'Università Roma Tre: fuori c'erano manifesti neri con la scritta bianca "Saviano eroe" e la "O" trasformata in croce celtica, sia manifesti rossi con su scritto "Saviano amico mio". Fu veramente divertente: perché non ero io ad avere permesso questa unione. Sembra retorico ma a volte la verità è retorica: è stata la legalità, l'idea che almeno su una cosa - il contrasto alle mafie - si possa non essere divisi".

Condivide le parole di Elio Germano che dal palco di Cannes ha dedicato il premio all'Italia "nonostante la sua classe dirigente"?
"Una dedica assolutamente giusta. È importante fare riferimento a quella parte del Paese che ha voglia di fare e di fare bene. Ed è giusto sottolineare che i limiti sono di tutta la classe dirigente: politici, ma anche imprenditori e uomini di cultura".

A quattro anni esatti dalla pubblicazione di "Gomorra", le mafie sono più o meno potenti?
"Ci sono stati assottigliamenti dei comparti militari delle associazioni criminali; sul piano economico non c'è stato grande contrasto perché non c'è stato un contrasto europeo. No, non mi sento di dire che oggi siano meno forti".

E la magistratura è più o meno forte?
"Ho la sensazione da studioso che la magistratura sia più debole perché le campagne mediatiche contro giudici e pm gli abbiano fatto perdere autorevolezza: il clima nei loro confronti non è dei migliori. E d'altro canto le battaglie interne tra correnti della magistratura fanno perdere il timone: intere procure spaccate per questi motivi non lavorano bene. La fragilità della magistratura la sento tantissimo: rispetto a quando ho scritto "Gomorra" avverto una crisi di operatività e di tranquillità".

L'Italia è la patria dei corsi e ricorsi storici. Quale fase del nostro passato le ricorda la crisi che stiamo vivendo?
"Ci sono due momenti storici che mi aiutano nel tentativo di capire il presente. Il primo lo percepisco su piano epidermico, non l'ho vissuto in prima persona. È quello che ha preceduto le stragi del 1992. Quando parlo con magistrati e investigatori sento la stessa paura, il timore che i boss possano dare una spallata al Paese, alzando il tiro e determinando le condizioni per il futuro prossimo. Penso a quelle frasi scritte in carcere da Francesco "Sandokan" Schiavone che metteva in guardia i familiari da una "valanga": come a dire in questo momento di crisi, qualunque cosa noi facciamo le conseguenze sarebbero enormi e siamo noi a fermarle e a ridisegnare così il destino".

E il secondo riferimento?
"Il clima postunitario di 150 anni fa. Il ministro degli Interni Giovanni Nicotera da ex garibaldino si poneva il problema del Sud: il Sud era occupato non unificato. Io oggi sento tantissimo la voglia di una parte di Europa, ancora prima che della Lega, di liberarsi del Sud d'Italia e vedo una classe dirigente meridionale, tranne poche eccezioni, disorientata se non corrotta. Il Sud sembra diviso tra conniventi e rassegnati, chi ci sta dentro e chi è onesto ma ha perso la speranza".

(L'Espresso/ Gianluca Di Feo)

venerdì 25 dicembre 2009

venerdì 30 ottobre 2009

Il diritto alla Vita. Il diritto alla Morte

Il diritto di morire? E’ concesso dallo Stato, se sei tunisino e detenuto.
Dunque fatemi capire, chi vuole morire di fame ha diritto di farlo, chi è ridotto ad un vegetale ed è clinicamente morto, invece, non può morire.

Nel primo caso lo si lascia morire di fame, nel secondo si applicano tutte le terapie utili ad alimentare il suo corpo artificialmente. Il cervello non c’è più, la coscienza di sé non c’è più. Invece che riposare sotto il marmo, riposa su un lettuccio accudito da uno stuolo di medici ed infermieri, fino a che i congiunti, per diciassette anni al suo capezzale, chiedono compassione e rispetto e vogliono staccare la spina. A quel punto si solleva una protesta che parte dai sagrati delle Chiese e finisce a Palazzo Chigi e nelle Camere.
La giustizia sentenzia, il Ministro decreta, i Cardinali lanciano anatemi, associazioni di buoni cattolici s’indignano e fanno dei medici e degli infermieri, oltre che dei genitori del poveretto, presunti assassini.

La vita è sacra perché ce l’ha data Dio e solo Dio può toglierla? Giusto, ma allora non è appesa ad una spina che alimenta artificialmente l’uomo o la donna clinicamente morta?

Accontentiamoci delle domande, ognuno si dia la risposta che vuoi, maturandone il significato nella propria coscienza.
Ma perché, allora, è possibile che un tunisino quarantenne ha avuto, di fatto, il lasciapassare per l’aldilà? Perché non è stato fatto niente affinché non attuasse la sua inquietante protesta? Giurava e spergiurava di essere innocente, di stare in carcere per errore, e pretendeva di essere ascoltato. Non mangiava, rifiutava qualsiasi cibo per farsi sentire.

Non è intervenuto nessuno. Non ci sono state proteste indignate, non ci sono stati decreti di Ministri, nessuno ha gridato agli assassini. Non c’è stata alcuna trasmissione televisiva dedicata all’episodio, non hanno litigati ministri, scienziati, uomini politici, avvocati e magistrati.

I buoni cattolici non sono scesi in piazza, i non credenti non si sono strappate le visti sull’altare della laicità di pensiero. Il tunisino quarantenne ha potuto attuare il suo proposito nel silenzio dell’opinione pubblica.

Perché?

Chi giace sul lettino di un ospedale, morto o vivo che sia, se è uno dei nostri, parla la nostra lingua, vive e si comporta come noi, è trattato come persona; se è un diverso – detenuto, tunisino, per giunta condannato ad una pena detentiva – non ha più diritto di essere considerato persona.

Non è così?

Lo sappiamo, le leggi sono uguali per tutti. Il tunisino aveva il diritto di morire di fame? La sua vita non valeva nulla?

Siamo sicuri che sia stato il rispetto per la sua scelta o le leggi ad impedire di intervenire, o non piuttosto la nostra indifferenza, il valore che abbiamo dato alla sua vita?

Un esame di coscienza dovremmo farlo tutti, stavolta. Credenti e non credenti, laici e cattolici osservanti.
(articolo non mio)

mercoledì 28 ottobre 2009

Per Riflettere...


Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso; io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri.

Don Milani, lettera ai cappellani militari


"E' sbagliato giudicare un uomo dalle persone che frequenta. Giuda, per esempio, aveva degli amici irreprensibili."

Marcello Marchesi

mercoledì 16 settembre 2009

"Gianbecchina: tra pittura e maiolica"

"Gianbecchina: tra pittura e maiolica" è questo il titolo della mostra inaugurata sabato sera e dedicata al grande maestro di Sambuca di Sicilia per le celebrazioni del centenario della sua nascita.
Le iniziative di celebrazione del centenario della nascita del grande maestro fanno quindi tappa a Sciacca con un importante evento espositivo che si tiene presso il complesso monumentale San Francesco.
La mostra si protrarrà fino al 25 ottobre e sarà possibile visitarla dal martedì a domenica dalle 10 alle 12,30 di mattina e dalle 17,30 alle 19,30 nel pomeriggio.
L'iniziativa offre al grande pubblico la possibilità di godere della visione di venti opere in ceramica inedite del pittore Gianbecchina, realizzate nei primi anni Ottanta a Sciacca.
Le maioliche in esposizione rappresentano un aspetto assolutamente inedito ed originale del maestro di Sambuca di Sicilia, opere realizzate nelle botteghe di ceramica di alcuni suoi amici, bravi maestri maiolicari.
La mostra contiene, anche, una interessante sezione nella quale diciotto ceramisti saccensi hanno realizzato degli elaborati dedicandoli al maestro, opere in maiolica che, con linguaggi creativi ed originali diversi, interpretano alcune importanti pitture del maestro sambucese.
In questo modo così originale la Città di Sciacca, città della ceramica e dell’arte, rende omaggio ad uno dei più importanti interpreti dell’arte figurativa del ‘900. La mostra sarà accompagnata da un catalogo d’arte con testi storici e critici ed un ampio apparato iconografico delle opere presenti in mostra.
L’evento espositivo è curato dallo Storico dell’Arte Tanino Bonifacio e dall’Architetto Alessandro Becchina, figlio del maestro Gianbecchina, promossa dall’Assemblea Regionale Siciliana, dalla Regione Sicilia, dalla Provincia Regionale di Agrigento, dal Comune di Sciacca e dall’Archivio Gianbecchina.
La serata inaugurale è stata presentata dall’attrice Stefania Blandemburgo, che si è alternata in letture dedicate al maestro Gianbecchina.

sabato 5 settembre 2009

Pace di Caltabellotta 1302-2009, 707° Anniversario

La Pace di Caltabellotta.
Gli eventi del 2009.

Le mostre:


La sfilata in costumi d'epoca:


Buona visione.

sabato 29 novembre 2008

Molecole di Vita n°39 - Riflessioni sparse...

Uno scrittore non dimentica mai la prima volta che accetta qualche moneta o un elogio in cambio di una storia. Non dimentica mai la prima volta che avverte nel sangue il dolce veleno della vanità e crede che, se riuscirà a nascondere a tutti la sua mancanza di talento, il sogno della letteratura potrà dargli un tetto sulla testa, un piatto caldo alla fine della giornata e soprattutto quanto più desidera: il suo nome stampato su un miserabile pezzo di carta che vivrà sicuramente più a lungo di lui. Uno scrittore condannato a ricordare quell’istante, perché quel punto è già perduto e la sua anima ha un prezzo. (Carlos Ruiz Zafon - da "Il gioco dell'Angelo")




Certe notti come questa è come se avessi un grosso zaino sulle spalle, quel grosso zaino in cui ogni giorno metto qualcosa, chissà perché! E la notte che tiro fuori tutti i miei pensieri, li ritaglio cercando di incollare un grosso aquilone leggero, leggero, per farlo volare alto e con lui i miei desideri. E anche stanotte ero qui a guardare la luce delle stelle che fa brillare i miei sogni più di tutti gli altri, sto bene, questa notte entra un’aria fresca dalla finestra e mi da una sensazione meravigliosa. Devo scegliere il vento per il mio aquilone, per farlo volare, ma non c’è fretta perché è una notte fantastica questa, da vivere. Qualche volta salgo su uno dei miei sogni, metto in moto e volo in una notte come questa, nel mare delle stelle, tra il miele lunare come se fosse lì solo per me. Mi manca il respiro, e allora do più gas, chiudo gli occhi e vado a planare dolcemente sulla radura. Sai non me ne accorgo ed è l’alba. Raccolgo le mie cose, i miei pensieri, le mie emozioni stropicciate dal vento e rimetto tutto nello zaino.
Poi vado a letto... ma si chissà, magari alla fine tornerà la notte e con lei le stelle.

(Riflessione di una notte - Calogero Parlapiano)


Ho sognato che camminavo in riva al mare con il Signore e rivedevo sullo schermo del cielo tutti i giorni della mia vita passata. E per ogni giorno trascorso apparivano sulla sabbia due orme: le mie e quelle del Signore. Ma in alcuni tratti ho visto una sola orma, proprio nei giorni più difficili della mia vita. Allora ho detto: "Signore io ho scelto di vivere con te e tu mi avevi promesso che saresti stato sempre con me. Perchè mi hai lasciato solo proprio nei momenti più difficili?" E lui mi ha risposto: "Figlio, tu lo sai che io ti amo e non ti ho abbandonato mai: i giorni nei quali c’è soltanto un’orma sulla sabbia sono proprio quelli in cui ti ho portato in braccio" (Storia fantastica per me)

Si dovrebbe scegliere con il cuore non con la ragione, non a convenienza . Non si dovrebbe parlare di amore, se amore non si prova. Non si dovrebbero dire parole a caso, tanto per usare parole mai usate. Bisogna essere coerenti con se stessi, se amo amo, se odio odio. Se una persona ama, lo deve fare anche senza la persona amata, anche senza il consenso delle persone che la circondano. Non bisogna nascondere cosa si prova, in nessun caso. E’ facile amare quando una persona ce l’hai, è facile dire ti amo quando stai con lei; è difficile amare e continuarlo a fare quando sai che l’altra persona non ricambia e quando diceva di ricambiare... in realtà mentiva. (dal blog di Stefi)

Aristofane intendeva giustificare quello che appare una caratteristica essenziale di ogni esperienza amorosa: desiderio di riccongiungersi all’altro in esso si racconta che un tempo la natura umana comprendeva tre sessi:il maschile,il femminile e l’androgino.... quest’ultimo era partecipe sia della natura del maschio che della femmina. La forma di questo essere androgeni era una totalità piena e rotonda, dotata di quattro gambe e braccia, di due sessi,di due volti su un’ unica testa.per quanto mostruosi, essi erano completi, forti e vigorosi, tanto da tentare la scalata al cielo e suscitare la preoccupazione di Zeus che, per indebolirli, pensò bene di tagliarli esattamente in due metà. Secondo il mito, dunque, gli uomini di oggi derivano da questo essere straordinario e sono costituiti dalle metà di ciò che essi erano in origine: per questo provano una forte nostalgia dell’unità perduta e della completezza di cui potevano godere un tempo. Il desiderio imperioso dell’altro, dell’anima gemella, che connota ogni esperienza amorosa, deriva proprio da questa “perdita” originaria, chee per tutta la vita rappresenta uno stimolo alla ricerca di qualcuno o qualcosa che possa colmare il vuoto. Il mito, che racchiude una sapienza antica e profonda, ci spiega il perchè di tale desiderio,sostenendo che esso dipende dal fatto che l’uomo aspira a ricomporre un’antica unità perduta.
L’amore è il sintomo di una debolezza e di una punizione. Un tempo gli umani erano completi, nella loro robusta rotondità di esseri androgeni ed erano una minaccia per gli Dei:la loro perfezione era vissuta, infatti, come superbia. Un giorno essi tentarono di ribellarsi alla divinità, la quale per cui pensò di punirli per bene e indebolirli.... dividendoli in due....
L’amore è dunque quel sentimento “ontologico” (che tocca le fibre più profonde dell’essere) di ricomposizione dell’unità perduta. In questo senso esso è sentito come un grande rimedio alla povertà e alla debolezza umana. Quando si ama e ci si ricongiunge al proprio amato, ecco l’essenza del mito, si è felici, perchè si è di nuovo perfetti e completi. (Filosofia e Miti)



La saggezza non è sapere. Colui che è colto non può vederla, è cieco. Solo colui che è innocente può vedere la saggezza, solo un bambino, solo colui che non sa niente e le cui azioni nascono da uno stato di non sapere; solo costui può conoscere la saggezza. La saggezza non ha niente a che fare con il sapere, nulla di nulla: ha a che fare con l’innocenza. Per crescere la saggezza ha bisogno di una certa purezza di cuore, di un certo vuoto dell’essere. "Solo coloro che sono simili ai bambini potranno entrare nel regno di Dio, mio Padre." Certo, Gesù aveva ragione. Il sapere proviene dall’esterno, la saggezza affiora interiormente. Il sapere è fatto di nozioni prese in prestito, la saggezza è originale. Quando sarai in grado di vedere, senza che la polvere del sapere offuschi lo specchio della tua anima, quando la tua anima sarà priva della polvere del sapere e sarà solo uno specchio, rifletterà ciò che è. Questo e la saggezza. Il riflesso di ciò che è, è saggezza. Il sapere gratifica l’ego, la saggezza accade solo quando l’ego è scomparso, quando è dimenticato. Il sapere può essere insegnato, le università esistono per insegnarlo. La saggezza non può essere insegnata, è simile a un contagio: devi stare vicino a un saggio, solo così comincerà a muoversi qualcosa in te. Il movimento dell’interiorità del discepolo non è causato dal Maestro, non segue la legge di causa ed effetto. E’ ciò che Jung chiama "sincronicità". Il maestro è talmente colmo di silenzio, talmente traboccante di innocenza, che la sua presenza scatena in te un processo, si limita a stimolare dentro di te un processo. Il Maestro non ti trasmette nulla: è il tuo essere interiore che comincia a ricordare: "Ho anch’io lo stesso tesoro che ha il Maestro. L’avevo semplicemente dimenticato. Mi ero rivolto tutto all’esterno, tenendo l’interiorità al secondo posto. Quel tesoro non l’avevo perso, l’avevo solo dimenticato, ero caduto in un sonno profondo". Chi è addormentato, al massimo può sognare di essere sveglio. Ma anche questo è un sogno. Quel sogno è il sapere: è la persona addormentata che crede di conoscere... ecco cos’è la cultura. Ma colui che si è realmente risvegliato, è saggio. Il sapere è un sostituto della saggezza, falso come un fiore di plastica. La saggezza è vera conoscenza, è conoscenza e non sapere, perchè non ha un limite. Continua a crescere, continua a fluire. L’uomo saggio continua a imparare, il suo apprendimento non si fermerà mai. Non essere colto, sii saggio. (Osho - Sulla coscienza e la saggezza)

3 Doors Down - Here without you

mercoledì 26 novembre 2008

Un breve Viaggio per l'anima e la mente: tra cultura e filosofia

Roberto Benigni sullo Spirito Santo.... dalla "Divina Commedia"


Nel suo profondo vidi che s'interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l'universo si squaderna:
sustanze e accidenti e lor costume
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch'i' dico è un semplice lume
...
Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,
dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che 'l mio viso in lei tutto era messo. (Dante Alighieri)

Roberto Benigni spiega queste terzine... Dante descrive Dio...


Lettera Pastorale del Vescovo di Assisi Domenico Sorrentino - Sulla figura di San Francesco


Si tratta di un frammento memorabile della partecipazione di Roberto Benigni alla trasmissione di Adriano Celentano Rockpolitik; Benigni ricorda la figura di Socrate e il valore del suo insegnamento.

Breve carrellata, a metà tra mera cultura e la religione, e la fede... Benigni, attraverso la "Divina Commedia", esemplifica chiaramente il valore dello Spirito Santo e di Dio.. molto meglio, oserei dire, di tanti sacerdoti.. far capire in maniera chiara e con trasporto emotivo concetti di difficile comprensione filosofica e logica... se di ragione si può parlare dinanzi a certi fenomeni... comprendere la'more per la vita terrena attraverso le terzine di Dante, cogliere il senso della crescita civile e spirituale attraverso le parole e la storia di un grande filosofo come Socrate, uno dei padri del pensiero greco,.. il valore storico, morale e spirituale del "più Santo degli italiani, il più Italiano tra i Santi" ossia San Francesco tramite le pagine di Monsignor Sorrentino che senza giri di parole ma con una semplicità "assurda" ci fa cogliere gli aspetti fondamentali e moderni dell'esempio lasciato a tutti noi da San Francesco.... cuore, ragione, vita, spiritualità... come cogliere tanti aspetti così diversi eppure tanto correlati attraverso le immagini e le parole di un grande artista come Benigni e di eccezionali geni della retorica come Dante e Socrate... guardate i video... istanti di profonda cultura e filosofia.... un breve viaggio per l'anima e la mente.

venerdì 31 ottobre 2008

Critica e Contratto Sociale


MILANO - Di fronte a una realtà che assomiglia sempre più a un 'inferno dorato', un 'Helldorado', come hanno battezzato il loro nuovo album, i Negrita scelgono la strada della "critica sociale". "Ci siamo tolti la cappa lattiginosa che, negli ultimi anni, ha indossato la società italiana dove - spiega Pau - sembra che non si possa più criticare niente e nessuno". Ma "se non si mette mai in discussione ciò che il potere impone dall'alto - avverte il cantante - si rischia tutti". Per questo, "se anche altri artisti tirassero fuori il coraggio di portare certi argomenti all'attenzione della massa, o anche solo di una nicchia - sbotta - avremmo tutti da guadagnarci". Il panorama della protesta italiana, alla band aretina, appare desolante: "Lorenzo Jovanotti dice qualcosa in 'Safari', Fabri Fibra nel pezzo 'In Italia'", ma l'elenco finisce lì. Per loro, la strada della critica non è esattamente nuova, "ma prima eravamo più velati, oggi siamo più adulti, abbiamo più consapevolezza e voglia di sentirci più significativi". E poi, "quando scrivi delle cose a 40 anni speri di riconoscertici anche tra 10, nella nostra carriera - ammette Pau - abbiamo scritto anche delle 'cagate', ma non intendiamo ripeterci". La nuova vena di protesta del gruppo toscano affiora in brani come 'Il ballo decadente', con la distanza tra politici e paese reale, 'Radio conga', contro lavoro nero e finte illusioni, 'Il libro in una mano, la bomba in un'altrà sul dogmatismo del Vaticano, la politica imperialista americana e la deriva integralista islamica. Ma in 'Helldorado', "non c'é solo critica, ma tanta voglia di voltare pagina". "Del disco, alla fine - continua Pau, scherzando con il titolo del primo singolo - rimane in mente il rumore della felicità, che é un po' il sapore di tutto l'album". Perché i Negrita non ci tengono affatto a essere catalogati come un gruppo 'kombat': "non lo siamo, forse lo sembriamo, ma - interviene il chitarrista Drigo - è solo perché cantiamo cose di cui nessuno parla, almeno da quando ci siamo abituati a ritenere veritiero ciò che leggiamo sui giornali e nel web". Non a caso, una della canzoni più 'toste' dell'album, 'Il libro in una mano, la bomba in un'altrà, nasce dalle riflessioni di un credente, lo stesso Drigo, che confessa amaramente di non trovarsi più a casa quando entra in chiesa. Così, in 'Salvation', i Negrita arivano ad auspicare una rivoluzione, "non armata, ma assolutamente necessaria perché ormai la realtà è del tutto 'aberrata', l'Italia - inveisce Pau - va completamente revisionata". Anche per questo, dallo scorso album 'L'uomo sogna di volaré, i Negrita non hanno più smesso di viaggiare, a partire dal Sudamerica. Hanno riempito il loro rock e i loro testi di contaminazioni linguistiche e musicali, ma soprattutto hanno scoperto che "da fuori si vede meglio l'Italia" e che spesso "il terzo mondo - concludono amari - è un esempio per il primo".
(da ansa.it)

La filosofia sociale è lo studio filosofico di questioni riguardanti il comportamento sociale e i rapporti tra gli individui.
Comprende svariati argomenti, dai processi cognitivi individuali alla legittimità delle leggi, dai contratti sociali ai criteri per le rivoluzioni, dalle funzioni delle azioni di ogni giorno agli effetti della scienza sulla cultura, dai cambiamenti nella demografia all'ordine collettivo di un nido di vespe. Si tratta di un campo molto vasto in cui ricadono differenti discipline tra cui la sociologia.
La filosofia sociale cerca di capire i percorsi, i cambiamenti e le tendenze delle società umane. Vi è un'area di sovrapponibilità considerevole tra le domande poste da questa dottrina e l'etica.
La forma più diffusa di questa filosofia è quella politica, che riguarda principalmente l'idea di stato e di forma di governo. (da wikipedia.it)

Grande e bello spettacolo veder l' uomo uscir quasi dal nulla per mezzo dei suoi propri sforzi; disperdere, con i lumi della ragione, le tenebre in cui la natura l'aveva avviluppato; innalzarsi al di sopra di se stesso; lanciarsi con lo spirito fino alle regioni celesti: percorrere a passi di gigante, al pari del sole, la vasta distesa dell' universo; e, ciò che é ancor più grande e difficile, rientrare in se stesso per studiarvi l'uomo e conoscerne la natura, i doveri e il fine.

"Bisogna studiare la società attraverso gli uomini, gli uomini attraverso la società: chi volesse trattare separatamente una politica della morale non capirebbe mai niente di nessuna delle due".

1. Nessun uomo ha l’autorità naturale sul proprio simile. Ne consegue che nessuna autorità può essere legittima, se è istituita o se viene esercitata senza il consenso di coloro che vi sono sottomessi.
2. L’autorità (sovranità) politica risiede essenzialmente nel popolo. Essa è inalienabile e il popolo non può affidarne l’esercizio a nessuno. Il singolo che rinunci alla sua libertà, rinuncia nello stesso tempo alla sua qualità di uomo. Così, un popolo che rinunci all’esercizio della sovranità con un patto di sottomissione, si annulla con quest’atto; ci sarebbero solo un padrone e degli schiavi. Le leggi sono l’espressione della volontà generale, e quando un uomo sostituisce la sua volontà a quella di un popolo, non c’è più un’autorità legittima ,ma un potere arbitrario. Poiché la legge non è che la dichiarazione della volontà generale, è chiaro che, nel potere legislativo, il popolo non può essere rappresentato.
3. Il governo o l’amministrazione dello Stato è solo un potère subordinato al potere sovrano ed è, nelle mani di coloro che lo detengono, un semplice mandato. Il governo cerca costantemente di sottrarsi all’autorità legislativa e tende a sostituire la propria volontà a quella del popolo nella amministrazione dello Stato. Quando ci riesce il patto sociale è infranto, ed i cittadini sono costretti, ma non obbligati ad obbedire.

La più antica delle società è la famiglia, lì il legame padre figlio, si articola solo nella necessità da parte del secondo all’aiuto del primo fino all’indipendenza, poi il loro legame si rimette alle possibilità dettate dall’affetto degli individui. La prima preoccupazione è la sopravvivenza ed il primo obbiettivo è quello di essere padrone di se stesso. C’è una differenza: nella famiglia, l’amore del padre per i figli lo ricompensa delle cure che prodiga loro, mentre nello Stato il piacere di comandare sostituisce l’amore che il capo non ha per i suoi popoli.

Tutti i servigi che un cittadino può rendere allo Stato devono essergli resi non appena il corpo sovrano li richieda; ma il corpo sovrano non può opprimere i sudditi con catene inutili alla comunità. Gli impegni che ci legano al corpo sociale sono obbligatori solo in quanto reciproci; e la loro natura è tale che, adempiendoli, non si può lavorare per gli altri senza lavorare anche per sé. Se la volontà segue uno dei singoli o una associazione di essi si avrà un ingiustizia. Ma allora cos’è un atto della sovranità? Una convenzione del corpo con ciascuno dei suoi membri: convenzione legittima, perché ha per base il contratto sociale; equa, perché comune a tutti; utile, perché non può avere altro oggetto se non il bene generale; e solida, perché ha per garanzie la forza pubblica e il potere supremo. Il potere sovrano dunque non passa e non può passare i limiti delle convenzioni generali.

Come la volontà particolare agisce senza tregua contro la volontà generale, così il governo fa uno sforzo continuo contro la sovranità. Più lo sforzo aumenta più la costituzione si altera; e vista l'assenza di una volontà di corpo che bilanci quella del principe ,il principe opprimerà e il patto sociale sarà rotto.
Il governo degenera in due modi fondamentali: quando si restringe, o quando lo Stato si dissolve. Si restringe quando passa da un grande numero uno più piccolo cioè dalla democrazia all'aristocrazia, dall'aristocrazia alla monarchia; bisognerà quindi ricaricare e stringere la molla man mano che essa ceda: altrimenti lo Stato che essa sostiene cadere dei rovina. La dissoluzione può presentarsi in due modi: quando il principe non amministra più lo Stato secondo le sue leggi, ed usurpa il potere sovrano; lo stesso caso si presenta quando i membri del governo usurpano separatamente il potere che devono esercitare solo collettivamente.
Quando lo Stato si dissolve, l'abuso di governo, qualunque esso sia, viene chiamato anarchia. La democrazia degenera in oclocrazia, l'aristocrazia in oligarchia,la monarchia in tirannide. Secondo la definizione corrente, un tiranno è un re che governa con violenza e senza riguardo alla giustizia e alle leggi. Secondo la definizione più precisa un tiranno è un privato che si trova all'autorità regia senza averne diritto, al di là del suo bene o male governare la sua autorità non è legittima. Il tiranno è usurpatore dell'autorità regia, il despota è l'usurpatore del potere sovrano: tiranno è colui che chiama a sé contro le leggi il potere di governare secondo le leggi; il despota è colui che si mette al di sopra delle leggi stesse. Dunque il tiranno può non essere despota, ma il despota sempre tiranno.

Essendo i cittadini tutti uguali in base ad un contratto sociale, quello che tutti debbono fare deve poter essere stabilito da tutti, mentre nessuno ha il diritto di esigere che un'altra faccia quello che non fa gli stesso. Ora è proprio questo diritto, indispensabile per far vivere e muovere il corpo politico, che il corpo sovrano da al principe istituendo il governo. Molti sostengono che questo sia un patto tra il popolo e i capi che esso si dà, contratto con cui le parti si obbligherebbero una a comandare, l'altra a ubbidire. È assurdo che un corpo sovrano si dia un superiore e il contratto che si stipulerebbero sarebbe un atto particolare, sarebbe illegittimo. Non vi è che un contratto nello stato, quello dell'associazione e questo non esclude ogni altro.
(Jean Jacques Rousseau - Il Contratto Sociale 1756)

Questi brani tratti dal famoso libro del filosofo francese Rousseau non vi sembrano scritti ai nostri giorni?


Negrita - Che rumore fa la felicità

sabato 27 settembre 2008

L'Utopia di Tommaso Moro

Se l'onore fosse redditizio, tutti sarebbero onorevoli.


Soltanto per quelli felici le lacrime sono un lusso.

E' già un pessimo affare perdere la propria anima per il mondo intero, figuriamoci per la Cornovaglia.

Non c'è dolore in terra che il Cielo non possa guarire.

Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l'intelligenza di saperle distinguere.

Vi prego, mastro luogotenente, accompagnatemi su, e quanto a scendere, lasciate fare a me.

Mi sembra che dovunque vige la proprietà privata, dove misura di tutte le cose è la pecunia, sia alquanto difficile che mai si riesca ad attuare un regime politico basato sulla giustizia o sulla prosperità.

Gli uomini, se qualcuno gli fa un brutto tiro, lo scrivono nel marmo; ma se qualcuno gli usa un favore, lo scrivono sulla sabbia. (da aforismi.studenti.it)

(da filosofico.net e wikipedia.org)
Perchè il nome Utopia : La parola Utopia venne usata per la prima volta da Tommaso Moro, che in una sua opera del 1516 esponeva le usanze, le abitudini e i costumi del popolo dell'isola di Utopia, del quale sentì parlare da un marinaio; la controversia sull'origine del nome è dovuta al fatto che nell'opera di Moro viene presentata una società che ha entrambe le caratteristiche. L'origine più probabile rimane comunque quella di "non luogo", in quanto era intento dell'autore descrivere una società che fosse in qualche modo perfetta, ma che purtroppo fosse anche impossibile da realizzare. Ad avvalorare quest'ipotesi c'è anche l'uso da parte di Moro di alcuni nomi quali ademo (senza popolo) per designare il principe, Anidro (senz'acqua) per indicare il fiume vicino ad Amauroto (città invisibile), la città principale dell'isola di Utopia, che in precedenza fu chiamata Abraxa (dove non piove) di re Utopo. Il libro inizia con una lettera indirizzata ad un suo amico, Pietro, con il quale ascoltò il racconto sull'isola di Utopia; in questa lettera Moro chiede se per favore Pietro potesse correggere la sua trascrizione del racconto, allo scopo di evitare che ci possano essere degli errori. Di seguito alla lettera inizia la vera opera, che è divisa in due libri. Nel primo libro Moro descrive il suo incontro ad un ricevimento con l'amico Pietro, che coglie l'occasione per presentargli un personaggio che sicuramente sarebbe interessato all'autore, un marinaio esperto conoscitore di terre lontane a causa dei suoi lunghi ed innumerevoli viaggi: Raffaele Itlodeo. Dopo aver fatto conoscenza i due, assieme a Pietro, decidono di ritirarsi in un posto appartato e di iniziare a discutere. Durante la prima parte del dialogo vengono analizzati i vari problemi della monarchia inglese, discussione che sorge dal diverbio successivo alla proposta di Moro secondo cui Itlodeo poteva essere utile in carica di consigliere per un sovrano europeo in quanto era dotato di buon senso e di esperienza, essendo rimasto per cinque anni nell'isola di Utopia. In realtà il motivo per cui Itlodeo rifiuta ritenendo di non essere adeguato all'incarico è proprio il fatto di aver vissuto per un così lungo tempo in quella società: egli sa bene, infatti, che il modello utopico fosse irrealizzabile in qualsiasi altro stato a causa delle sue caratteristiche. Fra i problemi individuati vengono messi in risalto: la nobiltà parassitaria e i lati negativi della proprietà privati fra i quali, soprattutto, la divisione che faceva tra ricchi e poveri. Questi ultimi, infatti, erano fortemente dipendenti dalla nobiltà che li costringeva a mendicare e a fare lavori poco retribuiti. Inoltre viene trattato la questione della pena di morte e il fatto che, con questa, fossero puniti anche i ladri che erano in molti casi costretti a rubare per necessità. In generale possiamo dire che vengono trattai tutti quei problemi cui, nel secondo libro, tramite la narrazione del racconto di Raffaele Itlodeo, Moro cerca di dare una soluzione pur sapendo che l'isola da lui ipotizzata è del tutto irrealizzabile. Nella seconda parte dell'opera - che coincide con il secondo libro - il discorso di Itlodeo si sposta sulla descrizione dell'isola secondo i suoi più vari aspetti.
La società : I cittadini di Utopia sono secondo la legge tutti uguali, anche se in realtà all'interno della società esistono delle differenze di classe. La divisione più sostanziale che possiamo trovare tra i cittadini è sicuramente quella tra uomini liberi e schiavi. Secondo lo statuto utopico tutti gli uomini nascono liberi; gli schiavi, infatti, non sono né prigionieri di guerra né figli d'altri schiavi, semplicemente presso gli utopici la schiavitù è una pena assegnata per i reati più gravi. Agli schiavi sono destinati i lavori più umili, mentre c'è l'uguaglianza tra gli altri cittadini. In realtà però anche tra i cittadini liberi esistono delle differenze di classe, che comportano alcuni privilegi per una di queste. Tutti gli uomini devono per legge avere un lavoro, anche se in realtà esiste una rotazione tra campagna e città, in modo che nessuno sia costretto a svolgere solamente i lavori agricoli nella sua vita. La società degli utopici è in realtà basata sul sapere, basti pensare alla classe sociale esente dal lavoro: gli uomini di lettere o sifogranti. Infatti i lavoratori hanno a disposizione nella loro giornata sei ore non lavorative, che possono dedicare allo svago o, se vogliono, allo studio; privilegiato è lo studio della letteratura. Tra questi vengono scelti i più meritevoli e vengono esentati dal lavoro, ed è da questa classe sociale che vengono scelti gli ambasciatori, i sacerdoti e le persone facenti parte delle istituzioni.
Le istituzioni : L'isola di Utopia è una federazione di 54 città, in ognuna delle quali il potere legislativo, giudiziario ed esecutivo è nelle mani del senato. Il senato in ogni città è formato da un principe (eletto a vita), da filarchi e da un protofilarco, eletto ogni dieci filarchi. Il principe è eletto dai protofilarchi d'ogni città che devono votare tra i quattro candidati che la città stessa designa. Oltre a questo senato all'interno delle città, ogni anno si tieni un ulteriore senato ad Amauroto con tre rappresentanti di ogni città. L'intero stato è basato sulla democrazia che viene materialmente rappresentata dai comitia publica, sede e istituzione principale. Non esiste un capo assoluto, addirittura ci sono leggi che evitano l'insediarsi di un potere tirannico, come per esempio il prendere decisioni politiche al di fuori del senato. Le leggi sono poche e chiare, in modo che la reggenza dello stato sia basata su pochi ma saldi pilastri, e che in questo modo possano essere tenuti bene a mente dai cittadini. Per la difesa dell'isola non esiste un esercito stabile, di conseguenza, in caso di guerra saranno gli stessi cittadini a difenderla. Preciso dicendo "difenderla" in quanto gli utopici non attaccano mai una popolazione vicina, ma si limitano a difendere l'isola o le loro colonie quando queste vengono attaccate. Il diverso modo di pensare influisce sugli utopici anche durante le guerre, in quanto essi ritengono vergognosa una vittoria ottenuta con un grandissimo spargimento di sangue, poiché secondo loro "sembra ignoranza pagar troppo caro una merce, per quanto di pregio". Secondo questo loro modo di vedere è molto più gratificante una vittoria ottenuta con un inganno, ma che riesca a ridurre le vittime.
La famiglia : Il nucleo fondamentale della società di Utopia è la famiglia, sia nel campo economico che politico. Essa è unità base della politica, giacché decide per l'elezione dei filarchi (uno ogni trenta famiglie) e dei candidati al principato. Questa è anche la prima tappa produttiva dell'agricoltura ed entità fondamentale della società. All'interno della famiglia a comandare è il più anziano, o, in caso disturbi dovuti ad una eventuale avanzata senilità, il parente prossimo più anziano. Anche all'interno della famiglia perciò ci sono delle differenze, per esempio il fatto che i figli devono ubbidire ai padri e le mogli ai mariti. Grande importanza è poi attribuita al matrimonio, tanto che le leggi sono molto più severe su quest'argomento, anche allo scopo di preservare la famiglia e la moralità. È per questo che come per qualsiasi altro "commercio", prima del matrimonio i due interessati vengono spogliati nudi e fatti vedere all'altro per la decisione finale e per verificare che nessuno dei due abbia imperfezioni fisiche che non aveva in precedenza fatto presente all'altro, per evitare così che il rapporto sia contratto senza il pieno amore e conoscenza dell'altro, e che sono vietati i rapporti precedenti il matrimonio.
L'economia : L'economia di Utopia è fondata sul lavoro, tanto che, come abbiamo già detto in precedenza, ognuno ha il dovere nella propria vita di imparare un lavoro; nonostante questo tutti i lavoratori di Utopia hanno il dovere, a rotazione, di lavorare in campagna; la rotazione è stata scelta affinché nessuno debba lavorare ingiustamente più degli altri, anche se questa rotazione non è così rigida come si potrebbe immaginare, e per rendersene conto basti tener presente il fatto che chiunque, se mosso da vera passione per il proprio lavoro può ottenere dei cambiamenti, a volte anche di un mese o più, sui turni. Preoccupazione dei sifogranti è che nessuno passi le sue giornate nell'ozio, ma che tutti abbiano un'occupazione; preoccupazione di questa classe sociale è però anche che nessuno debba fare più lavoro di quanto gliene spetti (a meno che non lo voglia lui di sua spontanea volontà lavorando anche in una parte delle sei ore che ognuno ha a disposizione), e per questo motivo la giornata lavorativa di ognuno è di sei ore. Moro precisa nella sua opera di non lasciarsi ingannare dal fatto che la giornata lavorativa sia così brave, in quanto poiché tutta la popolazione lavora non c'è mai mancanza di generi di prima necessità. Un altro punto sul quale è importante soffermarci è sicuramente l'atteggiamento degli utopici di fronte all'uso dei metalli e delle pietre preziosi come per esempio l'oro. L'atteggiamento delle persone rispetto all'oro è di rifiuto, siccome essi pensano che non sia necessari per il cittadino doversi abbellire con questo genere di oggetti (l'unico uso che "rientri nella norma" è per gli scambi esteri con le altre popolazioni), e perciò li usano in modi alternativi. Le pietre preziose vengono usate dai bambini per giocare, in quanto non sono ancora in possesso del modo del modo di pensare delle persone adulte, anche se verso i quindici anni anche loro le abbandonano; l'oro viene usato come materiale per i più svariati oggetti - Moro cita addirittura vasi da notte - e anche per cingerei polsi agli schiavi, perciò come segno di riconoscimento per loro.
La religione : In Utopia non vi è nessuna religione di stato ed è concesso a tutti di venerare il dio che ognuno sceglie. Nonostante questo però l'ateismo non è accettato, in quanto secondo il loro modo di vedere l'ateismo corrisponderebbe ad un abbassamento della natura dell'anima degli uomini, che per loro invece deve essere rispettata. Come abbiamo già affermato la parola "utopia" nasce con l'opera di Tommaso Moro, ma il concetto che essa esprime è molto più antico. Infatti la nascita delle dottrine politiche utopistiche viene comunemente associata con Moro, ma questo è in realtà un discorso valido solamente per il periodo moderno, in quanto nell'antichità furono scritte altre opere a carattere utopistico. La prima opera di questo genere che la storia ricordi è sicuramente la Repubblica di Platone, che, anche se da un lato è connessa alla concreta base della polis greca, dà comunque un modello idealizzato, in quanto per il filosofo l'uomo si poteva realizzare solamente come cittadino, non come singolo individuo, e questo stato ideale era pensato proprio per questa funzione. Il mondo romano, invece, è povero o addirittura privo di tendenze utopistiche. Il suo forte senso giuridico, l'orgoglio realistico della civis, la scarsa propensione all'astrazione filosofica, la concretezza di questo popolo, la stessa potenza politica e vastità territoriale non ne favorirono certo lo sviluppo. Questa situazione continuò in seguito anche nel medioevo, dovendo perciò aspettare l'umanesimo per rivedere altre opere utopiste. Queste opere vengono infatti riscoperte proprio in questo periodo a causa del cambiamento culturale: difatti la seconda metà del cinquecento e il seicento rappresentano il periodo immediatamente successivo all'umanesimo; una delle conseguenze più importanti di questo movimento di pensiero fu sicuramente la valorizzazione dell'uomo come essere razionale, concezione che portò poi all'affermazione della ragione. Questo portò in seguito ad una più completa autonomia dell'uomo, che contribuì ad una laicizzazione del sapere. Quest'evoluzione, che per alcuni storici segna il passaggio da pseudoscienze a scienze vere e proprie, ebbe come conseguenza la formazione di nuove dottrine politiche e la rivoluzione scientifica. Le dottrine politiche di questo periodo sono le utopie, e il realismo di Machiavelli, che per le loro caratteristiche sono una l'opposto dell'altra; Machiavelli, infatti, preferì partire da un'analisi della realtà, facendo riferimento in particolare alla situazione italiana, su cui poi costruisce il suo pensiero politico. Nelle opere utopiste invece c'è la volontà di idealizzare la società, creandone un'altra come secondo gli utopisti sarebbe dovuta essere; è da questo che derivano le particolari caratteristiche di queste opere, come per esempio la mancanza di distinzioni di classi sociali (anche se, come abbiamo visto per quest'opera, questo principio non viene sempre rispettato). Dentro il modello ideale, che è possibile ricollegare a Platone, s'annida un rifiuto della società da ricondurre alla storia del tempo. La ragione, con l'autorità che le conferisce la sua conquistata autonomia, non accetta il dispotismo dei principi o le ingiustizie della società; non riuscendo, da sola, a sanare quei mali contemporanei che tuttavia individua e denuncia, ne trasferisce la soluzione al di fuori e al di sopra della storia.
Le 3 utopie : Ognuna delle tre opere del periodo (Utopia di Moro, Nuova Atlantide di Bacone e La città del sole di Campanella) ha caratteristiche proprie, ma è possibile trovarvi degli elementi comuni. In tutte le opere vi è una visione idealizzata del luogo, in quanto le società descritte dai tre autori sono tutte poste su isole che vengono a loro volta collocate nell'emisfero australe del mondo, o comunque in luoghi lontani dalle società europee. Questa decisione è un modo per far risaltare maggiormente i caratteri di isolamento e di autarchia di questi popoli, che per la loro impostazione economica appaiono totalmente indipendenti dagli stati confinanti. Inoltre le società appaiono fondatale sul lavoro, e la sua razionalizzazione e la sua estensione all'intera comunità, anche alle donne, permette di aumentare il livello della produzione a beneficio di tutti e permette a tutti, e non più ad una sola minoranza privilegiata, di dedicare il tempo libero alla cultura. Si avverte qui la protesta e la condanna, esplicita del resto, sia in Moro che in Campanella, contro una società ancora gravata dal peso di parassiti e di oziosi. Le società utopistiche hanno la caratteristica di essere società precomuniste, e la caratteristica più lampante di questa interpretazione è sicuramente l'assenza di proprietà privata, per cui tutto appartiene a tutti ed è lo stato che distribuisce per esempio il cibo o le abitazioni (che nel caso di Utopia vengono distribuite anche in base ai "turni" di lavoro nelle campagne). Nel caso specifico dell'opera di Moro possiamo però vedere che la società, oltre che precomunista, può anche essere interpretata come una forma di socialismo, essendo una società meritocratica, dove i più capaci e più portati allo studio fanno poi parte della classe sociale dei sifogranti. Quest'aspetto rispecchia il desiderio di nuove gerarchie elettive fondate sul sapere, sul merito, sulla capacità, che ricorrono alla consultazione popolare, non più sui principi di assolutismo, dei diritti del sangue, della fondatezza dei privilegi del censo. Altri aspetti comuni alle tre opere sono il rifiuto della guerra, e la scomparsa del tempo: questo stava a significare che in alcune di queste società la giornata delle singole persone era preorganizzata, ovvero erano già decisi gli orari sia di lavoro sia quelli di tempo libero. Da notare che, nonostante in questo periodo si assista alla rivoluzione astronomica (al tempo di Moro in realtà iniziò semplicemente a circolare privatamente l'opuscolo De hypothesibus motuum coelestium a Se constitutis commentariolus di Copernico, che lo tenne nascosto per molti anni per timore delle possibili reazioni critiche), la scienza non è un aspetto cui gli autori dettero molto importanza; l'unica opera che abbia queste caratteristiche è la Nuova Atlantide di Bacone, in quanto nell'opera di Campanella, che pure ne intuisce le implicazioni sociali, ha ancora aspetti magici e astrologici. Contro l'arbitrio dei singoli, contro la prepotenza dei principi, si leva il limite dell'ostacolo di una razionalità comune a tutti gli uomini, cui ineriscono ormai diritti innati e naturali, anche se la schiavitù, che Campanella respinge, è ancora accolta da Moro che leva tuttavia la sua protesta contro la pena di morte.

Thomas More, italianizzato in Tommaso Moro (Londra, 7 febbraio 1478 – Londra, 6 luglio 1535), è stato un umanista, scrittore e politico inglese. L'opera più famosa di Moro è L'Utopia (Utopia, 1516 circa), in cui descrive un'immaginaria isola-regno abitata da una società ideale, nella quale alcuni studiosi moderni hanno ravvisato un opposto idealizzato dell'Europa sua contemporanea, mentre altri vi riscontrano una satira sferzante della stessa. Moro derivò il termine dal greco antico ou-topos (cioè non-luogo); utopia è quindi, letteralmente un "luogo inesistente".

Un altro viaggio tra uno dei più grandi e fantasiosi pensatori europei, un uomo di corte ma anche un uomo di mondo, profondo conoscitore della vita, della politica e dell'essenza umana... consapevole dei limiti e dei pregi dell'uomo, ne ha creato una mirabile società in Utopia, città che mai vorremmo tanto esistesse davvero e invece... Thomas More ha dato la vita per i propri ideali e non si è piegato nemmeno dinanzi ai voleri del suo sovrano (Enrico VIII) divenedo una delle icone dell'umanesimo inglese ed europeo.

giovedì 18 settembre 2008

Randy Pausch - Affrontare la morte raccontando la vita

Randy Pausch, nome completo Randolph Frederick Pausch (Baltimore, 23 ottobre 1960 –Chesapeake, 25 luglio 2008), è stato un informatico statunitense.
Era professore di informatica, interazione umano-computer e design presso la Carnegie Mellon University (CMU) di Pittsburgh, Pennsylvania.
Nel settembre 2006, gli è stato diagnosticato un cancro del pancreas metastatizzato. Sottoposto ad intervento chirurgico palliativo e chemioterapia, è rimasto attivo e vigoroso fino alla fine del 2007. È morto all'alba del 25 luglio 2008. (da wikipedia.it)
Pausch ha tenuto la sua ultima lezione pubblica, la "Last Lecture" intitolata "Realizzate i Vostri Sogni d'Infanzia" ("Really Achieving Your Childhood Dreams"), presso la Carnegie Mellon University il 18 settembre 2007. Pausch ha tenuto la sua "Last Lecture" in seguito ad una serie di lezioni in cui prestigiosi accademici hanno dibattuto sul tema di un ipotetico "esposto finale" sulla base della precisa domanda "quale massima provereste a comunicare al mondo se sapeste di avere un'ultima possibilità di farlo?".
Prima di parlare, Pausch ha ricevuto una lunga standing ovation da una platea di oltre 400 persone tra colleghi e studenti. Quando, invitando il pubblico a sedersi, ha scherzato "Fatemeli guadagnare" (questi applausi), qualcuno tra la folla gli ha risposto urlando "L'hai già fatto!".
Durante la lezione, Pausch è stato ottimista e divertente, alternando battute ironiche a prospettive su informatica ed ingegneria e dimostrando efficacemente come mantenere collaborazioni multidisciplinari, lavorare in gruppo ed interagire con altre persone, offrire ispirate lezioni di vita ed essere brillanti nelle esposizioni.
Alla fine della lezione, Steve Seabolt -per conto della Electronic Arts- che ora sta collaborando con la CMU per lo sviluppo del software Alice 3.0, ha voluto rendere onore a Pausch istituendo una borsa di studio in Scienze Informatiche a lui intitolata riservata a sole donne, come riconoscimento per il suo impegno nell'insegnamento delle Scienze Informatiche e dell'Ingegneria rivolto alle donne.
Il Presidente della CMU Jared Cohon ha ricordato con coinvolgimento emotivo l'umanità di Pausch e ha definito i suoi contributi all'università e all'educazione "magnifici e importanti". Ha poi annunciato che la CMU celebrerà la sua memoria innalzando un ponte che collegherà i nuovi edifici della facoltà di Scienze Informatiche con il loro Centro per le Arti, a simbolizzare la strada che Pausch ha tracciato nel collegare queste due discipline.
Infine, il Professore della Brown University Andries van Dam ha ripreso l'ultima lezione di Pausch con una malinconica quanto appassionata arringa, esaltandone il coraggio e l'attitudine alla leadership, definendolo un modello ed un mentore.

Il video della Last Lecture - Sottotitoli in italiano - dura 10 minuti, seguitela: ne vale la pena!


- "L’esperienza è ciò che ottieni quando non sei riuscito a ottenere ciò che volevi". - "Ogni ostacolo, ogni muro di mattoni, è lì per un motivo preciso. Non è lì per escluderci da qualcosa, ma per offrirci la possibilità di dimostrare in che misura ci teniamo. I muri di mattoni sono lì per fermare le persone che non hanno abbastanza voglia di superarlo. Sono lì per fermare gli altri".
- "Quando fai qualcosa di sbagliato e nessuno si prende la briga di dirtelo, significa che è meglio cambiare aria. Chi ti critica lo fa perché ti ama e ti ha a cuore".
- "Mi lamentavo con mia madre di quanto fosse difficile quell'esame all'università, e di quanto fosse spaventoso. Lei si inclinò verso di me, mi diede un buffetto sulle spalle e mi disse: «Sappiamo bene come ti senti, tesoro, ma ricorda, tuo padre alla tua età combatteva contro i tedeschi»".
- "Sto per morire e mi sto divertendo. E continuerò a divertirmi ogni giorno che ancora mi resta da vivere. Perché non c’è un altro modo per farlo".
- "Non perdete mai la capacità di stupirsi tipica dei bambini. È troppo importante. È quella a spingerci ad andare avanti, ad aiutare gli altri".
- "Ho una mia teoria sulle persone che provengono dalle famiglie numerose: sono persone migliori degli altri, perché hanno dovuto imparare come andare d’accordo con gli altri".
- "Non si può arrivare in cima da soli. Qualcuno deve aiutarti. Io credo nel karma. Credo che si riceve ciò che si è dato".
- "Non lamentatevi. Lavorate più duramente. Non cedete. L’oro migliore è quello che giace in fondo ai barili di merda".
- "Se vivrete nel modo giusto, il karma si prenderà cura di sé. I sogni verranno da voi".
-"La fortuna è quel momento in cui la preparazione incontra l’opportunità"

WASHINGTON - Nella sua ultima lezione il professor Randy Pausch, che insegnava scienze informatiche alla Carnegie Mellon University di Pittsburgh, ha detto di non voler essere compatito e di non voler parlare della morte, ma della vita. Lui, 47 anni - sposato con tre figli - è morto per un tumore che nonostante le cure ha invaso il suo organismo in modo irreparabile. L'ultima lezione ai suoi studenti è stata registrata e - messa in Rete - ha avuto un successo strepitoso. Pausch parla dei sogni di quando era bambino, dell'importanza di sognare e della possibilità di realizzare i propri desideri. «Non possiamo cambiare le carte che ci vengono servite, solo il modo in cui giochiamo la mano» è la celebre frase con cui il 18 settembre ha spiegato ai ragazzi l'importanza di non rinunciare mai a vivere, in un discorso piena di umorismo e ottimismo.
INNO ALLA VITA - Una lezione di vita, un saluto profondo che ha commosso non solo gli allievi della Carnegie Mellon ma tutto il mondo. E che è diventato un libro tradotto in 30 lingue ed edito in Italia da Rizzoli ( «L'ultima lezione. La vita spiegata da un uomo che muore»), in cui i temi della last lection vengono sviluppati e approfonditi. «Ho un problema di sistema - aveva annunciato il docente di fronte a 400 studenti -. Benché abbia sempre goduto di forma fisica strepitosa, ho ben dieci metastasi al fegato e mi restano solo pochi mesi di vita». L'incontro finale tra il docente e i suoi studenti, tra ironia e riflessioni profonde, si era trasformato in un commosso inno alla vita. «Trovate la vostra passione e seguitela - disse -, non smettete di cercarla perché altrimenti ciò che state facendo è solo aspettare la Mietitrice». Lui, citato da Time tra le cento persone più influenti del mondo, la morte l'ha affrontata a viso aperto: «Non la battiamo vivendo più a lungo, ma vivendo bene e pienamente, perché ella verrà per tutti noi» aveva detto.
(da corriere.it)

Doveroso omaggio ad un uomo che, con coraggio e semplicità, ci ha insegnato fino all'ultimo istante cos'è la vita, a rincorrere i nostri sogni, a rincorrere la gioia e l'amore, a non aspettare che il tempo ci tolga la possibilità di volare, a credere che una vita diversa è, non solo possibile, ma anche auspicabile e che la morte non dev'essere un traguardo tetro da scongiurare ma uno stimolo alla vita, alla vera vita, quella piena, completa, pienamente vissuta. Grazie Randy.

sabato 6 settembre 2008

In cammino... Sartre: libertà, politica ed Esistenzialismo

A quel tempo, una famiglia raffinata doveva sempre includere almeno un bambino delicato. Io ero un soggetto perfetto perché avevo brevemente considerato di morire alla nascita.

Ero un bambino, cioè uno di quei mostri che gli adulti fabbricano con i loro rimpianti.
Non si giudica chi si ama.
L'uomo è condannato ad essere libero: condannato perché non si è creato da se stesso, e pur tuttavia libero, perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa.
Alle tre del mattino è sempre troppo presto o troppo tardi per qualsiasi cosa tu voglia fare.
È vero che non sei responsabile di quello che sei, ma sei responsabile di quello che fai di ciò che sei.
La giovinezza non consiste nel cambiare continuamente opinioni e nella mutevolezza dei sentimenti, ma nel provare quotidianamente, a contatto con la vita, la forza e la tenacia di quelle idee e di quei sentimenti.
Noi non abbiamo né dietro a noi, né dinanzi a noi, in un dominio luminoso dei valori, delle giustificazioni o delle scuse. Siamo soli, senza scuse.
Quando i ricchi si fanno la guerra, sono i poveri a morire.
Quelli che mi vedono, raramente si fidano della mia parola: devo aver l'aria di uno troppo intelligente per mantenerla.

(da filosofico.net)


Jean-Paul Sartre (1905-1980) nacque a Parigi il 21 giugno 1905 , studiò filosofia e psicologia dal 1924 al 1927 all' Ecole Normale Supérieure, dove trovò compagni con i quali strinse amicizia, quali P. Nizan, Marleau-Ponty e R. Aron, che suscitò il suo interesse per Husserl e Heidegger. Nel 1929 Sartre conobbe Simone de Beauvoir, che sarà la sua compagna fino alla fine della vita. Dopo aver insegnato filosofia al liceo di Le Havre, Sartre usufruì nel 1933-1934 di una borsa di studio presso l'Istituto francese di Berlino e intraprese lo studio della fenomenologia di Husserl; sotto l'influenza di essa, ma anche dell'esistenzialismo di Heidegger, nacquero i primi scritti di Sartre: L'immaginazione (1936), Abbozzo di una teoria delle emozioni (1939), L'immaginario (1940) e il romanzo filosofico divenuto celebre, La nausea (1938), nonchè la raccolta di racconti Il muro (1939). Richiamato alle armi, nel giugno del 1940 Sartre fu fatto prigioniero dai tedeschi, ma fu poi liberato e potè tornare a Parigi, dove nel 1943 pubblicò la sua opera filosofica più impegnativa, L'essere e il nulla , e il suo primo lavoro teatrale, Le mosche. Terminata la guerra, Sartre diede inizio alla serie di romanzi intitolati I cammini della libertà e, in collaborazione con Marleau-Ponty, Aron, Camus e altri fece uscire la rivista 'Les temps modernes'. In risposta agli attacchi mossi alla sua opera da parte dei marxisti e dei cattolici, pubblicò nel 1946 il breve scritto L'esistenzialismo é un umanismo . Dopo aver dato vita al 'Rassemblement démocratique révolutionnaire' come terza forza politica tra i due blocchi, occidentale e sovietico, Sartre si avvicinò ai comunisti francesi come 'compagno di strada': il momento cruciale di questo avvicinamento fu dato dagli articoli intitolati I comunisti e la pace , pubblicati su 'Les temps modernes' nel 1952-1954. Essi segnarono la rottura definitiva dei suoi rapporti con Camus e con Marleau-Ponty, che nelle Avventure della dialettica (1955) qualificò la posizione di Sartre come 'ultrabolscevismo'. Ma nel 1956 il rapporto Kruscev al XX congresso del PCUS e la repressione della rivolta in Ungheria furono l'occasione per la pubblicazione dell'articolo Il fantasma di Stalin , che segnò il netto distacco di Sartre dai comunisti francesi. Egli intraprese a questo punto la riflessione sul marxismo, che diede luogo al saggio Questioni di metodo , apparso su una rivista polacca nel 1957 e poi incluso, come parte iniziale, nella Critica della ragion dialettica , pubblicata nel 1960; in seguito Sartre pubblicò lo scritto autobiografico Le parole (1963), che gli valse il conferimento nel 1964 del premio Nobel, da lui rifiutato, e una imponente biografia di Flaubert, intitolata L'idiota di famiglia (1971-1972). Sempre in prima linea nel prendere posizione sui problemi politici dell'epoca, Sartre si schierò contro la politica francese in Algeria, entrò a far parte del Tribunale Russell sui crimini americani in Vietnam e nel 1968 appoggiò il movimento studentesco, condannando l'atteggiamento del partito comunista francese in tale frangente e dirigendo il giornale 'La cause du peuple'. Egli morì a Parigi nel quartiere latino, al numero 47 di rue Bonaparte, il 15 aprile 1980. Le prime indagini di Sartre sono volte alla costruzione di una psicologia fenomenologica , in antitesi alla psicologia e alla filosofia francesi contemporanee, dominate da una concezione naturalistica dei fatti psichici e dal primato indiscusso assegnato al problema della conoscenza. Sartre é del parere che la fenomenologia di Husserl consenta di cogliere il significato dei fenomeni psichici, grazie al concetto di intenzionalità, che permette di evitare la riduzione sia del soggetto all'oggetto, sia dell'oggetto al soggetto, cioè gli scogli antitetici del realismo e dell'idealismo. A differenza di Husserl, però, Sartre é convinto che il rapporto tra la coscienza e il mondo non sia innanzi tutto in maniera privilegiata di tipo conoscitivo. E proprio per questo Sartre concentra le sue indagini sui temi dell' immaginazione ( L'immaginazione e L'immaginario ) e delle emozioni ( Abbozzo di una teoria delle emozioni ), cioè su sfere non controllate direttamente dalla ragione, alle quali guardavano con un certo interesse anche i surrealisti. L' ego stesso é solo una modalità della coscienza e, più precisamente, la modalità riflessa, secondaria rispetto a quella irriflessa, mentre le emozioni sono non manifestazioni imperfette o disturbate della coscienza, ma modalità essenziali in cui la coscienza si rapporta al mondo esterno e gli conferisce significato. Diversamente da Husserl, che privilegiava il soggetto trascendentale, Sartre, influenzato da Heidegger, insiste sull'essere-nel-mondo proprio dell'uomo: le emozioni coinvolgono e modificano la totalità dei rapporti umani col mondo. Attento ai risultati della psicologia della forma ( Gestalt ), Sartre mette in evidenza che ogni fatto psichico é forma ed é dotato di una struttura, non é la semplice composizione di elementi antecedenti isolati. L'errore della psicologia associazionistica é di frantumare la continuità della corrente psichica. Per Sartre, invece, l'immagine non é un elemento che entra a far parte della corrente della coscienza: ' l'immagine é un atto e non una cosa ' , é coscienza di qualcosa, ma il suo contenuto non deriva dal mondo esterno. L'immaginazione, infatti, non é la copia o la rappresentazione di una cosa che non é più presente materialmente, ma é un'attività libera, volta a fini diversi da quelli della percezione. Essa non ha dunque una mansione conoscitiva e non é valutabile secondo i parametri del vero e del falso; la sua funzione é invece derealizzante , cioè consiste nel tenere il reale a distanza, nell'essere liberi di fronte ad esso e nel negarlo, in modo da dar luogo alla costituzione di un oggetto di coscienza autonomamente caratterizzato. Condizione essenziale per l'esercizio dell'immaginazione e quindi per la formazione delle immagini é infatti il trascendere della coscienza, il suo andare al di là delle cose e della realtà particolari, cioè un atto di libertà nei confronti del mondo: del resto, spiega Sartre, é l'uomo che dà senso al mondo, mentre il mondo, di per sé, non ha alcun senso. Fin dall'inizio della sua riflessione, Sartre pone dunque al centro il problema della libertà e scorge nell'immaginazione, cioè nella negazione dell'esistente per qualcosa di altro rispetto ad esso, l'elemento fondamentale per l'esercizio della libertà stessa.
La nausea , scritta da Sartre quando correva il 1938, non é certo un romanzo nel senso tradizionale del termine, in quanto manca di veri e propri eventi narrativi. Si tratta infatti di un vero e proprio diario filosofico tenuto da Antoine Roquentin, un intellettuale sradicato che conduce la sua vita a Bouville, città immaginaria che, come si può evincere dalle descrizioni, ricorda Le Havre, dove Sartre si trovava ad insegnare in quegli anni. La vita di questo intellettuale non é certo avvincente e ricca di emozioni: egli alloggia in una camera d'albergo, scrive senza convinzione alcuna la monografia di un personaggio storico minore, va di tanto in tanto a letto con la padrona di un caffè, e si annoia nella solitudine più squallida ed esasperante. Lo circonda infatti un mondo ermeticamente chiuso, l'ambiente meschino e convenzionale della piccola borghesia di provincia, da cui si sente lontanissimo. ' Mi sembra di appartenere ad un'altra specie. Escono dagli uffici, dopo la giornata di lavoro, guardano le case e le piazze con aria soddisfatta, pensano che é la loro città, una bella città borghese. Non hanno paura, si sentono a casa propria... Gli imbecilli. Mi ripugna pensare che sto per rivedere le loro facce solide e rassicurate '. Li odia ancora di più quando contempla al Museo il ritratto dei borghesi illustri di Bouville, ' irritanti nella loro rispettabilità stereotipata e nella loro spocchia '. E' evidente che essi si credono in regola con Dio, con la Legge, con la loro coscienza: ' Addio, bei gigli, così delicati nei vostri piccoli santuari dipinti, addio bei gigli, nostro orgoglio e nostra ragion d'essere, addio Sporcaccioni '. Così, mancando di un effettivo rapporto interpersonale con gli 'altri', il narratore si rende conto in modo sempre più acuto che niente giustifica l'esistenza; l'unico personaggio descritto con un certo rilievo é il patetico Autodidatta, che rappresenta l'illusione della cultura: egli ha aderito al socialismo, dice di amare più di ogni cosa gli uomini e di non credere in Dio. Roquentin si rende così conto che non vi é nulla che possa giustificare l'esistenza; è l'uomo che dà senso al mondo, mentre il mondo, di per sé, non ha alcun senso. Riflettendo sulle ragioni della propria esistenza e del mondo che lo circonda, ha l'esperienza rivelatrice della nausea. La nausea è il sentimento che ci invade quando si scopre l'essenziale assurdità e contingenza della realtà. Scoprire che il mondo non ha un senso, così come un senso non ha l'esistenza, provoca la nausea, un disgusto di tutto: oltre che degli uomini, buffi manichini inautentici (checchè ne pensi l'Autodidatta), delle cose, gratuite e ingiustificabili. ' Il mondo... questo grosso essere assurdo. Non ci si poteva nemmeno domandare da dove uscisse fuori, tutto questo, né come mai esisteva un mondo invece che niente. Non aveva senso, il mondo era presente dappertutto, davanti, dietro. Non c'era stato niente prima di esso. Niente. Non c'era stato un momento in cui esso avrebbe potuto non esistere. Era appunto questo che m'irritava : senza dubbio non c'era alcuna ragione perché esistesse, questa larva strisciante. Ma non era possibile che non esistesse. Era impensabile : per immaginare il nulla occorreva trovarcisi già, in pieno mondo, da vivo, con gli occhi spalancati, il nulla era solo un'idea nella mia testa, un'idea esistente, fluttuante in quella immensità : quel nulla non era venuto prima dell'esistenza, era un'esistenza come un'altra e apparsa dopo molte altre [...] Scoprire che il mondo non ha senso, che è assurdo, provoca la nausea. [...] L'essenziale è la contingenza. Voglio dire che, per definizione, l'esistenza non è la necessità. Esistere è essere lì, semplicemente : gli esistenti appaiono, si lasciano incontrare ma non li si può mai dedurre. C'è qualcuno, credo, che ha compreso questo. Soltanto ha cercato di sormontare questa contingenza inventando un essere necessario e causa di sé. orbene, non c'è alcun essere necessario che può spiegare l'esistenza : la contingenza non è una falsa sembianza, un'apparenza che si può dissipare; è l'assoluto, e per conseguenza la perfetta gratuità. Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo stomaco e tutto si mette a fluttuare... ecco la Nausea [...] La Nausea non è in me: io la sento laggiù sul muro, sulle bretelle, dappertutto attorno a me. Fa tutt'uno col caffè, son io che sono in essa [...] Ed ora lo so: io esisto- il mondo esiste- ed io so che il mondo esiste. Ecco tutto. Ma mi é indifferente. E' strano che tutto mi sia ugualmente indifferente: é una cosa che mi mette paura. E' cominciato da quel famoso giorno in cui volevo giocare a far rimbalzare i ciottoli sul mare. Stavo per lanciare quel sassolino, l'ho guardato, ed è allora che è cominciato: ho sentito che esisteva. E dopo, ci sono state altre Nausee; di quando in quando gli oggetti si mettono ad esistervi dentro la mano". ' La vita di Roquentin si scopre dunque priva di senso; nessun scopo riesce più ad orientarla; egli esiste come una cosa, come tutte le cose che emergono, nell'esperienza della nausea, nella loro gratuità ed assurdità: ' ogni esistenza nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione '. Tutto gli appare come gratuito, contingente, di troppo. Perchè quel ciottolo? Perchè quella radice? Perchè quegli alberi? Esistono, certo, ma perchè? ' Tutto é gratuito, questo giardino, questa città e io stesso. Quando capita di accorgersene, viene il voltastomaco e tutto comincia ad oscillare; ecco la Nausea; ecco quello che gli Sporcaccioni cercano di nascondere con la loro idea del diritto. Ma che misera menzogna! ' Nessuno ha il diritto. ' Gli Sporcaccioni sono interamente gratuiti, come gli altri uomini '. Sono di troppo, tutti lo siamo. Solo che non possiamo impedirci di esistere, nè di pensare: anzi, è proprio in virtù del nostro pensare all'assurdità dell'esistere che siamo colti dalla Nausea; fino a pochi istanti fa, si nuotava in un mare tiepido e pacato e poi di colpo, non appena si riflette sull'esistenza, ci si sente sospesi sopra un abisso. Gli Sporcaccioni nuotano con fiducia e rifiutano di pensare all'abisso, ma Roquentin (e Sartre) vedono la precaria contingenza, la 'fatticità' dell'esistere. Ma come si può fuggire da questa situazione esasperante? Una donna che era stata l'amica di Roquentin, Anny, suggeriva una scappatoia con i 'momenti perfetti'; non ci possiamo avvalere di nessun aiuto esterno, dobbiamo cavarcela da soli, in balia di noi stessi e della Nausea. Ed ecco che in questa situazione disperata finiscono per affiorare in Roquentin interessi (la monografia del personaggio storico) e ricordi, un sentimento amoroso non sopito (l'amica Anny), un moto di pietà, di simpatia umana e, infine, la possibilità di accettarsi, di accettare l'esistenza, provando a darle un senso, provando magari a vivere al meglio ogni momento della nostra vita, per collezionare così dei veri e propri 'momenti perfetti'. Sartre ha vissuto la nausea e ha dovuto scriverla; noi viviamo la nausea e dobbiamo assolutamente leggere questo libro.

Altra camminata insieme a Sartre e con la sua percezione dell'Esistenzialismo attraverso le sue opere più importanti e ricordate. Un pensatore tra i più arguti, il quale ha percorso il rapporto tra uomo e Dio, il concetto di libertà, eternità, impegnato attivamente nella politica ma poi quasi disilluso e disincatato da essa, autore teatrale e soprattutto filosofo tra i maggiori del nostro secolo.
"L’uomo è condannato ad essere libero: condannato perché non si è creato da se stesso, e pur tuttavia libero, perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa." (J.P.Sartre)

sabato 16 agosto 2008

I primi passi dell'Esistenzialismo: S. Kierkegaard

Io ho un solo amico, è l'eco: e perché è mio amico? Perché io amo il mio dolore e l'eco non me lo toglie. Io ho un solo confidente, è il silenzio della notte. E perché è il mio confidente? Perché il silenzio tace.


Ma la passione suprema dell’uomo è la fede. Nessuna generazione comincia qui da un punto diverso dalla precedente e ogni generazione comincia da capo; la generazione seguente non va più in là della precedente se questa è rimasta fedele al suo compito. Forse in ogni generazione molti non ci arrivano neppure, ma nessuno va oltre.

La mia malinconia è l’amante più fedele ch’io abbia conosciuto: che meraviglia allora ch’io torni ad amarla?

La vita può essere capita solo all'indietro, ma va vissuta in avanti.

Gli uomini come sono incoerenti! Non approfittano mai delle libertà che hanno, ma reclamano quelle che non hanno: hanno la libertà di pensare, chiedono la libertà di parlare.

Ciò che nella sua ricchezza è essenzialmente inesauribile, è anche nel suo minimo atto essenzialmente indescrivibile, proprio perché‚ ciò ch’è essenzialmente presente, e in modo totale, dappertutto, non si può essenzialmente descrivere.

Il primo periodo dell’innamoramento è sempre il più bello, poiché a ogni incontro ogni sguardo si porta a casa qualcosa di nuovo per rallegrarsi.

Io ho il coraggio, credo, di dubitare di tutto; ho il coraggio, credo, di lottare contro tutto; ma non ho il coraggio di conoscere qualcosa, né il coraggio di avere, né di possedere qualcosa.

La mia concezione della vita è completamente senza senso. Io penso che uno spirito maligno mi ha messo sul naso un paio di occhiali di cui una lente ingrandisce a dismisura mentre l’altra rimpicciolisce anch’essa a dismisura.

La mia vita è diventata per me una pozione amara e tuttavia essa va presa come le gocce, lentamente, contando.

Quindi non sono io il padrone della mia vita: io sono un filo che dev’essere intessuto nella trama della vita! Bene, se non so tessere sono almeno capace di tagliare questo filo.

Cos’è la giovinezza? Un sogno. Cos’è l’amore? Il contenuto del sogno. (da Filosofico.net)

Tre sono i possibili modi fondamentali di vivere e di concepire la vita, secondo Kierkegaard: quello estetico, simboleggiato da don Giovanni, che il filosofo presenta come protagonista del Diario di un seduttore, quello etico, simboleggiato dal «marito fedele», e quello religioso, simboleggiato da Abramo, il personaggio biblico. I primi due «ideali» sono descritti in Aut-Aut, il terzo in Timore e tremore. Questi tre «modelli» sono in irriducibile alternativa tra di loro; si escludono vicendevolmente; sicché il terzo non costituisce un superamento in senso hegeliano dei due precedenti. Il passaggio, possibile ma non necessario, dall'uno all'altro implica, per Kierkegaard, sempre una radicale rottura, un salto, una metànoia, cioè un capovolgimento di mentalità. Anche la vita religiosa non nasce come continuazione, incarnazione della vita etica, ma, al contrario, proprio religioso dal naufragio di questa; come - di nuovo - «rottura», come «conversione», come «abbandono» anche degli stessi criteri e valori etici. Lo strumento che permette la vita etica è la ragione, quello che guida la vita religiosa è la fede. Di questa fede Kierkegaard ha portato come esempio Abramo. A lui, già settantacinquenne, e senza figli per la sterilità della moglie Sara, Dio disse: «Parti dal tuo paese, dai tuo parentado, dalla casa di tuo padre, e va nella terra che io ti mostrerò. Io farò di te un popolo grande, ti benedirò e renderò grande il tuo nome». Spinto dalla fiducia nella Parola del suo Signore, Abramo eseguì il comando. Diventò molto ricco di bestiame, di oro e di argento, ma non ebbe quel figlio dal quale doveva nascere il popolo di Israele. E quando cominciava ad emergere il dubbio sulla promessa di Dio, questi lo rassicurò: avrebbe avuto un erede «uscito dalle sue viscere», partoritogli da sua moglie ormai novantenne. E nacque infatti Isacco. Sembrava ormai compiuto il compito di Abramo; ma Dio lo mise alla prova: «Orsù, prendi il tuo figlio, l'unico che hai e che tanto ami, e offrilo in olocausto sopra quel monte che io ti mostrerò». Sembrava quindi che Dio ritirasse la promessa, ma, ciò nonostante, il vecchio eseguí l'ordine. Ma allorché già aveva deposto sulla legna per la pira il corpo di Isacco e aveva messo mano al coltello per sgozzarlo, intervenne il Signore e gli disse: «Non mettere la mano addosso al fanciullo, e non fargli alcun male, perché ora conosco che tu temi Iddio, e non mi hai negato tuo figlio, il tuo unico figlio». In questo racconto biblico Kierkegaard individua gli elementi della fede autentica: Ci furono uomini grandi per la loro energia, per la saggezza, la speranza o l'amore. Ma Abramo fu il piú grande di tutti: grande per l'energia la cui forza è debolezza, grande per la saggezza il cui segreto è follia, grande per la speranza la cui forma è demenza, grande per l'amore ch'è odio di se stesso. Fu per fede che Abramo lasciò il paese dei suoi padri e fu straniero in terra promessa. Lasciò una cosa, la sua ragione terrestre, e un'altra ne prese: la fede. Altrimenti, pensando all'assurdità del suo viaggio, non sarebbe partito. Fu per fede uno straniero in terra promessa ove nulla gli ricordava quel che egli amava, mentre la novità di tutte le cose gli poneva in cuore la tentazione d'un doloroso rimpianto ... Fu per fede che Abramo ricevette la promessa che tutte le nazioni della terra sarebbero state benedette nella sua posterità. Il tempo passava, la possibilità rimaneva Abramo credeva. Il tempo passò, la speranza diventò assurda, Abramo credette. È pure esistito nel mondo colui che ebbe una speranza. Il tempo passò, la sera fu al suo declino, e quell'uomo non ebbe la viltà di rinnegare la sua speranza... Poi conobbe la tristezza; e il dolore, invece di deluderlo come la vita, fece per lui tutto quel che poté e, nella sua dolcezza, gli dette il possesso della sua speranza ingannata. È umano conoscere la tristezza umano condividere la pena di chi è afflitto, ma è cosa piú grande credere, e piú confortevole e benefica cosa contemplare chi crede. Abramo non ci ha lasciato lamentazioni. Non ha contato tristemente i giorni man mano che trascorrevano; non ha guardato Sara con occhio inquieto per vedere se gli anni incidevano rughe sul suo volto; non ha fermata la corsa del sole per impedire a Sara di invecchiare, e Sara fu schernita nel paese. Eppure era l'eletto di Dio e l'erede della promessa... Non sarebbe forse stato meglio che egli non fosse stato l'eletto di Dio? Che cosa significa dunque essere l'eletto di Dio? Significa vedersi rifiutare nella primavera della vita quello che è il desiderio della giovinezza, per essere esaudito in vecchiaia dopo grandi difficoltà. Ma Abramo credette e serbò fermamente la promessa, cui avrebbe rinunciato se avesse dubitato. Avrebbe detto a Dio, allora: «Forse non è nella tua volontà che questo mio desiderio si realizzi. Rinuncio dunque al mio desiderio, all'unico mio desiderio, nel quale riponevo la mia felicità. La mia anima è onesta, e non nasconde nessun astio segreto per il tuo rifiuto». Non sarebbe stato dimenticato. Avrebbe salvato molti col suo esempio ma non sarebbe diventato il padre della fede, perché è grande cosa rinunciare al proprio desiderio piú caro, ma è cosa piú grande serbarlo dopo averlo abbandonato. Grande è cogliere l'eterno, ma è piú grande cosa riavere il transeunte, dopo averne fatto rinuncia. (Timore e tremore) Di fronte al personaggio di Abramo, che non si trattiene finanche dal voler sacrificare il figlio, Kierkegaard nota: Ma, quando mi metto a riflettere su Abramo, sono come annientato. Ad ogni istante i miei occhi cadono sull'inaudito paradosso che è la sostanza della sua vita...; il mio pensiero non può penetrare quel paradosso neppure per un capello. (Timore e tremore) Per lui dunque la fede è esperienza propria del singolo, vissuta in piena solitudine. Non è mai un possesso stabile, ma una ricerca continua, un rapporto con Dio che deve rinnovarsi momento per momento. Tale rapporto è paradossale, perché implica lo scontro con la propria ragione, coi propri affetti e sentimenti, e perché è aperto sull'ignoto: perciò è anche angoscioso. Esso sorge da una chiamata di Dio - in ciò la fede è dono di Dio - non dal potere dell'uomo, e, tuttavia, all'uomo manca la certezza di questo rapporto, mancano le possibilità di verifica. All'uomo non resta altro che rinunciare a sé per trovare il vero se stesso.
Dopo il brano di Platone, ho voluto postare questo passo e alcune frasi famose del filosofo Kierkegard, vissuto nella prima metà del 1800. Autore che sottolinea l'importanza della coerenza, per questo amò Socrate e Cristo ed attaccò altri celebri pensatori per il fatto di non aver fatto coincidere le idee alle azioni. Arrivò a condannare le schematiche celle in cui alcuni filosofi inquadravano la vita, analizzò molto la dimensione della Fede, del cristianesimo, fino a giungere alla conclusione che gli unici due veri cristiani fossero stati solamente Cristo stesso e San Francesco d'Assisi. Considerato a tutt'oggi il Padre dell'Esistenzialismo. Breve viaggio in uno degli artisti danesi più celebrati ancora oggi.