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mercoledì 1 dicembre 2010

Presentato a Sciacca "Sotto Processo" di Benny Calasanzio che afferma: "Informare per cambiare"

Passa dall’informazione il futuro della società e della classe dirigente italiana ne è convinto Benny Calasanzio a Sciacca per presentare il suo ultimo libro: “Sotto Processo”. Presenti all’evento anche il magistrato Vella e l’imprenditore antiracket Ignazio Cutrò.

E’ stato presentato sabato scorso a Sciacca l’ultimo libro di Benny Calasanzio intitolato “Sotto Processo”, Editori Riuniti.
L’evento, che è stato organizzato dall’associazione di promozione sociale L’AltraSciacca col patrocinio del Comune, si è tenuto presso l’ex chiesa Santa Margherita ed è stato moderato dal giornalista Giuseppe Pantano.
Presenti alla presentazione del libro anche il sostituto procuratore Salvatore Vella in qualità di relatore e l’imprenditore di Bivona Ignazio Cutrò, seduto in platea, tra il pubblico, insieme alla moglie, alla figlia e ai due uomini di scorta.
Tanta gente ha seguito la manifestazione in modo interessato tanto che, alla fine, ne è seguito un breve dibattito, con delle domande poste all’autore, proprio dal pubblico.
Occorre sottolineare invece la quasi totale mancanza delle personalità politiche locali. A parte il consigliere comunale del Pd Maurizio Grisafi, mancavano tutti: consiglieri, assessori, sindaco, insomma dell’amministrazione non c’era nessuno. Nemmeno per un saluto, nemmeno in segno di cordialità nei confronti del magistrato Vella che, quasi da solo, tira avanti all’interno del tribunale di Sciacca o di Calasanzio che ha avuto un nonno e uno zio uccisi dalla mafia a Lucca Sicula, nemmeno per un gesto di solidarietà a Ignazio Cutrò che ormai sta lottando da solo la sua battaglia contro la mafia e contro quei pezzi dello Stato che non lo stanno aiutando a dovere decretando la fine della propria impresa edile. L’assessore Alberto Sabella, durante la conferenza stampa che ha decretato la nascita a Sciacca del gruppo finiano di “Fli”, aveva detto che la giunta si “era spostata troppo a sinistra.” Premesso che valori come l’antimafia, la giustizia, il rispetto della legge e della legalità non hanno colore politico, né simboli di partito, un’amministrazione comunale che si dice essere di “centro-sinistra” sarebbe dovuta essere presente in messa a questo evento. Invece niente, silenzio. Tornando al libro di Calasanzio, questa la descrizione che aveva redatto “Il Fatto Quotidiano”, il giornale di Padellaro e Travaglio e per il quale collabora anche Calasanzio.
“Come un cancro diffuso, illegalità e violazione delle leggi non sono prerogativa esclusiva dei politici nostrani. Un nutrito gruppo di colletti bianchi, manager d’azienda, amministratori delegati, costruttori, giornalisti, funzionari dello Stato e della Chiesa, dello spettacolo e dello sport li emula nei medesimi comportamenti. Benny Calasanzio, giovane giornalista free lance, raccoglie e documenta le più eclatanti vicende attuali, ponendo particolare attenzione ai procedimenti che riguardano le pericolose connivenze con Cosa Nostra. Uno spaccato desolante dell’Italia e della sua classe dirigente, denunciato con un’ormai rara passione civile in questi nostri tempi d’individualismo e rincorsa al potere a ogni costo.” (da “Il Fatto Quotidiano” del 24 Ottobre 2010).
L’orgoglio di una classe dirigente: tutti indagati e contenti.
Una foto di gruppo degli uomini e delle donne al timone di questa nazione, che nonostante siano indagati e sotto processo non mollano la presa e rimangono saldamente in sella, il più delle volte fortificati dalla solidarietà dei colleghi. Perché in questo caso la casta di appartenenza si chiude come una sorta di falange impenetrabile, che si autoassolve e si autoconserva.
Il libro di Benny Calasanzio è un piccolo horror con protagonisti politici e industriali. Un elenco di “diversamente onesti”, quelli per i quali tacere diventa colludere. Una storia con un finale già scritto: e vissero tutti indagati e contenti. Si potrebbe dire: “sotto processo e me ne vanto”. Politici, imprenditori, eminenze grigie: il “meglio” dell’Italia ha la fedina sporca.” Queste invece alcune delle parole scritte in merito da Marco Travaglio.
Una materia scottante insomma, uno spaccato della classe dirigente italiana desolante. “E’ un libro che ha la scadenza come lo yogurt” ha detto Calasanzio durante la presentazione. “Le indagini continuano, aumentano coloro sui quali aggravano denunce o condanne. Avrei potuto continuare a scriverlo. Evidentemente ci saranno altre nuove edizioni di Sotto Processo.”
Benny Calasanzio ha ampliato lo spettro d’indagine a tutta la classe dirigente italiana, raccontando le disavventure di magistrati, medici, imprenditori, senza ovviamente dimenticare i politici. Storie conosciute, altre meno. Un viaggio per capire, secondo l’ottica dell’autore naturalmente, “chi semu manu a nuddru” come si dice a Sciacca. Un quadro desolante anche della società civile che spesso non si arrabbia contro i disonesti, che non reagisce, che diventa indifferente. “Spesso votano o simpatizzano per chi li ha rovinati e così gli arresti, gli avvisi di garanzia, i rinvii a giudizio e le condanne fanno curriculum per la carriera politica, manageriale, imprenditoriale, dirigenziale.”
In Italia nessuno ormai più si dimetta una volta subite denunce o condanne. Il confronto con qualunque altra democrazia è imbarazzante e devastante. Barack Obama, appena insediato alla presidenza degli Stati Uniti, rinunciò a tre ministri appena designati nel suo primo governo: Tom Daschle, colpevole di un’evasione fiscale per 120 mila dollari (tasse non pagate per una vettura con autista messa a sua disposizione da una compagnia privata); Nancy Killefer (rea di non aver pagato per un anno e mezzo i contributi alla colf, peraltro poi versati successivamente); e Bill Richardson (oggetto di un’inchiesta per presunta corruzione).
“Viene quasi da sorridere. La gravità dei reati che hanno portato alla rinuncia da parte di Obama di questi tre ministri risultano quasi ridicoli al cospetto dei reati che hanno coloro che continuano a guidare questo nostro paese” dice Calasanzio.
Alla fine un barlume di speranza per il futuro. Cambiare si può ma soltanto attraverso una coraggiosa, puntuale e libera informazione. “Quando la gente riesce ad essere informata, capisce e quando capisce pensa a cambiare le cose. Servono a questo i libri di denuncia, serve a questo il mio libro, serve a questo il programma di Saviano, servono a questo le battaglie degli altri autori. Ed è proprio per questo, per evitare che qualcosa cambi, che fanno di tutto per ridurci al silenzio.”

Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"

sabato 27 novembre 2010

Elenco dei desideri impossibili (tratto da "Vieni via con me")

1. che la televisione si occupi di politica senza che la politica si occupi della televisione
2. che non si sia costretti a chiedere la ricevuta fiscale perché te l'hanno già data
3. che chi paga le tasse non sia considerato un fesso
4. che chi non le paga sia considerato un ladro
5. che i finanziamenti pubblici vadano alla scuola pubblica
6. che quando al ristorante chiedo la frutta non ti rispondano “abbiamo l'ananas”
7. che gli importatori di ananas non si offendano e adesso chiedano il diritto di replica
8. che una bottiglietta di acqua potabile non costi un euro e mezzo, perché è una mostruosità
9. che non si applauda ai funerali
10. che Balotelli possa giocare a pallone senza che cento nazisti gli rompano le palle
11. che si possa aprire un giornale senza sapere già cosa c'è scritto
12. che l'unità d'Italia sia una tale ovvietà che non se ne debba più discutere
13. che non si dica mai più “scendere in campo”, ma “servire il paese”
14. che salire nei sondaggi sia meno importante che dire una cosa giusta
15. che si dica una cosa giusta anche se non fa salire nei sondaggi
16. e che nessun giornale faccia mai più una raccolta di firme contro Roberto Saviano, che non è un partito politico, ma è molto di più, è una persona

sabato 10 luglio 2010

Messaggio di Padre Alex Zanotelli: "Un referendum per avere l'acqua pubblica"

"Non solo un referendum, nasca un movimento di opinione che difenda sempre l'acqua e tutti beni primari per la vita dell'uomo. Usciamo dall'agonizzazione che ci è stata imposta" (Alex Zanotelli)

Buon ascolto

mercoledì 30 giugno 2010

Terremoto: i cittadini aquilani lanciano pomodori a Minzolini

di Tommaso Caldarelli

Pioggia di verdura di varia natura in direzione della rai di viale Mazzini. “Non ci sentiamo più rappresentati da questa televisione pubblica”

Melanzane, pomodori, “verdura varia” lanciati contro il cavallo rampante: è la manifestazione di protesta messa in piedi da alcuni cittadini de l’Aquila, assembratisi davanti agli uffici della Rai per protestare contro il silenzio stampa dei TG pubblici riguardo alla ancora critica situazione della ricostruzione abruzzese, e in particolare sul blackout trasmissioni sulla manifestazione cittadina del 16 giugno scorso. La folla degli abruzzesi, scrive l’Ansa “ha animato il sit-in indirizzando principalmente urla di insulti al direttore del Tg1 Augusto Minzolini.”

MENZOGNINI – “Non ci sentiamo più rappresentati da questa cosiddetta televisione pubblica in cui noi dovremmo essere tutti editori” – ha spiegato Annalucia Bonanni, professoressa abruzzese, una delle animatrici del curioso flashmob. “ La televisione di stato, che per un anno ha fatto propaganda di ogni iniziativa del governo, adesso che le contraddizioni dell’intervento governativo vengono a galla, censura qualsiasi tipo di manifestazione di critica”. Gli aquilani presenti sul posto, al grido di “Menzognini dimettiti”, promettono che la lotta non finirà oggi: la loro è una semplice delegazione, spiegano, ma gli intervenuti alla prossima mobilitazione generale del 6 luglio “saranno molti di più”.

TG2 ALLA NUTELLA – Critiche anche al Tg2, reo, secondo i manifestanti, di aver mandato in onda, il giorno della manifestazione, un servizio sulle proprietà nutrizionali della cioccolata: per questo, è stata allestita una distribuzione gratuita di pane e Nutella. Immediata la replica del telegiornale diretto da Mario Orfeo, che precisa, in una seconda nota sempre diramata dall’Ansa, di aver dato rilevanza alla manifestazione aquilana con un servizio andato in onda nel Tg2 delle 13 e 30 del 17 giugno, riproponendolo poi addirittura nell’edizione di prima serata due giorni dopo, il 19.

MA VAI VIA! – Durante la manifestazione, si sarebbe affacciato a discorrere con gli abruzzesi Rodolfo De Laurentiis, consigliere d’amministrazione dell’azienda in quota UDC, abruzzese tanto quanto i lanciatori di pomodori, per proporre un incontro tra i vertici aziendali e gli abruzzesi manifestanti: è stato cacciato. “Vengono a chiedere a noi di entrare alla Rai e raccontare quello che succede ma sono loro che devono fare informazione, facessero il loro lavoro”, ha urlato la Bonanni al megafono. “Se hanno qualcosa da dire, che lo dicano al Tg1″. Nel mirino anche Bruno Vespa, aquilano d’origine: “togliamogli la cittadinanza”, hanno urlato i manifestanti.

http://www.giornalettismo.com/archives/69456/terremoto-cittadini-aquilani/

giovedì 17 giugno 2010

Apriamo la bocca ai bloggers. Rete Libera

Intervista a Claudio Messora (Byoblu) sulla mancanza di informazione libera, il digital divide in Italia e lo scandalo del terremoto in Abruzzo

martedì 15 giugno 2010

I giornalisti "Impiegati" e i giornalisti "Giornalisti" firmato Marco Risi

Tratto da "Fortapàsc" di Marco Risi. Sasà spiega a Giancarlo Siani la differenza tra chi scrive soltanto per danaro e chi invece scrive per raccontare la verità.

lunedì 14 giugno 2010

In piazza contro i tagli alla cultura e i bavagli alla libertà di stampa

di Luca del Fra

Doveva essere la manifestazione dei lavoratori delle fondazioni lirico-sinfoniche contro il decreto Bondi ma l’iniziativa si è gonfiata fino a esondare trascinando con sé il mondo della cultura e dell’informazione. Oggi alle 15 a Piazza Navona, oltre ai lavoratori dei teatri d’opera ci saranno anche quelli di cinema, teatro di prosa, musica e danza in generale, insieme agli autori, gli istituti culturali, la Federazione nazionale stampa italiana, Articolo 21 e Usigrai. Lo slogan quindi si è ampliato «contro i tagli e contro i bavagli», e sempre oggi il Pd lancia una giornata di sensibilizzazione sui temi della cultura e dell’informazione in una decina di città italiane. Anche se le due iniziative sono diverse, che ci fanno teatranti, cinematografari, giornalisti, archeologi, musici, scrittori tutti assieme?



«Bisogna dire che purtroppo il governo ci ha dato una mano scoprendo le carte –spiega Silvano Conti della Slc-Cgil–: il disegno è scardinare tutta la cultura pubblica in Italia. Si colpiscono i teatri lirici, si chiudono o definanziano gli istituti di cultura, quelli di ricerca, i musei e nello stesso momento si tenta di oscurare i mezzi di informazione e si taglia scuola, università, ricerca». La Slc-Cgil, con gli altri sindacati di categoria, era stata tra le promotrici di questa manifestazione contro il decreto Bondi, che sta seguendo l’iter di conversione in legge e che vuole trasformare i grandi teatri lirici, come la Scala, il Maggio Fiorentino, il San Carlo di Napoli in teatri di provincia. Il decreto che dava la colpa dei deficit dei nostri teatri lirici ai lavoratori, paradossalmente ha evidenziato come a mettere in ginocchio non solo la lirica ma tutto il settore cultura siano proprio i tagli ai finanziamenti dello stato alle attività culturali, tra i più magri d’Europa: per il 2011 per tutto lo spettacolo, compresi circhi, spettacoli viaggianti, teatro, musica danza e cinema sono previsti 311 milioni, la Francia solo per l’Opéra de Paris stanzia oltre 100 milioni di euro. Tuttavia la primavera è stata teatro di una offensiva governativa a tutto campo: pochi giorni dopo il decreto sulle fondazioni è arrivata la legge sulle intercettazioni telefoniche, che colpisce sia la libertà di stampa che quella di indagine. Infine con la manovra firmata dal ministro Giulio Tremonti la scure è calata sugli istituti di cultura, da quelli intitolati a Gramsci e De Gasperi fino a quello intitolato a Craxi, per non parlare della Stazione biologica di Napoli, l’Eti o la Quadriennale di Arte Contemporanea di Roma il cui presidente Gino Agnese, intellettuale di destra, ha chiesto le dimissioni del ministro Bondi.

I tagli alle attività culturali sono mascherati dietro l’emergenza della crisi, ma in realtà fin dalla prima vittoria elettorale del 1994, i governi di Berlusconi hanno sempre e incondizionatamente fatto tagli al settore di cultura, scuola, università e ricerca. E lo hanno fatto al di là della congiuntura economica. «C’è un filo nero che collega questi tagli e decreti contro la cultura alla legge sulle intercettazioni –spiega Giuseppe Giulietti portavoce di Articolo 21 del gruppo misto della Camera–: è il tentativo di oscurare la coscienza e la conoscenza. Un oscuramento etico e culturale prelude alla vera macelleria sociale. Domani la Fnsi ha indetto una manifestazione davanti a Montecitorio con i comitati di redazione di tutte le testate italiane. A questa reazione degli oscurati, siano giornalisti o esponenti della cultura, deve seguire il coinvolgimento degli oscurandi, cioè di tutti i cittadini». Nasce così la proposta di una manifestazione nazionale lanciata ieri dallo stesso Giulietti e da Vincenzo Vita del Pd.

07 giugno 2010
http://www.unita.it/news/italia/99677/in_piazza_contro_i_tagli_alla_cultura_e_i_bavagli_alla_libert_di_stampa

domenica 14 marzo 2010

Chiuderli tutti...per chiuderne uno...

L’indagine di Trani coinvolge il premier, Innocenzi (Agcom) e il direttore del Tg1. Santoro nel mirino: “Chiudere tutto”

Silvio Berlusconi voleva "chiudere" Annozero. Un membro dell'Agcom – dopo aver parlato con il premier - sollecitava esposti contro Michele Santoro. Il direttore del Tg1 Augusto Minzolini – al telefono con il capo del governo – annunciava d'aver preparato speciali da mandare in onda sui giudici politicizzati. E le loro telefonate sono finite in un fascicolo esplosivo. Berlusconi, Minzolini e il commissario dell'Agcom Giancarlo Innocenzi: sono stati intercettati per settimane dalla Guardia di Finanza di Bari, mentre discutevano della tv pubblica delle sue trasmissioni. E nel procedimento aperto dalla procura di Trani - per quanto risulta a Il Fatto Quotidiano – risulterebbero ora indagati. Lo scenario da “mani sulla Rai” vien fuori da un'inchiesta partita da lontano. L'indagine .- condotta dal pm Michele Ruggiero – in origine riguardava alcune carte di credito della American Express. È stata una “banale” inchiesta sui tassi d'usura, partita oltre un anno fa, ad alzare il velo sui reali rapporti tra Berlusconi, il direttore generale della Rai Mauro Masi (che non risulta tra gli indagati), il direttore del Tg1 e l'Agcom. Quelle carte di credito, in gergo, le chiamavano “revolving card”. Sono marchiate American Express e, secondo l'ipotesi accusatoria, praticano tassi usurai sui debiti in mora. In altre parole: il cliente, che non restituisce il debito nei tempi previsti, rischia di pagare cifre altissime d'interessi. E così Ruggiero indaga. Per mesi e mesi. Sin dagli inizi del 2009.

Fino a quando una traccia lo porta su un'altra pista. Il pm e la polizia giudiziaria scoprono che qualcuno – probabilmente millantando – è certo di poter circoscrivere la portata dello scandalo: qualcuno avrebbe le conoscenze giuste, all'interno dell'Agcom, che è Garante anche per i consumatori. Qualcuno vanta – sempre millantando – di avere le chiavi giuste persino al Tg1: è convinto di poter bloccare i servizi giornalistici sull'argomento, intervendo sul suo direttore, Augusto Minzolini. Le telefonate s'intrecciano. I sospetti crescono. L'inchiesta fa un salto. E la sorte è bizzarra: Minzolini, il servizio sulle carte di credito revolving, lo manderà in onda. Ma nel frattempo, la Guardia di Finanza scopre la rete di rapporti che gravano sull'Agcom e sulla Rai. Telefonata dopo telefonata si percepisce il peso di Berlusconi sulle loro condotte. Gli investigatori si accorgono che il presidente del Consiglio è ciclicamente in contatto con il direttore del Tg1. La procura ascolta in diretta le pressioni del premier sull'Agcom. Registra la fibrillazione per ogni puntata di Annozero. Sente in diretta le lamentele del premier: il cavaliere non ne può più. Vuole che Annozero e altri “pollai” - come pubblicamente li chiama lui - siano chiusi. E l'Agcom deve fare qualcosa. Berlusconi al telefono è esplicito: quando compulsa Innocenzi - che dovrebbe garantire lo Stato, in tema di comunicazione - parla di chiusura. E Innocenzi non soltanto lo asseconda. Ma cerca di trovare un modo: per sanzionare Santoro e la sua redazione servono degli esposti. E quindi: si cerca qualcuno che li firmi.

I ruoli si capovolgono: è l'Agcom che cerca qualcuno disposto a firmare l'esposto contro Santoro. Innocenzi è persino disposto, in un caso, a fornire, all'avvocato di un politico, la consulenza dei propri funzionari. La catena si rovescia: un membro dell'Agcom (che svolge un ruolo pubblico), intende offrire le competenze dei propri funzionari (pagati con soldi pubblici), a vantaggio di un politico, per poter poi sanzionare Santoro (giornalista del servizio pubblico). In qualche caso si cerca persino di compulsare, perchè presenti un esposto, un generale dei Carabinieri. L’immagine di Berlusconi che emerge dall’indagine è quella di un capo di governo allergico a ogni forma di critica e libertà d’opinione. Si lamenta persino della presenza del direttore di Repubblica, Ezio Mauro, a Parla con me: Serena Dandini, peraltro, è recidiva. Ha da poco invitato, come sottolinea il premier, anche il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari. Il premier si scompone: nello studio della Dandini, due giornalisti (del calibro di Mauro e Scalfari), l'hanno attaccato. Chiede se - e come - l'Agcom possa intervenire. Innocenzi ci ragiona. Sopporta telefonate quotidiane. Berlusconi incalza Innocenzi, ripetutamente, fino al punto di dirgli che l'intera Agcom, visto che non riesce a fermare Santoro, dovrebbe dimettersi.

Il premier intercettato dimostra di non distinguere tra il ruolo dell'Agcom e il suo ruolo di capo del Governo. Pare che l'Autorità garante debba agire a sua personale garanzia. Gli sfugge anche che, l'Agcom, può intervenire soltanto dopo, la trasmissione di Annozero. Non prima. E infatti – dopo aver raccolto lo sfogo telefonico di Innocenzi sulle lamentele di Berlusconi – un giorno, il dg della Rai Mauro Masi, è costretto ad ammettere: certe pressioni non si ascoltano neanche nello Zimbabwe.

Il parossismo, però, si raggiunge a fine anno. Quando Santoro manda in onda due puntate che faranno audience da record e toccano da vicino il premier. La prima: quella sul processo all'avvocato inglese Mills, all'epoca indagato per corruzione, reato oggi prescritto. La seconda: quella sulla trattativa tra Stato e Cosa Nostra, dove Santoro si soffermerà sulle deposizioni di Spatuzza, in merito ai rapporti tra la mafia e la nascita di Forza Italia. Non si devono fare, in tv, i processi che si svolgono nelle aule dei tribunali, tuona Berlusconi con il solito Innocenzi. Secondo il premier – si sfoga Innocenzi con Masi – si potrebbe dire a Santoro che non può parlare del processo Mills in tv. Non è così che funziona, ribadice Masi. Non funziona così neanche nello Zimbabwe. Comunque Masi non risparmia le diffide.

Per il presidente della Rai non mancano le occasioni di minacciare la sospensione di Santoro e della sua trasmissione. A ridosso della trasmissione su Spatuzza, al telefono di Innocenzi, si presenta anche Marcello Dell'Utri. Tutt'altra musica, invece, quando il premier parla con Minzolini, che Berlusconi chiama direttorissimo. Sulle vicende palermitane, Minzolini fa sapere di essere pronto a intervenire, se altri dovessero giocare brutti scherzi. E il giorno dopo, puntuale, arriva il suo editoriale sul Tg1: Spatuzza dice “balle”. Tutte queste telefonate, confluite ora in un autonomo fascicolo, rispetto a quello di partenza, dovranno essere valutate sotto il profilo giudizario. Se esistono dei reati, dovranno essere vagliati, e se costituiscono delle prove, avranno un peso nel procedimento. È tutto da vedersi e da verificare, ovviamente, ma è un fatto che queste telefonate sono “prove” di regime. Dimostrano la impercettibile differenza tra i ruoli del controllato e del controllore, del pubblico e del privato.

Le parole di Berlusconi che, mentre è capo del Governo e capo di Mediaset, parla da capo anche a chi non dovrebbe, Giancarlo Innocenzi, dimostrano che viene meno la separazione tra i due poteri. Altrettanto si può dire delle parole deferenti di Innocenzi che anziché declinare gli inviti esibisce telefonicamente la propria obbedienza e rassicura Berlusconi: presto sarà aperto lo scontro con Santoro. Dietro le affermazioni sembra delinearsi un piano. È soltanto un'impressione. Ma il premier sostiene che queste trasmissioni debbano essere chiuse, sì, su stimolo dell'Agcom, ma su azione della Rai. Tre mesi dopo questi dialoghi, assistiamo alla sospensione di Annozero, Ballarò, Porta a porta e Ultima parola proprio per mano della par condicio Rai, nell'intero ultimo mese di campagna elettorale. E quindi: la notizia di cronaca giudiziaria è che Berlusconi, Innocenzi e Minzolini, sono coinvolti in un'indagine.

La notizia più interessante, però, è un'altra: il “regime” è stato trascritto. In migliaia di pagine. Trasuda dai brogliacci delle intercettazioni telefoniche. Parla le parole del “presidente”. Il territorio di conquista è la Rai: il conflitto d'interesse del premier Silvio Berlusconi – grazie a questi atti d'indagine - è oggi un fatto “provato”. Non è più discutibile.

Da il Fatto Quotidiano del 12 marzo

venerdì 5 marzo 2010

Addio Costituzione. Addio Democrazia.


I Latini dicevano "Dura Lex, sed Lex"... oggi invece vige la Legge del più forte, quella che ti fa cambiare le regole in corsa soltanto per far piacere ai potenti... la legge (da tempo) non è uguale per tutti... CHE SCHIFO...


(immagini tratta da "Non leggere questo blog" di Wil)

lunedì 1 marzo 2010

Caso Mills: prescritto, non assolto. C'è il corrotto ma non il corruttore...

di Mariafrancesca Ricciardulli

ROMA - Colpevole ma non perseguibile a causa della prescrizione del reato. Lo hanno deciso le Sezioni Unite della Cassazione chiamate a mettere la parola fine al caso Mills, l'avvocato inglese condannato in primo e secondo grado a Milano a quattro anni e sei mesi per corruzione in atti giudiziari in concorso con Silvio Berlusconi. Accolte dunque le richieste avanzate oggi dal sostituto procuratore generale della Cassazione Gianfranco Ciani.

Oggetto del processo un presunto versamento di 600 mila dollari che Mills avrebbe ricevuto per rilasciare dichiarazioni false in due vecchi processi milanesi: All Iberian e quello sulla corruzione nella Guardia di Finanza. Mills dopo una prima ammissione in indagini preliminari, ha negato ogni addebito. Berlusconi e Mediaset invece hanno sempre respinto tutte le accuse.

La Corte di Cassazione si è riunita oggi a "sezioni unite" per affrontare sostanzialmente due nodi: dirimere una questione di qualificazione giuridica del reato contestato, su cui non c'è stata una interpretazione uniforme in passato da parte dei supremi giudici, e per sancire il momento in cui si considera consumato il reato stesso. Tutto il processo si è giocato infatti intorno alla collocazione di questa presunta tangente che, secondo le carte del processo, avrebbe abbracciato un arco temporale che va dalla fine del 1997 al febbraio del 2000 e include le prime comunicazioni Mills-Bernasconi (defunto manager Finivest, ndr), la presunta pattuizione, l'inizio dell'iter di versamento, il percorso attraverso società riconducibili alle parti, l'annuncio dell'avvenuto pagamento e l'incasso effettivo.

LA RICHIESTA DAL PG - "Annullamento senza rinvio perché il reato è estinto per prescrizione e rigetto del ricorso dell' imputato per quanto riguarda gli effetti civili". Questa la conclusione della requisitoria del pg Ciani davanti alle Sezioni Unite.

Secondo Ciani "non c'è dubbio che il momento consumativo della corruzione di Mills da parte di Bernasconi e del gruppo erogatore dei 600 mila dollari si verifica l'11 novembre del 1999 quando Mills, in proprio, e non come gestore del patrimonio altrui, fornisce istruzioni per il trasferimento dei circa 600 mila dollari dal fondo di investimento Giano Capital al fondo Torrey". Per il procuratore, dunque, è dall'11 novembre '99 che decorrono i termini di prescrizione e non a partire dal 29 febbraio 2000, come ritenuto invece dai giudici della Corte di Appello di Milano. In questa data Mill si era fatto intestare le quote del fondo Torrey per un valore di circa 600 mila dollari. Ma questa data non è da prendere in considerazione in quanto "il ritardo del passaggio finale nella intestazione delle quote non incide sul momento consumativo della prescrizione ma trae origine dalla volontà di Mills di rendere difficoltosa la ricostruzione di questo illecito passaggio di soldi e la sua origine".

Infine, Ciani ha ricordato che, comunque, "quanto c'è incertezza sulla data di commissione di un reato, da sempre vale la regola del favor rei: e il decorrere della prescrizione va fissato nel momento più favorevole all'imputato". Dunque, l'11 novembre 1999 "con la conseguente dichiarazione di prescrizione, dal momento che la corruzione in atti giudiziari ha una pena massima che arriva fino a 8 anni".

CONFERMATO IL RISARCIMENTO - Confermata la condanna a un risarcimento di circa 250 mila euro, da versare a Palazzo Chigi. Ad essere prescritto infatti è il reato, mentre permane la responsabilità dell’imputato e dunque la necessità del risarcimento dei danni non patrimoniali all’esecutivo nell’arrecato pregiudizio all’immagine. "Mills, con le sue testimonianze reticenti – ha spiegato – ha arrecato pregiudizio all’immagine dello Stato per quanto riguarda l’esercizio della funzione giurisdizionale".

IL PROCESSO AL PREMIER - L'annullamento della condanna e il proscioglimento di Mills per intervenuta prescrizione, non potrà non avere una ricaduta conseguente per il processo 'gemello' a Berlusconi - ancora in primo grado e sospeso proprio in attesa del verdetto per Mills - imputato dello stesso identico reato: il legale inglese come presunto corrotto, il premier come presunto corruttore. Con buona pace sua!


http://www.dazebao.org/news/index.php?option=com_content&view=article&id=8861:mills-sentenza-cassazione-la-corruzione-ce-ma-il-reato-e-prescritto&catid=90:cronaca&Itemid=288

giovedì 25 febbraio 2010

Si alle Intercettazioni, No all'Illegalità

Federconsumatori. Le intercettazioni non si toccano

di Rosario Trefiletti

ROMA - Anche dopo i fatti venuti alla luce come quelli della “banda dei cognati” legati alla Protezione Civile e i recentissimi della banda dei “furbetti del telefonino” c’è ancora qualcuno che mette in discussione quella grandissima ed essenziale utilità delle intercettazioni telefoniche. Troviamo ciò francamente disdicevole, soprattutto se si utilizzano in maniera strumentale i legittimi diritti della privacy.


Queste prese di posizione e l’ostinazione nel mantenere propositi di legge che anziché essere abbandonati vengono di nuovo proposti al Parlamento, fa sospettare che quei propositi preferiscano le simpatie per chi è coinvolto in fatti malavitosi piuttosto per quelli meritori nei confronti della stragrande maggioranza dei cittadini onesti. Non ce ne meravigliamo più di tanto vedendo anche quanti sono coinvolti in quei fatti malavitosi e le cariche politiche ed istituzionali che ricoprono. Per noi di Federconsumatori- rimangono oramai insopportabili questi fatti che oltre ad essere gravi sul terreno dell’etica e della deontologia, comportano ricadute sociali ed economiche gravissimi sulle famiglie italiane oltretutto già alle prese con la drammatica situazione in cui versa il Paese. Sia comunque chiaro, che noi siamo determinati a qualsiasi iniziativa per contrastare tali intendimenti e non escludiamo nel caso, la raccolta di firme degli “onesti” per abrogare norme collusive con il malaffare e la corruzione

http://www.dazebao.org/news/index.php?option=com_content&view=article&id=8834:federconsumatori-le-intercettazioni-non-si-toccano-&catid=37:politica-interna&Itemid=154

sabato 20 febbraio 2010

Aquilani in Piazza per il NO Bertolaso Day... lo avete visto in tv? No?

L'AQUILA (13 febbraio) - Si ritroveranno in piazza alle 14 in punto di domani, con cartelli e scritte, per dire ancora una volta «io alle 3.32 non ridevo», in segno di protesta alla luce delle intercettazioni divulgate negli ultimi giorni relative all'inchiesta fiorentina sugli appalti del G8. Un appuntamento per molti aquilani che si stanno organizzando sui social network, in un'iniziativa che - secondo le intenzione dei promotori - rinuncia ad essere una manifestazione vera e propria, ma rappresenta un momento di incontro.

A decine gli aquilani che, invece, parteciperanno alla manifestazione nazionale contro la Protezione civile Spa, in programma a Roma, in piazza Montecitorio, il 18 febbraio alle 10. Il coordinamento aquilano perla partecipazione a quello che è stato già ribattezzato «No Bertolaso Day» è stato promosso dal comitato spontaneo «3e32».

Confartigianato Abruzzo e dell'Aquila hanno scritto al presidenteAnce, Paolo Buzzetti, chiedendo, a nome anche dei loro iscritti, di radiare dall'associazione, «per comportamento ignominioso», gli imprenditori Francesco Maria De Vito Piscicelli e Gianfranco Gagliardi.

«Senza entrare nel merito della più ampia vicenda giudiziaria che li vede coinvolti - scrivono - vogliamo incentrare la nostra attenzione solo su un fatto inequivocabile e non smentibile: l'intercettazione telefonica nel corso della quale i due soggetti de quo si rallegravano tra loro del tremendo sisma e, forse, brindavano alla disgrazia, mentre noi cercavamo, tra le macerie, i cadaveri dei nostri morti, molti dei quali giovani e nel fiore degli anni, e cercavamo di lenire le ferite di oltre 1500 vittime».

«Dunque - concludono -, un' intera comunità umana e civile, prostrata fino all'inverosimile, ha costituito il banchetto nuziale di alcune imprese che hanno libato e lucrato su una tragedia che non ha avuto eguali nella nostra penisola negli ultimi 90 anni di storia».

mercoledì 10 febbraio 2010

... E la scomparsa dei quotidiani

Il 1° febbraio 1975 usciva sul Corriere della Sera il famosissimo “articolo delle lucciole” (in realtà titolato Il vuoto di potere) di Pier Paolo Pasolini. Un lungo articolo, quasi un piccolo saggio, di analisi rigorosa sui cambiamenti avvenuti nella società italiana all’inizio degli anni ’60; Pasolini collega la scomparsa delle lucciole (sparite a causa dell’inquinamento atmosferico) e la nascita di un nuovo tipo di fascismo, completamento diverso da quello mussoliniano o da quello dei primi anni di governo degasperiano. Un fascismo sotterraneo, fatto di consumismo e di omologazione, dove i valori tradizionali cattolici della patria e della famiglia sono spariti; un nuovo potere nato e sviluppatosi senza che la classe dirigente democristiana se ne accorgesse. Spiegare interamente i vari aspetti di questa analisi è complicato e perciò vi rimando alla lettura dell’articolo (http://www.pasolini.net/saggistica_scritticorsari_lucciole.htm). Quello che invece mi interessa analizzare in questa sede è la situazione delle pagine culturali dei quotidiani italiani di oggi. Negli anni ’70 i giornali erano ricchi di interventi come questo, scritti da intellettuali di grande spessore che ponevano uno sguardo nuovo su alcuni aspetti dell’Italia. Erano anni di furibonde polemiche iniziate tra le colonne di un quotidiano e finito nelle pagine di saggi. Erano anni di grandi pensatori come Pasolini, Calvino, Fortini e Moravia, amici nella vita, ma convinti che il dibattito potesse arricchire il pensiero di un’intera nazione. Oggi invece cosa abbiamo? Alberoni che ogni lunedì sul Corriere ci spiega perché i fidanzati si lasciano oppure una lunga intervista al politico di turno che ha più il carattere di una velina fascista che di un pezzo giornalistico. Rimangono ancora dei buoni giornalisti con delle ottime rubriche (Buongiorno di Gramellini sulla Stampa o L’Amaca di Serra su Repubblica) ma non c’e più una radicale critica alla società italiana in un periodo come questo dove ce ne sarebbe estrema necessità.
Le cause sono parecchie e riguardano l’intero mondo della cultura. La fine dell’ideologie dopo l’89 ha portato ad un forte nomadismo intellettuale che ha prodotto solo confusione ed una mancanza di critica totale di un intero sistema di pensiero; la carenza di partiti portatori di un’ottica nuova e diversa, ma una grande classe politica senza vere distinzioni; la poca spendibilità della cultura in un mondo concorrenziale e crudele. La conseguenza diretta di tutti questi fattori è la decadenza del quotidiano italiano. Volendo inseguire il linguaggio televisivo si è persa la forza culturale della scrittura giornalistica: sempre meno battute e sempre più fotografie e grafici, un’agenda scelta guardando i telegiornali, interesse per il frivolo o per la cronaca patetico-sentimentale, ecc. In un contesto come questo la vera critica sociale non trova posto, perché troppo “intellettuale” (dandone una definizione negativa della parola) e non interessante per il lettore, e si preferisce lasciare la terza pagina al racconto della fiction andata in onda la sera prima. Un articolo come quello di Pasolini non so se sarebbe pubblicabile oggi: certamente non dai tre principali quotidiani nazionali (Corriere, Repubblica e Stampa). Se prima la funzione del giornale era quella di istruire il cittadini, di informarlo sui fatti e cercarlo di farlo crescere ideologicamente (con tutte le conseguenze che avuto negli anni del terrorismo) mettendosi al livello più alto di educatore, oggi si pone allo stesso livello del lettore per poter vendere qualche copia in più. Perciò vedo una sorta di catena che lega la crisi dell’intellettuale e quella del quotidiano; la causa dell’una è l’effetto dell’altra e viceversa. Un articolo di forte denuncia non sarebbe pubblicato, e allo stesso tempo il quotidiano non stimola il dibattito di una classe intellettuale che non esiste. Le conseguenze di questa scelta adottata negli anni ’80 sono state traumatiche per il dibattito politico contemporaneo e, cosa ancora più incredibile, anche per le vendite degli stessi quotidiani.

http://spiritiliberali.blogspot.com/2010/02/la-scomparsa-dei-quotidiani_04.html

sabato 30 gennaio 2010

Il nuovo teorema di SB: "Meno immagrati significa meno criminali"

Il premier chiude il Cdm eccezionalmente svoltosi a Reggio Calabria contro la mafia, associando la presenza degli extracomunitari all'aumento della criminalità: un'equazione discutibile specie a pochi giorni dai fatti di Rosarno

«Riduzione degli extracomunitari in Italia significa meno forze che vanno a ingrossare le schiere dei criminali». Un’equazione discutibile che però rende felice il premier che così chiude la conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri tenuto a Reggio Calabria. Silvio Berlusconi dimostra in questo modo tutta la sua soddisfazione per l’azione del governo di contrasto alle mafie. Quindi immigrazione clandestina e criminalità viaggiano appaiate.

«I risultati dei nostri sforzi sono molto positivi», ha proseguito il presidente del Consiglio, ribadendo la connessione tra la presenza di immigrati in Italia e il livello criminalità presente in Italia. Il governo, ha detto il premier, metterà in atto «un’azione molto forte sull’Unione europea che deve farsi carico dei costi della vigilanza che i paesi sopportano».

Annunciando il piano straordinario antimafia Berlusconi ha precisato che si tratta «di un piano in dieci punti», che contiene anche «un codice delle leggi antimafia».

http://www.blitzquotidiano.it/politica-italiana/berlusconi-meno-immigrazione-significa-meno-criminalita-222074/

venerdì 29 gennaio 2010

A.Alfano contro l'ANM... e viceversa...

Il ministro della Giustizia ha commentato duramente la decisione del sindacato delle "toghe", che ha deciso di disertare la cerimonia dell'inaugurazione dell'Anno Giudiziario - Secondo Alfano l'associazione in questo modo macchia una giornata "per il diritto di giustizia" dei cittadini

Pronta risposta di Alfano ai giudici dell’Anm che hanno deciso di disertare l’aula durante l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario: «L’Associazione nazionale magistrati ha scelto di macchiare una giornata che è per i cittadini e per il loro diritto di avere giustizia».

Il Guardasigilli poi rincara la dose: «L’immagine che l’Anm offre di sé non coincide con l’immagine e con il senso etico delle migliaia di magistrati che ogni mattina servono l’Italia e le istituzioni che rappresentano».

«Sono il ministro della Giustizia, servo il mio Paese e ho giurato sulla Costituzione – spiega Alfano – A differenza di coloro che seguiranno le improvvide indicazioni dell’Anm, parteciperò all’inaugurazione dell’anno giudiziario presso la Suprema Corte di Cassazione alla presenza del Presidente della Repubblica».

«Allo stesso modo – continua il Guardasigilli – andrò l’indomani presso la Corte d’Appello de L’Aquila, laddove il servizio giustizia ha ricominciato a funzionare brillantemente dopo il terremoto, grazie all’impegno delle istituzioni e di tanti servitori dello Stato».

http://www.blitzquotidiano.it/politica-italiana/giustizia-alfano-magistrati-anm-221164/

sabato 19 dicembre 2009

Tempo scaduto. Tutte le riforme ferme al palo

di Marco Damilano

Gli scontri con Fini. Il pressing della Lega. L'incubo dei processi. Le elezioni regionali alle porte. E le grandi riforme promesse tutte ferme al palo. Ora perfino nel Pdl si pensa già al dopo Berlusconi L'Italia, giurava, diventerà in breve come la Francia: una Repubblica presidenziale. «Il presidenzialismo è la migliore formula costituzionale », sosteneva. Aggiungendo: «È una riforma essenziale se vogliamo fare del nostro Paese una democrazia moderna». Era il 20 dicembre 2008, sotto le volte di Villa Madama, affrescate da Giulio Romano, Silvio Berlusconi dettava in diretta televisiva i prossimi appuntamenti in agenda nel suo governo: immediata approvazione del disegno di legge sulle intercettazioni, riforma della giustizia, riforma delle pensioni, riforma del fisco («Tutto ciò che recupereremo nella lotta all'evasione fiscale sarà utilizzato per abbattere le tasse») e soprattutto la Grande Riforma: il presidenzialismo. «Da fare dopo il federalismo», puntualizzava il portavoce Paolo Bonaiuti. Con l'obiettivo ultimo di consentire il trasloco del Cavaliere da palazzo Chigi al Quirinale. A furor di popolo.

Dodici mesi dopo quel proclama alla tradizionale conferenza stampa di fine anno il bottino è a dir poco misero. Perfino la legge per limitare le intercettazioni, che in quell'elenco di provvedimenti mirabolanti sembrava quasi una formalità, è finita impaludata in qualche commissione del Senato, della sua necessità per il Paese e i cittadini nessuno per fortuna parla più. La maggioranza Pdl più Lega, che appariva una testuggine compatta, è paralizzata dai veti incrociati. E il Cavaliere assomiglia sempre più ad un altro inquilino di palazzo Chigi che arrivato all'età di 73 anni, giusto gli anni del premier, fu costretto a lasciare la guida del governo. Niente di più lontano, in apparenza, del Caimano di Arcore dal Divo Giulio Andreotti. Fragoroso Berlusconi, in punta di piedi il sette volte presidente del Consiglio. Animato da ottimismo indistruttibile e fiducia in se stesso Silvio, scettico sul genere umano fino al cinismo Giulio. Eppure, in questa fine 2009, le due figure si sovrappongono. Tutti e due tirati in ballo dai pentiti di mafia: con la differenza, però, che Andreotti si è difeso nei processi, mentre Berlusconi si preoccupa di come evitarli. Entrambi in rotta con la Casa Bianca e a braccetto con Gheddafi. Entrambi alle prese con una maggioranza rissosa e divisa: ieri il pentapartito, oggi il triumvirato Berlusconi-Fini- Bossi. Tutti e due con l'imperativo di durare fino all'elezione del nuovo presidente della Repubblica, carica cui aspirava Andreotti, e sappiamo com'è finita, e che Berlusconi considera naturale per sé, e si vedrà. «Braccato dai tribunali, non può governare l'Italia», ha concluso intanto il "Financial Times". Di certo, l'uomo del fare, l'imprenditore che detestava le lentezze della politica si è trasformato in un fedele osservante del primo comandamento andreottiano. Il tirare a campare.


Altro che grande riforma. Basta vedere l'ultimo giro di tavolo in commissione Bilancio alla Camera sulla legge finanziaria. Concluso con un maxi-emendamento di 250 commi e un elenco di micro-finanziamenti, dal benemerito museo del tattile di Ancona alle associazioni combattenti, da far rimpiangere gli assalti alla diligenza stile prima Repubblica. Con il centrodestra costretto, per l'ennesima volta, al voto di fiducia per evitare ulteriori stravolgimenti nell'aula di Montecitorio. E di misure strutturali neppure l'ombra.

L'Architettto delle nuove istituzioni che dovevano portare l'Italia nella modernità si è trasformato in un più modesto arredatore di microprovvedimenti.

Sulla giustizia, naturalmente. Leggi ad personam che vengono lanciate nelle aule parlamentari come automobiline in pista. Al Senato c'è il processo breve: nessuno pensa che sarà davvero approvato, nel caso ci ha pensato il presidente della Camera Gianfranco Fini a depennare dalla lista dei reati esclusi dal provvedimento quelli legati all'immigrazione clandestina che stavano a cuore alla Lega. Giusto, deve aver pensato l'avvocato del premier Niccolò Ghedini, già che ci siamo fissiamo tempi contingentati anche per mafia e terrorismo: e così le eventuali esigenze del premier sono assicurate, quelle della sicurezza nazionale possono attendere. Alla Camera, invece, arriverà il lodo Costa-Brigandì sul legittimo impedimento, per garantire un semestre bianco di processi sospesi per premier, ministri, sottosegretari e parlamentari, una norma ponte in attesa del nuovo lodo Alfano, rafforzato con la copertura costituzionale.

Una girandola che intaserà i lavori parlamentari. Messe in corsia preferenziale, da licenziare a tempo di marcia, le riformette della giustizia fanno finire in coda altre proposte che lo stesso centrodestra aveva considerato urgenti, anzi, urgentissime. Il testamento biologico, per esempio: il governo Berlusconi voleva introdurlo per decreto, fu Giorgio Napolitano a rifiutarsi di firmarlo. Fu sostituito da un disegno di legge da approvare, si promise la tragica notte della fine di Eluana Englaro, al massimo in due settimane. Fatto? Macché: tutto bloccato alla Camera, e sono passati oltre dieci mesi.

Tutta colpa degli alleati infidi, ragiona Berlusconi. Come il co-fondatore del Pdl Fini che, in onda o fuorionda, non perde occasione per mollare qualche calcetto al premier. Ma l'immobilismo non dipende dal presidente della Camera. Nel Pdl c'è una scena che si ripete: auto blu a palazzo Grazioli, Berlusconi che si fa giurare all'unanimità dai vertici del partito che il Capo è lui, nessun altro all'infuori di lui, ma senza prendere decisioni su nulla. E in assenza di direttive l'intendenza si divide. Finiti i tempi dei kit dei candidati, le navi azzurre, i manifesti sei per tre, i provini di telegenia per gli aspiranti consiglieri regionali, le campagne elettorali pianificate con mesi di anticipo. Lontanissima anche la stagione in cui Berlusconi decideva da solo, senza neppure una telefonata, il nome del futuro governatore della Sardegna, tal Ugo Capellacci, detto Ugo-chi?: eppure non sono passati molti mesi. Le elezioni regionali del 29 marzo sono alle porte e tutto è in ritardo: lo schema di gioco e le squadre da schierare. Nicola Cosentino candidato presidente in Campania? «Mi ritiro dalla corsa se me lo chiede il premier», ha ripetuto il sottosegretario all'Economia sotto inchiesta per camorra. Mentre Berlusconi rimandava indietro la palla: «Spetta a lui decidere». La Lega reclama le presidenze di Veneto e Piemonte? «Troveremo una soluzione», ha ribadito il Cavaliere, senza avvicinarsi alla meta. Anche perché il partito di Bossi non ha mai fatto mistero di puntare al colpaccio, la presidenza della Lombardia. Risultato: la paralisi totale, dal Piemonte alla Calabria, che comunque lascerà sul campo morti e feriti. Come già avviene in Sicilia: nella regione crocevia di tutte le storie, anche le più drammatiche come quelle vagheggiate dal pentito Gaspare Spatuzza, nell'isola che nelle elezioni del 2001 regalò a Berlusconi uno storico cappotto (61parlamentari per la destra, zero per il centrosinistra) il dopo-Silvio sta già iniziando, nella confusione più totale.

Con il governatore Raffaele Lombardo che prova a spaccare il Pdl e fare una nuova giunta con chi ci sta: «Se si rivotasse subito Berlusconi avrebbe ancora la forza di schiacciarmi. Ma se resisto un altro anno sarò io a schiacciare lui». È il calcolo che fanno in tanti: amici, alleati, poteri forti, Chiesa. I molti soggetti che scrutano il tramonto del berlusconismo, che potrebbe anche rivelarsi molto lungo e sicuramente tempestoso. Gli unici a non aver ancora messo a fuoco una strategia per il dopo-Berlusconi sono i dirigenti del Pd: timorosi che il sistema finisca per crollare addosso a loro, come il Muro di Berlino. E non lo mette nel conto, ovviamente, il Cavaliere che ha affinato un'abilità straordinaria a fare leva sui guai per risalire: lo tirano in ballo nelle deposizioni su mafia e stragi e lui ne approfitta per ricompattare le truppe e giocare la carta preferita, il vittimismo. Il calendario di fine 2009- inizio 2010 è inzeppato di viaggi all'estero e prestazioni straordinarie, come il Natale tra i terremotati a Onna. Buone per far passare il tempo. Esorcismo necessario per il Cavaliere andreottizzato che tira a campare. In attesa della scadenza.

giovedì 10 dicembre 2009

Penalisti sul piede di guerra... No al Processo Breve

Sì alla durata ragionevole del processo, ma non certo nei modi previsti dal ddl su quello breve, che ha contenuti talmente deficitarii da portare i penalisti italiani a dichiarare lo stato di agitazione e a minacciare un'astensione dalle Udienze. E' la dura presa di posizione dell'Unione Camere Penali, che ha convocato d'urgenza il consiglio nazionale per decidere che condotta tenere nei confronti della nuova iniziativa giudiziaria della maggioranza.

INDAGINI PRELIMINARI - «Il disegno di legge sul processo breve - dicono i penalisti guidati da Oreste Dominioni - ignora completamente che la durata indeterminata delle indagini preliminari è la ragione prima della violazione del principio di ragionevole durata; una riforma che vuol essere efficace in questo senso dovrebbe assicurare un giudice capace di garantire un forte controllo giurisdizionale sull'attività del pubblico ministero in particolare sul rispetto della disciplina dei tempi delle indagini preliminari».

NECESSARIE RISORSE - «Inoltre - è la tesi degli avvocati - non è legittimo discriminare gli imputati sulla base di condizioni soggettive o della natura e gravità del reato, escludendo dalla «ragionevole durata» reati di marginale rilevanza penale ed includendone altri più gravi: il diritto ad un processo giusto, e dunque anche alla sua ragionevole durata, non consente compressioni. Un simile provvedimento, peraltro, non potrà garantire processi di durata ragionevole se non sarà accompagnato da significativi stanziamenti di risorse e da un loro impiego razionale: non tenerne conto significa legiferare al di fuori di ogni necessaria valutazione di effettività».

Fonte: Diariodelweb.it

mercoledì 4 novembre 2009

Gli appunti di Vito Ciancimino... e non solo...

Ciancimino: "Mio padre era con Gladio"

Il figlio di Vito Ciancimino consegna vecchi appunti ai magistrati palermitani

FRANCESCO LA LICATA

Tra i documenti che Massimo Ciancimino ha consegnato alla Procura di Palermo c’è un appunto scritto dal padre, Vito, l’ex sindaco dc, che rivelerebbe la sua appartenenza alla Gladio, la rete di controspionaggio del Patto Altantico che operò in Italia dalla fine delle seconda guerra mondiale fino all’inizio degli anni Novanta, quando Giulio Andreotti (decretandone la fine perché ormai superata dai nuovi assetti dell’Europa) ne rivelò l’esistenza in Parlamento.

L’appunto manoscritto è stato consegnato ieri mattina dal figlio, insieme con una quarantina di altre “carte”, tra cui la copia originale del famigerato «papello» finora esistente, ma in fotocopia, e custodito negli archivi dei sostituti procuratori di Palermo. Il biglietto sarebbe una sorta di “rivelazione” autografa destinata all’enorme materiale politico e autobiografico che Vito Ciancimino intendeva racchiudere in una pubblicazione, mai ottenuta per il completo disinteresse che allora suscitavano le sue affermazioni. «Ho fatto parte di Gladio», scrive don Vito. E non si sa quanto di altro aggiunge nel corso del “messaggio”. Ovviamente ogni cautela è d’obbligo, quando ci si imbatte in un argomento così scivoloso. I magistrati, infatti, non si sbilanciano, almeno fino a quando non saranno in grado di valutare l’attendibilità dell’appunto e soprattutto fino a che non riusciranno a collocarlo temporalmente e nel clima di quegli anni.

Fino a questo momento ci si deve accontentare dei ricordi e delle riflessioni del figlio, Massimo. Pure il giovane Ciancimino non trae conclusioni affrettate, anche se è stato testimone di strane e lunghe frequentazioni del padre con ambienti dei servizi segreti. In questo senso fa fede tutta la vicenda legata al «papello» con le richieste di Totò Riina allo Stato e alla «trattativa» che don Vito intavolò coi carabinieri del Ros per conto di Cosa nostra. Da cosa potrebbe essere nato il “filo” tra Ciancimino e i servizi? Il mondo economico, finanziario e politico - specialmente in Sicilia - è stato sempre al centro delle attenzioni e dello sguardo lungo degli apparati di sicurezza. Ma don Vito, a quanto sembra, ne aveva dimestichezza anche per via del ruolo ricoperto dal padre, Giovanni, che durante la guerra e subito dopo era divenuto una sorta di punto di riferimento degli americani nella zona di Corleone, anche perché padrone (forse l’unico, nel territorio) della lingua inglese.

Si vedrà, comunque, se le indagini porteranno a qualcosa di concreto. Nella stessa giornata di ieri - abbastanza convulsa per il teste privilegiato Ciancimino - alla Procura di Palermo ha finalmente fatto ingresso ufficiale il «papello». Dal punto di vista del contenuto (i dodici punti di richiesta della mafia) il documento non aggiunge nulla a quanto si conosceva attraverso la fotocopia. Importanza, invece, viene data all’originale per via delle conoscenze che potranno essere acquisite attraverso le perizie già disposte. A parte quella grafica, che potrebbe portare all’identificazione dell’autore, sarà interessante accertare «l’età» del documento (attraverso l’analisi della carta) e forse anche la provenienza.

Tra le carte consegnate ieri da Massimo Ciancimino ci sarebbe pure una pagina manoscritta dedicata alla morte di Paolo Borsellino. Don Vito titola: «Post scriptum traditori», e riflette sulle tragedie di Falcone e Borsellino, a suo dire «traditi». Anche lui, don Vito, ritiene di essere vittima di tradimenti. A tradirlo, sarebbe stata la politica (non aveva gradito il lancio di volantini da un aereo con la scritta: «Meglio vivere un giorno da Borsellino che cento giorni da Ciancimino»). E alla fine immagina che Borsellino, venuto a conoscenza dei tradimenti subìti, (e «forse anche Falcone»), «se risuscitasse» non rifarebbe le cose che ha fatto.

In mattinata Massimo Ciancimino aveva reso dichiarazioni spontanee al processo d’appello che le vede condannato a cinque anni e mezzo. «Ci sono - ha detto - tante cose che non vanno nel mio processo. Tante intercettazioni, a suo tempo ritenute irrilevanti dai magistrati, contengono invece elementi a mia discolpa che, quantomeno, avrebbe potuto evitarmi l’accusa di riciclaggio. Io desidero essere giudicato per quel che ho fatto».

Servizio RMK sull'avvento dei bloggers Anonimi...

sabato 17 ottobre 2009

Ecomostri di Calabria

di Anna Foti

Oltre 5000 i siti abusivi sulla fascia costiera calabrese. 740 quelli per cui si procederà al recupero. Nove gli interventi pilota finanziati con oltre sei milioni di euro con riferimento a nove siti in Calabria. Cinque di essi in corso di opera. Fino ad ora lo stadio più avanzato si registra a Scilla, che di recente ha anche ospitato il Museo Urbano Sperimentale dell’Arte Emergente (Musae), nell’ambito dell’iniziativa promossa dall’assessorato regionale della Calabria all’Urbanistica e al Territorio, con il coordinamento di Antonio Dattilo, responsabile U.O. Paesaggio. Nessuna opera è stata ancora completata, ma costante è l’impegno della Regione nel monitoraggio dei progetti di intervento nei singoli comuni interessati. Per cinque di essi (Stalettì, Cessaniti, Scilla, Rossano e Tropea) i lavori saranno presto appaltati o sono già in corso. Per altri quattro (Pizzo, Stignano, Bova Marina e Stilo) problematiche e criticità legate all’avvio delle procedure amministrative in loco e a necessità di somme superiori a quelle stanziate, hanno indotto ad un reindirizzamento dei fondi inizialmente assegnati e ad un nuovo piano di finanziamento. Così i cinque milioni inizialmente stanziati sono diventati oltre sei milioni di euro.
Tutto comincia nel 2005. Dopo decenni di incuria, abusivismo e illegalità diffuse e mimetizzate, devastazione del territorio per via di un tessuto sociale altamente contaminato e per mano di istituzioni conniventi e irresponsabili – le stesse cause delle decine di lutti nel messinese in questi giorni - la Giunta Regionale della Calabria inverte la tendenza e approva (delibera n.1135/2005) la specifica azione nell’ambito del programma “Paesaggi e Identità”. Segue poi, nel dicembre 2006, la delibera (n 843) della Giunta calabrese che approva anche l’Accordo di programma Quadro “Emergenze Urbane e Territoriali” nell’ambito della deliberazione CIPE 35/2005 con riferimento ad interventi sugli ecomostri. Un impegno che l’organo esecutivo della Regione Calabria ha intrapreso su proposta dell’assessore all’Urbanistica e al Territorio Michelangelo Tripodi. “Lo scopo di questo percorso – ha spiegato l’architetto Rosaria Amantea, responsabile del procedimento “Paesaggio e identità” – è proprio quello di porre il paesaggio come bene e come risorsa al centro delle politiche regionali, al fine di invertire la attuale tendenza di devastare il territorio calabrese. La riqualificazione dei siti ha assunto un ruolo fondamentale e questi interventi che stiamo finanziando, e su cui stanno lavorando le amministrazioni comunali coinvolte, lo attestano”.
Un gruppo di lavoro appositamente nominato ha, infatti, tracciato un quadro di oltre 5200 siti abusivi sulla fascia costiera. Di questi 740 sono stati indicati come aree di possibili interventi non solo per questioni di abusivismo ma anche per l’incidenza particolarmente preoccupante sull’ambiente. Adesso dovranno verificarsi le condizioni tecnico-giuridiche, oltre che rinvenire le risorse, per l’avvio di interventi sono solo di demolizione ma anche di riqualificazione. Il lungo elenco comprende anche le 245 abitazioni dell’Isola Felice costruite nell’area marina protetta di Capo Rizzuto (KR) tra i cui proprietari spicca il cognome Arena, le strutture Trenino e Palafitta a Falerna Scalo (CZ), il villaggio balneare Orchidea, 30 mila metri quadrati interamente abusivi e immersi nelle riviera dei cedri a Grisolia (CS), la Costa degli Dei di Capo Vaticano (Ricadi - VV). Intanto per nove siti, la riqualificazione è più vicina, grazie all’impegno dei Comuni e alla sollecitudine della Regione. “Nell’ambito dell’elenco dei siti censiti, nove sono stati scelti per essere destinatari di interventi pilota – ha spiegato l’architetto Aldo Ferrari – nell’ambito di un progetto che coniuga la lotta all’abusivismo e al depauperamento del tessuto ambientale e la necessaria opera di denuncia di illegalità diffuse nel nostro territorio. Con questo progetto - ha evidenziato l’architetto Ferrari – si è altresì dato luogo ad un confronto virtuoso con le amministrazioni locali coinvolte”. Le nove convenzioni stipulate con i comuni interessati prevedono interventi rimozione e recupero paesaggistico. In forza di esse i comuni agiscono sul territorio e la Regione monitora e finanzia, ponendo a disposizione oltre sei milioni di euro.
Nel dettaglio iniziale l’importo era pari a cinque milioni di euro ed era destinato alla demolizione e al recupero di un edificio non finito nel comune di Stignano (RC), alla riqualificazione e al ripristino ambientale di cave dimesse nel comune di Cessaniti (VV), alla demolizione di un tronco di molo non utilizzato e al ripristino del sito nel comune di Bova Marina (RC), alla demolizione di villette non finite ed al recupero ambientale nel comune di Stilo (RC), alla rimozione della scogliera artificiale e alla successiva riqualificazione in località Seggiola nel comune di Pizzo (VV), al recupero paesaggistico - ambientale in località San Martino di Copanello nel comune Stalettì (CZ), alla demolizione del fabbricato “Lo scoglio di Ulisse” e al recupero ambientale nel comune di Scilla (RC) e infine alla demolizione dei fabbricati il località Le Roccette con ripristino e recupero ambientale del “fosso Lumia” del comune di Tropea (VV). A completamento del quadro, l’intervento più consistente di un milione di euro per la demolizione del complesso di 52 fabbricati abusivi, 83 unità abitative, 45 mila metri cubi di cemento, 5000 metri quadrati di amianto, per un totale di 25 mila metri quadrati di territorio da risanare a Rossano Calabro. Un’imponente opera realizzata su area demaniale marittima in località “Zolfara” nel comune casentino al cui abbattimento si è proceduto lo scorso anno, dando così inizio a questa restituzione tardiva, e non senza conseguenze, del territorio alla sua originaria dimensione. Tra i citati anche uno degli ecomostri più rappresentativi d’Italia, collocato in Calabria nel catanzarese. Si trattava della baia di Copanello, complesso di abitazioni a schiera nel comune di Staletti. 15 mila metri cubi di cemento abusivo, abbattuti nel gennaio 2007 dopo vent’anni di abbrutimento, insistenti su un’area vicina al sito archeologico con reperti di età romana che adesso sarà riqualificata con questi fondi Fas.
Come già accennato, per gli interventi programmati a Stilo, Stignano, Bova Marina e Pizzo la fase amministrativa ha presentato criticità tali per cui il completamento della fase di progettazione esecutiva e di pubblicazione del bando per l’aggiudicazione dei lavori non è avvenuto entro il 2008. Dunque, trattandosi di fondi FAS (Fondi per Aree Sottosviluppate) ripartiti nella delibera Cipe (35/2005) la cui forbice temporale era il triennio 2005/2008, si è resa necessaria un’opera di strategia contabile. “I fondi stanziati per quegli interventi, che dovevano essere utilizzati entro lo scorso anno - ha spiegato Mattia Pennestrì, dirigente di servizio APQ della Regione Calabria - sono stati indirizzati alle convenzioni stipulate nell’ambito per progetto di riqualificazione dei centri storici cui i comuni stanno rispondendo numerosi con grande solerzia e spirito di collaborazione e partecipazione. Nuovi fondi per questi quattro siti maggiormente problematici sono stati poi individuati nell’ambito degli interventi per Opere Infrastrutturali. Ciò ha per altro consentito di procedere all’aumento della somma inizialmente finanziata per la rimozione della scogliera artificiale in località Seggiola a Pizzo Calabro e per la riqualificazione del molo di Bova Marina, e di allungare così la forbice temporale per questi lavori”.
Sulla previsione del termine dei lavori si è cauti. Non ci si sbilancia. L’auspicio è che i lavori avviati o in procinto di essere aggiudicati possano essere completati entro quest’anno mentre quelli nuovamente finanziati entro il 2010. Ma sono solo auspici che potrebbero rendere sempre più vicino e concreto l’obiettivo di intervenire, condizioni tecnico-giuridiche e fondi permettendo, su un numero sempre maggiore di strutture abusive. Le difficoltà non sono solo legate alla burocrazia. Legambiente denuncia ogni anno crimini ambientali del ciclo del cemento commessi in Calabria. Dunque esistono contesti complessi in cui, come il cemento abusivo, sono radicate mentalità che cozzano con la legalità e che possono rallentare il processo di restituzione della bellezza alla Regione Calabria. Per quanto lento, il percorso deve essere intrapreso. Purchè non vi sia connivenza ma volontà politica di riappropriarsi della bellezza. Purchè non ci si arrenda.


Manifestazione per la libertà di stampa a Sciacca - 03/10/2009