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giovedì 20 maggio 2010

Derby d'Italia a Sciacca

E’ stata una settimana di sport parlato quella che si è appena conclusa a Sciacca. Inter e Juventus le squadre che, metaforicamente, sono scese in campo. Da una parte, giovedì, il convegno organizzato dall’Inter Club saccense che ha visto come ospiti due congiunti dell’indimenticato capitano Giacinto Facchetti, rispettivamente moglie e figlia. Dall’altra parte la conferenza organizzata dallo Juventus Club intitolato a Gianni Agnelli che doveva avere tra gli ospiti l’ex direttore generale Luciano Moggi il quale, alla fine, non è potuto essere presente, facendosi sentire soltanto telefonicamente dai tanti juventini presenti nell’ex chiesa Santa Margherita. Era presente invece il noto giornalista sportivo Gigi Moncalvo che ha presentato il libro: “I lupi e gli agnelli.” Al convegno invitati anche tutti gli Juventus Club DOC siciliani.
Quindi, possiamo dire, che, dopo settimane di attesa, tutto si è concluso con un sostanziale nulla di fatto poiché l’atteso scontro a distanza tra i Facchetti e Moggi non c’è stato.
Com’è noto ormai da tempo la rivalità tra le due tifoserie e tra le due squadre italiane si è accentuata dopo Calciopoli allor quando due scudetti sono stati tolti alla Vecchia Signora, mentre solo quello del 2006 è stato assegnato all’Inter. Intercettazioni, indagini sportive e penali, testimoni, smentite, condanne e successive assoluzioni, è successo tutto e il contrario di tutto in questi 4 anni. Adesso si parla di Calciopoli 2. Sono usciti cioè nuovi fronti di inchieste, nuove telefonate strane e diverse allusioni che farebbero intendere che gli atteggiamenti di Moggi non erano gli unici del panorama calcistico italiano. Del resto una cupola, termine ripetutamente utilizzato per nominare il sistema – Juve, poteva essere costituito da una sola persona?
E via così con una nuova ridda di voci ed indiscrezioni. Cosa succederà da qui in avanti non è dato sapersi ma se, la conseguenza di quelli voci, portarono gli Azzurri a laurearsi campioni del mondo nel 2006, adesso la speranza dei tifosi italiani è che quella circostanza possa ripetersi. A giugno infatti partiranno i campionati del mondo in Sudafrica dove l’Italia proverà a difendere il titolo conquistato in terra tedesca dopo i calci di rigore, durante la famosa finale con la Francia.
Il convegno dell’Inter riguarda un premio denominato della lealtà che viene attribuito ai ragazzi che si sono particolarmente distinti a scuola nell’esecuzione di un tema, riguarda soprattutto le scuole medie. Anche l’anno scorso la signora Facchetti aveva preso parte anche perché amica da tempo della famiglia Chillura e di Mario che presiede il club di Sciacca. Il club juventino invece è diretto da Luigi Sclafani eletto presidente da poche settimane. Prima infatti il presidente era il signor Fauci.
Sicuramente la rivalità cittadina proseguirà anche nei prossimi anni, con nuove conferenze, dibattiti, tutto scandito dalle prestazioni reali delle due squadre. Quest’anno l’annata è stata molto avara con i tifosi juventini mentre gli interisti possono ritenersi più che soddisfatti. Una cosa è certa: entrambe le tifoserie possono essere onorate di avere due capitani della bravura e della correttezza di Alessandro Del Piero e Javier Zanetti, due autentiche bandiere, due inossidabili campioni che sembrano quasi essere note stonate in un mondo che si lascia tutto alle spalle troppo in fretta.

Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"

giovedì 3 dicembre 2009

Illusioni sportive?


Fin dalla notte dei tempi si parla a Sciacca della realizzazione di un palazzetto dello sport che vada ad integrare, o meglio, a sostituire le strutture esistenti. I giovani della nostra città, fino ad oggi, sono costretti ad utilizzare impianti privati a pagamento oppure il pallone tenda che non sempre è il massimo che la vita possa offrire.
Due settimane fa è stata indetta una riunione a tal fine alla quale hanno partecipato gli assessori preposti, alcuni consiglieri comunali e diversi tecnici e progettisti. E’ stato analizzato l’articolo 60 della legge regionale del 16 aprile 2003, numero 4. Secondo queste direttive il comune di Sciacca può decidere o il miglioramento dello stato degli impianti sportivi esistenti attraverso l’adeguamento delle strutture alle nuove normative sanitarie e di sicurezza oppure può scegliere di realizzare nuovi impianti sportivi. La Regione Siciliana, in accordo con l’Istituto per il Credito Sportivo ed il Comitato Olimpico Nazionale Italiano ha il compito di svolgere un ruolo propositivo, di indirizzo e coordinamento degli interventi proposti. Possono chiedere i contributi regionali e del Coni gli Enti Pubblici, le Federazioni sportive nazionali, le Società e le Associazioni Sportive praticanti attività sportiva senza fini di lucro, gli Enti di promozione sportiva, i Centri di aggregazione giovanile o anche gli Enti religiosi.
Nel caso di impianti sportivi già esistenti possono chiedere il contributo i titolari dell’impianto sportivo esistente oppure chi ne detiene la gestione; nel caso invece di realizzazione di nuovi impianti possono chiedere il finanziamento i titolari della proprietà dell’area sulla quale si dovrà creare l’impianto.
L’Istituto per il Credito Sportivo esercita il credito sotto qualsiasi forma ma, al contempo, i mutui non possono avere durata maggiore ai 20 anni. L’ammontare del finanziamento regionale corrisponde al contributo in conto interessi a valere sull’importo di mutuo stipulato con l’Istituto: per progetti fino a 500 mila euro è previsto un contributo mediante abbattimento del tasso di interesse praticato dall’Istituto nella misura del 100% dello stesso; nel caso invece di progetti che superano l’importo di 500 mila euro, è previsto un contributo corrispondente al 50% del tasso di interesse praticato sempre dall’Istituto.
Le istanze di realizzazione devono essere presentate entro 120 giorni dalla pubblicazione del bando all’Assessorato regionale del Turismo, delle Comunicazioni e dei Trasporti, dipartimento Turismo, Sport e Spettacolo.
Insomma la legge fornisce tutte le possibilità legali per poter accedere alla realizzazione di un palazzetto dello sport che rappresenta un vero e proprio sogno per generazioni di giovani saccensi.
Il comune da tempo possiede già un progetto in proposito, adesso devono decidere se rinnovarlo apportando le dovute modifiche o se invece decidere di realizzarne uno ex novo.
L’area ipotizzata dove andare a costruire questo impianto dovrebbe essere quella in prossimità dell’attuale Stadio “Luigi Riccardo Gurrera”, quasi a creare in quella zona una piccola cittadella dello sport: stadio, palazzetto, pallone tenda, piscine e campi da tennis.
Sogno o son desto? Oserebbe chiedersi qualcuno.
Di certo non si tratta di qualcosa che si possa realizzare in breve tempo, l’assessore allo sport Ignazio Piazza a tal proposito è stato onesto e chiaro. Con le esangui casse comunali non c’è altra strada se non quella di accedere ai contributi del Coni e della Regione, portando avanti un mutuo.
Seppur si tratti di cose assolutamente differenti, c’è da aspettarsi l’opposizione dei carristi: perché accendere il mutuo per il palazzetto dello sport ed invece non farlo per la realizzazione dei famosi capannoni per i quali invece sarebbe già tutto pronto dal punto di vista burocratico – formale?
Anche le aree sarebbero attigue in quanto pure i capannoni dovranno sorgere – progetto dixit – vicino allo stadio e precisamente alle sue spalle.
Certamente occorre soprattutto un po’ di ottimismo, se un iter non si comincia mai avremo da aspettare all’infinito. Ci sono giustamente le logiche finanziarie, politiche, sociali ma Sciacca non può più attendere altre. Serve programmare, muoversi, agire, guardare avanti, alla programmazione, ai progetti di lunga realizzazione, serve andare a bussare presso gli uffici provinciali, regionali, nazionali e sportivi, in questo caso, giusti. Non si può vivere ancora di rendita elettorale. I tempi sono maturi e sono compiuti. La gente ha saputo aspettare, capire le difficoltà della “prima volta”, attendere la composizione della squadra di lavoro. Ora il dado è tratto.
Non è possibile stare ancora fermi. La città attende risposte e le attende non soltanto nelle piccole cose ma anche nelle grandi.
Il tempo delle vacche magre è presente per tutti e ad ogni livello ma aspettare che il frutto cada dall’albero o dal cielo non serve a nessuno. Occorre allungare la mano…


Calogero Parlapiano - tratto da "ControVoce"

mercoledì 26 agosto 2009

IV Trofeo Città di Sciacca di Scherma


Si è svolto nelle giornate di sabato e domenica, 22 e 23 agosto, il IV Trofeo Città di Sciacca di scherma.
La manifestazione, giunta alla quarta edizione ed organizzata dall'associazione sportiva Il Discobolo col patrocinio del comune di Sciacca, della provincia di Agrigento e della federazione italiana di scherma, si è tenuta in piazza Angelo Scandaliato ed ha coinvolto nelle gare di scherma diverse squadre provenienti da tutta Italia, in particolare da Roma, Grosseto, Ostia, Milano e Padova oltre naturalmente ad atleti provenienti da Sciacca.

Presenti alla serata anche il sindaco Vito Bono e l'assessore allo sport Ignazio Piazza.

Il Comune, attraverso lo sport, quindi intende essere maggiormente vicino ai giovani della città ed è ipotizzabile nel prossimo futuro la realizzazione di un palazzetto dello sport atteso da anni da tanti saccensi.

venerdì 16 gennaio 2009

L'inaugurazione dei due Juventus Club Doc di Sciacca

Si è svolta ieri (14 gennaio, ndr) alle 19 l’inaugurazione dei due club dedicati alla Juventus e presenti a Sciacca, uno in via Licata, club dedicato all’attuale capitano Alessandro Del Piero, e l’altro in via Roma, dedicato invece all’avvocato Gianni Agnelli.
Hanno partecipato all’evento numerosi tifosi bianconeri, i soci dei due club e molti curiosi. Sono intervenuti in qualità di ospiti Calogero Rizza, responsabile regionale dello Juventus Club Doc, Ezio Morina, responsabile nazionale dello Juventus Club Doc e Mariella Scirea, la vedova del grande capitano e libero bianconero Gaetano Scirea, simbolo di eleganza sia sul campo che dal punto di vista umano e scomparso anni fa.
Sono intervenuti, oltre ai Presidenti dei due club, anche le autorità comunali che non hanno mancato di regalare agli ospiti un piccolo ricordo della loro presenza a Sciacca.

mercoledì 10 dicembre 2008

Il Calcio.. tutto da ridere... Bis!

... Tentazione irresistibile...
dopo i divertenti video di ieri sera, ecoo questi altri... troppo forti... tutti da sorridere e gustare... guardateli con attenzioni e divertitevi un pò... questo è il calcio che vorremmo sempre vedere... uno sport, quello che è e quello che dovrebbe sempre essere...
buona e divertente visione!!!

Gene Gnocchi ed i... rigori sbagliati...


... gli errori della difesa...


.. gli arbitri...


.. ed i festeggiamenti! eh eh

martedì 9 dicembre 2008

Il Calcio tutto da ridere...

Era da un pò che non trattavo di sport.. stasera voglio farlo con una serie di video che attraverso le immagini ci fanno gustare gols divertenti, papere dei portieri, gols dei portieri... insomma lo sprt visto da un'ottica un pò particolare... tipo "mai dire gol" eh eh
è bene nello sport nel quale girano vorticosi milioni di euro, ricordarsi che si tratta sempre di un gioco e non prendersi mai troppo sul serio...
buona e gustosa visione!

errori vari...........


Gene Gnocchi e l'ironia sui portieri... eh eh


.. i gol mancati...


..e gli autogol!

venerdì 29 agosto 2008

Conclusione delle Olimpiadi di Pechino: tra sport e politica internazionale


Atleta Disciplina Specialità Data

Cainero Chiara Tiro a Volo Skeet 14 Agosto
Cammarelle Roberto Boxe91 kg + 24 Agosto
Minguzzi Andrea LottaGreco-Romana 84 Kg 14 Agosto
Pellegrini Federica Nuoto 200 stile libero 13 Agosto
Quintavalle Giulia Judo 57 kg 11 Agosto
Schwazer Alex Atletica 50 km. di marcia 22 Agosto
Tagliariol Matteo Scherma Spada 10 Agosto
Vezzali Valentina Scherma Fioretto 11 Agosto

D'Aniello Francesco Tiro a volo Double Trap 11 Agosto
Filippi Alessia Nuoto 800 stile libero 16 Agosto
Idem Josefa Canottaggio K1 500 23 Agosto
Italia Canottaggio Quattro di coppia 17 Agosto
Italia Tiro con l'arco Squadre 11 Agosto
Pellielo Giovanni Tiro a Volo Trap 10 Agosto
Rebellin David Ciclismo Strada 9 Agosto
Russo Clemente Pugilato 91 kg 23 Agosto
Sarmiento Mauro Taekwondo 80 kg. 22 Agosto
Sensini Alessandra VelaRS:X 20 Agosto

Facchin Andrea Scaduto Antonio CanoaK2 1000 22 Agosto
Granbassi Margherita Scherma Fioretto 11 Agosto
Guderzo Tatiana Ciclismo Strada 10 Agosto
Italia Scherma Spada a squadre 15 Agosto
Italia Scherma Fioretto a squadre 16 Agosto
Italia Scherma Sciabola a squadre 17 Agosto
Picardi Vincenzo Boxe Peso mosca 22 Agosto
Rigaudo Elisa Atletica 20 Km marcia 21 Agosto
Romero Diego Vela Laser 19 Agosto
Sanzo Salvatore Scherma Fioretto 13 Agosto

Questo è il medagliere azzurro definitivo: 8 ori, 10 argenti, 10 bronzi.

Ottimo risultato anche se rimane l'amaro in bocca per le molte medaglie di legno (i quarti posti) che sicuramente con un pò di fortuna in più potevano trasformarsi in qualcosa di più prezioso. Il medagliere è stato vinto e dominato dalla Cina con 51 ori e un totale di 100 medaglie olimpiche, a seguire gli Stati Uniti e poi la Russia. Italia al nono posto su 204 nazioni partecipanti con le sue 28 medaglie preziose. E' stata come sempre l'occasione per avvicinarsi ed appassionarsi a sport che spesso vengono oscurati dai media e che attraverso le Olimpiadi tornano a nuova fama... non sempre le notizie sportive hanno avuto la meglio sulle vicende politiche e non sempre lo spirito olimpico ha prevalso, a volte a causa degli atleti, altre a causa dei dirigenti federali sempre attenti a futili e pretestuose polemiche. Insomma w lo sport, w le Olimpiadi ma attenzione...
a proposito, chiudo il post con questo interessante articolo sulla questione tibetana e cinese in generale. Buona lettura.

Nel mezzo delle spettacolari Olimpiadi Made In China, bombardati da notizie su Usain Bolt e Michael Phelps, il fioretto e la canoa, è passato in secondo piano l'argomento che ha infiammato il clima prima della cerimonia d'apertura: i diritti umani in Cina. Ma è davvero questo il tema che sta a cuore all'ondivaga opinione pubblica occidentale? I diritti umani, ma anche civili e politici, nella nazione più popolosa del mondo?
Quando si parla di diritti umani in Cina si fa riferimento sempre e solo alla cosiddetta questione tibetana. Con l'approssimarsi dell'appuntamento olimpico le testate giornalistiche di tutto il mondo, le televisioni, i siti web, hanno fatto a gara per informarci sull'intollerabile stato della libertà religiosa e politica della Provincia Autonoma del Tibet. Provincia Autonoma è uno spassoso esempio dell'involontario umorismo di ogni regime autoritario: Repubblica Democratica Tedesca, Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, i centri di rieducazione, facciamo la guerra per fare la pace, vogliamo il benessere del popolo sovrano. Ci sarebbe da ridere, solo che c'è sempre qualche milioncino di morti a ricordarci che no, non sta proprio bene sogghignare.
La Provincia Autonoma del Tibet è una provincia dal 1949, da quando cioè le sgangherate truppe di Mao invasero quello che era uno stato sovrano. Sul momento i tibetani non furono poi così scontenti, visto che erano governati come un feudo medievale da una cricca di sanguisughe in abito monastico. Ma siccome, si sa, al peggio non c'è mai fine, con la Rivoluzione Culturale, Libretto Rosso in una mano e mitra nell'altra, i cinesi decisero che la libertà religiosa non era poi così importante, e con furia iconoclasta degna di miglior causa decisero di radere al suolo qualche migliaia di monasteri. Morale della favola: le magnifiche sorti e progressive del sol dell'avvenire maoista necessitavano di un controllo ferreo sui turbolenti tibetani. Un controllo che non è affatto scemato, in una regione che a Pechino considerano fondamentale ancor più dopo il 1962, anno della guerra di posizione tra Cina ed India. La questione è talmente importante per i cinesi ed il Partito Comunista che la stella dell'attuale Presidente Hu Jintao ha acquisito fulgidezza con la feroce repressione manu militari dell'ultima rivolta tibetana nel 1989.
Proprio ieri, 21 agosto, il Dalai Lama per mezzo di Le Monde ci ha informato che la repressione del dissenso in Tibet continua, con determinazione e ferocia. La polizia avrebbe sparato contro la folla inerme, causando 140 morti. Altro che riavvicinamento tra Pechino e Dharamsala, trattative per l'autonomia e sciocchezze varie propinate da Hu Jintao ai falsamente creduloni leader occidentali. La Cina continua nella sua politica, imperterrita e senza tentennamenti. L'obiettivo è quello di diluire a tal punto la cultura indigena, con una massiccia iniezione di cinesi Han, che tra qualche anno il problema sarà semplicente esaurito per un mero dato demografico.
Torniamo però al quesito di partenza. Davvero ci interessano i diritti umani in Cina? Oppure ci interessa solo la questione tibetana e la repressione della religiosità buddhista? I dirigenti di Pechino stanno compiendo la medesima operazione nello Xianyang, da qualche anno si stanno peritando di sradicare la setta Falun Gong e certo non si può dire che i cattolici abbiano vita semplice. E allora perché? Difficile trovare una risposta. Ad essere cinici si potrebbe dire che il buddhismo è molto cool, che ha fatto più bene Richard Gere alla causa tibetana di quanto bene abbia fatto il buddhismo a Richard Gere che non azzecca un film da Pretty Woman. Che il Dalai Lama fa molto Gandhi vestito meglio. Dei diritti dei musulmani non è che poi ci interessi tanto. E, anche se non è politically correct dirlo, dall'11 settembre ci stanno anche un pò anticipatici. Falun Gong è una setta talmente strana che al confronto Scientology pare un culto per persone assennate. I cattolici, poi, sono decisamente out: ma come, l'Occidente brama la spiritualità orientale e voi v'attaccate alle sottane di Benedetto XVI?
Insomma: libertà per il Tibet, ma anche libertà per la Cina. (da beijing2008.it)

venerdì 1 agosto 2008

Le Olimpiadi di Atene 2004, ed ora a Pechino!

Dopo aver perso l’edizione del Centenario finita ad Atlanta, Atene ci riprova per il 2004 ed ottiene fiducia dal CIO. Finalmente dopo 108 anni i Giochi tornano nella loro culla: è un ritorno che si vive non senza qualche patema, perché i lavori di costruzione ed adeguamento di impianti sportivi e infrastrutture vanno a rilento e fanno sorgere qualche dubbio sull’effettiva capacità dei greci di organizzare un evento come le Olimpiadi. Nelle ultime settimane però ad Atene si recupera il tempo perduto e all’inaugurazione del 13 agosto è quasi tutto in ordine. Manca la copertura della piscina e così le gare di nuoto tornano giocoforza a disputarsi outdoor, ma la fortuna assiste Atene con un clima sempre ottimo e così quasi non se ne accorge nessuno. Ci sono nuovi record, con la bellezza di 201 paesi partecipanti: i nuovi ingressi sono Timor Est, i cui atleti erano presenti a Sidney sotto la bandiera del CIO, e Kiribati, un arcipelago polinesiano. Per la prima volta le donne si cimentano nella lotta, con i titoli complessivi che salgono a ben 301.Uno stadio tramutato in una piscina è il tocco di originalità della cerimonia d'apertura ateniese. La scultura greca fa da filo conduttore alla storia dell'umanità che è il centro della fase artistica della cerimonia. Il braciere cambia completamente forma rispetto al passato: è un sigarone futuristico che si piega ai piedi dell'ultimo tedoforo, che è il velista Kaklamakis. Il ruolo in realtà sarebbe dovuto spettare al vincitore dei 200 metri di Sidney, Kostantinos Kenteris, che è però alle prese con altri grattacapi. Poco prima dei Giochi non si è presentato ad un controllo antidoping, inscenando un misterioso incidente motociclistico che non gli avrebbe permesso di sottoporvisi. La posizione di Kenteris però è da tempo sospetta e questo non è il primo controllo cui sfugge furbescamente. Per il campione di casa scatta così la squalifica proprio a Giochi ormai in avvio: da possibile eroe diventa così la faccia ambigua della Grecia, anche se questa storia non smonta l’entusiasmo della folla nei suoi confronti. La finale dei 200 metri, la gara che sarebbe stata di Kenteris, è infatti disturbata dalle proteste del pubblico. Quando gli atleti vanno ai blocchi per lo start infatti gli spettatori attaccano con cori inneggianti a Kenteris e la partenza deve essere rinviata. Alla fine si corre ugualmente con i duecentisti che debbono adeguarsi alla situazione. Vince Shawn Crawford, un americano con un fisico da armadio che segna un grandissimo 19.79. Per i greci c’è la possibilità di rifarsi grazie a Fany Halkia che improvvisamente si mette a correre fortissimo nei 400 ostacoli ed anche qui giù mugugni e sospetti. La Halkia però viene va anni di infortuni e questo può spiegare la sua ascesa imperiosa ed il secondo e mezzo che toglie al personale durante i Giochi di casa. E’ invece uno scippo in piena regola quello che si perpetra nella ginnastica, dove i giudici vengono beccati in continuazione dal pubblico per decisioni quantomeno discutibili. Il giudizio sulla prova agli anelli di Demosthenis Tampakos viene invece accolto da un’ovazione nonostante sia chiaramente gonfiato. Il greco va così a cogliere un oro assolutamente immeritato: a fare le spese di questo favoritismo per un atleta di casa è anche il grande Yuri Chechi, che dopo Atlanta ed un grave infortunio aveva abbandonato le scene. Il richiamo delle Olimpiadi fa però breccia nel cuore del ginnasta di Prato che si prepara a meraviglia e a 35 anni è ancora quello di un tempo. Un prodigio di dedizione e serietà che meriterebbe di essere premiato con l’oro, ma che deve scontrarsi con le giurie casalinghe che gli consegnano uno strettissimo, ma pur sempre storico, bronzo. Per Chechi c’è la soddisfazione di essere il portabandiera azzurro nella cerimonia d’apertura e di ricevere le congratulazioni del Presidente Ciampi che lo indica come perfetto esempio per il nostro sport. I greci debbono così farsi perdonare qualche dispettuccio e ci riescono portando delle ambientazioni splendide per molte gare: il tiro con l’arco si svolge nell’antico stadio del 1896, la maratona sul percorso mitico di Filippide, il getto del peso nella piana di Olimpia. Purtroppo in quest’ultimo caso la vincitrice della gara femminile, la russa Korzhanenko, viene squalificata per doping: la poesia dell’incontro con il mito ha così un bruschissimo risveglio.


Finalmente El Guerrouj
Ci sono atleti che dominano le proprie discipline in lungo ed in largo ma ai Giochi non riescono a trovare il colpo giusto. E’ il caso del marocchino Hicham El Guerrouj, il re dei 1500 metri, che in carriera può vantare 83 vittorie nelle ultime 86 gare disputate nella sua distanza preferita, dove è pure primatista e quattro volte campione del mondo.
Sfortunatamente due delle tre sconfitte subite in tutta questa sequenza sono arrivate nelle finali olimpiche, ad Atlanta per una caduta, tra l’altro. A 30 anni, Hicham, sa bene che Atene può essere l’ultima occasione della sua vita. Il suo avversario più pericoloso è un keniano, Bernard Lagat, con cui ingaggia un’emozionante battaglia per tutto l’ultimo giro, ma alla fine è proprio El Guerrouj ad avere la meglio. Sfatato il tabù olimpico, il marocchino decide di buttarsi anche sui 5000, dove il favorito è l’etiope Kenenisa Bekele. Questi ha appena ricevuto il testimone sui 10000 metri dal grande connazionale Hailè Gebresilassie, in una finale che ha suggellato il passaggio di consegne tra il vecchio campione, finito 5°, ed il suo delfino designato. Bekele sembra così avviarsi verso la doppietta più classica del fondo, quella riuscita ai grandi come Zatopek e Viren. La finale dei 5000 però è lenta, i grandi si controllano e questo favorisce un mezzofondista veloce come El Guerrouj. Dopo aver controllato l’avversario, il marocchino piazza il suo allungo micidiale sul rettilineo conclusivo e a 60 metri dall’arrivo supera Bekele volando verso il secondo oro. E’ un trionfo per El Guerrouj: la doppietta 1500-5000 mancava ai Giochi addirittura dal 1924, quando a realizzarla fu il mitico Paavo Nurmi.Anche tra le donne il mezzofondo lancia una grande figura, Kelly Holmes. La britannica realizza l’accoppiata 800-1500, come la Masterkova ad Atlanta. Negli 800 la gara è serratissima, la mozambicana Mutola vuole replicare il successo di Sidney, ma negli ultimi metri crolla di schianto e la Holmes conquista il suo primo titolo. Sui 1500 impone ancora il suo spunto, stavolta sulla russa Tomasheva, e completa la doppietta. A 34 anni suonati la Holmes raccoglie così l’apice della carriera.

Baldini come Filippide
La maratona è sempre una gara speciale alle Olimpiadi, correrla sul percorso di Filippide, il leggendario soldato morto dopo aver corso da Maratona ad Atene per portare la notizia della vittoria dei greci sui persiani, significa affondarne ancor più le radici nel mito. Il tracciato della maratona ateniese va infatti da Maratona allo stadio dei Giochi Olimpici del 1896, il Panathinaikon rimesso a nuovo per l’occasione. Viene fuori una gara bellissima: dopo una prima metà corsa un po’ bloccata se ne va da solo il brasiliano Vanderlei De Lima, un outsider, e l’emiliano Stefano Baldini inizia a sfiancare gli avversari, uno su tutti il keniano Tergat, restando da solo all’inseguimento del fuggitivo. Quando Baldini ha ormai nel mirino De Lima, questi viene assalito da uno squilibrato in kilt: pochi secondi di paura, poi di nuovo in strada per correre verso il Panathinaikon. Baldini però morde le caviglie al brasiliano e al 40° km avviene il sorpasso, con anche l’americano Keflezighi che riesce a scavalcare lo sfortunato De Lima. Per Baldini è il trionfo: viene da una famiglia umilissima e numerosa, ha dieci fratelli e per emergere ha dovuto fare tanta fatica. Non ha caso è emerso nella disciplina di fatica per eccellenza. Ad allenarlo è Lucio Gigliotti, che già aveva lanciato Gelindo Bordin verso l’oro olimpico della maratona a Seoul ’88. Tra le donne i 42 km e 195 metri dovrebbero essere terreno della britannica Paula Radcliffe, una 30enne con un passato non troppo vincente in pista sui 10000 metri. La Radcliffe in pratica tirava tutta la gara per poi cedere nel finale alla maggior velocità delle avversarie ed è diventata famosa anche per il continuo ciondolare della testa durante la corsa. Da poco è passata alla maratona ottenendo delle prestazioni strabilianti, sulle 2 ore e 15. Ad Atene è favoritissima, ma è vittima di una pesantissima crisi e al 30° km, dopo aver perso il contatto dalle prime, è costretta al ritiro tra le lacrime. Ne approfitta la giapponese Noguchi che prende la testa da lontano ed arriva fino al Panathinaikon.
Oltre a quello di Baldini, l’Italia conquista un altro oro dalla strada: è quello di Ivano Brugnetti, talentuosissimo marciatore spesso appiedato dagli infortuni. Brugnetti, 28 anni, milanese, è già campione del mondo della 50 km ma in questa fase della carriera opta per la 20 km, anche per i problemi fisici che lo assillano. A poche centinaia di metri dall’ingresso nello stadio (quello olimpico, non il Panathinaikon) stacca lo spagnolo Fernandez e conclude vittoriosamente. In pista tra gli atleti che piacciono di più c’è l’americano Jeremy Wariner. E’ uno specialista dei 400 metri e si impone all’attenzione per diversi motivi. Innanzitutto è un bianco e trovarne di vincenti nel giro di pista è cosa rara. Poi è un ragazzo dal fisico normalissimo, senza quelle masse di muscoli da culturista che adornano la maggior parte dei campioni dalla velocità ai 400 metri, corre con classe ed eleganza. Ad Atene domina un podio tutto americano sul giro di pista e guida la staffetta al trionfo: l’erede del grande Michael Johnson è lui.La velocità deve fare a meno del giamaicano Asafa Powell, il nome nuovo, che si infortuna poco prima dei Giochi e deve rinunciare. La sfida resta apertissima sui 100 metri con il podio racchiuso in due centesimi. A spuntarla è l’americano Justin Gatlin sul nigeriano naturalizzato portoghese Obikwelu e l’eterno Greene. Gatlin però inciamperà presto nell’antidoping e tutta la sua parabola di campione, che comprende anche record e titolo mondiale, sarà rivalutata. Tra le donne sorprende la bielorussa Nesterenko, che beffa le atlete di colore nei 100 dove la favorita francese Arron non si qualifica neanche per la finale, mentre sui 200 la spunta la giamaicana Campbell. Gli svedesi lanciano un gruppuscolo di campioni che si impone per classe e carisma: Karolina Kluft diventa la fidanzata di Svezia vincendo l’eptathlon, Christian Ollson fa valere la propria forza nel triplo e Steffen Holm la sua azione di straordinaria dinamicità nel salto in alto. Si impone anche la zarina del salto con l’asta, la russa Yelena Isimbayeva, bella, brava e disinvolta davanti alle telecamere. Una caduta caratterizza i 100 ostacoli al femminile. La campionessa mondiale Perdita Felicien va a sbattere sul primo ostacolo e lascia il campo all’americana Joanna Hayes. La camerunesne Mango centra un salto triplo di altissimo livello, e bellissima è anche la finale dei 400 femminili con l’appassionante sfida tra la bahamense Tonique Williams e la messicana Ana Guevara vinta dall’atleta del Caribe. Nei 3000 siepi, manco a parlarne, tutti dietro a Kemboi e ad altri due keniani, un dominio incontrastabile, mentre il dominicano Felix Sanchez pone il sigillo su un quadriennio di imbattibilità sui suoi 400 ostacoli. Nella marcia, oltre a Brugnetti, festeggia il polacco Robert Korzeniowski, doppio oro a Sidney che qui vince ancora la 50 km e subito dopo annuncia il ritiro dall’attività. Il re del giavellotto, il ceco Zelezny, è invece costretto ad abdicare: nella finale del norvegese Thurkildsen è solo 9° e così sfuma il sogno della quarta medaglia d’oro di fila. Un bellissimo atleta è il vincitore degli 800, il russo Borzakowsky, così come la connazionale Slesarenko che fa uno strepitoso 2,06 nel salto in alto. C’è anche qualche impresa meno nobile: il vincitore del disco, Fazekas, risulta positivo all’antidoping ed il suo oro passa al lituano Alekna. Nelle staffette veloci si spezza il dominio americano: tra gli uomini la spuntano i britannici, tra le donne le giamaicane. L’Italia conquista una terza medaglia nell’atletica, un bellissimo bronzo con Giuseppe Gibilisco nell’asta. Il siracusano viene da una stagione difficile, ma al momento più importante tira fuori un 5,85 alla prima prova e solo gli americani Mack e Stevenson riescono a fare meglio.

Sfida tra giganti
La kermesse del nuoto vive sulla sfida tra due straordinari campioni, l’australiano Ian Thorpe e lo statunitense Michael Phelps. Il primo è già plurimedagliato olimpico ma vuole cancellare la sconfitta subita nella sua Sidney ad opera di Van den Hoogenband sui 200, mentre Phelps è emerso subito dopo i giochi australiani, ai quali partecipò appena 15enne. Phelps viene da Baltimora e annuncia di voler gareggiare in otto discipline per cercare di attaccare lo storico record dei 7 ori di Spitz. Dietro al tentativo c’è anche lo zampino di un ricco sponsor che preme per farlo entrare nella staffetta 4x100 stile libero, dove non è tra i più forti in assoluto, ma che è una gara fondamentale per riuscire nella grande impresa. Phelps alla fine viene schierato nella 4x100 e questo suscita qualche mugugno in squadra, che però proprio il giovane campione appianerà lasciando campo agli altri più avanti. Ma andiamo con ordine: anche per Thorpe l’avvicinamento ai Giochi ha un momento particolare. Ai Trias australiani, le selezioni interne, scivola inopinatamente dal blocco di partenza nella finale dei 400 stile libero, la specialità dove nessuno al mondo può impensierirlo da anni. E’ una falsa partenza e quindi Thorpe è escluso dalla gara e non potrebbe partecipare ai Giochi in questa specialità. Le discussioni in Australia si accendono: tener fede alle gare di selezione schierando ad Atene chi ha conquistato il posto in questa gara o fare uno strappo alla regola per l’uomo più forte al mondo? La scelta alla fine è quest’ultima, con uno degli australiani qualificati ai Trials che rinuncia più o meno volontariamente e con Thorpe che può così difendere il suo titolo. E’ il 14 agosto quando inizia la sfida a distanza: Phelps vince i 400 misti segnando un nuovo record mondiale, Thorpe i 400 stile. Il giorno successivo la corsa si arresta per entrambi sulla discussa staffetta 4x100 che va al Sudafrica: per gli americani di Phelps arriva un bronzo, l’Australia è solo 6°. La sfida diretta è sui 200 stile libero: Thorpedo la fa sua battendo il campione uscente Van den Hoogenband, mentre Phelps è ancora 3°. Il campione che si misura anche con distanze sulle quali è vulnerabile però piace e l’immagine di umanità di Phelps alla fine ne esce vincente. Dopo aver preso l’oro dei 200 farfalla, dei 200 misti e della 4x200 stile libero, Phelps trova pane per i suoi denti nel connazionale Crocker sui 100 farfalla. Il campione sembra sul punto di uscirne sconfitto, ma riesce a toccare appena quattro centesimi prima di Crocker. Phelps avrebbe un’ultima finale da disputare, quella della 4x100 mista, ma decide di fermarsi e di lasciare la sua frazione proprio a Crocker. Gli americani trionfano ugualmente, segnano il mondiale, e Phelps intasca comunque l’ottava medaglia per aver partecipato alle batterie, ma soprattutto piace il suo tifo in tribuna a sostenere i compagni durante la finale. Il conto finale è di 6 ori e 2 bronzi, ad un passo dai 7 ori di Spitz: Phelps è comunque il secondo atleta ad ottenere otto medaglie in una sola Olimpiade dopo il ginnasta Dityatyn. Nelle altre gare di nuoto spicca il talento dell’emergente francese Laure Manadou, che in breve diventa una delle beniamine d’oltralpe. E’ un personaggio che esce dalla cronaca sportiva, ha fascino, disegna una linea di costumi da bagno. Qui si prende l’oro dei 400 stile libero oltre ad un argento ed un bronzo. Fa un po’ più fatica invece la campionessa di Sidney, l’olandese De Brujn, che in extremis salva il titolo dei 50, così come il connazionale Van den Hoogenband che stavolta non può resistere alla furia di Thorpe, ma si conferma comunque l’uomo più veloce con l’oro sui 100, eguagliando la doppietta di Popov. Si ripete l’ucraina Klochkova, ancora imbattibile nei misti, mentre una novità è l’oro dello Zimbabwe con Kirsty Coventry sui 100 dorso. Una curiosità: le ragazze americane della 4x200 fanno cadere il più longevo record del mondo in carica. Era in mano alla Germania Est fin dal 1987. Anche l’Italia lancia la sua stellina nel panorama del nuoto. Si chiama Federica Pellegrini, è milanese e con i suoi 16 anni diventa la più giovane medagliata individuale azzurra della storia. Fa segnare il tempo migliore nelle semifinali dei 200 stile libero, ma in finale deve arrendersi alla slovena Camelia Potec. E’ un risultato storico, a 32 anni dagli exploit della Calligaris, unica altra azzurra ad essere salita sul podio olimpico del nuoto. Dalla piscina arriva ancora un bronzo per l’Italia dalla staffetta 4x200 stile libero di Brembilla, Rosolino, Cercato e Magnini.

L’invasione cinese
Ad Atene si fa insistente l’avanzata della Cina. Già nelle ultime edizioni il gigante asiatico aveva conquistato un gran numero di medaglie, ma confinate quasi sempre in settori molto specifici, dai tuffi al tiro o alla ginnastica. Qui la forza della Cina esplode un po’ ovunque, atletica compresa. L’uomo simbolo di questa nuova Cina è Xiang Liu, che si impone a sorpresa in una delle discipline più tecniche e complesse dell’atletica, i 110 ostacoli. La vittoria sembra favorita da una caduta dell’americano Allen Johnson, il più grande dell’ultimo decennio nella specialità, che sbaglia nelle batterie e viene eliminato. Ma il cinese in finale tira fuori un clamoroso 12.91 con cui eguaglia il record del mondo ed anche nella stagione successiva si confermerà sugli stessi livelli. La Cina vince con la Xing anche i 10000, dove la bicampionessa etiope Tulu è bronzo, domina i tuffi, dove i suoi atleti lasciano a bocca aperta per la perfezione assoluta dell’entrata in acqua, si prende un oro dal nuoto (100 rana con la Luo) e vince pure la pallavolo femminile. E’ cinese anche l’oro del tennis nel doppio femminile, un’impresa, questa, davvero imprevista. Alla fine, dopo un bel testa a testa, gli americani salvano il primo posto nel medagliere, ma con soli 4 ori in più dei cinesi, 36 a 32. A Pechino 2008 il sorpasso appare già a portata di mano.

Ginobili-Tevez: è festa argentina
Il torneo di calcio raccoglie un ottimo successo e lo sport del pallone si inserisce sempre di più a pieno titolo nei cinque cerchi, dopo un passato un po’ da corpo estraneo. E’ merito anche di una splendida squadra argentina che dà spettacolo grazie a campioncini come Carlitos Tevez, Javier Saviola, Andres d’Alessandro, Javier Mascherano. Fa le spese dello strapotere argentino anche l’Italia guidata da Gentile, che in semifinale è sommersa con un 3 a 0. La celeste va poi a vincere il titolo superando in finale il Paraguay con l’ennesimo gol, l’ottavo nel torneo, di Tevez. Per l’Italia la soddisfazione del bronzo, grazie al gol di Gilardino che ci permette di battere 1 a 0 l’Irak, sorpresa del torneo.Anche nel basket gli azzurri devono piegarsi alla classe degli argentini di Manu Ginobili e Hugo Sconochini. E’ un torneo che vive sulle difficoltà degli americani, alle prese con una squadra che non ha più gli immensi talenti degli anni Novanta ed ha poco spirito di gruppo. Già all’esordio l’ex Dream Team è piegato da Portorico, poi riesce a riprendersi arrivando in semifinale, ma qui Ginobili e soci gli infliggono un pesante 89-81. Gli azzurri guidati da Basile invece riscattano l’opaca prova di Sidney e fanno fuori Portorico nei quarti e Lituania in semifinale. La finalissima per l’oro è difficile, la superiorità degli argentini viene fuori ed il punteggio di 84-69 la testimonia. Per i nostri è però un torneo ed un argento da incorniciare. Per rifarci delle due sconfitte con gli argentini in calcio e basket arriva in soccorso la pallavolo maschile, ancora alla ricerca dell’oro tanto sognato. Ci sono gli ultimi reduci della grande nazionale degli anni Novanta che ha dominato il mondo ma senza vincere le Olimpiadi, Andrea Giani e Paolo Tofoli. Nei quarti di finale, dopo un avvio incerto, gli azzurri mettono sotto gli argentini, quindi in semifinale affondano facilmente la Russia. In finale c’è il Brasile, che stavolta è favorito e dimostra tutta la sua forza. L’Italia gioca a lungo alla pari ma alla fine deve cedere alla classe di Giba e compagni. Il capolavoro per gli sport di squadra azzurri è la pallanuoto femminile, dove le ragazze di Pierluigi Formigoni si impongono sulle padrone di casa greche al termine di una finale protrattasi ai supplementari. Un oro che pone il sigillo su quello che è un ciclo di vittorie eccellente per Giusy Malato e le altre azzurre, con due titoli mondiali e quattro europei. Tra gli uomini la pallanuoto è un disastro, fuori nel girone eliminatorio dopo una sconfitta con la Grecia per 3 a 2. Non vanno bene neanche le ragazze della pallavolo, campionesse del mondo ma eliminate da Cuba nei quarti di finale. Ad Atene si festeggia anche la prima campionessa olimpica nella storia della Turchia, la sollevatrice di pesi Nurcan Taylan. E’ una vecchia conoscenza invece, la tedesca Birgit Fischer: la sua canoa è ancora d’oro come accade quasi ininterrottamente dal 1980, Giochi di Mosca. Solo il boicottaggio dell’allora Germania Est l’ha bloccata a Los Angeles, per il resto sempre medaglie d’oro. E’ un record assoluto, mai nessun atleta era riuscito a vincere in sei Olimpiadi differenti e mai nessuno aveva vinto medaglie a distanza di ben 24 anni. Il ciclismo ritrova Leontien Van Morseel, l’olandese star di Sidney, che aveva annunciato di voler appendere la bici al chiodo ed invece è ancora qui a faticare. Su pista trova atlete più forti, e deve accontentarsi di un bronzo nell’inseguimento vinto da una formidabile neozelandese, Sarah Ulmer. Nella cronometro però arriva la grande conferma ed il quarto oro di una carriera strepitosa. Tra gli uomini la stessa gara, la crono su strada, ha un epilogo amaro: l’americano Tyler Hamilton è il vincitore sul campione uscente, il veterano russo Ekimov, ma poco dopo i Giochi viene trovato positivo e si viene a scoprire che da anni faceva largo uso di sostanze dopanti. Nonostante questo, l’oro resta suo. Nel tennis tutti i più grandi, da Federer a Roddick, deludono profondamente finendo fuori nelle prime battute del torneo. La vittoria va così al cileno Massu che con il connazionale Gonzalez si ripete anche nel doppio. Più gloria tra le donne, per i grandi nomi: la finale è tra la francese Mauresmo e la belga Henin, con il successo di quest’ultima.

Trentadue volte Italia
Per la terza volta di fila l’Italia porta a casa un bottino di medaglie quasi insperato: sono ben 32, nonostante la cautela con cui il CONI si avvicina ai Giochi. Ci sono le tradizionali scherma e tiro, il canottaggio, ma anche belle novità come la ginnastica ritmica e l’arco. Detto di Baldini e Chechi, gli altri personaggi copertina sono due livornesi che vincono nello stesso giorno, il primo, quando il loro illustre concittadino, il Presidente della Repubblica Ciampi, è ad Atene ad assistere alle gare. La prima vittoria la porta Paolo Bettini, ciclista di La California, un paese sulla costa livornese, che è già un campione con tante vittorie nelle corse più importanti, ma che insegue un successo in nazionale. Ad Atene è nettamente il più forte: sulla salitella del Licabetto sbaraglia il gruppo e solo uno sconosciuto portoghese, Paulinho, riesce a tenergli testa. In volata però non c’è storia e Bettini conquista uno spettacolare oro. Subito dopo è la volta del quasi concittadino Aldo Montano. Ultimo di una dinastia di grandi schermidori, Montano fa suo l’oro della sciabola individuale e qualche giorno dopo, quasi da solo, tiene testa alla Francia nella finale a squadre. Non basta e deve accontentarsi dell’argento assieme a Pastore e Tarantino. La scherma è tutta un trionfo, o quasi.
Tra le donne, nel fioretto, Valentina Vezzali e Giovanna Trillini arrivano a contendersi l’oro in una finale tutta azzurra: le due si studiano all’inizio, poi la Vezzali impone le stoccate decisive e si conferma campionessa. Purtroppo la supremazia assoluta non può essere premiata nella gara a squadre, soppressa momentaneamente per dar spazio alla prova di sciabola a squadre, una soluzione che fa discutere. Nel fioretto maschile Salvatore Sanzo e Andrea Cassarà trovano entrambi sulla loro strada il francese Guyart che li sconfigge sempre sul filo di lana. Sono comunque entrambi, nell’ordine, sul podio, e nella gara a squadre, insieme a Vanni, si rifanno vincendo un’altalenante finale con i cinesi. Grande sorpresa è il 21enne padovano Marco Galiazzo, il meno quotato dei tiratori d’arco azzurri, che però sovverte tutti i pronostici e si prende un’incredibile medaglia d’oro battendo in finale il giapponese Yamamoto. Una finale entusiasmante anche perché si disputa nello splendido Panathinaikon. Dalla ginnastica arriva l’oro di Igor Cassina: la sua finale alla sbarra è tormentata dalle interruzioni per le proteste del pubblico nei confronti della giuria. Dopo l’esercizio del russo Nemov, cui viene assegnato un punteggio chiaramente basso, la gara deve essere sospesa, perché gli spettatori protestano troppo vivacemente. Il punteggio del russo deve essere rivalutato, deve intervenire il ginnasta stesso a placare il pubblico e alla fine si può procedere, ma pure l’esercizio dell’americano Paul Hamm suscita malumore perché la giuria gli assegna un punteggio altissimo. Cassina non si fa irretire da questa strana serata, davvero anomala per la ginnastica, e compie un esercizio perfetto che viene premiato con un 9,812. E’ l’oro per il 27enne brianzolo che passa alla storia anche perché presenta un difficilissimo movimento da lui inventato e che la Federazione Internazionale riconosce come movimento Cassina. L’ultimo oro nel nostro racconto è quelli di Andrea Benelli, tiratore toscano che vince nello skeet dopo un inseguimento durato una carriera e si mette a correre come un bambino per tutto il campo di gara. Il tiro si conferma forte: arriva anche l’argento di Pellielo nel trap e quello di Valentina Turisini nel tiro a segno. Il canottaggio partecipa con tre bronzi, dal 4 senza pesi leggeri, dal 2 di coppia e dal 4 senza. C’è ancora Antonio Rossi, ormai 36enne, a sostenere la canoa azzurra. Insieme al solito Beniamino Bonomi si regala l"ennesima medaglia di una carriera infinita, l’argento nel K2 1000. E’ eterna anche Josefa Idem, sempre sul podio, il secondo gradino del K1 500. Grande novità per la ginnastica ritmica: le ragazze azzurre sono dietro solo alle russe e conquistano così un argento che è il primo storico podio in questo sport per i nostri colori. Più tradizionale il judo, dove Lucia Morico conquista il bronzo nella categoria 78 kg, mentre dalla vela la grossetana Alessandra Sensini non riesce a confermare la vittoria di Sidney. La gara del windsurf è ostacolata da continui problemi di vento, la Sensini parte in testa all’ultima regata, ma si vede scivolare in terza posizione. A completare il medagliere è il bronzo di Roberto Cammarelle, pugile supermassimo. Si chiude così un’Olimpiade straordinaria per l’Italia, ma per tutto il mondo dello sport, che ha vissuto altri momenti indimenticabili, campioni e sconosciuti, vittorie e sconfitte. Di tutto però resta soprattutto quella sensazione che si sente quando comincia piano piano a spegnersi il braciere. Tutto finisce, si torna alla realtà. perché in effetti Olimpia è un mondo che non c'è, una specie di sogno in cui si viene catapultati una volta ogni quattro anni per vedere, anche da lontano, anche per poco, un pezzetto di un altro mondo, con atleti di ogni nazione che vivono insieme, si confrontano, vincono, perdono, piangono e condividono le stesse emozioni. Un gioco retorico, magari, utopico, ma che fa sognare.
(da My personaltrainer.it)

Non resta che augurarci una grande kermesse Olimpica per i colori azzurri, che siano pregni di vittorie ma soprattutto che siano pienamente coerenti con lo spirito olimpico, con la correttezza, senza casi di doping, senza problemi. Non resta che seguire le gare olimpiche e tifare con emozione tutti gli azzurri in gioco in tutti gli sport. FORZA AZZURRI

venerdì 25 luglio 2008

Storia delle OLIMPIADI

L'origine delle Olimpiadi antiche è avvolta nel mito. La storia non ci dà dati certi sulla nascita della manifestazione, mentre il mito ci lascia l'imbarazzo della scelta. Una delle versioni tradizionali ci racconta del giovane Pelope, sacrificato agli Dei dal padre, e di Giove che, impietosito, gli ridonò la vita. Pelope celebrò l'avvenimento con una festa e con una serie di competizioni di lotta, pugilato e corsa. Da allora, 1700 a.C., i Giochi si ripeterono occasionalmente, per poi finire quasi per scomparire nel corso dei secoli. Mille anni dopo Pelope, nel 784 a.C., Re Ifito conquistò l'Elide, seppe dell'antica tradizione dei Giochi e fece così celebrare a Olimpia, nel 776 a.C., i "Giochi dell'Olimpico Giove".
I Greci dimostrarono subito grande entusiasmo per l'Olimpiade, che divenne così un avvenimento fisso, da ripetere ogni quattro anni. Le Olimpiadi divennero perfetta espressione della cultura greca, che attribuiva grande importanza alla fisicità. L'educazione alla formazione del corpo, le gare, le sfide, erano incoraggiate non solo per rendere i giovani forti e pronti alla guerra, ma anche per dare loro la forza di sostenere le fatiche della vita: forza del corpo e forza dello spirito. I Giochi raggiunsero una tale importanza che durante il loro svolgimento non si potevano dichiarare guerre, e quelle che erano in corso dovevano essere sospese. La zona di provenienza degli atleti andò via via allargandosi, dalla sola Elide a tutta la Grecia, per poi comprendere, in età romana, tutti i territori dell'Impero.I Giochi Olimpici erano certamente la manifestazione sportiva più importante della Grecia antica ma non l'unica. Altri Giochi simili si svolgevano a Delfi in onore del dio Apollo (Giochi pitici), a Nemea in onore di Zeus (Giochi Nemei), nell'istmo di Corinto (Giochi istmici).Le Olimpiadi sopravvissero fino al 393 d.C.. La corruzione era entrata prepotentemente nei Giochi, il tramonto definitivo della cultura classica fece il resto: il vescovo di Milano Ambrogio chiese all'imperatore Teodosio l'abolizione delle Olimpiadi, cosa che avvenne.
Mille e cinquecento anni dopo, il barone Pierre De Coubertin, mentre gli scavi di Olimpia stavano riportando alla luce lo splendore della cultura classica, propose ad un convegno internazionale sullo sport di reintrodurre i Giochi Olimpici e da subito l’iniziativa raccolse un grande entusiasmo. La prima edizione dell’era moderna fu fissata ad Atene nel 1896 e fu un indiscusso successo, nonostante gli inconvenienti che un evento totalmente nuovo portava con se. Gli americani, giunti in Grecia con appena 14 ragazzi, dominarono le gare di atletica per il disappunto dei padroni di casa che però ebbero il grande riscatto nella maratona con la vittoria di Spiridon Louis. De Coubertin decise allora di portare la seconda edizione nella sua Parigi, ma il barone trovò qui il più grande dispiacere della sua vita.
Nella capitale francese si teneva nel 1900 l’Esposizione Universale: le Olimpiadi finirono per esserne inghiottite, gravate da assurde esibizioni che niente avevano a che fare con lo sport e senza l’ombra di campi di gara adeguati, cosicché per esempio i nuotatori furono costretti a gareggiare nelle acque della Senna. Il personaggio di spicco fu Ray Ewry, un americano che da piccolo era stato colpito dalla poliomielite e che qui si guadagnò il soprannome di rana umana grazie alle sue vittorie a ripetizione nei salti da fermo, mentre l’Italia conquistò le sue prime medaglie (un oro ed un argento) grazie a Trissino nell’equitazione.
Per rifarsi dalla delusione parigina, De Coubertin decise di chiedere aiuto agli americani, ma anche la successiva edizione delle olimpiadi (Saint Louis 1904) ebbe un destino simile a quella precedente, inglobata in una grande fiera, ridicolizzata da baracconate e coperta di un razzismo vergognoso. Oltretutto dall’Europa arrivarono pochissimi atleti e così i Giochi si trasformarono più o meno in un campionato americano.
Dopo due delusioni arrivò il grande riscatto, grazie a Londra che organizzò una splendida edizione nel 1908. Fu l’Olimpiade di Dorando Pietri, il maratoneta carpigiano che tagliò il traguardo per primo sorretto da un megafonista dopo una spaventosa crisi. Per l’aiuto ricevuto Pietri fu squalificato e l’oro consegnato all’americano Hayes, ma la leggenda del corridore italiano si alimentò e fu chiamato a correre in ogni parte del mondo entrando definitivamente nella storia.
L’edizione successiva a Stoccolma segnò la definitiva consacrazione del sogno di De Coubertin, ormai splendida realtà. La storia che segnò queste olimpiadi fu quella particolarissima di Jim Thorpe, un pellerossa americano che si impose nel pentathlon e nel decathlon con prestazioni tali da attirare l’ammirazione del re di Svezia che volle premiarlo personalmente. Le medaglie d’oro furono però revocate a Thorpe perché il CIO gli contestò di aver ricevuto dei soldi per giocare in una squadra di baseball e ciò contrastava con i principi olimpici. Solo molti anni dopo la morte del campione il suo nome è stato reintegrato negli albi d’oro e le medaglie restituite ai suoi figli.
Con la tragedia della Prima Guerra Mondiale alle porte, il filo olimpico si riprese nel 1920 ad Anversa, con ancora le macerie a fare da scenografia. Stavolta fu un italiano, lo schermidore livornese Nedo Nadi, ad imporsi tra le leggende dello sport con la bellezza di cinque medaglie d’oro ed una sesta sfuggita solo per un’indisposizione fisica. Si affacciò anche Paavo Nurmi, il grande corridore finlandese che fu il campionissimo dell’edizione successiva, quella di Parigi 1924, fortemente voluta da De Coubertin per cancellare il disastro del 1900. Parigi riuscì a riscattarsi e Nurmi strabiliò il mondo con cinque successi dai 1500 metri alle campestri. Passò alla storia anche il nuotatore Weismuller, doppio oro e poi protagonista al cinema nei panni di Tarzan, mentre nell’atletica la storia degli inglesi Liddell e Abrahams ispirerà il film Momenti di gloria.
Ad Amsterdam, nel 1928, Weismuller e Nurmi furono ancora tra i primi attori, ma il segno distintivo di questi Giochi restò la grande apertura verso le donne, sempre osteggiate da De Coubertin, il quale aveva da poco lasciato la presidenza del CIO.
Bastò aspettare quattro anni e a Los Angeles nel 1932 una donna si appropriò addirittura del titolo di protagonista dei Giochi. L’americana Didrikson conquistò infatti due successi nell’atletica oltre ad un argento per una controversa decisione dei giudici, ma solo i regolamenti dell’epoca gli preclusero la strada verso altre medaglie. L’Italia trovò un grande protagonista in Luigi Beccali, trionfatore nei 1500 metri, e punta di un movimento sportivo di altissimo spessore soprattutto nella ginnastica con Romeo Neri e nella scherma.
A Berlino nel 1936 andò in scena un’edizione controversa, dominata dalle svastiche di Hitler cui fecero da contraltare i successi dell’americano Jesse Owens, 4 ori nell’atletica. Questo restò uno dei momenti più chiacchierati della storia dello sport, con Hitler che si rifiutò di premiare Owens e questo che alimentò la leggenda del fuoriclasse americano. Ondina Valla conquistò, negli 80 ostacoli, la prima medaglia d’oro al femminile per l’Italia in tutta la storia delle olimpiadi.

Dopo la seconda guerra mondiale per riparlare di Olimpiadi si dovette aspettare il 1948, con l’edizione di Londra, che nonostante l’austerità del momento si presentò al meglio. L’olandese Fanny Blankers-Koen conquistò la fetta di gloria più grande con ben 4 medaglie d’oro nell’atletica, mentre si presentò al mondo il ceco Emil Zatopek, uno dei più grandi fondisti di sempre che si aggiudicò i 10000 metri e che fu il mattatore quattro anni dopo ad Helsinki. In quell’occasione Zatopek fu capace di vincere 5000 metri, 10000 e maratona, impresa mai riuscita a nessun altro e accresciuta dal fatto che la maratona olimpica fu la prima della sua splendida carriera. Ad Helsinki si vide l’ingresso nell’arengo olimpico dell’Unione Sovietica, che andò vicina a raggiungere gli americani nel medagliere finale. L’Italia si affidò allo schermidore Edoardo Mangiarotti, che dalla Finlandia tornò a casa con 4 delle 13 medaglie che arricchirono la sua carriera olimpica: ad oggi è ancora l’atleta italiano più vittorioso della storia. Nel 1956 i Giochi compirono la loro prima incursione in Australia, a Melbourne e si disputarono in dicembre per trovare la bella stagione dell’emisfero meridionale. I padroni di casa irruppero tra i grandi con forza, soprattutto nel nuoto con Dawn Frazer e nell’atletica con Beth Cuthbert, tre ori nella velocità. Gli americani furono superati nel medagliere dai sovietici, quasi imbattibili nella ginnastica anche grazie a Larisa Latynina che conquistò 6 medaglie e ripetendo l’exploit nelle due edizioni successive diventò l’atleta più medaglista di sempre, a quota 18.
L’edizione successiva delle olimpiadi, a Roma, fu una pietra miliare della storia olimpica. Ambientazioni suggestive fecero da sfondo alle gesta di grandi campioni come il vincitore della maratona, l’etiope Abebe Bikila che corse a piedi scalzi. Il pugilato scoprì il grande Cassius Clay ed il nostro Benvenuti, mentre allo stadio Olimpico gli italiani si entusiasmarono per l’impresa di Livio Berruti, vincitore sui 200 metri. Gli azzurri, dominando nel ciclismo e nella scherma, si issarono al 3° posto del medagliere.
A Tokyo, nel 1964, le Olimpiadi voltarono pagina: più sponsor e modernità, meno fascino ma comunque grandi imprese, come quella di Bikila che rivinse la maratona. Nel nuoto si impose l’americano Don Schollander e la Frazer vinse per la terza volta i 100 stile libero, impresa mai riuscita prima, mentre la ceca Caslavska conquistò il pubblico nella ginnastica, così come 4 anni più tardi a Città del Messico. La Caslavska arrivò in Messico dopo essere sfuggita all’invasione sovietica che stroncava la Primavera di Praga. Con queste Olimpiadi iniziò un momento particolarmente difficile, tra boicottaggi, attentati e politica. In Messico il governo stroncò con violenza una protesta studentesca pochi giorni prima dei Giochi causando una strage, ma tutto andò avanti. Fece scalpore il pugno nero sul podio dei velocisti americani Smith e Carlos, che protestavano contro il razzismo, mentre la rarefazione dell’aria per l’altitudine portò ad alcuni exploit incredibili come l’8.90 di Beamon nel salto in lungo.
Nel 1972, a Monaco, le Olimpiadi dovettero fare i conti con il terrorismo: un gruppo palestinese, "Settembre Nero", irruppe nel Villaggio Olimpico e alla fine si contarono 17 morti, tra cui 11 componenti della squadra israeliana. Si andò avanti anche allora. Il mattatore fu Mark Spitz, un nuotatore americano che demolendo avversari e record del mondo si portò a casa un incredibile serie di 7 medaglie d’oro, un record assoluto. Nel basket si verificò un finale thrilling con un canestro all’ultima frazione di secondo che accese una lunga diatriba tra americani e sovietici, cui spettò l’oro. L’Italia fu soprattutto Klaus Dibiasi, che per la seconda volta vinse l’oro dei tuffi dalla piattaforma. Ci riuscirà ancora nel 1976 per un tris da leggenda, in un’edizione, quella di Montreal, che segnò il primo grande boicottaggio, quello dei paesi africani che protestavano contro i rapporti che alcuni paesi intrattenevano con il Sudafrica, escluso dai Giochi per l’apartheid. A catalizzare l’attenzione ci pensò Nadia Comaneci, una ragazzina rumena che ottenne dei 10 a raffica nella ginnastica, punteggi mai visti prima che le consegnarono 3 ori ma soprattutto una fama universale. Grande successo ottenne anche Alberto Juantorena, cubano, oro nei 400 e 800 dell’atletica ed il fondista finlandese Lasse Viren, che ripeté la doppietta 5000-10000 già riuscita nel 1972.
Anche a Mosca, nel 1980, dominò la politica, con gran parte dei paesi occidentali che disertarono le Olimpiadi sovietiche. Emersero così pochi personaggi di spicco, tra cui i due mezzofondisti britannici Ovett e Coe che si divisero la gloria tra 800 e 1500, ed il nuotatore Vladimir Salnikov, capace di restare sulla breccia per un decennio. L’Italia piazzò un clamoroso tris di ori nell’atletica, con Mennea sui 200 metri, la Simeoni nell’alto, Damilano nella marcia.
Anche a Los Angeles, quattro anni dopo, andò più o meno così: l’Urss e quasi tutti gli alleati se ne stettero a casa, e l’Italia mise un'altra tripletta d’oro nell’atletica, stavolta con Cova nei 10000, Andrei nel peso e la Dorio nei 1500, in un’edizione per noi ricchissima grazie al boicottaggio. Il dominatore fu Carl Lewis che fece rivivere le imprese di Owens con il poker 100-200 staffetta e lungo, ma entusiasmò anche Edwin Moses, il re dei 400 ostacoli, mentre l’ingresso della Cina, al rientro dopo oltre trent’anni, si fece notare subito soprattutto nella ginnastica.
A Seoul finalmente andò in scena un’edizione senza boicottaggi, ma che scoprì prepotentemente il fenomeno del doping con la squalifica del vincitore dei 100 metri, il canadese Ben Johnson, ed il suo titolo che passò al solito Lewis, che però non riuscì a ripetere il poker di Los Angeles. Sospetti anche per la protagonista femminile, l’americana Griffith, dominatrice incontrastata di 100, 200 e staffetta, che però non fu mai inchiodata dall’antidoping. L’Italia festeggiò la sua prima maratona olimpica grazie a Gelindo Bordin, il tuffatore Louganis incantò conquistando il 3° ed il 4° titolo della sua carriera, e il saltatore con l’asta Sergey Bubka riuscì a conquistare l’unica medaglia olimpica di una carriera ventennale.
Nel 1992 a Barcellona caddero molte barriere che proibivano ad alcuni professionisti di partecipare ai Giochi e si videro così i campioni americani del basket della NBA che regalarono uno spettacolo incredibile grazie a Michael Jordan e Magic Johnson. Nella ginnastica il russo Scherbo si rivelò il più completo di tutti i tempi aggiudicandosi sei medaglie d’oro, mentre il connazionale Popov salì alla ribalta nel nuoto con la doppietta 50-100 stile libero, un’impresa che ripeté anche nell’edizione successiva, quella del Centenario ad Atlanta, strappata dagli americani ad Atene per motivi commerciali. La ribalta fu tutta per Michael Johnson, primo nella storia a vincere i 200 e i 400 con un record mostruoso nella gara più corta. L’impresa fu ripetuta tra le donne dalla francese Perec, ed anche il vecchio Lewis riuscì a strappare applausi imponendosi per la quarta volta di fila nel salto in lungo. L’Italia fece un figurone, anche grazie agli exploit del canoista Antonio Rossi, all’attesissimo Yuri Chechi e alle magie della scherma, soprattutto delle fiorettiste Vezzali e Trillini. Le due si ripeterono anche a Sidney, nel 2000, per le seconde Olimpiadi australiane. L’olandese Van den Hoogenband riuscì a prendersi il trono della piscina a scapito dell’idolo di casa Thorpe e la sua connazionale Van Morseel conquistò 3 ori nel ciclismo. Il canottiere britannico Redgrave riuscì a salire sul gradino più alto per la quinta Olimpiade di fila, e nell’atletica la stella fu l’americana Marion Jones, imbattibile nella velocità e nella staffetta 4x400. L’Italia festeggiò i suoi primi ori nel nuoto, ben tre grazie a Fioravanti (2) e Rosolino.
Dopo lo sgarbo del ’96, finalmente nel 2004 le Olimpiadi tornarono ad Atene, un’edizione che consacrò il nuotatore americano Michael Phelps, capace di salire sul podio ben 8 volte, e dette lustro al mezzofondista marocchino Hicham El Guerrouj, sfortunato nelle edizioni precedenti, ma autore di una storica doppietta tra 1500 e 5000 metri. L’avanzata dei cinesi consentì al colosso asiatico di arrivare a ridosso degli americani, mentre l’Italia resistette anche stavolta tra le grandi potenze, arricchita dai successi di Stefano Baldini nella maratona, di Bettini nel ciclismo e della invincibile Vezzali nella scherma. (da Mypersonaltrainer.it)



A pochi giorni dall'inizio delle Olimpiadi di Pechino 2008, ho voluto postare questa breve e sommaria cronostoria delle passate Olimpiadi sperando che le prossime a venire siano nel segno della pace, della sportività, siano vincenti per i colori italici e possano far comprendere, attraverso lo sport, agli amici cinesi che l'oppressione politico-culturale che stanno attuando da anni sul Tibet è una condanna che grava sul loro stato.. ridare la piena libertà amministrativa, politica, culturale, nonchè quella religiosa ai tibetani, quella sarebbe la miglior medaglia d'oro delle Olimpiadi, quello sarebbe il segnale distensivo da consegnare al mondo.

Medagliere Italiano alle Olimpiadi del 2004

martedì 10 giugno 2008

Intervista a Prandelli


L'allenatore della Fiorentina Prandelli e il calvario della moglie scomparsa: La malattia, le cure, il dolore, la fine. E l'obbligo di ricominciare.
Questa è la storia di un uomo e una donna. Come ce ne sono tante. È la storia di un amore. Come a volte esistono. È la storia di un dolore. Come quelle che prima o poi ci sbattono addosso perché non può esserci una vita senza dolore. L'uomo si chiama Cesare Prandelli. Ha cinquant'anni. Alla fine della terza media voleva iscriversi al liceo artistico, si è ritrovato invece geometra perché la mamma gli raccomandava: il diploma, Cesare, il diploma... Voleva diventare architetto perché gli è sempre piaciuto pensare, creare, costruire qualcosa. Anche solo un'idea. Ha fatto invece il calciatore. Ha vinto con la Juventus qualche scudetto e una coppa campioni, si è distrutto le ginocchia e ha smesso presto, senza barare, a trentadue anni. Oggi è l'allenatore della Fiorentina, ma qui se potessero lo farebbero sindaco, presidente di tutti i posti in cui è previsto un presidente e, perché no?, persino papa e santo, naturalmente subito.

La donna si chiama Manuela Caffi, è sua moglie. È morta all'ora di pranzo del 26 novembre dell'anno scorso. Aveva quarantacinque anni. Quel giorno era un lunedì, il giorno in cui i calciatori e gli allenatori si riposano. "Fino alle dieci della domenica era lucidissima. Io e i miei figli durante le ultime ore ci siamo messi nel letto con lei. L'abbracciavamo, la accarezzavo, le parlavamo di continuo. I medici della terapia del dolore, che lei chiamava i suoi angeli, ci hanno spiegato che i malati terminali perdono per ultimo il senso dell'udito, ma riconoscono solamente le voci dei familiari, quelle degli estranei si trasformano in un rumore metallico. Porto dentro di me le sue ultime parole. Ma non riesco a dirle, a farle uscire. È troppo dura".
Dopo tre mesi è la prima volta che Cesare Prandelli accetta di raccontare la sua Manuela. Nella sala riunioni della sede della Fiorentina. Una t-shirt bianca e un maglione arancione, il fisico da ragazzo, lo sguardo sulla fede che porta al dito, un bicchiere d'acqua sul tavolo che a un tratto si rovescia e lui va nello sgabuzzino, prende uno straccio e asciuga il pavimento mettendosi in ginocchio. Si deve pur ricominciare, da qualche parte, in qualche modo.

Potremmo partire dalla terra, la sua. Da Orzinuovi, provincia di Brescia.
"Di lì si parte e lì si torna. Dove sono nato e cresciuto, dove vivo ancora nella casa dei miei. Papà è morto che avevo sedici anni, mamma sta con me. A Orzinuovi sono Cesare e basta. C'è la piazza Vittorio Emanuele, una bella piazza con i portici. Manuela l'ho conosciuta là, al bar, una domenica pomeriggio. Giocavo in B con la Cremonese, tornavo dalla partita, avevo voglia di una cioccolata calda. Lei era con una sua amica, ci siamo soltanto guardati, ci siamo piaciuti subito. Il giorno dopo con una scusa sono andato a prenderla a scuola. Avevo diciott'anni, lei non ancora quindici. Non ci siamo più lasciati".

Quando vi siete sposati?
"Nell'82. Ero alla Juve. I miei testimoni sono stati Antonio Cabrini e Domenico Pezzolla, mio compagno a Cremona. Ora fa l'ambulante, vende formaggi".

Mai una crisi, mai un tradimento?
"In trent'anni abbiamo litigato una volta sola, colpa di una racchetta da tennis. Se mi chiede se le ho messo le corna le rispondo di no. Se per tradimento invece intende la mancata condivisione di una scelta e di una idea, allora le dico di sì, che a volte credo di averlo fatto. Nell'educazione dei figli, per esempio. Su questo piano sarò sempre in difetto nei confronti di mia moglie".

Padri e figli: che cosa ha imparato dai suoi genitori?
"Da mio padre il rispetto per chi lavora, spero di averlo fatto mio. Da mia madre la fisicità dell'amore, il non vergognarsi di volere bene. Dimostrarlo con il cuore, la testa, le mani".

E che cos'è l'amore?
"Credo ci siano diversi tipi di amore. Quello per una donna, quello per i figli, quello per gli amici. Ho scoperto che molte persone hanno paura di amare, hanno paura di vivere l'amore. Perché in amore devi dare, devi essere altruista. Forse è più facile non amare. Siamo spesso prigionieri del nostro egoismo".

Che cosa le ha insegnato Manuela?
"Tutto. Ho sempre le tasche vuote, non un soldo. Mai usato il bancomat, i soldi me li dava lei. Qualche giorno fa sono stato costretto a farmi prestare cinquanta euro da un collaboratore della società per fare benzina. Non mi sono ancora abituato... Manuela mi ha insegnato a usare le parole. Mi diceva: Cesare, la cosa più importante è sapere che cosa si vuole. Domandarselo e avere il coraggio di darsi le risposte. Quando sono diventato responsabile del settore giovanile dell'Atalanta mi sembrava di toccare il cielo con un dito. Poi mi offrirono il Lecce. Le dissi: mi piacerebbe provare, ma solo se tu vieni con me. I bambini erano piccoli. Andiamo, mi rispose, ma promettimi che terrai i nostri figli fuori dal mondo del calcio".

A lei che cosa non piace di questo suo mondo?
"L'esasperazione, le polemiche, i processi, l'arroganza, la stupidità, l'oblio. Quando giocavo io ci divertivamo di più, tra compagni di squadra ci si frequentava dopo le partite, gli allenamenti. Mischiavamo le nostre solitudini. Oggi i calciatori lo fanno molto di meno. Questo mondo ha dato lavoro a tanti, ma tanti si prendono troppo sul serio. Eppure fai un mestiere che ti piace, ti danno un sacco di soldi, sei un privilegiato. Vivi una vita che non è normale. Se ho una qualità è quella di saper scegliere i miei abiti mentali. Non posso assumere un modo di essere che non è il mio. Non riesco a fingere, a mordermi la lingua, a mettere su il disco dell'ipocrisia".

Parlavate spesso di politica, lei e sua moglie?
"Poco. Ho votato la sinistra più di una volta, ho avuto ad un certo punto simpatia per il centrodestra. Sono stato un ondivago, come vede. Vorrei una politica liberata dall'ideologia. Non mi chieda di più. Non sono preparato".

Lei è ricco?
"Sto bene, molto bene. Ma la ricchezza non mi interessa. Mi preme la tranquillità economica dei miei figli. Nicolò ha ventitré anni, studia da manager dello sport. Carolina ne ha ventuno, fa lettere all'università e adora la danza. Non voglio diventare ricco. Voglio cercare di vincere qualcosa, questo sì".

Mi hanno raccontato che prima di prendere Capello, la Juventus la voleva come allenatore. Di fronte alla scrivania di Moggi lei sparò una richiesta altissima, Moggi si alzò, le strinse la mano e le disse arrivederci. È vero?
"Sì. Per la Juve avrei firmato in bianco, ma sapevo che non mi avrebbero preso. Chiesi quella cifra per andare a scoprire le loro carte. Non mi presero, come avevo previsto".

Quando si è ammalata Manuela?
"Sette anni fa. Allenavo il Venezia. Un nodulo a un seno. Sembrava routine. Operazione a Brescia. Meno di due anni dopo un problema a un linfonodo. Nuova operazione, parecchie metastasi, chemioterapia. Un disastro".

La Roma per qualche mese, poi le dimissioni. Perché?
"Manuela voleva stare a casa. Facemmo un patto, le dissi che se le cure fossero state invasive sarei stato ogni minuto al suo fianco. Era lei la mia priorità. La sua vita era la mia vita. Tornai a Orzinuovi. Molti si sorpresero, per me invece fu una scelta naturale. Il calcio a volte ha paura della normalità".

C'è stato un momento in cui ha creduto che Manuela si sarebbe salvata?
"Sì, dopo Parigi e un interminabile calvario di terapie chemioterapiche. I medici ci diedero molte speranze. Lei stava meglio. Venimmo a Firenze. Per quasi tre anni le cose sono andate bene. La scorsa primavera la situazione è improvvisamente precipitata, a maggio il tumore ha colpito il fegato. È stato l'inizio della fine. Da allora la lotta è stata soltanto contro il dolore, un dolore devastante, non più contro la malattia".

A chi altri avete chiesto aiuto in questi anni?
"A Dio. Siamo andati a Spello, da frate Elia. Lunghe, dolcissime chiacchierate. Sedute di preghiera. Emozionanti, commoventi. Manuela, io, i due ragazzi. Io ho la fede, l'abitudine alla preghiera. Lei era invece un po' come San Tommaso, ma l'incontro con frate Elia è stato straordinario. L'ha cambiata. Credo che senza di lui la mia Manu sarebbe morta prima".

Ora lei come sta?
"Sto. Quasi tutta la mia famiglia è venuta a Firenze, respiro quando sono con Carolina e Nicolò. Cerchiamo di capire assieme come ricominciare. Mi danno sollievo il campo, i ragazzi, le partite. Da solo mi sento sperduto".

E crede che rimarrà da solo?
"Adesso le posso solo rispondere di sì. Non riesco a immaginarmi con un'altra donna accanto. Penso che una persona che abbiamo tanto amato continui a vivere dentro di noi fino a quando moriremo a nostra volta".

A Firenze la strada principale che conduce allo stadio si chiama Viale dei Mille. Per un lungo tratto a ogni albero è appeso un cartellone dell'Associazione tumori della Toscana. Raffigura Cesare Prandelli sul prato del campo. È in giacca blu e cardigan viola. Non sorride. Con il braccio destro saluta i tifosi della curva Fiesole. È il suo modo di dire grazie.

(Repubblica)


Ho voluto riportare questa intervista a cuore aperto rilasciata da Prandelli a "Repubblica", traspare l'essenza di un uomo vero, traspare il significato delle parole "amore", "amare" e "per sempre", alcune cose vanno al di là, al di là di tutte le cose, non possono e non devono avere termini di paragone... ci ritroviamo nudi dinanzi al dolore e non ci resta spesso che sperare, credere poichè la rabbia, la disperazione non porta da nessuna parte. "Sto"...questa è la risposta data dal mister alla domanda "Adesso come sta?", ci si sente da soli, vuoti, manca il respiro, l'aria con la quale andare avanti...poi subentra la rassegnazione, la grinta, il coraggio,...la vita.

Buon cammino a tutti.

sabato 7 giugno 2008

Euro 2008 - Austria e Svizzera



Girone A= Svizzera Repubblica Ceca Portogallo Turchia
Girone B= Austria Croazia Germania Polonia
Girone C= Olanda Italia Romania Francia
Girone D= Grecia Svezia Spagna Russia



ALBO D'ORO - Le squadre vincitrici Europei di calcio


Data Vincitore Paese ospitante
1960 URSS Francia
1964 Spagna Spagna
1968 Italia Italia
1972 Germania Ovest Belgio
1976 Cecoslovacchia Juogoslavia
1980 Germania Ovest Italia
1984 Francia Francia
1988 Olanda Germania Ovest
1992 Danimarca Svezia
1996 Germania Inghilterra
2000 Francia Olanda-Belgio
2004 Grecia Portogallo
2008 ? Austria-Svizzera

Da domani sono al via i campionati di calcio Europei 2008 che vedranno protagoniste 16 squadre del vecchio continente. L'Italia è collocata nel Girone C contro avversarie pericolose ed affamate di successi o rivincite. Speriamo che i colori azzurri ancora una volta possano campeggiare vittoriosi per le strade italiane ed europee. FORZA AZZURRI