"Non solo un referendum, nasca un movimento di opinione che difenda sempre l'acqua e tutti beni primari per la vita dell'uomo. Usciamo dall'agonizzazione che ci è stata imposta" (Alex Zanotelli)
Buon ascolto
Un cammino tra le pieghe del Tempo
"Non solo un referendum, nasca un movimento di opinione che difenda sempre l'acqua e tutti beni primari per la vita dell'uomo. Usciamo dall'agonizzazione che ci è stata imposta" (Alex Zanotelli)
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Dopo una breve, ma significativa e fallimentare, esperienza di privatizzazione della gestione dell’acqua, la Sicilia torna sui suoi passi. La finanziaria regionale, approvata dopo una maratona all’Assemblea Regionale Siciliana, contiene anche un emendamento del Pd, votato anche dal Pdl Sicilia, che azzera la precedente gestione privata o semiprivata.
Aboliti gli Ato Idrico, si dovrà adesso tornare a legiferare sulla materia. Il precedente sistema, quello delle società d’Ambito Territoriale Ottimale (Ato) aveva dato risultati molto diversi da provincia a provincia ma, sostanzialmente, anche dove la privatizzazione era passata in maniera più compiuta non si erano fatti passi avanti nella qualità del servizio.
Ora, invece, si rimette la palla al centro e si riafferma che il bene pubblico dell’acqua deve avere una gestione pubblica. Tutto questo per via legislativa e non referendaria: il Pd, che ha proposto l’emendamento nella finanziaria siciliana, in tutta Italia non aderisce alla campagna per i tre referendum contro la privatizzazione della gestione dell’acqua.
Intanto come ormai saprete e come avrete potuto notare anche nella città di Sciacca, il fine settimana del 24 e 25 aprile è iniziata in tutta Italia la raccolta firme per i referendum per la ripubblicizzazione dell'acqua. In centinaia di piazze italiane sono stati allestiti i banchetti che hanno raccolto, in 8 giorni, 250mila firme. Anche il fine settimana del Primo maggio è stata ovunque una festa a base di acqua e di democrazia. La raccolta continua fino alla prima settimana di luglio. Obiettivo minimo 750mila firme.
I tre quesiti vogliono abrogare la legge approvata dall’attuale governo nel novembre 2009 e le norme approvate da altri governi in passato che andavano nella stessa direzione, quella di considerare l’acqua una merce e la sua gestione finalizzata a produrre profitti. Dal punto di vista normativo, l’approvazione dei tre quesiti rimanderà, per l’affidamento del servizio idrico integrato, al vigente art. 114 del Decreto Legislativo n. 267/2000.
Tale articolo prevede il ricorso alle aziende speciali o, in ogni caso, ad enti di diritto pubblico che qualificano il servizio idrico come strutturalmente e funzionalmente “privo di rilevanza economica”, servizio di interesse generale e privo di profitti nella sua erogazione.
Verrebbero poste le premesse migliori per l’approvazione della legge d’iniziativa popolare, già consegnata al Parlamento nel 2007 dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, corredata da oltre 400.000 firme di cittadini. E si riaprirebbe sui territori la discussione e il confronto sulla rifondazione di un nuovo modello di pubblico, che può definirsi tale solo se costruito sulla democrazia partecipativa, il controllo democratico e la partecipazione diretta dei lavoratori, dei cittadini e delle comunità locali.
Sulla questione “Acqua” ormai la presa di coscienza è non solo territoriale ma mondiale. Le Nazioni Unite hanno stabilito che entro il 2015 si dovrà per forza di cose dimezzare il numero di persone che non possono permettersi acqua potabile e strutture igieniche adeguate nonché cercherà di evitare di tagliare fuori dall’accesso alle risorse idriche centinaia di milioni di poveri. E’ risaputo infatti che la richiesta di acqua dolce e potabile sta crescendo mentre le risorse, di contro, vanno scarseggiando. Tutto questo perché la popolazione mondiale si è triplicata nel corso dell’ultimo secolo e il consumo di acqua quindi è aumentato in modo consistente. Se non cambiamo in fretta le nostre abitudine in materia di utilizzo dell’acqua, denuncia l’ONU, nel 2030 la domanda supererà del 40% la disponibilità. Oltre ai consumi esponenziali, un altro dei problemi riguarda l’inquinamento delle acque superficiali. La mano dell’uomo, le attività industriali, gli incidenti per mare e per terra non fanno altro che incrementare questo problema. E la questione riguarda anche l’eccessiva desertificazione di intere zone del nostro pianeta. C’è ancora tanto da fare in materia sotto tutti i punti di vista se consideriamo il fatto che 1,5 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso all’acqua e che altre 2,6 miliardi non conoscano servizi igienico sanitari degni di questo nome. Per molti, soprattutto negli Stati più poveri, è già cominciata da tempo la guerra dell’acqua. Invece di essere considerata la principale fonte di vita e quindi veicolo di pace, l’acqua è oggi vissuta come un elemento di conflitto tra paesi: il rivale è colui che sta dall’altra parte del fiume. L’acqua del resto non è inesauribile e per questo è indispensabile ridurre soprattutto gli sprechi.
Ma il grande dibattito contemporaneo in Italia, in Sicilia e nel mondo è sulla questione acqua come patrimonio comune dell’umanità o acqua come merce. Come sostiene l’avvocato Jim Olson, la privatizzazione è incompatibile con la sua natura di bene comune e quindi con i diritti inalienabili dell’uomo. Purtroppo il business dell’acqua è diventato un affaire multimilionario controllato da corporations con grandissimi interessi e margini di profitto. Negli ultimi anni, non a caso, alcuni Stati, non alcuni consigli comunali, hanno inserito nella propria Costituzione un articolo che definisce l’acqua come diritto umano fondamentale. E’ un dato di fatto infatti che da quando l’acqua è stata mercificata e la gestione dei servizi idrici privatizzata, l’accesso all’acqua è stato sottomesso al principio del potere d’acquisto.
Non paghi? Non puoi bere. Ed in tempo di crisi e recessione economica, non si può scegliere se bere o se mangiare.
Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"
Dal 24 aprile, in tutte le piazze italiane, comincerà una raccolta firme a favore del referendum per l'acqua pubblica. “L'acqua è un bene comune e non si vende. Si scrive acqua, si legge democrazia” questo il motto dei promotori dell’iniziativa.
Il Forum italiano dei movimenti per l’acqua, costituito da centinaia di comitati territoriali che si oppongono alla privatizzazione ha deciso di raccogliere le firme per proporre 3 quesiti referendari. A partire dal sabato 24 aprile al via la raccolta delle firme che in tre mesi dovrà arrivare almeno a quota 500.000 per poter richiedere i referendum. I banchetti per la raccolta delle firme saranno allestiti su tutto il territorio nazionale, compreso Sciacca dove l’associazione di promozione sociale L’AltraSciacca se ne occuperà direttamente poiché il gruppo guidato da Pietro Mistretta e Matteo Mangiacavallo è il referente provinciale del forum.
Dal punto di vista normativo, l’approvazione dei tre quesiti rimanderà, per l’affidamento del servizio idrico integrato, al vigente art. 114 del Decreto Legislativo n. 267/2000.
Tale articolo prevede il ricorso alle aziende speciali o, in ogni caso, ad enti di diritto pubblico che qualificano il servizio idrico come strutturalmente e funzionalmente “privo di rilevanza economica”, servizio di interesse generale e privo di profitti nella sua erogazione.
Verrebbero poste le premesse migliori per l’approvazione della legge d’iniziativa popolare, già consegnata al Parlamento nel 2007 dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, corredata da oltre 400.000 firme di cittadini. E si riaprirebbe sui territori la discussione e il confronto sulla rifondazione di un nuovo modello di pubblico, che può definirsi tale solo se costruito sulla democrazia partecipativa, il controllo democratico e la partecipazione diretta dei lavoratori, dei cittadini e delle comunità locali. Anche in Sicilia intanto una legge di iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua è giunta all’ARS e più di un milione e trecento mila abitanti chiedono che il servizio idrico venga tolto dal mercato.
“Vogliamo togliere l’acqua dal mercato e i profitti dall’acqua. Vogliamo restituire questo bene comune alla gestione condivisa dei territori. Per garantirne l’accesso a tutte e tutti. Per tutelarlo come bene collettivo. Per conservarlo per le future generazioni.”
Perché un referendum? Perché l’acqua è un bene comune e un diritto umano universale. Un bene essenziale che appartiene a tutti. Nessuno può appropriarsene, né farci profitti. L’attuale governo ha invece deciso di consegnarla ai privati e alle grandi multinazionali. Noi tutte e tutti possiamo impedirlo. Mettendo oggi la nostra firma sulla richiesta di referendum e votando SI quando, nella prossima primavera, saremo chiamati a decidere. E’ una battaglia di civiltà. Nessuno si senta escluso.
Perché tre quesiti? Perché si intendono eliminare tutte le norme che in questi anni hanno spinto verso la privatizzazione dell’acqua. Perché si vuole togliere l’acqua dal mercato e i profitti dall’acqua.
Cosa si cerca di ottenere? Si vuole restituire questo bene essenziale alla gestione collettiva. Per garantirne l’accesso a tutte e tutti. Per tutelarlo come bene comune. Per conservarlo per le future generazioni. “Si scrive acqua ma si legge democrazia”.
Questi i quesiti che saranno proposti nel referendum.
Primo quesito: «Volete voi che sia abrogato l’art. 23 bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto legge 25 giugno 2008 n. 112 “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria” convertito, con modificazioni, in legge 6 agosto 2008, n. 133, come modificato dall’art. 30, comma 26 della legge 23 luglio 2009, n. 99 recante “Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia” e dall’art. 15 del decreto-legge 25 settembre 2009, n. 135, recante “Disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della corte di giustizia della Comunità europee” convertito, con modificazioni, in legge 20 novembre 2009, n. 166?»
Secondo quesito: «Volete voi che sia abrogato l’art. 150 (Scelta della forma di gestione e procedure di affidamento) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 “Norme in materia ambientale”, come modificato dall’art. 2, comma 13 del decreto legislativo n. 4 del 16 gennaio 2008.
Terzo quesito: «Volete voi che sia abrogato il comma 1, dell’art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 “Norme in materia ambientale”, limitatamente alla seguente parte: “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”?»
Col primo quesito si vuole fermare la privatizzazione dell’acqua.
Si propone l’abrogazione dell’art. 23 bis (dodici commi) della Legge n. 133/2008 , relativo alla privatizzazione dei servizi pubblici di rilevanza economica. È l’ultima normativa approvata dal Governo Berlusconi. Stabilisce come modalità ordinarie di gestione del servizio idrico l’affidamento a soggetti privati attraverso gara o l’affidamento a società a capitale misto pubblico-privato, all’interno delle quali il privato sia stato scelto attraverso gara e detenga almeno il 40%. Con questa norma, si vogliono mettere definitivamente sul mercato le gestioni dei 64 ATO (su 92) che o non hanno ancora proceduto ad affidamento, o hanno affidato la gestione del servizio idrico a società a totale capitale pubblico. Queste ultime infatti cesseranno improrogabilmente entro il dicembre 2011, o potranno continuare alla sola condizione di trasformarsi in società miste, con capitale privato al 40%. La norma inoltre disciplina le società miste collocate in Borsa, le quali, per poter mantenere l’affidamento del servizio, dovranno diminuire la quota di capitale pubblico al 40% entro giugno 2013 e al 30% entro il dicembre 2015. Abrogare questa norma significherebbe contrastare l’accelerazione sulle privatizzazioni imposta dal Governo e la definitiva consegna al mercato dei servizi idrici in questo Paese.
Con il secondo quesito si vuole aprire la strada alla ripubblicizzazione del servizio idrico.
Si propone l’abrogazione dell’art. 150 (quattro commi) del D. Lgs. n. 152/2006 (c.d. Codice dell’Ambiente), relativo ala scelta della forma di gestione e procedure di affidamento, segnatamente al servizio idrico integrato. L’articolo definisce come uniche modalità di affidamento del servizio idrico la gara o la gestione attraverso Società per Azioni a capitale misto pubblico privato o a capitale interamente pubblico. L’abrogazione di questo articolo non consentirebbe più il ricorso né alla gara, né all’affidamento della gestione a società di capitali, favorendo il percorso verso l’obiettivo della ripubblicizzazione del servizio idrico, ovvero la sua gestione attraverso enti di diritto pubblico con la partecipazione dei cittadini e delle comunità locali. Darebbe inoltre ancor più forza a tutte le rivendicazioni per la ripubblicizzazione in corso in quei territori che già da tempo hanno visto il proprio servizio idrico affidato a privati o a società a capitale misto.
Infine, col terzo e ultimo quesito si intendono eliminare i profitti dal bene comune acqua.
Si propone l’abrogazione dell’’art. 154 del Decreto Legislativo n. 152/2006 (c.d. Codice dell’Ambiente), limitatamente a quella parte del comma 1 che dispone che la tariffa per il servizio idrico è determinata tenendo conto dell’ “adeguatezza della remunerazione del capitale investito”. Poche parole, ma di grande rilevanza simbolica e di immediata concretezza. Perché la parte di normativa che si chiede di abrogare è quella che consente al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza alcun collegamento a qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio. Abrogando questa parte dell’articolo sulla norma tariffaria, si eliminerebbe il “cavallo di Troia” che ha aperto la strada ai privati nella gestione dei servizi idrici, avviando l’espropriazione alle popolazioni di un bene comune e di un diritto umano universale.
La battaglia dell’acqua insomma è ancora ben lungi dall’essere conclusa.
Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"
Cosa succede se la globalizzazione raggiunge il rubinetto di casa
Nessun uomo è tanto pazzo da vendere la terra su cui cammina. Così, stando alla leggenda, il grande capo indiano avrebbe risposto al negoziatore bianco che gli offriva la scelta tra la guerra di sterminio e l’acquisto delle terre ataviche della sua tribù. Che cosa direbbe oggi quel capo indiano di noi che, dopo aver fatto ovunque commercio della terra su cui camminiamo, ci apprestiamo a venderci anche l’acqua che beviamo?
Niente direbbe, il fiero guerriero, perché, al pari di ogni altro ostacolo locale, fu spazzato via dalla storia che, è bene non dimenticarlo, è stata sempre storia del processo unilaterale attraverso il quale l’Occidente, esplorando, conquistando e colonizzando, ha globalizzato la terra unificandola in un sistema mondo interamente governato dalla legge del capitalismo. Ora che quella grande impresa è compiuta, ora che la fase di espansione è terminata, ora che l’auto-narrazione in cui si racconta di come il pianeta Terra divenne una sfera interna alla logica del capitale è giunta alla fine, ora non rimane che lavorare sulle condizioni di vita all’interno della grande serra planetaria del capitalismo avanzato. Questa nuova frontiera interna che avanza senza soste ha un nome preciso: privatizzazione della vita.
Rientra in questo quadro epocale anche la notizia secondo la quale in Italia, remota provincia dell’impero, il governo sarebbe pronto ad appaltare a privati il servizio di erogazione dell’acqua, che smetterebbe così di fatto di essere un servizio pubblico, trasformando l’approvvigionamento idrico, cioè l’accesso a una fonte basilare della vita, in una qualsiasi merce. In linea concettuale, infatti, anche questo sarebbe un ampio passo verso la privatizzazione della vita: l’acqua smetterebbe di essere qualcosa cui tutti noi abbiamo diritto inalienabile per il semplice fatto di stare al mondo, una dotazione comune d’ingresso, come l’aria che respiriamo, e diverrebbe un bene voluttuario diversamente accessibile in base alla nostra individuale capacità di spesa. Ecco, dunque, un altro esempio della regola della deprivazione che sembra governare i destini degli uomini in questo nuovo scorcio di millennio: a ogni nuovo giro di giostra, man mano che il «pubblico» diventa «privato», ci viene sottratto ciò che è necessario per vivere o, almeno, ciò che fino a una generazione precedente era stato considerato un diritto naturale e inalienabile. La privatizzazione della vita agisce simultaneamente su due versanti, contigui e interconnessi come le due facce di un'unica moneta. Su un versante si procede a privatizzare la proprietà non più solo dei mezzi di produzione ma anche dei mezzi di sussistenza della vita della specie, sull’altro si mette in scena la riduzione della vita sociale a fatto privato.
Sul primo versante accade che, in un quadro globale di progressivo impoverimento delle risorse naturali, di cambiamenti climatici che rischiano di mettere fine al lussureggiare della vita planetaria e di fosche previsioni sull’aumento della popolazione mondiale, il controllo sui beni basali per l’esistenza, sulle condizioni di sopravvivenza, e finanche sulle matrici di riproduzione della vita biologica, viene via via affidato a soggetti d’impresa, cioè a privati mossi dalla logica del profitto e, spesso, da intenti speculativi. È il caso del controllo delle risorse idriche, delle biotecnologie in agricoltura, ma è anche il caso della privatizzazione della guerra subappaltata a contractors privati, della privatizzazione della ricerca medico-scientifica e, sopra ogni altro, è il caso della ricerca sul genoma umano condotto da privati. Il secondo versante, meno serio ma non meno preoccupante, è quello della trasformazione della politica in talk show, un osceno teatrino di faccende un tempo confinate nella vita privata che ha l’effetto di svilire, fino all’annichilimento, la nozione di «pubblico interesse». Il «pubblico», come ci ha insegnato Bauman, è così svuotato dei suoi contenuti, privato di un’agenda propria: è solo un agglomerato di guai, preoccupazioni e problemi privati. È l’eclissi della politica, un tempo intesa come possibilità di fare uso di mezzi collettivi per affrontare i problemi individuali. È anche la fine del sentimento di comunità. E, con esso, la fine del principio di un bene comune.
Da entrambi i lati dello schermo televisivo, la collettività scade ad aggregato di agenti individuali, le esistenze a questioni private. La lezione che si ricava da questa rappresentazione che rimodella la nostra capacità di pensare il mondo in comune è che ciascuno può solo lodare se stesso per i propri successi o, più probabilmente, incolpare se stesso per i propri fallimenti. Tutti gli individui assistono al grande talk show della vita privatizzata soli con i loro problemi e, quando lo spettacolo finisce, si ritrovano sprofondati nella loro solitudine, immersi nel buio di una stanza in subaffitto davanti a un televisore sintonizzato su di un canale morto.
Antonio Scurati
Fonte: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6637&ID_sezione=&sezione=
Si allarga il fronte di coloro che non riescono più a bere le giustificazioni fumose della Girgenti Acque, società che gestisce l’approvvigionamento idrico in provincia di Agrigento.Troppi i disservizi, troppe le perdite idriche, troppi i giorni nei quali l’acqua non giunge in alcune zone delle città, troppi i dissesti che causano anche alle nostre strade ed all’asfalto.
In provincia di Agrigento però, non si ci muove ormai solamente “contro” la Girgenti Acque, ma “contro” la privatizzazione dell’acqua decisa con alcune leggi – vergogna dal governo nazionale.
Non sono mancate le mobilitazioni, le raccolte firme, le proteste da parte di tutti coloro che, ritenendo l’acqua un bene essenziale e di primaria importanza per il bene comune, non vogliono che venga mercificato e regolato dagli interessi di pochi.
A Sant’Angelo Muxaro prima, a San Biagio Platani poi ed infine a Menfi sono stati respinti in modo deciso ma pacifico i commissari regionali che avevano il compito di requisire le reti e consegnarle ala Girgenti Acque: sono infatti diversi i comuni che ancora non si sono consegnate alla società capendo subito l’andazzo che c’era. Noi a Sciacca naturalmente siamo stati i primi a dare tutto nonostante le immense risorse idriche del nostro territorio: insomma dovrebbero essere loro a pagare noi e non viceversa, invece ci troviamo nell’assurda situazione di dover pagare a caro prezzo la nostra acqua che, tra l’altro, “esportiamo” anche nei comuni limitrofi.
“Ricordiamo, scrive l’associazione L’AltraSciacca dalle pagine del proprio sito, quel 27 Maggio del 2008 a Sciacca quando le reti furono consegnate senza batter ciglio e, addirittura, col seguito di proclami entusiastici. Ribellarsi quando si ritiene che certe leggi non siano giuste e che non tutelino a sufficienza la collettività non significa essere “fuorilegge” ma significa “onorare il proprio mandato nei confronti dei propri cittadini”. Ma tant’è.
Nel frattempo a Menfi, il sindaco Michele Botta (Pdl) nei giorni scorsi ha indetto un importantissimo consiglio comunale aperto a tutti i cittadini e lo ha fatto svolgere all’aperto, ossia in piazza Vittorio Emanuele III. Hanno partecipato tantissimi sindaci dei comuni vicini tra cui quello di Sciacca, Vito Bono, che, lo scorso 7 novembre, aveva anche partecipato a Caltanissetta all’Assemblea Regionale del Coordinamento degli Enti Locali per l’Acqua Bene Comune segnando una svolta, seppur minima: il comune di Sciacca adesso si schiera apertamente al fianco degli altri 23 sindaci “ribelli” dei comuni più piccoli che vogliono la ripubblicizzazione dell’acqua.
E’ lecito attendersi molto di più in merito da Vito Bono poiché su questo tema si è incentrata la sua recente campagna elettorale, occorre prendere posizione, parlarne in consiglio comunale, coinvolgere cittadini ed associazioni e muoversi in maniera decisa all’interno dell’Ato.
Due sono i momenti più importanti che si avuti nelle ultime settimane. A Menfi durante la seduta del consiglio comunale aperto alcuni privati cittadini hanno riconsegnato al sindaco le proprie tessere elettorali al grido di: “se loro continueranno l’iter per la privatizzazione dell’acqua, noi non andremo più a votare”. La sortita è stata molto veemente ed il sindaco di Bivona Giovanni Panepinto, leader dei sindaci ribelli, non ha apprezzato molto il gesto facendo capire apertamente di non essere d’accordo.
L’altro episodio degno di rilievo sono le furiose dichiarazione del Presidente della Provincia di Agrigento nonché Presidente dell’Ato idrico Eugenio D’Orsi: “Entro un mese faremo quanto di nostra competenza per rescindere il contratto posto in essere con la Girgenti Acque. Adesso basta. Questi signori devono capire e sapere che, da oggi, l’atteggiamento del Presidente dell’Ato è cambiato. Basta con la comprensione, basta col dargli tempo. Devono rispettare il contratto se ne sono capaci. Se non lo sono che se ne vadano a casa.”
Dichiarazioni durissime. Certo appare improbabile smuovere la matassa della burocrazia contrattuale e legale in un mese ma se davvero si facessero seguire a queste parole i fatti nel giro di poco tempo potrebbe venire indetta una nuova gara d’appalto per la gestione delle risorse idriche provinciali. Ma sempre in regime di privatizzazione almeno per il momento. Anche perché da Roma il parlamento continua a legiferare in tal senso. Sulle leggi poste in essere in questi giorni ecco l’interessante opinione di Luigi Meconi, noto giurista. “L’attuale Governo sta ingannando i cittadini, facendogli credere di fare i loro interessi mentre di contro e per mezzo di un decreto legge ( art. 15 D.L. n. 135/2009 , spacciato per adeguamenti di carattere comunitario) , di fatto ci sta rubando il nostro diritto ad un bene indispensabile per la nostra vita come è l’acqua, regalandolo a pseudo Società per Azioni, conniventi e compiacenti, il cui ultimo fine è, e sarà, fare profitto sul cosidetto “OroBlu”, come viene oggi comunemente chiamata l’acqua . Nella stesura del D.L. 135/2009 hanno però commesso un errore che contrasta con il cosiddetto Federalismo fiscale, e uno stravolgimento dei dettami inseriti nella nostra Costituzione (articolo 117 del nuovo titolo V della Costituzione) a proposito delle competenze e funzioni dei Comuni nell’organizzazione dei servizi pubblici di interesse generale , come il servizio idrico. Espropriando, come di fatto hanno espropriato con norme che hanno sottratto a Comuni e Province funzioni fondamentali sui propri servizi di interesse generale, gli Enti di cui “è costituita” (art. 114 Cost.) la stessa Repubblica, si pensa non ci stia sincero democratico che non avrebbe motivo per cui allarmarsi per quello che sta succedendo con la privatizzazione, da parte dello Stato, dei servizi pubblici locali. Se tutte le forze politiche di centro destra e di centro sinistra hanno detto si perché si proceda in tema di Federalismo fiscale, di quale mai “federalismo” parlano se i Comuni e le Province, privati di funzioni fondamentali in tema di servizi pubblici di interesse generale, si troveranno ad essere, rispetto ai propri cittadini e imprese, mere ombre di se stessi davanti a multi utilities spa, magari quotate in borsa, magari con a finanziatori fondi pensione ballerini per gli incerti della finanza globale? Non posso concludere senza aggiungere che il DDL Calderoli, in tema di istituti di partecipazione del cittadino, è molto carente. E non si capisce perché non si raccorda con gli istituti partecipativi di cittadini e parti sociali contenuti nell’articolo 4 della legge 15/2009 e decreto legislativo di attuazione che ha avuto il via libero dal Consiglio dei Ministri in questi giorni.”
Non sarà facile salvare l’acqua. Di quello che in merito decidono a Roma nessun telegiornale mai ne parlerà. L’acqua non fa audience. In compenso fa e farà profitto. Quindi silenzio, anzi: acqua in bocca.
Calogero Parlapiano - tratto da "ControVoce"
La decisione parlamentare di procedere sulla strada della privatizzazione dei servizi locali legati alla gestione, distribuzione, ecc dell'acqua è la conferma di una tendenza che in questi anni ha visto procedere insieme il centro-destra e una parte del centro sinistra. Si tratta di una scelta profondamente sbagliata, nettamente a favore delle imprese e del profitto e a danno dei cittadini e dei consumatori.
Un fondamentale bene comune -fondamentale per la vita e la sopravvivenza di ciascuno di noi- viene sottoposto a logiche di mercato che -come dimostrato in questi anni- non garantiscono un migliore servizio e più accessibile a tutti, ma solo soldi per chi ne gestisce il business.
Qui non si tratta di rendere più o meno efficiente (ovviamente meglio che sia efficiente) un servizio per i cittadini, ma di garantire l'indisponibilità di un bene fondamentale -che deve essere universalmente e liberamente accessibile a tutti- ad una logica di profitto che in questi anni via via si è estesa ad una serie di beni (ad esempio quelli del welfare) che nel secondo dopo guerra, erano stati progressivamente sottratti alla dimensione del mercato a favore di quella pubblica e sociale.
Nel centro-sinistra è paradossale che una parte dello schieramento si adegui a questo approccio, dopo avere nella scorsa legislatura tenuto una linea contraria alla privatizzazione dell'acqua. Nel centro-destra l'atteggiamento potrebbe essere considerato più prevedibile.
E però bisogna ricordare -mettendole a confronto con la decisione del Senato sull'acqua- le "sparate" di Tremonti di questi ultimi mesi contro il mercatismo e le privatizzazioni: pura ipocrisia e demagogia. Si continua ad andare -invece- in quella stessa direzione. Il mercato applicato alla gestione dei servizi legati all'acqua è un mix di inconfessabili interessi economici e di falsi stereotipi economici sull' "efficienza del mercato". Si tratta di grandi interessi e di stupidi tic ideologici che in questi mesi hanno dimostrato tutta la loro fallacia. L'acqua è il simbolo di una totale mercificazione della società, e della vita, del soddisfacimento dei suoi bisogni primari. E questo non è accettabile.
Difendere l'acqua come bene comune è fondamentale per garantire un diritto inalienabile e vitale che per nessun motivo può sottostare ad una logica di mercato e di profitto. E' necessario che un più vasto numero di comuni -come già sta accadendo- dichiari l'acqua come bene comune e come diritto umano.
Bene hanno fatto Vendola e la Regione Puglia a dichiarare la volontà di ripubblicizzare l'acquedotto pugliese. Non è affatto detto che una gestione pubblica dell'acqua sia più costosa e inefficiente. Anzi, anche in altri casi si è dimostrato il contrario: che la gestione privata (si pensi alle ferrovie in Gran Bretagna o all'elettricità in california) è più costosa per i cittadini (aumentano le tariffe) e crescono i fattori di inefficienza e di cattiva gestione. L'obiettivo dei privati -nonostante i "contratti di servizio"- non è far funzionare bene i servizi, ma trarne il maggior profitto possibile, anche a costo di diminuirne i costi con minori spese per il personale e meno manutenzione.
E' necessario sostenere e sviluppare ancora di più il movimento per l'acqua come bene comune, rilanciare le mobilitazioni e chiedere alla forze politiche di mettere al centro dell'iniziativa di questi mesi il tema dell'accesso universale e libero all'acqua, sottraendola alla dimensione del mercato. E' una sfida importante, sulla quale si basa la prospettiva di un'economia diversa e di una società più giusta. (Giulio Marcon)
MODIFICHE ART. 23 BIS : PRIMA LETTURA E PRIME RIFLESSIONI
Provo in queste poche righe a dare una prima lettura parziale e a fare
alcune prime considerazioni personali sulle modifiche apportate ieri dal
Consiglio dei Ministri all’art. 23 bis della Legge 133/08.
Con una premessa “politichese” i cui contorni sono ancora da comprendere.
Infatti, mentre sembrava che l’art. 23 bis fosse ormai stato abbandonato in funzione di una riforma più complessiva della gestione dei servizi pubblici locali, ad agosto è il Ministro dell’Economia Tremonti a intervenire sulla materia con l’art. 19 della Legge n. 102 del 4/8/2009 che in estrema sintesi : a) estende alle SPA a totale capitale pubblico e alle SPA miste gli stessi vincoli gravanti sugli enti locali relativamente alle assunzioni di personale e b) assoggetta le stesse al patto di stabilità previsto per gli enti locali (con regolamento da approvare entro il 30 settembre 2009).
Di fronte a questo recente intervento del Ministero dell’Economia, risulta decisamente singolare l’improvviso risveglio del Ministro agli Affari Regionali Fitto che, a poco più di un mese di distanza, fa approvare (in
accordo stretto, così dice, con il Ministro Calderoli) le modifiche odierne all’art. 23bis.
Cosa sta dunque succedendo nei blocchi di potere interni al governo e alla maggioranza?
A quali blocchi di potere corrisponde la competizione Tremonti/Fitto? Il via libera leghista ha a che fare con le prossime candidature alle Presidenze regionali?
Non lo sappiamo, per ora.
Ma veniamo al merito di quello che NON è il regolamento attuativo dell’art. 23 bis (da emanare entro il 31/12/2009) bensì un “Adeguamento alla disciplina comunitaria in materia di servizi pubblici di rilevanza
economica” (inserito come art. 15 in un Decreto legge per l’adempimento degli obblighi comunitari).
Una prima parte di modifiche riguarda gli affidamenti dei servizi pubblici locali.
In particolare, si indicano, come vie ordinarie di gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica,l’affidame nto degli stessi attraverso gara o l’affidamento degli stessi a società mista, in cui il socio privato sia scelto attraverso gara, possieda non meno del 40% e sia socio “industriale”.
L’eccezione –ovvero la gestione attraverso SpA a totale capitale pubblico- può avvenire solo in condizioni straordinarie, che abbisognano del parere preventivo dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (da emettere entro 60 giorni dalla richiesta, con silenzio-assenso) , e a patto che la SpA rispetti le caratteristiche “in house” previste dall’ordinamento comunitario (controllo analogo e prevalenza dell’attività territoriale) .
Su questa prima parte si può dire che le modifiche rispetto all’art. 23bis sono :
a) l’inclusione delle società miste tra le gestioni ordinarie;
b) la necessità, per le deroghe d gestione, di un parere preventivo da parte dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato;
Una seconda parte di modifiche riguarda il regime transitorio.
In questo senso, mentre l’art. 23bis , stabiliva la cessazione di tutti gli affidamenti effettuati senza gara (ad eccezione di quelli in deroga) entro il 2010, le nuove norme stabiliscono con precisione i termini di scadenza per ciascuna tipologia, ovvero :
a) entro il 2010 decadono gli affidamenti a SpA in house che non rispettano la normativa comunitaria (controllo analogo e prevalenza territoriale dell’attività) ; gli affidamenti a società miste nelle quali il
socio privato non è stato scelto con gara; mentre, e ovviamente, si devono adeguare gli Ato che non hanno ancora provveduto ad affidare il servizio;
b) entro il 2011 decadono tutti gli affidamenti a SpA in house (anche se rispettano la normativa comunitaria) e gli affidamenti a società miste, nelle quali, pur essendo stato scelto il socio privato con gara, questi non è un soggetto “industriale” ;
c) entro il 2012 decadono tutti gli affidamenti a SpA quotate in Borsa, nelle quali la partecipazione pubblica non sia nel frattempo scesa al 30%
Si stabilisce inoltre che solo le SpA miste con scelta corretta del socio privato e le SpA quotate in Borsa possano svolgere attività in territori diversi da quello di appartenenza.
In questa seconda parte, si può dire che a fronte di una sostanziale proroga dei termini di cessazione delle gestioni, si definiscono con più precisione alcuni elementi :
a) la fine delle gestioni attraverso SpA in house (quelle che non rispettano la normativa comunitaria entro il 2010, le altre comunque entro il 2011);
b) la fine della partecipazione maggioritaria degli enti locali nelle SpA quotate in Borsa (deve obbligatoriamente scendere al 30% entro il 2012)
Infine il decreto sposta l’approvazione del Regolamento attuativo dell’art. 23 bis a fine dicembre 2009 e riafferma che, con l’approvazione di tale regolamento, le SpA in house saranno soggette al patto di stabilità interno.
Alcune prime considerazioni.
E’ evidente come riprenda slancio la spinta privatizzatrice di questo Governo.
D’altronde, i ripetuti appelli di Confindustria, perché si mettessero a disposizione delle imprese i servizi pubblici locali come fonte di guadagno assicurato in tempi di crisi, non poteva restare inascoltato.
La spinta privatizzatrice si evidenzia anche nel fatto che la nuova normativa non riguarda solo il servizio idrico –cui era interamente dedicato (bontà loro) l’art. 23bis- bensì norma tutti i servizi pubblici locali (anche energia, gas, rifiuti e trasporto urbano).
E’ inoltre chiaro come l’attacco sia soprattutto diretto ad aumentare esponenzialmente la presenza dei privati nella gestione dei servizi pubblici locali, azzerando le gestioni attraverso SpA a totale capitale pubblico (per spingere i Comuni alla gara) e riducendo in maniera verticale le partecipazioni pubbliche a SpA quotate in Borsa (anche perché lì è chiaro anche ai ciechi come a decidere siano i poteri finanziari).
Il recupero delle società miste tra le gestioni ordinarie si deve invece motivare con il forte blocco di potere storicamente espresso dalle stesse, e di cui il governo non poteva non tenere conto (si pensi solo alla Toscana). Si tratta quindi di un attacco generalizzato ai beni comuni e ai servizi pubblici, che deve essere respinto con una forte mobilitazione.
Ogni medaglia ha comunque il suo rovescio e alcune riflessioni credo possano rafforzare il percorso finora compiuto dal movimento per l’acqua.
Perché appare ogni giorno più evidente come, con quest’ulteriore attacco diretto dei privatizzatori, siano progressivamente venute meno tutte le motivazioni che in questi anni hanno prodotto la trasformazione delle gestioni dei servizi pubblici locali attraverso la nascita delle SpA.
Infatti, con il combinato disposto di questa normativa e dell’art. 19 della Legge 102/09 (Tremonti), decade la motivazione per cui, attraverso le Spa, gli enti locali potevano bypassare i vincoli alle assunzioni di personale e il patto di stabilità interno. Con l’attacco quasi definitivo alle SpA a totale capitale pubblico, decade
la motivazione per cui la loro istituzione serve ad arginare l’ingresso dei privati.
Con la caduta verticale della partecipazione pubblica nelle società quotate in Borsa, si rende manifesta l’insussitenza di un qualsiasi controllo pubblico nella gestione dei servizi pubblici locali, quando sia partecipata da soggetti privati (come del resto, le pur salvaguardate gestioni a capitale misto hanno ampiamente dimostrato in venti anni di realtà).
L’attacco è dunque pesante ma la dimensione dello stesso credo renda ancor più evidente come l’unica possibilità per i movimenti e gli enti locali che non vogliano farsi sottrarre l’acqua e il servizio idrico, sia esattamente la sottrazione dello stesso alla dimensione delle SpA, la ripubblicizzazione dello stesso attraverso gli enti strumentali comunali e consortili, la riappropriazione sociale dello stesso attraverso la partecipazione popolare.
E se l’art. 15, approvato ieri, s’intitola significativamente “Adeguamento alla disciplina comunitaria in materia di servizi pubblici di rilevanza economica”, credo che il primo passo sia proprio quello di ottenere dagli
enti locali –titolari del servizio- atti che sottraggano a questa normativa il bene acqua, dichiarandola bene comune, e il servizio idrico, dichiarandolo “privo di rilevanza economica” perché colmo di rilevanza sociale, ambientale e culturale.
Insomma, l’attacco è forte e conseguente alle politiche governative.
Ma la strada intrapresa dal movimento per l’acqua può rappresentare non solo l’argine, bensì soprattutto l’inversione di rotta.
A patto che tutte/i assieme sappiamo costruire un movimento ancor più capace di diffusione, di radicamento territoriale e di inclusione, per costruire nuova massa critica e adeguati rapporti di forza.
E’ una battaglia aperta : abbiamo le menti e i cuori per affrontarla.
Marco Bersani (Attac Italia)
La “questione acqua” sta diventando ormai una tematica nazionale, non solo per l’elevato costo delle bollette ma anche, se non soprattutto, per un concetto ideologico che prevede una gestione pubblica dell’acqua e non privatizzata per come ha deciso, nel silenzio e senza colpo ferire, l’attuale governo in una giornata vacanziera d’agosto. Molti sindaci, anche in alcuni Comuni del nord Italia, hanno consigliato ai propri cittadini di non pagare le bollette fino a quando non verrà fatta chiarezza sulla questione e soprattutto fino a quando non verranno recapitate bollette dal costo quadruplicato rispetto al recente passato. Ma sull’acqua non troverete mai nessuna prima pagina nei famosi quotidiani nazionali né mai alcun telegiornale dedicherà l’apertura a questa problematica. Sempre in silenzio e senza colpo ferire.
I dati emersi da una recentissima ricerca effettuata dall’Osservatorio nazionale di Cittadinanzattiva sono spietati.
“Il servizio idrico italiano è afflitto da una serie di criticità quali eccessiva frammentarietà, gravi perdite, pochi investimenti e mancanza di automaticità tra investimenti ed aumenti delle tariffe. La norma di riferimento continua ad essere la legge Galli del 1994 che poneva fra i suoi obiettivi l’esigenza che la gestione del servizio fosse attuata da soggetti gestori operanti in termini economici, efficaci ed efficienti all’interno di ambiti territoriali ottimali di adeguate dimensioni, con una tariffa in grado di coprire i costi di gestione e di investimento. In realtà, gli Ato di riferimento, 92 in tutto, coincidono nella maggioranza dei casi con le singole province italiane e all’interno degli Ato il servizio è affidato ad una pluralità di gestori (114 complessivamente).
A fronte di un livello qualitativo carente stiamo assistendo anno dopo anno ad una crescita costante
delle tariffe che dal 2000 ad oggi sono aumentate del 47% e alla presenza in bolletta di voci di costo
non giustificate. È ad esempio il caso del canone di depurazione presente anche nelle bollette degli
utenti che non usufruiscono del relativo servizio.”
L'acqua più cara si trova in Sicilia e Agrigento è la citta' dove costa maggiormente in Italia: 445 euro annui. Dal 2007 al 2008 l'incremento tariffario registrato nella regione e' stato del 2,4%, inferiore al 5,4% nazionale, ma aumenti molto superiori alla media nazionale si sono registrati a Messina (+9,5%), Caltanissetta (+7,7%) e Siracusa (+6,6%). Nell'Isola del Mediterraneo la spesa media per l'acqua per uso domestico è di 260 euro all'anno, a fronte dei 253 euro del dato nazionale. Nella graduatoria dei prezzi per regione, la Sicilia e' collocata dopo Toscana (330 euro) , Puglia (311 euro) , Umbria (308 euro), Emilia (304 euro ) e Marche (290 euro).
Questa ricerca è stata realizzata in tutti i capoluoghi, è relativa al 2008 e si riferisce a una famiglia tipo di tre persone con un consumo annuo di 192 metri cubi di acqua. Il dossier evidenzia inoltre che in Sicilia sono abissali le differenze di costo tra le diverse citta': a Messina si pagano 214 euro in meno che ad Agrigento, a Catania addirittura 258 euro in meno.
Scoraggianti anche i dati sugli investimenti realizzati: al 2008 l'Ato 6 di Caltanissetta ne aveva effettuati solo l'1%, l'Ato 5 di Enna il 12%, l’Ato di Agrigento… beh, lasciamo perdere.
Sempre secondo la stessa indagine dell'Osservatorio Prezzi e Tariffe di Cittadinanzattiva su costi e qualità del servizio idrico, in Italia, nell'ultimo anno, il costo dell'acqua ha registrato un incremento medio del 5,4% rispetto al 2007. La maglia nera degli aumenti se l'aggiudica la Campania: a Salerno l'acqua costa il 34,3% in più mentre a Benevento si parla di rincari vicini al 32%. Situazione negativa anche in Emilia Romagna: a Parma si registrano rincari per il 21,4% e del 10% a Ravenna. In generale, gli incrementi si sono registrati in ben 68 capoluoghi di provincia.
Inoltre, secondo dati Istat, da gennaio 2000 a luglio 2009 l'aumento è stato del 47%.
Insomma non solo Sicilia, non solo Agrigento, non solo Sciacca dove la situazione sta divenendo ogni giorno più imbarazzante: a fronte delle perdite idriche, a fronte degli incidenti stradali che accadono a causa di queste perdite, a fronte delle arterie stradali che franano per le infiltrazioni di acqua, a fronte di palesi e reiterati disservizi, a fronte di un ufficio che quasi non esiste, a fronte di pratiche di allaccio costosissime e spesso bloccate per mesi, i “nuovi padroni dell’acqua”, come qualcuno li ha definiti, continuano a minacciare in maniera vessatoria il distacco di un pubblico servizio per il quale, naturalmente, siamo in regime di monopolio, glielo abbiamo consegnato per 30 anni attraverso una stranissima gara d’appalto e siamo stati i primi, felici e contenti, a consegnare le nostre reti idriche cittadine. Col senno di poi siamo arrivati fino al punto di rimpiangere l’EAS, ente in fallimento, ente che deve al Comune di Sciacca ben 7 milioni di euro di transazione ed interessi maturati in questi anni, ma almeno l’acqua arrivava. Adesso si è giunti nella comica situazione che, in zone, come quella Cimitero, dove l’acqua è mancata per 20 giorni, arrivavano in contemporanea le minacce di distacco: ti stacco l’acqua che già non ti arriva. Incredibile. Da più parti si chiede la rescissione del contratto con Girgenti Acque per palesi inadempienze contrattuali ed addirittura alcuni comuni dell’agrigentino tra cui Sant’Angelo Muxaro non hanno ancora consegnato le loro reti idriche mentre il leader dei sindaci ribelli, Giovanni Panepinto, li invita a resistere, almeno fino a quando il CGA non si pronuncerà sulla regolarità o meno della gara d’appalto attraverso la quale Girgenti Acque si è aggiudicata il (dis)servzio.
Tornando all’indagine di Cittadinanzattiva, in tema di qualità delle acque destinate al consumo domestico, si parla pochissimo del ricorso alle deroghe, previste dal D.Lgs. 31/01 e concesse dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali: negli ultimi 7 anni, ne hanno usufruito ben 13 regioni. Queste Regioni dovrebbero provvedere affinché la popolazione sia adeguatamente informata, ma in alcuni casi non si specificano nemmeno i nomi dei singoli comuni coinvolti.
La domanda, come diceva il grande Antonio Lubrano, sorge spontanea: la Sicilia quanto è coinvolta da queste deroghe? E Sciacca? Come stiamo messi in qualità delle acque ed in potabilità?
Si chiedono deroghe di solito per questi 7 parametri fuorilegge: arsenico, boro, cloriti, fluoro, selenio, trialometani e vanadio. Tutta salute! Allegria!
Ad ogni caso, ad oggi, il Lazio è la Regione con il maggior numero di amministrazioni comunali interessate da deroghe, ben 84 (nel 2006 erano 37) per 5 parametri, segue la Toscana con 21 comuni (ma nel 2008 erano 69 e nel 2005 addirittura 92) e tre parametri. Cosa succederà dal 2010 quando la richiesta di ulteriori deroghe per gli stessi parametri oggi "fuorilegge" andrà indirizzata direttamente alla Commissione Europea non è dato saperlo.
Al Sud non si investe, la rete è un colabrodo, e anche se i parametri di potabilità sono migliori che al Nord, le continue interruzioni del servizio in molti casi non favoriscono il consumo dell'acqua di rubinetto. In positivo invece, si distinguono Veneto e Liguria, dove a fronte di investimenti alti, le tariffe risultano inferiori alla media nazionale, la dispersione idrica è bassa e non vi sono deroghe. In negativo spicca la Puglia, che a fronte di un livello basso di investimenti realizzati e deroghe dal 2004 ad oggi, presenta le tariffe medie più alte dopo quelle registrate in Toscana, ed una percentuale di dispersione di sei punti percentuali superiore alla media nazionale.
“Sono state analizzate anche 71 Carte dei Servizi relative a 84 città. In caso di specifici disservizi, nel 18% delle Carte sono previsti indennizzi automatici, mentre la maggior parte (69%) li prevede solo su richiesta. Il modulo di reclamo è riportato nel 13% di esse, e solo nel 28% dei casi si fa riferimento alla possibilità di ricorrere alla conciliazione per la risoluzione delle controversie tra utente e gestore. E ancora: in poco più della metà delle Carte esaminate è stato riscontrato un numero verde di assistenza alla clientela, mentre nel 90% dei casi non si fa riferimento
ad agevolazioni tariffarie per le fasce deboli della popolazione.
Infine il coinvolgimento delle Associazioni dei consumatori nella stesura o sottoscrizione della Carta è stato riscontrato solo nell’8% dei casi: un dato assolutamente deficitario a due anni dall’introduzione della norma che ha reso obbligatorio il coinvolgimento dei cittadini nella verifica periodica dei servizi. Una disposizione, quella prevista dal comma 461 dell’art.2 della Legge Finanziaria 2008 che rischia di rimanere inattuata fintanto che non verranno introdotte sanzioni per chi non la rispetta”.
Sull’acqua c’è davvero tanto da scrivere. Per oggi ci fermiamo qui nella speranza che, nel frattempo non privatizzino l’unica acqua libera che ci rimane. Quella Piovana.
Calogero Parlapiano - tratto da "ControVoce"
E' passata anche la Quarta Giornata del Creato( 1 settembre 2009).
La Conferenza Episcopale Italiana ha dedicato il suo messaggio per la Giornata del Creato al tema dell’aria, invitando a riflettere sui ’gas serra’ e sulla Conferenza di Copenaghen (7-8 dicembre 2009).
Nel silenzio generale il governo privatizza l'acqua
Dal 2012, grazie alla legge 133/08 "recante disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria" approvata ad agosto dal Parlamento la gestione del servizio idrico integrato in Italia sarà privatizzato. Da diritto acquisito, l'acqua diventa merce, prodotto commerciale soggetto alle regole del mercato
L'articolo 23bis della legge 133 favorisce "il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali, in via ordinaria, a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica". Ciò al fine - afferma la legge - "di favorire la più ampia diffusione dei principi di concorrenza, di libertà di stabilimento e di libera prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione di servizi di interesse generale in ambito locale". In altre parole si spalanca la via alla privatizzazione dell'acqua, infatti il servizio idrico è stato equiparato a qualunque servizio pubblico di rilevanza economica, costringendolo alle regole della concorrenza.
Da diritto acquisito, l'acqua diventa merce, prodotto commerciale soggetto alle regole del mercato. Lo stesso sistema che solo nell'ultimo anno si è dimostrato pronto a implodere su sé stesso, con fallimenti a catena di banche e assicurazioni.
Eppure, dopo un rapido sguardo alle esperienze cosiddette "pilota" in Italia, sorgono non pochi dubbi proprio sulle garanzie di accesso al servizio.
Basta leggere l'inchiesta pubblicata il 4 dicembre 2008 dal Corriere Magazine sull'acqua privata e sui costi delle bollette, per scoprire che in città come Arezzo ed Agrigento, comuni che ha sposato il progetto di privatizzazione dell'acqua già da diversi anni, si è assistito a un processo rapido e febbrile di innalzamento vertiginoso dei costi delle tariffe (+ 300%).
Personalmente ritengo che l'art. 23 bis del ddl 133 andato ben oltre le competenze statali e l'ordinamento comunitario. La categoria dei servizi pubblici di rilevanza economica, oggetto dell'affidamento secondo la norma, è una categoria oscura e non presente nell'ordinamento comunitario. Come è noto, l'ordinamento comunitario distingue tra servizi di interesse economico-generale e servizi di interesse generale, entrambi, seppur con caratteristiche differenti, servizi pubblici essenziali, ed in quanto tali, entrambi, in relazione al nostro ordinamento, riconducibili all'art. 43 della Costituzione. Cioè riconducibili a quella norma che non è una mera norma di carattere organizzativo-funzionale, ma è una norma che contribuisce alla caratterizzazione più profonda del modello di Stato sociale; una norma che continua a riconoscere, garantire e legittimare, proprietà e gestione pubblica dei servizi pubblici essenziali, anche, laddove necessario, in regime di monopolio.
Trasformare la nozione di servizio pubblico essenziale in servizio di rilevanza economica, significa violare l'art. 43, il modello di Costituzione economica e tutte le norme ad essa raccordate in primis gli artt. 2, 3, 5 della Costituzione; significa violare la peculiarità che l'ordinamento comunitario riconosce allo status di servizio di interesse economico-generale e servizio di interesse generale, peculiarità ancor più rafforzata dopo l'approvazione del Trattato di Lisbona ed i suoi protocolli.
La norma in oggetto in questi ambiti, in questi servizi, caratterizzati da condizioni oggettive di monopolio naturale, introduce un astratto principio di concorrenza per il mercato, che significa di fatto riconoscere e favorire l'insorgere di malcelati monopoli privati. La norma non sembra assolutamente percepire e assimilare le tipologie comunitarie dei servizi di interesse economico-generale, seppur con una serie di limiti, orientati al mercato, e dei servizi di interesse generale, decisamente al di fuori delle logiche mercantili.
Mi spiego meglio: questa nuova categoria dei servizi pubblici locali di rilevanza economica tout court rientra tra i servizi pubblici essenziali? È possibile immaginare servizi pubblici che non abbiano carattere generale? Sarei portato a ritenere che ciò debba escludersi. E allora se così è, tale categoria, così come configurata, presenta evidenti difformità rispetto al quadro comunitario e statale i quali, seppur con toni differenti, pongono in posizione rilevante il ruolo dei poteri pubblici e subordinano la regola della concorrenza al prius del perseguimento degli interessi generali e al soddisfacimento del servizio universale. Si delinea dunque una duplice violazione sia del dettato comunitario, che di quello interno.
Non è un caso che il Comune di Parigi ha deciso la ripubblicizzazione dei servizi idrici. Infatti dal 1 gennaio 2010 un Ente di diritto pubblico, nel cui comitato di gestione siederanno anche i rappresentanti dei lavoratori e degli utenti, gestirà l'intero ciclo dell'acqua della capitale francese. Nel 1985 le multinazionali Suez e Veolia si erano accaparrate la gestione delle acque parigine con la complicità di Chirac Sono stati vent'anni di abusi, prezzi "gonfiati" e casi talora clamorosi di corruzione. Per contro, non ci sono stati cambiamenti di rilievo sotto il profilo della qualità dei servizi.
Anche a Parigi, come da noi, la gestione privata ha portato con sé una serie di effetti collaterali dovuti alla mancanza di concorrenzialità. In Francia tre quarti della gestione delle acque è oggi in mano ai privati, ma la speranza è che, sul modello parigino, il ruolo pubblico torni ad essere prevalente anche nelle altre zone del Paese.
Nella primavera del 2007 più di quattrocentocinquantamila mila firme furono raccolte a sostegno della legge d'iniziativa popolare che vede come primo punto il riconoscimento dell'acqua come "diritto inalienabile ed inviolabile della persona". Ma la sensazione forte è che la straordinaria raccolta firme sia già stata oscurata. Con un semplice colpo di spugna. Seguendo il manuale del "buon governo" che approva leggi impopolari e antidemocratiche proprio quando imperversa l'afa estiva e l'attenzione della stampa è rivolta altrove.
Il 2010 si candida quindi ad essere l'anno della svolta, ed è incredibile pensare come la Francia e l'Italia prenderanno direzioni cosi diverse in merito ad un bene fondamentale come l'acqua. Da una parte abbandonando una lunga privatizzazione e dall'altro si inaugurando una stagione di privatizzazione diffusa, che già negli esperimenti locali si è dimostrata allo stato attuale fallimentare e onerosa per gli utenti.
E' necessario una forte opposizione sia istituzionale, a partire dai ricorsi di incostituzionalità che le Regioni e gli enti locali debbono presentare, sia sociale al dispositivo della legge 133, affinché in Italia si costruisca la strada della promozione di una società mirante alla garanzia dei principi di uguaglianza nei diritti, di giustizia sociale, di solidarietà e di un vivere insieme fondato sul rispetto e la salvaguardia dei beni comuni
http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=12958
Migranti scacciati e schiacciati
di Luigi Nervo
Una dura accusa alla politica dei respingimenti adottata dall'Italia insieme alla Libia giunge dal rapporto "Scacciati e schiacciati" dell'associazione Human Rights Watch. "Nel maggio del 2009 - esordisce il dossier - per la prima volta dopo la Seconda Guerra Mondiale, uno stato europeo ha ordinato alla sua guardia costiera e alle sue navi militari di intercettare e ricacciare indietro con la forza le barche dei migranti in mare aperto senza fare un'analisi che potesse determinare se i passeggeri avessero bisogno di protezione o fossero particolarmente vulnerabili".
Questo documento vuole mostrare come vengono trattati i migranti che dalla Libia cercano di raggiungere l'Italia, prima respinti con la violenza e poi maltrattati in Libia. Le informazioni provengono da 91 interviste con migranti, richiedenti asilo e rifugiati in Italia e a Malta condotte principalmente nel maggio 2009. Secondo Bill Frelick, direttore delle politiche per rifugiati ad Human Rights Watch "la realtà è che l'Italia sta rimandando questi individui incontro ad abusi: i migranti che sono stati detenuti in Libia riferiscono, categoricamente, di trattamenti brutali, condizioni di sovraffollamento ed igiene precaria". Il rapporto punta il dito soprattutto contro la violazione del governo italiano del regolamento internazionale che vieta il refouling, cioè il rinvio di individui con la forza verso luoghi dove la loro vita o libertà è minacciata o dove rischierebbero la tortura o un trattamento inumano o degradante.
Inoltre, lo scopo del rapporto è anche quello di mostrare come i migranti rispediti in Libia siano veramente in pericolo e subiscano atroci torture e maltrattamenti. E nessuno vede o sente quanto accade poiché l'accesso a questi nuovi campi di concentramento è vietato e neanche gli uomini di Human Rights Watch sono riusciti ad ottenere i permessi. Tuttavia, nel rapporto sono presenti le testimonianze di chi è stato all'interno di questi luoghi, tra le quali quella di un nigeriano che per non essere riconosciuto si fa chiamare Pastor Paul. "Eravamo in una barca di legno e dei libici in uno Zodiac iniziarono a spararci - dichiara a HRW - Ci dissero di tornare a riva. Continuarono a spararci finché presero il nostro motore. Una persona fu colpita a morte. Non so chi ci sparò, ma erano civili, non in uniforme. In seguito arrivò una nave della Marina libica, ci raggiunsero e iniziarono a picchiarci. Si presero i nostri soldi e telefoni cellulari. Credo che quelli del gommone Zodiac lavorassero insieme alla Marina libica. La Marina libica ci riportò indietro con la loro grande nave e ci spedirono al campo di deportazione di Bin Gashir. Quando arrivammo lì iniziarono subito a picchiare sia me che gli altri. Alcuni dei ragazzi furono picchiati al punto da non poter più camminare". Questa e altre testimonianze molto crude disegnano il quadro di cosa attende questi migranti che con grande orgoglio di alcuni ministri vengono respinti nel paese di un crudele dittatore alleato dell'Italia.
Infine rimane un accorato appello di Frelick: "la clausola sui diritti umani nel prossimo accordo quadro tra Ue e Libia, così come qualunque altro accordo da esso derivante, dovrebbe includere un riferimento esplicito ai diritti dei richiedenti asilo e dei migranti come prerequisito per qualsiasi cooperazione nei piani di controllo sulla migrazione".
http://www.nuovasocieta.it/attualita/2406-ln.html
Il governo ha chiuso il Comitato di vigilanza sui servizi idrici. La sua attività non è stata brillante, ma l'inadeguatezza deriva dal profilo istituzionale debole, dal potere decisionale praticamente nullo, dalla totale assenza di indipendenza dalla politica, dall'esiguità delle risorse. Ora la nuova commissione che lo sostituisce accentua le debolezze invece di risolverle. Intanto, il rapporto annuale sulla situazione dei servizi idrici certifica l'involuzione del sistema, con il continuo rinvio di investimenti e modernizzazione.
Diceva Otto von Bismarck che coloro che rispettano le leggi e amano i würstel non dovrebbero mai cercare di sapere come le une e gli altri vengono fatti. Potremmo aggiungere che, quanto a salsicce, è probabile che noi italiani potremmo insegnare qualcosa agli amici tedeschi; ma quanto a leggi, le nostre riescono talvolta ad essere più indigeribili del peggior insaccato.
DAL COVIRI ALLA COMMISSIONE
Ne volete un esempio?
Il decreto legge 28 aprile 2009, n. 39, recante “Interventi urgenti in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici nella regione Abruzzo nel mese di aprile 2009 e ulteriori interventi urgenti di protezione civile”, all’articolo 9 bis riesce a infilare, tra una tendopoli e un prestito agevolato, nientemeno che la riforma del sistema di regolazione dei servizi idrici a scala nazionale, con la soppressione dell’attuale Comitato di vigilanza (Coviri) e la sua sostituzione con una commissione che ne erediterebbe le funzioni. Non è solo un cambio di nome, ma di sostanza. Al di là della riduzione dei membri dell’attuale Coviri da sette a cinque, cosa peraltro auspicabile, l’ente perde il suo braccio operativo, l’Osservatorio sui servizi idrici, le cui funzioni vengono inglobate nella suddetta commissione, che si troverebbe a svolgerle senza il supporto di una struttura tecnica.
La scusa, piuttosto fragile, è il varo di un “Programma nazionale per il coordinamento delle iniziative di monitoraggio, verifica e consolidamento degli impianti per la gestione dei servizi idrici”, ossia la valutazione della loro tenuta antisismica. Non potendosi fare con le istituzioni esistenti (evidentemente non bastava inviare una direttiva alle Aato, secondo un capitolato tecnico preciso definito dalla Protezione civile), si è pensato bene di affidare questo complesso incarico sempre alla stessa commissione, finanziandone l’onere con la riduzione dei membri. Già che ci siamo, approfittandone per allontanare qualche personaggio scomodo.
Il risultato non è, come qualcuno potrebbe superficialmente pensare, una semplice riduzione dei costi della politica, spendendo meglio un paio di centinaia di migliaia di euro all'anno. È semmai una pietra tombale sulle residue speranze che la cosiddetta “riforma dei servizi pubblici locali” possa contare su un sistema di regolazione economica degno di questo nome. Tutte le analisi del settore idrico riconducono alla debolezza del quadro regolatorio una parte importante dei problemi in cui il settore ancor oggi si dibatte, a quindici anni dalla riforma che voleva rilanciarlo come servizio industriale e finanziariamente autosufficiente.
La regolazione economica ha una finalità fondamentale: quella di costruire il quadro entro il quale gli investimenti possono essere sostenibili per chi li fa e sopportabili per chi li deve pagare. Presuppone regole contabili molto analitiche, decisioni continue per riconciliare investimenti e dinamica tariffaria, analisi comparate dell’efficienza, raccolta ed elaborazione continua di dati che permettano di supportare le decisioni degli enti locali, canali efficaci di dialogo con l’opinione pubblica volti alla tutela del consumatore. E ancora, arbitraggio delle controversie tra gestori ed enti locali in materia economico-tariffaria, gestione dei programmi finanziari straordinari di competenza statale. (1)
UN SISTEMA IN INVOLUZIONE
Va detto che il Coviri si è sempre dimostrato impotente e inadeguato ai compiti importanti, benché insufficienti, che la legge gli attribuiva: a distanza di quindici anni dalla sua istituzione, è riuscito a combinare ben poco. E questo nonostante le personalità di primissimo piano che si sono alternate alla sua guida, da Gilberto Muraro all’attuale presidente, Roberto Passino. Ma non basta un ottimo generale per fare un buon esercito. L’inadeguatezza del Coviri deriva dal profilo istituzionale debole, dal potere decisionale praticamente nullo, dalla totale assenza di indipendenza dalla politica, dall’esiguità delle risorse attribuitegli, dall’essere costretto ormai da un decennio a procrastinare decisioni fondamentali aspettando che l’occasione sia propizia per il ministro di turno. Per non dire dell’evidente assenza, nella legge che lo ha istituito, delle più elementari nozioni di regolazione economica, a cominciare dal nome: quel Comitato per la vigilanza sull’uso delle risorse idriche che confonde in modo spettacolare la questione politico-ambientale di disciplinare l’uso delle risorse, che tra l’altro non rientra nemmeno tra le sue competenze, con quella economico-tecnica di regolare i servizi.
Pochi, dunque, ne sentiranno la mancanza. Ma la nuova commissione non sembra certo un passo nella direzione giusta.
Il Coviri è troppo debole e subordinato, e il governo che fa? Lo indebolisce ulteriormente. In tutto il mondo ci si dota di strumenti di regolazione economica sempre più orientati verso l’istituzione di poteri terzi rispetto alla dialettica tra ente concedente e gestore, e il governo che fa? Soffoca nella culla anche quel poco che c’era, puntando tutte le sue carte sulle fantomatiche gare istituite dalla legge 133/08, ai sensi del quale la “commissione” viene tra l’altro insignita del compito di esprimere i pareri di congruità sulle decisioni degli enti locali, elevando al rango di Autorità di settore quello che invece è un semplice organo consultivo privo di alcuna struttura.
Nel frattempo, l’acqua soffre. Il BlueBook 2009, rapporto annuale sulla situazione dei servizi idrici realizzato da Utilitatis e Anea, certifica l’involuzione di un sistema che non riesce a investire, non riesce a guardare lontano, a dispetto dei solenni impegni del legislatore e degli appuntamenti europei, sui quali siamo in ritardo prima ancora di partire. I piani approvati dai comuni si allontanano sempre di più dalla capacità da parte dei gestori di metterli in atto. Si vivacchia tirando a campare, rinviando investimenti e modernizzazione del sistema a tempi migliori.
Voglio pensare che tale sciatteria dell’azione di governo nei confronti dei servizi idrici derivi solo dalla disattenzione e dalla mancata percezione che, sull’acqua, l’Italia si gioca un pezzo non secondario del proprio futuro.
(1)Se il lettore vuole farsi un’idea più approfondita della questione, può esaminare l’analisi comparata dei sistemi di regolazione economica del servizio idrico svolta dallo Iefe-Bocconi.
Diverse segnalazioni sono giunte alla nostra emittente circa una situazione di disagio che si ripete da più di dieci giorni al cimitero di Sciacca.
Nell'area cimiteriale manca l'acqua e gli utenti esasperati da questa situazione sono costretti a provvedere personalmente, giungendo nell'area già provvisti del prezioso liquido.
La mancanza di acqua determina non solo le legittime proteste di chi si reca al cimitero per rendere omaggio ai propri cari defunti ma anche una condizione approssimativa dal punto di vista igienico sanitario.
Stamani l'unico rubinetto funzionante era quello posto immediatamente all'entrata dell'area cimiteriale, tutti gli altri sparsi per tutta l'area erano completamente all'asciutto.
Sempre di acqua continuiamo a parlare.
Proseguono le perdite idriche nella nostra città.
E' di oggi un'altra perdita idrica verificatasi lungo la via Modigliani.
L'acqua esce copiosa ed approfittando della discesa scorre velocemente così da determinare le solite condizioni di disagio e di pericolo.
In diversi punti dell'arteria stradale l'acqua si perde causando disagi ai residenti, a color che transitano lungo la strada costretti a pericolosi acquaplaning ed alle stesse abitazioni in quanto l'acqua che scorre, si perde e si infiltra presso quelle stesse abitazioni che costeggiano la perdita idrica.
Ieri lamentele e proteste da parte dei residenti della via Lido lungo la quale continua a perdersi il prezioso liquido.
Mentre La via Amendola è stata invece chiusa al traffico veicolare a causa di una rottura che ha determinato, oltre alla perdita idrica, difficoltà a residenti e attività commerciali.
La questione acqua evidentemente per la nostra città sta diventando un vero e proprio tallone di achille.
Tribunale Enna: “Servizio fornitura acqua non si può sospendere”
Tribunale di Enna: ”Il servizio di fornitura dell’acqua non si può sospendere”. Nei giorni scorsi, il Coordinamento provinciale dei Comitati cittadini, attraverso il proprio legale avv. Licia Minacapilli, altresì presidente del Comitato cittadino di Aidone, ha presentato ricorso al Tribunale di Enna avverso il provvedimento della società AcquaEnna s.c.p.a., che, a fronte di una morosità di circa 200,00 euro, aveva ben pensato di sospendere la fornitura del servizio idrico ad un utente ennese. Per di più, aveva anche materialmente asportato il contatore dell’acqua all’insaputa dell’utente, recapitandogli un vaglia prestampato dell’importo di euro 100,00 con la causale “Spese di riallaccio”. La morosità dell’utente deriva anche dal fatto che lo stesso è a sua volta creditore nei confronti dell’ente gestore del servizio AcquaEnna dei canoni per la depurazione delle acque reflue, non dovute alla luce del recente disposto della sentenza della Corte Costituzionale n. 335/2008.
L’avv. Minacapilli a commento del provvedimento: “Sul piano giuridico, i contratti di somministrazione di servizi essenziali sono volti a soddisfare bisogni primari aventi fondamento costituzionale nella tutela di diritti inviolabili di cui all’art. 2 della Costituzione, tra questi il diritto alla somministrazione dell’acqua potabile. Pertanto non può ritenersi legittima la risoluzione unilaterale del contratto, e, dunque, la sospensione dell’erogazione dell’acqua”. “La stessa giurisprudenza –dichiara ancora l’avv. Minacapilli, che si è già pronunciata in merito – ed il decreto odierno ne dà avvallo – chiaramente sancisce il principio per cui la morosità dell’utente non è ragione che possa giustificare la sospensione della fornitura di un bene primario come l’acqua. In altre parole, la sospensione della fornitura del servizio non può ritenersi rimedio proporzionato al mancato pagamento di qualche fattura recapitata all’utente”. Il Coordinamento provinciale dei Comitati cittadini, sin dai primi distacchi adottati da AcquaEnna, nel comune di Leonforte, aveva inoltrato un esposto alle rispettive Procure presso i Tribunali di Enna e Nicosia, ritenendo che la condotta tenuta dalla suddetta Società fosse viziata da illegittimità . Il Tribunale di Enna, con decreto del 5 agosto 2009, ha accolto il ricorso dell’utente ed ha ordinato ad AcquaEnna di ripristinare l’erogazione dell’acqua potabile, in quanto “il ricorrente è stato privato di un bene essenziale”. Il Coordinamento dei Comitati cittadini, nell’apprendere con soddisfazione del provvedimento emesso dal Tribunale di Enna, comunica a tutti i cittadini della Provincia la propria disponibilità a tutelarli legalmente per tutte le analoghe ipotesi di sospensione della fornitura dell’acqua che si siano verificate (o che si possano verificare) nei vari Comuni della Provincia ennese. A tale scopo gli utenti possono rivolgersi ai Comitati cittadini o direttamente allo studio legale dell’avv. Licia Minacapilli in Aidone. L’utente ennese ha comunicato al Coordinamento dei Comitati cittadini che AcquaEnna ha provveduto al riallaccio della fornitura dopo poche ore dall’avvenuta notifica del provvedimento del giudice da parte dell’avv. Minacapilli. “Il Coordinamento – conclude l’avv. Minacapilli- prende atto della tempestività mostrata dall’ente gestore del servizio AcquaEnna nel rispettare i provvedimenti emessi dalla Magistratura”.
Angela Rita Palermo
Ato idrici, presto all'Ars ddl su gestione pubblica delle risorse
Mobilitazione trasversale, che coinvolge tante amministrazioni locali
ma anche i partiti rappresentati all'Assemblea regionale siciliana,
per opporsi al sistema di privatizzazione del servizio idrico previsto dalla legge "Galli", sulla scorta del disastro finanziario che si è
già verificato nel settore degli Ato rifiuti.
Si è riunito oggi, nella sala Gialla di Palazzo dei Normanni, il
Coordinamento degli Enti Locali per l’acqua bene comune e per la
ripubblicizzazione del servizio idrico. Un centinaio di
amministratori locali, in rappresentanza di altrettanti comuni,
provenienti dalle nove province dell’isola, hanno partecipato
all’incontro con il presidente dell’Ars, Francesco Cascio e con i
presidenti dei gruppi parlamentari. Un incontro voluto per esporre i
punti principali del ddl, di iniziativa dei consigli comunali, che
tratta la regolamentazione della gestione pubblica delle risorse
idriche in Sicilia. Le attuali gestioni del servizio idrico, affidate
ai privati hanno portato ad incrementi delle tariffe e disservizi
nell’erogazione.
I sindaci si sono fatti promotori di un disegno di legge di inziativa
popolare sugli Ato idrici. Il disegno di legge proposto dal
coordinamento rivede le modalità di gestione, suggerendo il ritorno
alla gestione pubblica e partecipata dell’acqua. I Comuni che hanno
aderito all’iniziativa hanno già inserito nei propri Statuti il
principio dell’acqua come bene comune e definito il servizio idrico
come privo di rilevanza economica. Una posizione condivisa da tutti i
capigruppo che hanno parlato della necessità di una seria riflessione
su tutto ciò che riguarda la gestione del servizio. “Il modello di
privatizzazione delle risorse idriche è stato largamente contrastato –
ha ricordato il presidente del gruppo parlamentare Pd, Antonello
Cracolici – e la politica non può girarsi dall’altra parte, ma è
obbligata ad affrontare l’argomento, con un approfondito dibattito
parlamentare per trovare soluzioni”. Un impegno condiviso da tutti i
capigruppo. “Gli Ato sono stati un fallimento – ha ricordato il
presidente del gruppo parlamentare Udc, Rudy Maira -. E' necessario
che la gestione dell'acqua permanga in mano pubblica. Ogni tentativo
di privatizzazione di un "bene" qual è l'acqua va respinto, perchè
porterebbe ad un aumento di costi e di bollette a danno dei cittadini
siciliani” ha aggiunto Maira.
Un parallelo tra la disastrosa esperienza degli Ato Rifiuti e di
quelli idrici è stato fatto dal capogruppo Mpa, Lino Leanza. “Una
legge sulla gestione idrica deve puntare a ridurre la frammentazione
dei soggetti che gestiscono le risorse” – ha sottolineato il
capogruppo Pdl, Innocenzo Leontini. Tutti i presidenti dei gruppi
parlamentari, si sono detti d’accordo ad affrontare la problematica
nel più breve tempo possibile. Un impegno condiviso dal presidente
Cascio. “Sono assolutamente convinto – ha sottolineato Cascio -
dell’importanza del servizio idrico che come tale non può essere
affidato ai privati come invece si potrebbe fare per altri settori”.
Cascio ha mostrato disponibilità ad accelerare l’iter del ddl pur nel
rispetto delle priorità dei provvedimenti già calendarizzati.
(Siciliainformazioni.it)
L'ACQUA DEL SUD LA SICILIA DEI PADRONI DEL COMUNE
Nonostante le sue 47 dighe, l'acqua nell'isola costa sempre più
cara. A Palermo giornata di studi contro la privatizzazione
dell'acquedotto pubblico regionale. Mentre il mare del Belpaese è
mangiato dagli abusi e dal cemento
Dare l'acqua agli assetati. Avrebbe potuto essere questo il
titolo della giornata di studio e confronto che si è svolta giovedì
nella Sala delle Lapidi del Comune, voluta e organizzata dal Cepes, il
Centro studi di politica economica diretto dall'instancabile
novantenne Nicola Cipolla, figura storica della sinistra palermitana.
Il titolo era invece No alla privatizzazione dell'acqua bene comune, e
si proponeva di fare il punto della situazione a poco più di un mese
dall'Assemblea nazionale che si è svolta all'Ars il 14 maggio (erano
presenti i rappresentanti 65 comuni siciliani, i sindacati, molte
associazioni culturali e i comitati per l'acqua), nel corso della
quale è stato presentato lo schema di un progetto di legge di
iniziativa popolare, sostenuto dal Movimento dei sindaci, che si
propone di ripubblicizzare la gestione del servizio idrico in Sicilia.
I caposaldi della proposta sono: la soppressione degli Ato, gli
organismi che per conto di Siciliacque (posseduta dalla francese
Veolia, attiva anche nello smaltimento dei rifiuti) si occupa
dell'approvvigionam ento idrico facendone notevolmente aumentare il
prezzo, l'istituzione di un organismo centrale che si assuma il
compito della supervisione, e l'affidamento alla responsabilità dei
municipi - attraverso la creazione di Consorzi ad hoc - della gestione
dell'acqua nei suoi due principali usi, l'irriguo e il domestico.
L'assunto che muove l'azione di quello che nel frattempo è
diventato il Coordinamento nazionale dei comuni è semplice ma
inattuato: l'acqua è un bene primario che non può essere degradato a
merce. Dovrebbe essere ovvio, ma nella regione del governatore
"commissario straordinario per l'emergenza idrica" non lo è; qui al
contrario la normalità è la speculazione e la penuria, nonostante che
nell'isola, con le sue 47 dighe, l'acqua ci sia sempre stata; però
costa cara, viene sprecata e si inseguono soluzioni mirabolanti per
demagogia e per alimentare un rivolo inarrestabile di clientelismo.
Molti gli interventi, di sindaci, sindacalisti e tecnici che da
anni studiano la questione idrica qui da noi e nel resto d'Europa; dai
quali è forse possibile estrarre un comune denominatore, riassumibile
nella argomentata presa d'atto del fallimento della privatizzazione e
del suo mito, che ha fatto breccia anche a sinistra (lo ha ricordato
Salvatore Bonadonna), a lungo opzione obbligata nel segno di una
malintesa modernizzazione.
«Qualcuno ha pensato che il mercato si autoregolasse, che ne
derivassero benefici per il consumatore, e invece ha fatto cartello»
ha detto Antonella Leto, che coordina il Gruppo enti locali. Prima di
lei Nicola Cipolla aveva svolto una rapida cronistoria del disastro,
raccontando con dovizia di particolari l'assurdo destino di una terra
che sembra condannata a patire la sete e a riempire di cisterne i
tetti dei condomini (era una delle ultime immagini di Sete d'acqua in
Sicilia, il bel documentario di Ottavio Terranova che ha aperto i
lavori). Sul fronte dei sindaci erano molto attesi gli interventi di
Rosario Gallo, primo cittadino a Palma di Montechiaro, di Giovanni
Panepinto che guida il comune di Bivona, e di Domenico Giannopolo, che
la stessa responsabilità a Caltavuturo. Gallo è il portavoce dei
sindaci dell'agrigentino («rappresento la Sicilia più assetata e la
più carente di acqua potabile»); nella sua provincia la rete idrica
disperde il 70% dell'acqua, e ha il prezzo più alto. Per lui, «la
questione fondamentale è avere la possibilità del governo del
territorio, perché il privato aumenta i costi e abbassa la qualità del
servizio. E tutto questo avviene a causa della totale assenza della
politica. Sono convinto», ha aggiunto, che «acqua, energia e rifiuti
costituiscano un unico fronte di lotta». Sui tempi di rifinitura e di
presentazione nell'aula della proposta è netto: entro settembre.
Per il versante del problema che tocca la sussistenza e lo
sviluppo dell'agricoltura sono intervenuti Maurizio Lunetta e Pippo Di
Falco, sindacalisti della Cia. Entrambi hanno descritto gli scompensi
e l'inefficienza degli 11 Consorzi che attualmente gestiscono l'acqua
per l'irrigazione e lo stato di crisi acuta in cui si trova
l'agricoltura siciliana, che vede una progressiva perdita degli
addetti in fuga verso migliori condizioni di lavoro. «Ci vogliono 120
litri d'acqua per fare un bicchiere di vino» ha detto Lunetta, a
sottolineare la preziosità del vino e l'apporto imprescindibile
dell'acqua, e la conseguente necessità di rendere più razionale e
mirata l'erogazione. Mentre Di Falco, in coda al suo intervento ha
fatto aleggiare l'immagine della diga Gibesi, nei pressi di Ravanusa
(Ag), costruita dall'Ente minerario cinquant'anni fa e mai messa in
funzione: un simbolo inquietante di una politica sciagurata, ma anche
uno stimolo a far presto e bene perché si muore (diceva Danilo Dolci)
e perché non è scritto da nessuna parte che non si possa cambiare.
Anche per Giannopolo l'autonomia decisionale degli
amministratori locali è la chiave di volta per la soluzione del
problema, magari dando ai comuni la possibilità di partecipare ai
cofinanziamenti nell'abbinamento pubblico-privato: dal 46% truffaldino
che tagliava fuori gli enti locali a vantaggio della Regione che così
aveva in mano il business e il foraggio per la clientela, a un più
abbordabile 6, fatto però salvo il controllo dei municipi. Dopo di lui
Antonio Marotta ha spiegato come si struttura il sistema delle
holding, la complessa filiazione di scatole cinesi che garantiscono
grandi affari quasi mai puliti a spese della comunità. Istruttivo e
scoraggiante.
Il sindaco Panepinto è misurato ma non nasconde l'insofferenza
per uno stato di cose che sfida la logica e il buon senso, ma nello
stesso tempo fa una saggia professione di realismo: «La gente deciderà
di stare con noi non sulla forza del principio dell'acqua bene comune
e inalienabile, ma perché l'acqua è cara. È facendo perno sulla
prospettiva dell'abbattimento dei costi che la spingiamo alla
mobilitazione» . E aggiunge: «Questa non è una guerra di posizione, che
si combatte stando in trincea. La battaglia si vince o si perde da qui
a novembre». Ma prima di quella data ci sarà tempo per altri
confronti, per arricchire un progetto che ha un obiettivo ambizioso ma
realistico: restituire ai cittadini siciliani un diritto fondamentale,
il diritto all'acqua.
(Vito Bianco)
I Nobel e gli Oscar italiani: «Obama, l'acqua dev'essere un diritto umano»
Caro Obama, visto che il mondo, soprattutto il terzo mondo, muore letteralmente di sete, l'acqua deve diventare «un diritto umano inalienabile» . Lo hanno scritto, alla vigilia del G8 dell'Aquila, i premi Nobel italiani Rita Levi Montalcini e Dario Fo, e i premi Oscar Bernardo Bertolucci e Nicola Piovani in una lettera aperta al presidente americano.
L'appello, promosso dal «Comitato italiano per un contratto mondiale per l'acqua» e firmato anche da numerose personalità del mondo della scienza, della cultura e del giornalismo (da Silvio Garattini a Oliviero Toscani, da Ermanno Olmi a Renato Mannaheimer, da Gad Lerner a Vittorio Gregotti) sollecita il capo delle Casa Bianca inserire l'acqua nell'agenda di Copenaghen sui mutamenti climatici e ad affidare il governo di questo bene essenziale a un'agenzia dell'Onu per contrastarne ogni forma di mercificazione.
«Signor Presidente - si legge nella lettera - la sua elezione ha suscitato nel mondo molte aspettative. Lei è stato visto come un leader capace di dire al proprio Paese e al mondo intero che dai terribili problemi del pianeta si esce solo tutti assieme». Dopo queta premessa, i premi Nobel e Oscar invitano Barack Obama a «parlarne» e porre politicamente già dal G8 dell'Aquila il problema del miliardo e 200 milioni di persone che attualmente non hanno accesso all'acqua.
«Nei prossimi decenni - è l'ammonimento contenuto nella lettera - se non vi si porrà rimedio per tempo, metà della popolazione mondiale non avrà accesso all'acqua potabile e per queste ragioni 200-300 milioni di persone nel mondo saranno costrette a spostarsi, il prezzo degli alimenti salirà vertiginosamente e ci saranno guerre più terribili di quelle per il petrolio. In questo scenario la politica e le istituzioni internazionale delegano al mercato azionario il governo di questo bene». E cioè, conclusono, «allo stesso mercato che ha portato il Suo paese e il mondo intero alla crisi economica e finanziaria». (Il Giornale)
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