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giovedì 28 ottobre 2010

Sciacca, lo Stazzone frana.. : responsabilità, frangliflutti, porticciolo, progetti, correnti. Il PRP risolverà il problema?

Sono passati più di 30 anni da quando allo Stazzone sono stati collocati frangiflutti e porticciolo. Sarà un caso ma è da allora che le frane si susseguono. Nostro reportage sugli ultimi decenni vissuti nella zona, sulle paure dei residenti ed una domanda: il porticciolo è abusivo o no? E dov’è andato a finire il progetto originario del 1975?


Lo Stazzone continua a franare. Questo è un dato di fatto. Quello che dovrebbe rappresentare il nostro fiore all’occhiello in realtà si presenta in pessimo stato: non si può circolare, né passeggiare, tra un po’ nemmeno risiedere. I lavori di rifacimento della rete fognaria, il cosiddetto Parf, sono tuttora in corso e senza l’allaccio non si potrà mettere la parola fine sulla storica fogna a cielo aperto che si riversa in mare e determina un fetore assurdo, specie durante i mesi della calda estate locale.
Ma torniamo alle frane. Non sembra esserci via d’uscita. Il muro di sostegno continua a cedere anche perché le onde del mare in pratica vanno a sbattere contro lo stesso. Al Comune ma anche in Procura si sarebbe fascicoli e carteggi di vario tipo pronti a testimoniare della situazione.
Per alcuni residenti la colpa delle frane sarebbe da ricercare nella costruzione del porticciolo e dei frangiflutti che hanno “ucciso” quella che una volta era la spiaggia più frequentata di Sciacca. Oggi invece l’arenile è quasi scomparso tanto che, come dicevamo, il mare colpisce direttamente il muro di sostegno.
Dal 1978, anno in cui vennero collocati e realizzati frangiflutti e porticello, ad oggi le frane sono state innumerevoli ed hanno colpito diversi punti e zone dell’area.
Intanto dopo appena due anni, ossia nel 1980, le correnti del mare deviate dalle barriere frangiflutti, fecero sparire la secca che era una barriera naturale di sabbia di circa 2000mq che proteggeva tutta la zona dallo scirocco. Del resto basta andare a consultare qualche foto o cartolina di quegli anni per poter “gustare” della differenza tra allora ed ora.
Nel 1982 il comune di Sciacca fece realizzare una passerella in cemento sulla spiaggia della lunghezza di circa 40 metri nei pressi del civico 93, per proteggere la strada che era già in pericolo frana.
Nel 1984 franò la piazza dove vi era il famoso ristorante “Il Corsaro” (qualcuno sicuramente se lo ricorderà) gestito dal signor Perrone. Una notte il gestore fu costretto a portare fuori l’intero arredo poiché il mare si era infiltrato circa sei metri sotto il ristorante stesso.
Facciamo un balzo al 1996 allor quando una paurosa frana investì l’area compresa tra i civici 50 e 75. Era settembre e crollò tutto il muro di protezione della strada. Fortunatamente nessuno subì conseguenze particolari.
Un anno dopo, 1997, a seguito dei macigni buttati davanti ai civici 50 e 75 per proteggere la strada che 4 mesi prima era crollata, la corrente del mare si spostò e nei pressi del civico 82 furono risucchiati altri 60-80 metri di spiaggia.
Nel 1998 un’altra spaventosa frana colpì lo Stazzone, davanti il ristorante “Il Porticello”. L’autorità giudiziaria a seguito di questo grave episodio fece recintare tutta la zona e la sottopose a sequestro.
Nel 2000, nel periodo delle festività di capodanno, si aprì un’altra frana sempre dinanzi il ristorante tuttora esistente, il mare sfondò la recinzione in lamiera collocata dall’autorità giudiziaria, con danni anche alla strada.
Nel 2002 l’ennesima mareggiata si portò via la scala in cemento posta nei pressi del civico 82 trascinandola su quello che rimaneva della spiaggia.
Nel gennaio 2003, causa sempre le mareggiate, crollò parte del muro di recinzione posto davanti il ristorante mentre a maggio, a circa 50 metri dall’ultima casa dello stazzone, in direzione lido salus, la corrente del mare risucchiò parte dell’arenile e crollò il muro di sostegno della ferrovia che, in parte, era già franato alcuni anni addietro.
Nel 2004, a novembre, franò la strada nei pressi del civico 83 portandosi dietro anche alcune aiuole che vi erano state piantate.
Così, di emergenza in emergenza, si giunge fino ai nostri giorni, a due settimane fa, allor quando l’ennesima frana ha coinvolto il mare di sostegno della strada. E’ stato recintato tutto ma, naturalmente, questo non risolve nessun problema.
Il 6 novembre del 2003 venne convocata una conferenza di servizi avente per oggetto proprio la situazione di pericolo frana presso il lungomare di Località Stazzone. Presenti: il neo assessore Michele Ferrara, allora assessore ai lavori pubblici, il comandante del circomare Fabio Rottino, il geometra Antonino La Porta, l’ingegnere Calogero Foti responsabile dell’ufficio regionale della protezione civile e l’architetto e dirigente del comune saccense Sebastiano Porretta. Venne fatto un sopralluogo, la zona venne interdetta al traffico pedonale e veicolare e si decise di collocare una scogliere per evitare che la zona erosa potesse estendersi ancora.
L’ingegnere Foti segnalò che la causa del fenomeno poteva essere addebitabile proprio al braccio del molo del porticciolo Stazzone realizzato alla fine degli anni ’70 poiché lo stesso impedisce il trasporto e il deposito del materiale solido in prossimità della zona danneggiata dalle frane e, pertanto, ne aveva auspicato la demolizione.
Antonino La Porta, ufficiale dei vigili del fuoco, invece si soffermò sulla precaria stabilità del parapetto antistante l’area ex mulino Cuore e invitò l’amministrazione del tempo a porre in essere tutte quelle misure atte alla salvaguardia e alla tutela dell’incolumità pubblica e privata.
Quanto appena riportato non è di poco conto, anzi. Proprio in quelle parole potrebbero risiedere le cause delle continue frane allo Stazzone.
Significativo per esempio quanto dichiarato anni fa, in aperto contrasto l’uno con l’altro, da una parte dall’ingegnere Giuseppe D’Addato e dall’altra dal geometra Lanza, entrambi erano esponenti del genio civile opere marittime di Palermo.
Secondo Lanza, dichiarazione del 2003, quando vennero fatti i lavori per la posa dei frangiflutti e la realizzazione del porticciolo (1979-1981) non venne eseguito alcuno studio sulle correnti marine. Secondo invece D’Addato, siamo nel 1996, quegli studi non solo vennero fatti ma ne occorrerebbero degli altri per capire meglio come e dove intervenire.
Esistono o no questi studi correntometrici? C’è qualcuno che ha mai acquisito e studiato tutti i progetti, relazioni, studi delle correnti, insomma tutta la documentazione relativa alla realizzazione di questi frangiflutti e del porticciolo?
Tenuto conto che il progetto risale al 1975 e che dunque ad oggi sono passati la “bellezza” di 35 anni, il Comune di Sciacca è o non è in possesso di una copia di questo progetto tale da poter chiarire se il porticciolo sia abusivo o meno?
Se dovesse essere abusivo, chi ha consentito la sua costruzione? E perché? E, nel caso in cui fosse davvero abusivo, non sarebbe il caso di demolirlo come regola imporrebbe?
E a prescindere dal fatto che sia abusivo o meno, è stato costruito tenendo conto di tutte le variabili marine o potrebbe davvero rappresentare la causa di tutte le innumerevoli frane che attanagliano l’area? Le autorità competenti non hanno in programma alcun intervento di verifica?
Anche in questo caso le opinioni sono discordanti: nel 1995 l’allora ingegnere del comune Giuseppe Di Giovanna dichiarò che il porticciolo era abusivo. Stessa opinione espresse, nel 1997, durante una seduta, Agostino Friscia, attuale consigliere comunale. Secondo invece l’ingegnere D’Addato prima, e l’ex vicesindaco Corallino poi il tutto è stato costruito e realizzato in modo regolare.
Basterebbe poco per fugare ogni dubbio ed uscire dalla cerchia delle mere opinioni: occorre recuperare il progetto e prenderne visione.
Come risolvere questo atavico problema? Sicuramente andrebbero fatte delle relazioni geologiche da parte di tecnici qualificati nel ramo onde evitare ulteriori danni ambientali e naturali alla zona e poi procedere a dei lavori di messa in sicurezza e ripristino del lungomare. L’impressione invece è che si continui a “giocare” con una questione che alla lunga potrebbe assumere anche contorni gravi e di rischio per l’incolumità di tutti.
Il fenomeno erosivo è un problema molto complesso e ad ampio raggio e non può essere risolto né con misure palliative né con interventi tampone poiché spesso, se non si effettuano gli opportuni studi, nel tentativo di salvare un tratto se ne danneggia un altro.
La corrente, come dice il nome stesso, corre, si sposta e si muove. Gli amministratori degli ultimi 35 anni invece sono rimasti fermi. Anzi, ancorati.

Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"

martedì 26 ottobre 2010

Realtà a confronto: Valencia e Sciacca. Qual è il vero polo turistico?

Valencia e Sciacca: due città che si affacciano sul Mediterraneo, stesso clima, stessa cucina, stesso amore per la fiesta e la siesta. Eppure quante differenze: pulizia, ordine, servizi organizzati in ogni minimo dettaglio, aree verdi, nessun impatto edilizio e centro storico chiuso al traffico. Qual è il vero polo turistico?

Quando un saccense parla della propria città le opinioni sono sempre ondivaghe: è bellissima, si potrebbe fare di più, non c’è posto più bello, me ne andrei subito, insomma si dice tutto e il contrario di tutto. Forse, come in ogni campo della vita, quando non si è avuta mai la possibilità di guardare altro, si ritiene, a torto, che nulla possa cambiare e che niente possa migliorare. La pulizia per esempio. Come si fa a tenere pulita Sciacca? Le sue strade, i suoi vicoli? Come si fa a non ingolfare tutte le arterie di traffico? Ad evitare che le periferie siano infestate di discariche a cielo aperto di ogni genere e grado? Come si può tenere l’area portuale sistemata ed accogliente?
L’invito a visitare posti nuovi e diversi naturalmente non può essere rivolto soltanto ai cittadini ma anche, se non soprattutto agli amministratori e uomini politici locali e della provincia di Agrigento.
Qualche settimana fa ho fatto capolinea a Valencia, in Spagna. Si tratta della terza città per quantità di abitanti dopo Madrid e Barcellona. E’ una ridente città che si affaccia sul Mediterraneo, ad un’ora e mezzo di volo dalla Sicilia. Ha il porto, il mare, le spiagge e un centro storico, ciudad vella lo chiamano loro, che contiene ogni sorta di monumento e bene architettonico. Insomma un centro da visitare, aperto ai turisti di ogni età e provenienza.
La cosa che a primo impatto però fa più effetto è quella che Valencia non è una città Anche turistica ma che è costruita e realizzata su misura per il turismo, in ogni dettaglio. Aree verdi sterminate, giardini dove è possibile fare footing, pic nic, attrezzi comunali collocati lì per fare palestra all’aperto, 4 kilometri di spiaggia pulita anche ad ottobre, un lungomare pulito e sistemato in ogni aspetto, illuminato, con panchine, ogni sorta di ristorazione e gelateria, edifici, anche quelli privati, costruiti seguendo lo stile moderno e postmoderno dell’intera città, il porto turistico splendido con le barche a vela dell’America’s cup (Alinghi, Luna Rossa, New Zealand…), stand, fiere, l’edificio del circomare splendido, piscine, campi sportivi, fontanelle apposite per lavarsi i piedi dopo che si termina la giornata in spiaggia, piste ciclabili in perfetta sicurezza, impatto delle auto sulla città pari a zero e parcheggi per la maggior parte sotterranei. Verrebbe da chiedersi: ma dove sono andato a finire? Basti pensare al nostro Stazzone, abbandonato e franato in più punti oppure a contrada Muciare che potrebbe essere un punto di forza ed un fiore all’occhiello mentre è una distesa di pietre, erbacce, con una trazzera d’accesso che conduce ad un museo, quello del Mare, terminato ma chiuso. Che rabbia accorgersi di avere pure noi bellezze naturali, paesaggistiche e monumentali e non saperle sfruttare, non realizzandoci intorno servizi congrui ed adatti al turista.
Il porto di Valencia poi è organizzato in ogni punto, pulitissimo, così pulito che, soprattutto in estate, aprono diverse mega discoteche, centri di ritrovo per moltissimi giovani. Un’area curata e dove nulla viene lasciato al caso. Lo stupore, per noi che veniamo da Sciacca, aumenta addentrandosi nel cuore della città, il centro storico. Innanzitutto esso, nelle vie principali e centrali, è interdetto al traffico veicolare perennemente mentre in altri punti esistono delle fasce orarie entro le quali le auto possono o non possono circolare. Evidentemente a Valencia non esisteranno quei commercianti pronto a litigare, protestare per tutto e il contrario di tutto.
Pochissime, per non dire nessuna, le auto parcheggiate poiché esistono i parcheggi sotterranei oppure zone periferiche dove è possibile lasciare il proprio veicolo a motore senza il rischio, tra l’altro, di faticare nel camminare a piedi in quanto il loro servizio autobus è efficientissimo e conduce in ogni dove. Bus nuovissimi, con televisione, conducenti rilassati, posti a sedere a sufficienza, confort anche per i portatori d’handicap. Negli orari dove si prevede maggior affluenza di passeggeri, giungono al capolinea più autobus che conducono allo stesso posto senza alcun problema o lamentela da parte di nessuno.
Una città piena di indicazioni. Ogni via, incrocio, vicolo ha dei segnali ad hoc per il turista dove si indica come raggiungere facilmente la cattedrale, la chiesa, la torre, la determinata piazza, il mercato centrale, il pub, il quartiere. E’ pressoché impossibile perdersi.
I segnali a Sciacca si riducono ad indicare come raggiungere il commissariato di polizia o la caserma dei carabinieri. Occorrerebbe ripensare la nostra città anche in questo modo, rifacendo la cartellonistica stradale, indicando come raggiungere e da dove, chiese, basiliche, musei, castelli e le aree più disparate poiché il turista spesso vaga spaesata fidandosi soltanto del proprio intuito e sperando nell’incredibile fortuna di trovare l’ufficio turistico aperto.
E la pulizia? Valencia è una città splendente sotto ogni punto di vista. Tutte le vie del centro storico vengono lavate ogni notte, le strade e i marciapiedi brillano, le piazze sembrano essere state costruite da poco, nessun gomma da masticare ad imbrattare il marmo.
Gli operatori ecologici lavorano 7 giorni su 7, 24 ore su 24, sempre pronti a eliminare ogni minima imperfezione e sporcizia. Ogni netturbino ha il proprio territorio assegnato e se ne prende cura con fare maniacale. Niente di tutto questo a Sciacca, sporca e non solo nei weekend.
Differente anche la mentalità e la concezione culturale poiché a Valencia, né i residenti né i turisti, si sognano di buttare la benché minima cartaccia a terra, non è nemmeno concepito, l’idea non sfiora minimamente nessuno.
Addirittura gli operatori ecologici hanno delle piccole spazzatrici, che hanno appena il posto per un conducente, attraverso le quali si incuneano perfino nei vicoli del centro e lavano e spazzano tutto, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Questa è la pulizia ordinaria. Ma esiste anche la pulizia straordinaria: dopo ogni evento, manifestazione, sfilata, gioco pirotecnico, la città si rimette immediatamente in modo per ripulire tutto. Non si tratta di eccezioni ma della normalità lavorativa e mentale del luogo.
Anni luce di differenza rispetto alla nostra città dove, purtroppo, per i primi i saccensi dovrebbero imparare a considerare casa propria anche il luogo pubblico e non solo l’interno delle mura della propria abitazione.
Queste differenze risaltano ancora più all’occhio perché non si tratta di due posti emisfericamente distanti e dalle culture totalmente opposte. Valencia è a due passi da noi, sul Mediterraneo, stessa cucina, stessa ospitalità, stessa voglia di divertirsi e di far baldoria. Bacino identico, servizi completamente differenti. Eppure a Sciacca non manca nulla dal punto di vista artistico, naturalistico e monumentale. Basterebbe organizzarsi e rubare, nel senso buono del termine, i trucchi di chi davvero riesce a fare e vivere di turismo. Perché oggi considerare Sciacca polo turistico è un’eresia, soprattutto se paragonata ai veri centri funzionali e costruiti ad hoc per il turista.
Consigliamo dunque ai nostri politici locali, a tutti i livelli, una visita nella vicina Valencia per capire meglio come si fa turismo e visitare un vero polo turistico. Al ritorno, così per come siamo organizzati adesso, avranno ancora il coraggio di parlare di turismo a Sciacca?
Buon viaggio dunque. Per andare a Valencia in fondo basta spendere pochi spiccioli grazie ai collegamenti da Trapani che garantisce la Ryanair.

Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"

sabato 23 ottobre 2010

Mafia, Scacco Matto: sequestrati beni immobili per 1 milione di euro ad Accursio Dimino

Mafia: aggressione ai patrimoni mafiosi. La direzione investigativa antimafia sequestra il patrimonio di Accursio Dimino, saccense, 52enne, ritenuto elemento di spicco di cosa nostra agrigentina e affiliatore di nuove unità alla cosca. Le indagini intanto continuano. “Scacco Matto” potrebbe riservare ancora altre sorprese

La Direzione Investigativa Antimafia di Palermo, nell’ambito delle attività finalizzate all’aggressione dei patrimoni mafiosi, ha sequestrato, ai sensi della legislazione antimafia, beni mobili ed immobili per un valore di oltre 1.000.000 Euro ad Accursio Dimino, cinquantaduenne, insegnante di Sciacca, precisamente di educazione fisica, attualmente detenuto, nonché ad altri componenti del suo nucleo familiare.
Tra i beni oggetto del sequestro figurano 3 appartamenti (uno di 10 vani), ubicati in zona centrale a Sciacca, numerosi conti correnti bancari, libretti di deposito e titoli azionari, per un valore complessivo di oltre 60.000 Euro.
Il decreto è stato emesso dal Tribunale di Agrigento, su proposta avanzata dalla Procura della Repubblica di Palermo - Dipartimento di Criminalità Economica - sulla base di complesse indagini bancarie-patrimoniali esperite dalla D.I.A., diretta dal Generale dei Carabinieri Antonio Girone.
Il Tribunale, condividendo le investigazioni svolte dal Centro Operativo D.I.A. di Palermo, ha motivato il sequestro rilevando la mafiosità del soggetto proposto - accertata in molteplici atti processuali - e la sperequazione tra il valore dei beni posseduti e/o dei redditi dichiarati e l’attività svolta.
Dimino, negli anni, è stato ritenuto personaggio di spessore nel sodalizio mafioso del comprensorio saccense, stabilmente inserito all’interno dell’organizzazione criminale cosa nostra.
Il saccense, già nel 1996, era stato condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso, detenzione illecita di armi e danneggiamento seguito da incendio dal Tribunale di Sciacca , nell’ambito del processo "Avana", ad una pena che la Corte di Appello di Palermo fissò in definitivi 10 anni e 6 mesi di reclusione.
Nell’ambito del suddetto procedimento penale era stato accertato che Dimino, fino all'ottobre 1993 (data del suo arresto in esecuzione di altra ordinanza di custodia cautelare) era stato uno dei personaggi di maggior rilievo della consorteria mafiosa di Sciacca, molto vicino a Salvatore Di Ganci, all’epoca, personaggio di vertice di cosa nostra agrigentina ed attualmente detenuto.
Accursio Dimino fino al 1993 svolgeva, insieme ai fratelli, un commercio di prodotti ittici e l'attività di docente di educazione fisica in diversi istituti scolastici statali.
Tra le attività illecite poste in essere dal condannato, nell'ambito del suo ruolo di associato alla famiglia mafiosa di Sciacca, è stato acclarato che vi era anche quello di "reclutamento di nuovi adepti", di individuazione, cioè, di soggetti da inserire in seno all'organizzazione criminale (Sentenza "Avana").
Scarcerato il 12 aprile 2004 e ritornato in Sciacca, Dimino si era immediatamente attivato per ricostituire il sodalizio mafioso operante nella medesima cittadina.
Il 4 luglio 2008, è stato arrestato, unitamente ad altri soggetti, in esecuzione del procedimento richiesto dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, nell’ambito dell’operazione “Scacco Matto”, in quanto ritenuto responsabile di associazione a delinquere di stampo mafioso, finalizzata ad acquisire la diretta gestione di attività economiche ed appalti di opere pubbliche nel settore edile e turistico-alberghiero, il controllo della fornitura di calcestruzzo, automezzi e manodopera specializzata. L’attività d’indagine aveva scompaginato le famiglie mafiose agrigentine di Sciacca, Menfi, Santa Margherita Belice, Montevago, Sambuca di Sicilia, Burgio, Lucca Sicula, Villafranca Sicula e del mandamento di Ribera.
A Dimino era stato contestato di aver fatto parte della famiglia mafiosa di Sciacca, con il ruolo di capo, svolgendo le attività di controllo illecito delle attività economiche mediante danneggiamenti a scopo intimidatorio ed estorsivo; in particolare, era stato accusato, anche, di essere l’ideatore e mandante dell’incendio dell'autovettura di un imprenditore per costringerlo alle volontà della cosca.
Nell’indagine erano emersi contatti (tramite “pizzini”) tra lo stesso Dimino e il latitante mafioso Matteo Messina Denaro di Castelvetrano, latitante tuttora ricercato, considerato l’erede di Bernardo Provenzano, ritenuto l’attuale capo della Provincia di Trapani, in ordine agli equilibri che intercorrevano tra il sodalizio mafioso di Sciacca e le altre "famiglie" di quel comprensorio.
Per tale procedimento, il 18 febbraio 2010 è stato condannato dal G.U.P. di Palermo, per associazione a delinquere di stampo mafioso, ad 11 anni e 8 mesi di reclusione.
La Procura della Repubblica di Palermo ed il Tribunale di Agrigento hanno rilevato che gli investimenti e gli acquisti operati dal Dimino non hanno trovato alcuna giustificazione nelle sue modeste disponibilità finanziarie, ritenendole, per la loro natura, frutto o reimpiego di attività illecite.
Adesso il sequestro di beni mentre lo scorso 6 aprile il ministro Alfano aveva firmato a carico del Dimino il provvedimento di carcere duro, il cosiddetto 41 bis. L’operazione Scacco Matto promette di riservare ancora sorprese posto che, naturalmente, la mafia non è scomparsa dall’agrigentino seppur ha subito gravi colpi grazie al lavoro costante ed incessante degli inquirenti, della Dia e della Dda.

Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"

venerdì 22 ottobre 2010

Il rischio d'isolamento che corrono i Giusti

Ormai sono passati più di 18 anni dalla morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Quando si ricordano persone come loro, tutti si inchinano, si tolgono il cappello, bofonchiano parole di ammirazione e di dolore. “Sono stati ammazzati dalla mafia. Sono eroi“.

Improvvisamente, di fronte alla morte per mano della mafia, nessuno si azzarda più a criticare quei morti. Tutti eroi, tutti servitori dello Stato, tutti eccellenti lavoratori. Nessuna voce fuori dal coro. E ai giovani del presente e del futuro la storia sarà descritta così. Erano tutti al fianco e sostenitori di quegli eroi italiani.

Peccato che ci si dimentichi sempre di raccontare il resto, di completare la storia. Peccato che quegli eroi, fino al giorno prima di morire, non erano così tanto eroi. O meglio, lo erano agli occhi del popolo, della gente comune, ma per troppi uomini delle Istituzioni le cose stavano diversamente.
“Quando muoiono questi uomini diventano immortali, prima per molti erano soltanto delle carogne".

A pronunciare queste parole Antonino Palmeri, Presidente del Tribunale di Palermo, pochi giorni dopo la strage di via d’Amelio.
Perché in realtà questi “eroi” non erano poi così tanto amati da molti uomini al potere, che fossero politici, magistrati, Csm o chiunque altro. Falcone e Borsellino (come tanti altri eroi prima e dopo di loro) hanno impegnato gli ultimi anni della loro vita sempre su due fronti: da un lato la lotta alla criminalità organizzata e dall’altro la propria difesa contro le delegittimazioni provenienti sia dall’esterno che soprattutto dall’interno delle Istituzioni.
“Farabutti, me li stanno ammazzando tutti sotto gli occhi. E noi assistiamo impotenti. Stanno facendo fuori gli uomini del pool dopo averli delegittimati. Un massacro prima giuridico, poi formale e adesso anche fisico“, continuò il dottor Palmeri, rabbia e dolore a fargli pronunciare quelle parole da troppi suoi colleghi sentite fortemente.

Lo stesso Borsellino l’aveva capito e l’aveva esternato alla moglie Agnese: “Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”. Tre settimane prima di morire Paolo ringraziò l’opinione pubblica per aver fatto “il miracolo”, ossia per aver fatto fare marcia indietro al Csm che nel 1988 voleva sbarazzarsi del pool antimafia e che invece, grazie alla spinta della società civile, rimase in piedi.

Lo sanno tutti, gli adulti, ma ai ragazzi si continua a dire delle mezze verità. Falcone e Borsellino non sono stati uccisi solo dalla Mafia. Sono stati uccisi anche dalla delegittimazione, dall’isolamento. Ai ragazzi vengono sempre ricordate le lacrime di dolore dopo la loro morte. Raramente si ricordano le lacrime di rabbia. Perché la rabbia ha sempre un destinatario.
Lo Stato ha “vanificato l’operato dei giudici“, ha “irresponsabilmente” delegato loro ogni forma di lotta alla criminalità mafiosa “senza dotarla di idonei strumenti legislativi e materiali“, fino all’ “ennesima strage mafiosa annunciata, espressione della completa disfatta dello Stato. Uno Stato che è in balia di gruppi di potere ispirati da logiche affaristico-clientelari, perennemente sordo alle ripetute e accorte invocazioni di risveglio e di concreto intervento“. Uno Stato che quindi non si può aspettare nulla “da una magistratura decimata nei suoi uomini migliori e avvilita in un clima di continua attesa mortale“.
Queste le parole contenute nel documento di protesta redatto dai magistrati a Palermo due giorni dopo l’uccisione di Paolo Borsellino.

Ed ora, dopo 18 anni e dopo il sacrificio dei tanti eroi morti, tutto sta tornando uguale. Non appena i ricordi della memoria iniziano ad offuscarsi, le serpi tornano a strisciare, gli eventi tornano a ripetersi. Oggi, a Palermo, al posto di Falcone e Borsellino ci troviamo Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo. Il primo il pupillo di Paolo Borsellino, il secondo cresciuto nell’esempio di quei due magistrati, ai quali si è sempre ispirato.
Ricordatevi questi nomi, ragazzi. Perché sono i nomi di due dei pochi magistrati che ancora hanno impresso a fuoco nella loro mente l’articolo 3 della Costituzione Italiana, che ancora hanno la forza e il coraggio di sdegnarsi per il massacro che sta subendo la giustizia italiana. I nomi delle persone che quindi vanno delegittimate. Perché putroppo la storia, per chi dimentica, si ripete.

“Il ministero chiede accertamenti per le dichiarazioni del sostituto procuratore Nino Di Matteo”, titolava l’otto di ottobre l’Espresso. Dichiarazioni a quanto pare poco gradite al potere: “Continua la sistematica e violenta offensiva di denigrazione e isolamento di quei magistrati che credono ancora nel principio dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge. Noi resisteremo perché crediamo nella Costituzione sulla quale abbiamo giurato. Con quale faccia si collabora con questo governo?”

In seguito all’assassinio di Borsellino il clima nelle stanze blindate della procura di Palermo era teso, pieno di rabbia, di sfiducia, di dolore. Si parlava di dimissioni di massa dei giudici, per dare un segnale forte.
Vittorio Teresi fu chiarissimo, allontanandosi dai giornalisti e preannunciando le sue dimissioni: “Volevo andar via, ma dopo Falcone sono rimasto, ho detto a Borsellino: metto la mia vita nelle tue mani, ma battiamo la mafia. Adesso basta, mi accorgo che non serve a nulla combattere. Qui si muore per nulla”.

Eppure, in mezzo a tutto quel dolore, rimaneva ancora un po’ di speranza, negli occhi lucidi del sostituto Antonio Ingroia che sussurrò al collega De Francisci: “non possiamo andar via proprio adesso, non possiamo”.
Bene, Antonio Ingroia è rimasto. Come Antonino Di Matteo. E come loro altri giudici con nomi forse meno ricorrenti nelle cronache giudiziarie ma ugualmente impegnati.

La delegittimazione non è pericolosa solamente per l’isolamento “istituzionale” che ne consegue. E’ pericolosa anche per l’isolamento “emotivo” che questi giudici sono condannati a subire. Quando Falcone e Borsellino avevano tutti contro, Mafia e pezzi delle Istituzioni, l’unica spinta che avevano, allo stremo delle forze fisiche e mentali, era la società civile. “La gente fa il tifo per noi”, diceva Falcone sorridendo.

Con le Agende Rosse stiamo preparando una giornata a sostegno di Antonino Di Matteo. Faremo in modo di farla al nord, al centro e al sud Italia contemporaneamente, proprio per dare la possibilità a tutti di partecipare. E saremo pronti a scendere davanti ciascun tribunale d’Italia ogni qual volta chi indegnamente occupa le Istituzioni si azzardi a delegittimare uno di questi giudici con un’azione così mirata.

Forse non possiamo proteggere questi magistrati dalla Mafia, forse non possiamo proteggerli da chi abusa per meschini interessi delle Istituzioni, ma sicuramente possiamo proteggerli dall’isolamento.
www.19luglio1992.com

mercoledì 20 ottobre 2010

Sicilia segreta: i sentieri dei pellegrini medievali



Un magico itinerario attraverso le antiche vie percorse dai pellegrini medievali alla scoperta di luoghi suggestivi che riportano indietro, al tempo dei cavalieri templari.

martedì 19 ottobre 2010

"Un Meraviglioso Continente, La Sicilia"

"Un' Isola un Continente".La straordinaria e bellissima varietà del territorio siciliano.