Informazione Libera contro tutte le mafia, tre incontri per informare, lottare e non dimenticare. Sarà questo il filo conduttore di tre appuntamenti molto importanti per parlare di mafia, antimafia, lotta alla legalità nonché delle ultime vicende giudiziarie che hanno coinvolto la Sicilia e l’Italia intera.
Gli incontri sono stati organizzati dall’associazione di promozione sociale L’AltraSciacca, dal Cafè Orquidea e dal Liceo Classico Tommaso Fazello di Sciacca.
Il primo incontro, che avrà come tematica “Giornalismo e Antimafia: il coraggio di denunciare e la voglia di lottare” e sarà moderato da Calogero Parlapiano, si terrà sabato 12 dicembre alle 18 presso l’aula magna del locale liceo classico ed avrà come protagonisti Benny Calasanzio, giornalista, blogger e scrittore, attivamente impegnato a contrastare la mafia ed i politici che la favoreggiano, testimone in prima persona di vili attentati mafiosi che hanno colpito anche la sua famiglia ed autore del libro “Disonorevoli Nostrani”, pubblicato due anni fa. Ci saranno inoltre Pino Maniaci, giornalista e direttore dell'emittente locale Telejato, vittima più volte di minacce per la sue denunce antimafiose e protagonisti pochi mesi di una vicenda che ha del grottesco: accusato di praticare in maniera abusiva la professione di giornalista. Presente anche l’imprenditore di Bivona Ignazio Cutrò che ha coraggiosamente denunciato il racket subendone le violente ritorsioni, minacce e danni materiali e morali.
“Sono passati quasi 10 anni da quell’ottobre del 1999: il primo attentato intimidatorio, dice l’imprenditore, l’incendio ad una pala meccanica sconvolse la mia vita e quella dei miei familiari. Necessariamente sono state cambiate le nostre abitudini e tutto ciò che prima veniva vissuto nella sua normalità ha ora acquistato un sapore diverso”. Cutrò è ora in difficoltà economiche e spera di ottenere un sostegno con i fondi destinati alle vittime del racket. Gli attentati che lo hanno maggiormente danneggiato economicamente sono stati quelli di maggio e novembre 2006: il primo a Ribera, dove aveva vinto una gara d’appalto all’Esa di Palermo, gli ha bruciato tutte le tubature che aveva acquistato per la sistemazione di una condotta idrica, il secondo a Santo Stefano Quisquina gli ha distrutto due camion ed una pala meccanica. “Si può provare a recuperare il danno economico e patrimoniale, ha aggiunto Cutrò che nonostante le difficoltà è deciso a non abbandonare il suo paese, ma è più difficile riconquistare la serenità psicologica in famiglia”. L’imprenditore ringrazia pubblicamente i carabinieri di Cammarata, la Prefettura di Agrigento e Confindustria per l’aiuto donatogli. “Non posso dire lo stesso sull’amministrazione comunale di Bivona , ha però detto con rammarico Cutrò , nessun segno, mai un messaggio di solidarietà”. Giovanni Panepinto, sindaco di Bivona, ha replicato di aver incontrato l’imprenditore per sentire la sua storia prima che fosse eletto primo cittadino e di aver mantenuto la promessa di andare dal Prefetto per far presente la situazione. Una situazione difficile, una famiglia, quella di Cutrò, che sembra essere sempre più isolata dal resto del mondo, un’isola invasa solamente dai carabinieri che garantiscono la scorta diurna all’imprenditore.
Il secondo importante incontro invece avrà come protagonista il noto giornalista e scrittore Marco Travaglio. L’appuntamento in questo caso è per mercoledì 16 dicembre alle ore 17,30 presso il Cine Campidoglio di Sciacca che per l’occasione metterà a disposizione entrambe le sale cercando di prevenire in tal senso la grande affluenza di persone attesa dagli organizzatori.
“La libertà di stampa in Italia: Le ingerenze politiche e le ingerenze mafiose.” Questo sarà il motivo dominante dell’incontro che sarà moderato da Alberto Montalbano.
Marco Travaglio non ha bisogno di ulteriori presentazioni, si tratta di un personaggio molto conosciuto, ospite fisso ad “Annozero”, il programma televisivo di Rai2 condotto da Michele Santoro ed è noto per la precisione dei dettagli con i quali illustra i propri convincimenti. Da pochi mesi ha cominciato, insieme ad altri giornalisti, l’avventura editoriale de “Il Fatto”, un nuovo quotidiano che cerca di fare chiarezza sui principali fatti politici e non solo del momento.
Il terzo ed ultimo incontro invece è previsto per venerdì 18 dicembre alle ore 20 e si terrà nuovamente presso l’aula magna del liceo classico saccense.
“Politica, mafia e corruzione. L'impegno delle Istituzioni per combatterne l'interazione” questo l’oggetto di dibattito per un appuntamento che sarà sicuramente altrettanto interessante. Saranno presenti: Salvatore Borsellino, fratello di Paolo Borsellino, instancabile voce di denuncia contro la criminalità organizzata, il malgoverno e le collusioni tra politica e mafia, promotore del movimento che chiede da tempo chiarezza sulla scomparsa della famosa Agenda Rossa dove il giudice appuntava tutte le novità delle proprie indagini; Gioacchino Genchi, consulente informatico che ha collaborato alle inchieste antimafia di molte procure e magistrati tra cui Giovanni Falcone e Luigi De Magistris, ultimamente tornato agli onori della ribalta per le sue dichiarazioni secondo le quali gli arresti di Nicchi e Fidanzati sarebbero pure manovre politiche da cui i veri poliziotti si sarebbero dissociati; Sonia Alfano, europarlamentare di IDV, figlia di Beppe Alfano giornalista ucciso dalla mafia, esempio di impegno contro il malaffare mafioso.
Quest’ultimo incontro sarà moderato da Giandomenico Pumilia.
Personalità illustri, sentimenti civili e morali di cui la nostra terra di Sicilia e la città di Sciacca hanno bisogno più che mai ed appuntamenti che si preannunciano il vero fiore all’occhiello delle manifestazioni natalizie saccensi. Non solo giochi, non solo canzoni tradizionali ma anche un Natale all’insegna della legalità, dell’informazione libera e della giustizia.
Inutile dire che tutta la cittadinanza è invitata a partecipare ed a prendere maggiore coscienza di “fenomeni” per i quali molti eroi hanno dato la vita e con i quali siamo tutti costretti a vivere. Ancora oggi.
Calogero Parlapiano - tratto da "ControVoce"
lunedì 14 dicembre 2009
Informazione Libera
domenica 13 dicembre 2009
Ad Ogni Costo
Guarda che lo so...che gli occhi che hai...
Buon ascolto e buona domenica a tutti... sempre Ad Ogni Costo
sabato 12 dicembre 2009
Giornalismo e Antimafia: oggi a Sciacca Calasanzio, Cutrò e Maniaci. Ore 18, Aula Magna Liceo Classico. Non mancate
presso: Aula magna Liceo Classico Tommaso Fazello di Sciacca
Tema: "Giornalismo e antimafia: Il coraggio di denunciare e la voglia di lottare".
Ospiti:
BENNY CALASANZIO, giornalista e blogger, attivamente impegnato a contrastare la mafia e a promuovere la cultura della legalità;
PINO MANIACI, giornalista e direttore dell'emittente locale TELEJATO, vittima più volte di minacce per la sue denunce antimafiose;
IGNAZIO CUTRO', imprenditore di Bivona che ha coraggiosamente denunciato il racket subendone le violente ritorsioni.
modera: Calogero Parlapiano
venerdì 11 dicembre 2009
Dissociazione esterna di tipo mafioso
di Andrea Intonti
«Se è vero, com'è vero, che una delle cause principali, se non la principale, dell'attuale strapotere della criminalità mafiosa risiede negli inquietanti suoi rapporti col mondo della politica e con centri di potere extra-istituzionale, potrebbe sorgere il sospetto, nella perdurante inerzia nell'affrontare i problemi del pentitismo, che in realtà non si voglia far luce sui troppi, inquietanti misteri di matrice politico-mafiosa per evitare di rimanervi coinvolti». Scriveva Giovanni Falcone negli anni '80.
Sono passati circa 20 anni, ma questa frase potrebbe essere una dichiarazione di qualche procuratore antimafia di oggi, A.D. 2009.
La “stagione dell'anti-mafia” si è riaperta. È ormai evidente a tutti che riprendere in mano i fascicoli della strategia terroristica portata avanti dalla mafia nella stagione 1992-1993 vuol dire rispondere a quella domanda che per troppi anni è rimasta inevasa: Chi è stato (o chi sono stati) i mandanti delle stragi che hanno tolto la vita a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Rocco Chinnici e gli uomini della scorta? Chi c'è dietro alle stragi dei Georgofili e del “filone 1993”?
Torino, 4 dicembre 2009 - Mediaticamente sembra di essere tornati ai tempi del maxi-processo, invece siamo solo all'interrogatorio di Gaspare Spatuzza, collaboratore di giustizia e grande accusatore di Marcello Dell'Utri, presente in aula, e Silvio Berlusconi di essere gli uomini della mafia nelle istituzioni. “La mia missione e' quella di ridare verita' alla storia e giustizia a tutti quei morti, se ho messo la mia vita al servizio del male non vedo perche' non devo farlo a servizio del bene.” dice ad un certo punto Spatuzza, in quella che, probabilmente, sarà la “frase-manifesto” per impacchettare sui media la deposizione.
Chi è Gaspare Spatuzza.
Gaspare Spatuzza nasce l'8 Aprile 1964 a Palermo. Soprannominato “'U Tignusu” (il calvo in siciliano), fa parte del mandamento di Brancaccio, famiglia Graviano. “Corrente” - se così si può dire – corleonese. È talmente fedele Spatuzza – d'altronde il giuramento che ogni picciotto fa per entrare in una famiglia recita “che io possa bruciare vivo se tradirò” non per caso – che chiama Giuseppe Graviano “Madre Natura”. È accusato – cosa che ribadisce durante la testimonianza – di 6-7 stragi e circa una quarantina di omicidi. Lo dice così, come se stesse facendo la lista della spesa. A lui si devono l'omicidio di Don Puglisi; lo scioglimento nell'acido del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio di Santino, anch'egli passato dal “lato buono della forza”; è lui che imbottisce di tritolo la fiat 126 in via D'Amelio che tolse la vita al giudice Paolo Borsellino ed alla sua scorta nonché la “campagna” del 1993 dove si colpì o, quanto meno, si tentò di colpire la Torre dei Pulci a Firenze(27 maggio 1993); via Palestro a Milano (27 luglio) nell'ambito della campagna stragista contro il patrimonio artistico e a Roma, quartiere Parioli, dove si tenta – non riuscendoci – di colpire il giornalista (iscritto alla P2, tessera 1819) Maurizio Costanzo, che a quel tempo si occupava di mafia. Poi evidentemente capì che tra i due a ringhiare di più era Cosa Nostra, e decise di darsi a ben più leggeri ambiti. Ma questa è un'altra storia...
Spatuzza, come riferisce egli stesso nelle prime battute del dibattimento, ha fatto parte dell'associazione terroristico-mafiosa Cosa Nostra dagli anni '80 fino agli inizi del nuovo millennio, quando, in carcere ad Ascoli Piceno, inizia un percorso spirituale che lo porterà alla redenzione e, quindi, al pentimento. Dice proprio così: associazione terroristico-mafiosa, aggiungendo un piccolo-grande dettaglio alla domanda del pm, che gli aveva semplicemente chiesto se avesse mai fatto parte dell'associazione mafiosa denominata Cosa Nostra. Qui forse il primo punto di “distacco” tra il vecchio Spatuzza, il super-killer, e lo Spatuzza di oggi, quello “dall'anima pia” se così si può dire. Perché nella deposizione sembra chiaro, o quanto meno a me è sembrato così, un volersi distanziare da quell'epoca stragista che stava “portando morti che non ci appartenevano”, come più volte dice. Sembra essere profondamente colpito, tanto da ripeterlo in più di un'occasione, dalla morte della piccola Nadia Nencioni (9 anni) nella strage ai Georgofili. “Quei morti che non ci appartengono”, come a voler dire che la tecnica stragista non era la tecnica usata di solito da Cosa Nostra, ma che doveva essere usata, come se non avessero altra scelta.
Dice Spatuzza:
« A fine '93 avviene un incontro a Roma, al bar Doney in via Veneto, tra me, Cosimo Lo Nigro e Giuseppe Graviano, che ci spiega che dobbiamo uccidere un bel po' di carabinieri a Roma. Io dissi che questa storia ci faceva portare morti che non ci appartenevano, in riferimento ai morti di Milano, di Firenze tra cui la bambina, quindi era qualche cosa che non ci apparteneva questo terrorismo. Graviano disse che era un bene, così chi si doveva muovere si dava una smossa».
Chi fosse però questa fantomatica entità che si doveva dare una smossa rimane ancora uno dei tanti omissis che Spatuzza si gioca nel corso del suo percorso di pentimento.
Perché Spatuzza, pur non avendo una grande istruzione a livello scolastico non è il tipico scemo del villaggio. Come non lo è nessun affiliato alle organizzazioni di stampo mafioso, basti guardare la difficoltà con cui gli esperti stanno tentando di decifrare il “codice Provenzano”, quello con cui zu Binnu ha continuato a comandare da latitante dalla cascina di Pian dei Cavalli (praticamente a casa sua...). E pensare che Provenzano non ha neanche finito la seconda elementare. Ma anche questa è un'altra storia...
Perché in questi giorni è balzato agli onori della cronaca.
Una volta forse lo si sarebbe definito un “super-teste”, uno di quei soggetti capaci di spostare gli equilibri in un processo. Oggi non so se si possa definire tale, ma sicuramente in questo momento Spatuzza e Massimo Ciancimino – figlio del “leggendario” ex sindaco di , il democristiano don Vito – sono i due grandi accusatori di Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi quali mandanti di quella stagione stragista, nonché di essere i referenti diretti – Dell'Utri più di Berlusconi in questo caso, vista la sua vicinanza accertata con i fratelli Graviano – della mafia nelle istituzioni. Ed il popolo italico, quello per cui “la mafia non esiste o al massimo è un problema dei siciliani”, ha conosciuto Spatuzza proprio nell'ambito del processo che vede il senatore Dell'Utri (che continua a sedere a Palazzo Madama, ma tanto tra nani, ballerine, voltagabbana e saltimbanchi di vario genere un mafioso forse è tra le personalità più “normali” a sedere sugli scranni parlamentari...) accusato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso. Se sia veramente colpevole di ciò non lo so – c'è sempre quella vecchia massima che durante il dibattimento l'imputato è ancora innocente – ma considerando che nell'aria c'è il tentativo di cancellare questo tipo di reato la cosa mi fa propendere verso una risposta affermativa...
Cosa può succedere dopo le sue dichiarazioni.
Per capire la vera portata delle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza dobbiamo allargare il nostro obiettivo, e porlo nella più ampia ottica dei processi che riguardano sia il premier che il suo braccio destro Dell'Utri. Il processo aperto nei confronti di quest'ultimo, quello per cui c'è stato ieri l'interrogatorio a Spatuzza, è arrivato al secondo grado di giudizio, dopo la condanna arrivata in primo grado e che si basava sulle accuse di Antonino Giuffré – vice di Totò Riina ai tempi del “governo corleonese” ed oggi considerato tra i più importanti pentiti di mafia italiani – che, come hanno scritto i giudici di Firenze, ha avvalorato la tesi di partenza secondo cui Forza Italia fosse in qualche modo referente (o deferente?) della mafia nelle istituzioni.
C'è chi, sui media tradizionali, ha iniziato a dire che il “teorema Spatuzza” - parafrasando un ben più noto e destabilizzante teorema, quello di don Masino Buscettacon cui si scoprì come funzionava gerarchicamente Cosa Nostra – in realtà non sia così importante, perché non dice niente di nuovo. Ma si sa che non sempre, con la mafia, quel che esce dalla bocca di un mafioso è la cosa più importante. Perché se Spatuzza parla, se Antonino Giuffré collabora, se tutti questi pentiti iniziano a “dissociarsi” (cioè ad allontanarsi dal loro passato sporco di sangue) qualcosa di molto importante c'è, a saperlo – e volerlo – leggere. Perché una volta, quando ti dissociavi, finivi ammazzato. In un modo o nell'altro. Oggi invece la strategia della Cupola, la strategia dei grandi capi – oggi quasi tutti in carcere, ad eccezione di Matteo Messina Denaro, capo eletto più dai media che non dai picciotti – è esattamente all'opposto. Oggi i pentiti sono visti di buon occhio, sono rispettati. Se si pensa che Giovanni Bontate (insieme al fratello Stefano capo-mandamento a Croceverde e fautore dell'avvento dei corleonesi alla guida della cupola) per il solo fatto di aver usato un “noi” in tribunale e quindi per aver così ammesso per la prima volta l'ipotesi di una associazione di tipo mafioso venne ucciso non appena libero, si capisce perfettamente questo mutamento di strategia.
Perché la mafia stia scaricando Berlusconi e Dell'Utri non si sa. Ci si può ragionare sopra però: perché se analizziamo un po' la storia della mafia – legata a doppio filo alla storia di questo paese – forse riusciamo a capire qualcosa in più. Prima c'era la Democrazia Cristiana, di cui Don Vito Ciancimino era il raccordo in Sicilia con Cosa Nostra (e questo ormai non è più un dato di cronaca ma un fatto storico) e Andreotti, almeno stando alle sentenze giudiziarie che lo assolvono per il periodo post-1980 (e quindi lo dichiarano colpevole per il periodo antecedente, più o meno fino al governo Andreotti V) a rappresentare il volto di Cosa Nostra nelle istituzioni. Ma abbiamo imparato ormai che “la Piovra” - com'era soprannominata in quegli anni – è sempre attenta a come gira il vento. Passata l'epopea democristiana, gli occhi di Cosa Nostra, così come ha riferito nei giorni scorsi Massimo Ciancimino, si posarono su Milano, precisamente sulla EdilNord S.a.s. di un giovane imprenditore milanese che a quel tempo iniziava la sua attività e che – cosa decisamente strana – si ritrovava già alle spalle una banca ed una finanziaria (la Finanzierungesellschaft fùr Residenzen Ag, di cui nessuno conoscerà mai i reali proprietari; la banca invece è la “famosa” Banca Rasini che – come ebbe a dire addirittura Michele Sindona – era la banca d'appoggio della mafia nel continente). Il suo nome è Silvio Berlusconi, che in quegli anni stava costruendo il “sogno” Milano 2, gettando le basi per quello che poi diverrà il suo impero.
“La mafia vuole far cadere il governo”, ha sostenuto in una delirante dichiarazione Marcello Dell'Utri. Se abbia tutte queste pretese Cosa Nostra non saprei dirlo, anche perché bisognerebbe ragionare su quale cavallo avrebbe scelto per la prossima corsa. Però, una cosa è certa: tra i finanziatori della EdilNord c'erano Antonio Buscemi del mandamento di Passo di Rigano-Boccadifalco e Franco Bonura, dell'Uditore. Tra banche mafiose, finanziatori vicini a Cosa Nostra e finanziarie dalla proprietà fantasma bisogna ammettere la bravura di Berlusconi nello scegliersi chi a quel tempo gli dava i soldi...
Ed a proposito di soldi – o comunque di “rapporti economici” tra mafia e Stato – in questi giorni si sta apportando, nel silenzio generale ormai divenuto norma, la distruzione di una delle leggi di natura civile più importante di questo paese:
Vendere i beni confiscati alla mafia vuol dire una cosa sola: che lo Stato italiano, sia quello marcio e amico dei mafiosi, sia quello onesto (perché, nonostante lo si veda poco, esiste anche uno Stato onesto...) si è arreso alle volontà della mafia. Non è solo una resa economica e politica. È prima di tutto una resa di carattere culturale. Perché non è più la mafia che deve pagare il conto, ma è lo Stato che paga il conto alla mafia. Ma questa è un'altra storia...
http://www.reportonline.it/2009120538895/politica/dissociazione-esterna-di-tipo-mafioso.html
giovedì 10 dicembre 2009
Penalisti sul piede di guerra... No al Processo Breve
Sì alla durata ragionevole del processo, ma non certo nei modi previsti dal ddl su quello breve, che ha contenuti talmente deficitarii da portare i penalisti italiani a dichiarare lo stato di agitazione e a minacciare un'astensione dalle Udienze. E' la dura presa di posizione dell'Unione Camere Penali, che ha convocato d'urgenza il consiglio nazionale per decidere che condotta tenere nei confronti della nuova iniziativa giudiziaria della maggioranza.
INDAGINI PRELIMINARI - «Il disegno di legge sul processo breve - dicono i penalisti guidati da Oreste Dominioni - ignora completamente che la durata indeterminata delle indagini preliminari è la ragione prima della violazione del principio di ragionevole durata; una riforma che vuol essere efficace in questo senso dovrebbe assicurare un giudice capace di garantire un forte controllo giurisdizionale sull'attività del pubblico ministero in particolare sul rispetto della disciplina dei tempi delle indagini preliminari».
NECESSARIE RISORSE - «Inoltre - è la tesi degli avvocati - non è legittimo discriminare gli imputati sulla base di condizioni soggettive o della natura e gravità del reato, escludendo dalla «ragionevole durata» reati di marginale rilevanza penale ed includendone altri più gravi: il diritto ad un processo giusto, e dunque anche alla sua ragionevole durata, non consente compressioni. Un simile provvedimento, peraltro, non potrà garantire processi di durata ragionevole se non sarà accompagnato da significativi stanziamenti di risorse e da un loro impiego razionale: non tenerne conto significa legiferare al di fuori di ogni necessaria valutazione di effettività».
Fonte: Diariodelweb.it
mercoledì 9 dicembre 2009
Ho la mia personale convinzione che niente nella vita accada per caso.
martedì 8 dicembre 2009
Immobili... Comunali
Due dei principali argomenti di dibattito a Sciacca nelle ultime settimane, a parte l’edizione 2010 del carnevale, sono stati quelli della viabilità rurale e della vendita degli immobili comunali. I protagonisti di queste vicende sono essenzialmente gli assessori al bilancio ed all’agricoltura Montalbano e Piazza, i consiglieri comunali Mandracchia, che è anche esponente del sindacato Uci, e Caracappa (Pdl).
Gli ultimi due consigli comunali, due nel giro di pochi giorni e all’interno della stessa settimana, hanno sancito forse definitivamente il passaggio tra due modi contrapposti di vedere la politica: da una parte gli ex esponenti della giunta Turturici, dall’altro la nuova maggioranza capitanata dal neo sindaco Vito Bono.
In materia di viabilità rurale negli ultimi secoli è stato fatto davvero poco. Sintomatico di questo fatto sono le condizioni in cui versano alcune contrade periferiche di Sciacca: Raganella, Carcossea, Carbone, Nadore, Santa Maria, Pantaliano. In molti punti la strada non ha più diritto di essere chiamata tale… ma nominata per quello che è: una “trazzera”. L’asfalto spesso manca in più punti, le erbacce e gli arbusti spontanei crescono anche all’interno delle carreggiate, le buche, gli avvallamenti, i punti franosi si susseguono in un crescendo di pericoli, di illuminazione notturna… beh neanche vale prendere l’argomento. Insomma siamo in presenza delle cosiddette aree X, ossia zone periferiche terra di nessuno se non di agricoltori, pochi residenti e lavoratori in generale che sono costretti per necessità ad affrontare queste impervie situazioni.
Come si suol dire “il prete senza soldi, messa non ne canta”, ma è grave aver accettato questo stato di cose senza prendere alcun provvedimento. Il discorso è fin troppo semplice. Quelle aree, pocanzi indicate, sono lontane dal vero centro abitato, la maggioranza dei cittadini non potrebbero godere di quei possibili interventi migliorativi, quindi non sono lavori che possono portare visibilità, applausi e voti… tanto vale risparmiare le già esigue risorse economiche e lasciare nell’incuria, nell’abbandono e nel pericolo pezzi interi di Sciacca. Zone di serie B, evidentemente, abitate da cittadini di serie B, che pagano tasse di serie A. Ma tant’è.
La settimana scorsa in consiglio era stato, forse momentaneamente, rigettato un provvedimento di 30 mila euro da indirizzare alla viabilità rurale. Somma irrisoria e risibile al cospetto degli innumerevoli interventi che quelle zone richiederebbero. Forse basteranno appena per fare un po’ di scerbatura la quale sarà utile fino a quando non ricresceranno nuovamente le piante che oramai fanno parte del corredo e della flora stradale. Su tale decisione il consigliere Mandracchia si era attirato le maggiori polemiche a causa soprattutto della sua appartenenza anche al sindacato agricolo Uci e anche perché, solo pochi giorni prima, aveva sfilato per Sciacca insieme agli agricoltori in marcia con i loro trattori. Dall’altro lato il consigliere Caracappa invece è andato a richiedere alla giunta Bono che si mettesse subito in atto un corposo finanziamento per la viabilità rurale: risultato finale, tutti scontenti, polemiche a non finire, retorica e demagogia. E soldi naturalmente zero. Dai banchi della maggioranza, già impelagata nel caso dei casi: Pippo Turco, si è fatto notare come nei 5 anni precedenti di amministrazione Turturici non si sia mai fatto nulla per la viabilità rurale, né tantomento speso un euro, né tantomento avanzato richieste di così esosi finanziamenti per il settore. Il solito walzer insomma del “noi – voi”. Ci si augura che entro qualche mesi si stanchino tutti di danzare e si possono procedere celermente nell’attività consiliare senza perdere tempo alcuno con il balletto delle responsabilità. Le prossime elezioni comunali sono lontane, la campagna elettorale è finita e gli amici, da ambedue gli schieramenti, se ne vanno…
Vendita degli immobili comunali: altra bagarre.
Sono stati giorni di tensione, tra procedure ammancanti di importanti allegati, diffide ai dipendenti comunali da un lato ed applausi alla loro bravura dall’altro: nel frattempo l’intero consiglio comunale, la stragrande maggioranza dei consiglieri e buona parte della giunta si presentano proprio come quei vecchi edifici semi-abbandonati. Immobili. Insomma, a parte le chiacchiere e le polemiche si sente poco che abbia valenza positiva per la città dal punto di vista amministrativo o politico.
L’elenco degli immobili pronti alla vendita sfruttando anche le disposizioni regionali in merito è abbastanza lungo, il comune forse potrebbe avere la possibilità da un lato di incassare qualcosa e dall’altro di risparmiare in merito alla manutenzione e messa in sicurezza degli stessi. A memoria d’uomo e andando un po’ a ritroso nel tempo, non ricordiamo che la questione degli immobili comunali aveva mai preso piede al centro del dibattito politico e polemico della città.
Col tempo insomma le prospettive, come spesso accade, cambiano, mutano, si diversificano fino a scoprire che, attraverso un vecchio baglio di campagna, si possa fare gazzarra in aula, attirarsi simpatie ed antipatie dei dipendenti comunali tirati un po’ troppo per la giacchetta e ledere l’immagine di una città che non vive, di certo e da almeno un decennio, una delle sue migliori stagioni.
Le prossime settimane saranno incentrate sull’organizzazione degli spettacoli natalizi e sulla festa carnascialesca da fare o non fare a febbraio mentre la viabilità rurale e gli immobili comunali finiranno giocoforza nel dimenticatoio. Con buona pace per tutti.
Calogero Parlapiano - tratto da "Controvoce"



