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giovedì 7 maggio 2009

Potere e Arra: l'acqua in Sicilia

Logiche di un potere siciliano. L’Arra di Felice Crosta.

L’Agenzia regionale per i rifiuti e le acque ha dettato regole e mosso fiumi di denaro, lungo tutto il perimetro degli Ato. Di emergenza in emergenza, in più occasioni è finita sotto accusa. L’Ars ne ha deciso quindi, nel dicembre 2008, lo scioglimento. Eppure continua a esistere e a reggere i giochi. Lo farà per tutto il 2009. Ma tante cose vanno muovendosi perché la decisione venga revocata.

di Carlo Ruta

C‘è un soggetto pubblico in Sicilia che evoca emergenze, ma anche torrenti di denaro. È l‘Arra, Agenzia regionale per i rifiuti e le acque, istituita con decreto del presidente della regione Cuffaro il 28 febbraio 2006. Si tratta di una struttura centralistica, rigidamente verticale, che ha avocato competenze che appartenevano a un pulviscolo di enti territoriali: dai comuni ai consorzi di bonifica, assumendone comunque di nuovi, sulle linee della legge Galli. L’avvento di tale organo ha chiuso in via definitiva la fase, inaugurata dal generale Roberto Jucci, dei commissari regionali per l’emergenza idrica, di cui si erano serviti i passati presidenti. In una situazione che sempre più andava intricandosi, con il mobilitarsi di interessi forti oltre che con la crescita delle problematiche sul terreno, quella esperienza si era dimostrata in effetti debole, necessariamente priva di profilo strategico. E il passaggio, logico e per certi versi necessario, si è dimostrato adeguato alle aspettative. L’Arra, guidata dall’avvocato Felice Crosta su designazione di Cuffaro, ha permesso di convogliare nell’isola fondi europei per miliardi di euro, che non potevano essere utilizzati con la gestione commissariale. Palazzo d’Orleans ha potuto contare, da quel momento, su un braccio operativo coeso, in grado di porsi come interlocutore unico di tutte le parti in gioco, quindi garante di un sistema. In definitiva si è materializzato dal versante pubblico il collante che occorreva per combinare interessi distanti, passato e presente, tradizioni che non intendono demordere e scommesse sul futuro.

A dispetto dei suoi poteri di mediazione e, almeno in via ufficiale, di intervento specialistico, l’Arra reca un profilo pesante. Come altri organi regionali di recente istituzione è retta infatti da logiche di sottogoverno, tese a garantire la stabilità del personale politico a dispetto degli eventi. In questo senso non differisce tanto dagli enti regionali di un tempo: l’Ems, l’Eas, altri ancora. Si è distinta inoltre, sin dalla nascita, per le spese inusitate del suo funzionamento, a tutti i livelli, a partire comunque dal più elevato. Crosta, che dagli esordi la dirige con piglio decisionistico, è risultato il burocrate meglio pagato in Italia, con un compenso complessivo di oltre 500 mila euro l’anno, pari a circa 1500 al giorno. Per contenere lo scandalo che andava montando nel paese, si è adottato un escamotage singolare, inteso a bilanciare di fatto i poteri nell’Agenzia. Nel 2008 è stato posto per legge un tetto di 250 mila euro ai compensi dei burocrati, ma, contestualmente, è stato deciso di affiancare a Crosta tre consiglieri, perché tutti i partiti di governo potessero essere rappresentati. La scelta è caduta quindi su Giuseppe Infurna, ex deputato regionale di An, Rossella Puglisi, già candidata per l’Udc alle politiche del 2008, Guglielmo Scammacca, ex assessore regionale ai Lavori Pubblici: quest’ultimo poi sostituito, per riequilibrare le influenze, da Giovanni Cappuzzello, già candidato Mpa alle politiche. Anche tali consiglieri beninteso, sulle cui professionalità e competenze ha dovuto garantire Crosta, non importa con quanta convinzione, godono di compensi annui di 250 mila euro cadauno, per 750 mila complessivi.

Gli stipendi d’oro e gli scambi con i partiti di governo, nel solco appunto di una tradizione, costituiscono tuttavia solo il sintomo di un modo di essere, perché nelle politiche sul terreno si sono espresse compiutamente le logiche dell’autorità regionale. Ne sono uscite infatti istituzionalizzate emergenze che prima erano state gestite in modo contingente e tattico, con aggravamenti non da poco. In tema di rifiuti, il caso più rappresentativo è quello dei termovalorizzatori, la cui realizzazione, a dispetto dell’opposizione di intere cittadinanze, era stata assegnata nel 2003 a compagini guidate dal Gruppo Falck e da Waste Italia. Dopo l’annullamento della Corte di Giustizia dell’UE dei due appalti, quando le installazioni erano già in opera, l’Agenzia di Crosta avrebbe potuto agire con determinazione lungo vie alternative, come veniva indicato da tecnici e da estesi movimenti. Invece ha preso tempo e insiste a prenderne, tanto da legittimare l’ipotesi, nell’ambito delle opposizioni politiche e non solo, che si voglia eludere, con dei marchingegni, il divieto dell’Unione Europea, mentre nelle città siciliane incombono emergenze rifiuti di rilievo napoletano e in certi ambienti si insiste a guadagnare con le discariche abusive.

In tale vicenda, che ha visto in palio oltre un miliardo di euro, Felice Crosta, prima da vice commissario per l’emergenza rifiuti, poi da presidente dell’Arra, è andato muovendosi in realtà con spesse motivazioni. Nel 2003 ha siglato personalmente la convenzione con le compagini vincitrici, di cui ha avuto modo di conoscere da vicino caratteri, progetti, apparentamenti. Le anomalie degli appalti che alcuni anni dopo sarebbero state riscontrate in sede comunitaria non poterono essere quindi frutto del caso. Richiamano bensì degli atteggiamenti. E la cosa tanto più appare indicativa, di un clima se non altro, se si tiene conto di alcune realtà economiche incastonate in quelle cordate aggiudicatarie, che reclamano oggi una penale di 200 milioni di euro per l’annullamento degli accordi. Si tratta della Emit, che fa capo alla famiglia Pisante, e della Altecoen, che riconduce al medesimo gruppo oltre che all’imprenditore Pietro Gulino di Enna. La prima risulta presente negli appalti per i termovalorizzatori di Palermo e Casteltermini, sotto la guida della Actelios del gruppo Falck. La seconda figura nel cartello aggiudicatario dell’inceneritore di Augusta, guidato ancora da Actelios, mentre costituisce un pezzo forte del consorzio Sicil Power, che si è aggiudicata l’appalto dell’inceneritore di Messina. A fare la differenza sono comunque due dettagli. Sia i Pisante sia Gulino recano un passato giudiziario importante. I primi, che proprio con l’imprenditore ennese sono stati dentro l’affare dei rifiuti di MessinAmbiente, finito in scandalo con numerosi arresti, risultano inseriti in modo strategico, con presenze quindi a tutto campo, nell’altro ambito interessato dall’Arra: quello dell’acqua. Ebbene, tutto questo, ancora una volta, non può essere considerato casuale. Richiama bensì concertazioni mirate, una macchina in movimento, che trova riscontri proprio nei modi in cui l’Agenzia di Crosta si è posta sul terreno delle risorse idriche.

In effetti, pure da tale prospettiva sono andati creandosi strani miscugli, largamente condivisi dai potentati regionali. Il momento di avvio, che in qualche modo ha aperto le piste dell’affare siciliano, si è avuto comunque con l’entrata in campo della multinazionale francese Veolia intorno al 2003. Tale società aveva già stretto un patto di ferro con i Pisante, attraverso la condivisione del pacchetto azionario della Siba, che aveva assunto gestioni di acqua e depuratori lungo tutta la penisola. Volgendosi alla Sicilia, recava quindi buone ragioni per fare cordata con l’alleato pugliese, che peraltro, proprio nell’isola recava interessi e referenti. Pure con questi ultimi, beninteso, la multinazionale ha dovuto fare i conti. Si è ritrovata a interloquire infatti con il Gulino di Altecoen e ha dovuto riconoscere spazi di tutto rispetto al nisseno Di Vincenzo. In tali termini si compiva quindi, nel 2004, la maggiore esperienza di privatizzazione dell’acqua nell’isola, con il passaggio degli acquedotti dall’Eas a Sicilacque. E Felice Crosta, nelle vesti allora di commissario straordinario all’emergenza, sul piano strettamente operativo ne è stato l’artefice, per diventarne infine, da plenipotenziario dell’Arra, il garante.

Nell’aprile 2004, Salvatore Cuffaro dichiarava solennemente che la privatizzazione era ormai pressoché fatta e l’emergenza in via di superamento. Ma le aspettative di un iter veloce e confortevole della prima sono durate poco. L’istituzione dell’Agenzia è apparsa la risposta idonea. E in una certa misura lo è stata, se è riuscita, appunto, ad avocare a sé poteri, a stabilire quindi regole e direzioni di marcia in tutto il territorio regionale. Non si è tenuto tuttavia conto di talune situazioni sul terreno, che sono andate facendosi sempre più magmatiche. Non si tratta solo dei ricorsi al Tar, che nella definizione degli appalti sono diventati una consuetudine. Né delle direttive comunitarie, che pure hanno costituito uno scoglio difficile, talora addirittura insuperabile. È maggiormente lungo il perimetro degli Ato che il disegno strategico di Crosta è andato impigliandosi. A partire dagli Ato stessi. Ne sarebbero potuti nascere uno per provincia. Ne sono risultati 27, che contano ben 189 consiglieri d’amministrazione. In sintonia con contraenti privati, sotto comunque le direttive dell’Arra, le autorità di Ambito avrebbero dovuto mettere ordine nei servizi idrici e nel ciclo dei rifiuti, invece su entrambe le linee si è finiti in piena calamità. In ultimo, l’intera macchina degli Ato è entrata in crisi, fino al limite del dissesto, con un indebitamento complessivo di quasi un miliardo di euro, non tanto per le difficoltà economiche degli enti locali di riferimento, pur significative, quanto per i modi in cui ha gestito le proprie economie, a partire dalle spese di funzionamento, che non costituiscono beninteso le maggiori. Alcuni numeri al riguardo sono eloquenti: solo i 189 consiglieri di amministrazione costano ai comuni circa 12 milioni di euro l’anno; una somma analoga viene destinata a incarichi di consulenza; qualche milione viene speso addirittura per le auto blu.

L’Agenzia di Crosta è andata portandosi, come è evidente, su un terreno critico. Alle emergenze che ne hanno garantito la sopravvivenza e il potere, se ne sono aggiunte infatti altre, meno controllabili, tanto più in tempi di recessione. D’altra parte, restano impegnative le pretese del privato, entro cui insistono a influire le ipoteche della tradizione. Garante di un sistema che ha incluso ed escluso, l’Arra ha sempre rispettato i patti con i contraenti, visibili e sottintesi. Ne danno conto i capitoli di spesa della Regione, l’impiego di fondi europei, la concessione a certe condizioni del patrimonio pubblico, la condivisione o la tolleranza di taluni stati di fatto. Con l’apporto decisivo degli Ato e non solo, ha finito quindi con il rendere sistema, più ancora che in passato, lo spreco di risorse. Mentre si consuma allora il fallimento del piano rifiuti, Felice Crosta può trovare confacente siglare un accordo con Actelios e Sicil Power, con cui viene stabilito in 200 milioni di euro la somma che dovrà essere pagata alle medesime a titolo di penale per l’annullamento dell’appalto degli inceneritori: un importo, appunto, che lascia tanto dubitare. A dispetto dell’obbligo di astensione, l’Arra trova altresì confacente proporre nuovi bandi di gara, che violano di fatto l’obbligo di esecuzione della sentenza della Corte di Giustizia Ue, oltre che i princìpi della libera concorrenza. E ancora, di concerto con la Regione, che intanto ha dovuto farsi carico dei 540 milioni di debiti accumulati dall’Eas, trova congruo che gli indebitamenti degli Ato vengano risanati, come è avvenuto nel caso di Simeto Ambiente, con i fondi delle autonomie locali.

Tutto questo ha recato beninteso dei costi, che possono esporre l’autorità regionale a una serie di pericoli. Alcuni segnali possono persino evocare gli anni dell’Eas di Aristide Gunnella, finiti in scandalo: il crepuscolo cioè di un sistema che nei decenni della Dc aveva espresso i caratteri di un feudo. In tutta la Sicilia è in effetti allarme. Le denunce si moltiplicano. In numerosi centri la protesta, che sempre più riunisce l’intera banda delle emergenze, giunge a coinvolgere sindaci ed esponenti degli stessi partiti che governano la Regione. E dal palazzo liberty da cui muovono Crosta e i suoi commissari ad acta si colgono indizi di tensione, mentre la partita dei termovalorizzatori, sempre più influente e contaminante, rischia di generare ulteriori scoperture. Su tali sfondi trova senso allora la decisione di sciogliere l’Agenzia, presa dall’Ars il 28 novembre 2008, su proposta del consigliere Giuseppe Laccoto del Pd. Il termine delle operazioni di chiusura è stato fissato nel 31 dicembre 2009, dopo cui è prevista l’entrata in funzione di un Dipartimento delle acque e dei rifiuti presso il nuovo assessorato dell’Energia. Ma per il sistema vigente è scoccato realmente l’inizio della fine?

L’Arra, espressione del potere regionale, si è resa garante di equilibri delicati, fino a divenire l’emblema, si direbbe il monumento, della privatizzazione in stile siciliano. Non può quindi scomparire senza che se ne avvertano serie risonanze. Crosta in particolare si è assunto l’onere di condurre in porto progetti che restano largamente irrisolti. Esistono servizi idrici da assegnare in aree importanti, come quelle di Messina e Trapani. La problematica dei termovalorizzatori rimane appunto nelle secche. Per tali ragioni, e non solo, è difficile che entro il dicembre 2009 i conti possano essere chiusi. Se da parte dell’opposizione, con un emendamento proposto dallo stesso Laccoto, è stato chiesto quindi di anticipare lo scioglimento dell’Agenzia e il passaggio di consegne, nell’ambito dei partiti di maggioranza si sta operando perché la decisione dell’Ars venga rivista, elusa, fatta decadere. In questa direzione va in particolare la presa di posizione del capogruppo dell’Udc Rudy Maira, secondo cui la professionalità acquisita sul campo dai funzionari dell’Arra non è sostituibile. Il resto, ovviamente, va facendosi in sordina.

Fonte: “L’isola possibile” rivista mensile siciliana allegata a “Il Manifesto”.

mercoledì 6 maggio 2009

Mare: le bandiere blu 2009

(ANSA) - ROMA, 6 MAG - Ecco la mappa del mare doc italiano secondo l'assegnazione delle Bandiere Blu edizione 2009 da parte della Fee (la Fondazione per l'educazione ambientale): - PIEMONTE (1): Cannero Riviera (Verbania) - FRIULI VENEZIA GIULIA (2): Grado (Gorizia); Lignano Sabbiadoro (Udine) - VENETO (6): Caorle, San Michele al Tagliamento- Bibione, Eraclea-Eraclea mare, Jesolo, Cavallino Treporti (Venezia), Venezia-Lido di Venezia - LIGURIA (16): Camporosso, Bordighera (Imperia); Finale Ligure, Noli, Spotorno, Bergeggi, Savona-Fornaci, Albisola Superiore, Albissola Marina, Celle Ligure, Varazze (Savona); Chiavari, Lavagna, Moneglia (Genova); Lerici, Ameglia-Fiumaretta (La Spezia) - EMILIA ROMAGNA (8): Comacchio-Lidi Comacchiesi (Ferrara); Lidi Ravennati, Cervia (Ravenna); Cesenatico, San Mauro Pascoli-San Mauro mare (Forli'-Cesena); Bellaria Igea Marina, Rimini, Cattolica (Rimini) - TOSCANA (16): Forte dei Marmi, Pietrasanta, Camaiore, Viareggio (Lucca); Pisa-marina di Pisa-Tirrenia- Calambrone, Livorno-Antignano e Quercianella, Castiglioncello e Vada di Rosignano Marittimo, Cecina, marina di Bibbona, Castagneto Carducci, San Vincenzo, Riotorto-Piombino: parco naturale della Sterpaia (Livorno); Follonica, Castiglione della Pescaia, Marina e Principina di Grosseto, Monte Argentario (Grosseto) - MARCHE (16): Gabicce Mare, Pesaro, Fano, Mondolfo (Pesaro-Urbino) ; Senigallia, Sirolo, Numana (Ancona); Porto Recanati, Civitanova Marche, Potenza Picena-Porto Potenza Picena (Macerata); Porto S.Elpidio, Fermo, Porto San Giorgio, Grottammare, Cupra Marittima, San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno) - LAZIO (4): Sabaudia, San Felice Circeo, Sperlonga, Gaeta (Latina) - ABRUZZO (13): Martinsicuro, Alba Adriatica, Tortoreto Lido, Giulianova-lungomar e Zara, Roseto degli Abruzzi, Pineto, Silvi Marina (Teramo); Francavilla al Mare, Rocca San Giovanni, Fossacesia, Vasto, San Salvo (Chieti). Per i laghi bandiera blu a Scanno (L'Aquila) - MOLISE (1): Termoli (Campobasso) - CAMPANIA (12): Massa Lubrense (Napoli); Positano, Agropoli, Castellabate, Montecorice- Agnone e Capitello, Acciaroli-Pioppi di Pollica, Casalvelino, Ascea, Pisciotta, Centola-Palinuro, Vibonati-Villammare , Sapri (Salerno) - BASILICATA (1): Maratea (Potenza) - PUGLIA (7): Rodi Garganico (Foggia); Polignano a Mare (Bari); Ostuni-Marina di Ostuni (Brindisi); Castellaneta, Ginosa-Marina di Ginova (Taranto); Castro, Salve (Lecce) - CALABRIA (4): Cariati-Marina di Cariati (Cosenza); Ciro' Marina-Punta Alice (Crotone); Roccella Jonica, Marina di Gioiosa Jonica (Reggio Calabria) - SICILIA (4): Pozzallo, Ragusa-Marina di Ragusa (Ragusa); Menfi (Agrigento); Fiumefreddo di Sicilia-Marina di Cottone (Catania) - SARDEGNA (2): Santa Teresa di Gallura-Rena Bianca, La Maddalena-Spalmator e e Punta Tegge (Olbia-Tempio) . (ANSA).

martedì 5 maggio 2009

Compensi e ricche pensioni a senatori e commessi...

Il compenso d’oro mensile. La media degli ex: 133 mila euro l’anno

ROMA — Ottomila euro lordi al mese per quindici mensilità. È la pensione spet­tante a quel commesso del Se­nato che giusto una decina di giorni fa ha deciso di lasciare il lavoro. All’età di 52 anni. Il più recente protagonista di un inarrestabile e costosissi­mo esodo. Leggendo il bilancio di pre­visione 2009 approvato il 21 aprile dal consiglio di presi­denza di palazzo Madama si scopre che negli ultimi due anni i costi per pagare le pen­sioni sono letteralmente esplosi.

Fra il 2007 e il 2009 sono passati da 77,8 a quasi 90 milioni, con un aumento del 14,3%. Ma se si escludono le pensioni di reversibilità , quelle cioè pagate ai supersti­ti, la progressione è stata an­cora più violenta: +15,6%. Die­ci milioni e 800 mila euro in più. Quest’anno, sempre se le previsioni saranno rispettate (ma di solito le stime sono in difetto) la spesa per le sole pensioni «dirette» sfiorerà 80 milioni. Esattamente 79 mi­lioni e 950 mila euro. Cifra che divisa per 598 dipendenti pensionati fa, tenetevi forte, 133.695 euro ciascuno. Vale a dire, quindici volte e mezzo l’importo di una pensione me­dia dell’Inps. Inoltre, detta­glio non trascurabile, le pen­sioni del Senato seguono la dinamica degli stipendi di pa­lazzo Madama. È stata la crescita abnorme di questa voce che ha impedi­to al Senato di rinunciare, co­me invece hanno fatto Came­ra e Quirinale, all’adeguamen­to all’inflazione programma­ta per il prossimo triennio? Chissà. Certamente è vero che l’aumento della spesa per le pensioni dei dipendenti si è mangiato quasi tutte le sfor­biciatine fatte al bilancio di palazzo Madama.

Tanto per fare un esempio, la maggiore spesa previdenziale equivale a più del doppio del rispar­mio sui contributi ai gruppi parlamentari dovuto alla ridu­zione del numero dei partiti presenti in Senato. Ma non è che a Montecito­rio la pressione di chi vuole andare in pensione sia meno forte. Fra il 2007 e il 2009 l’au­mento della spesa della Came­ra per questo capitolo è stato infatti del 14,2%. Quest’anno le pensioni dirette e di rever­sibilità graveranno sul bilan­cio di Montecitorio per 191 milioni, circa 24 milioni in più rispetto al 2007. Quale può essere la molla che ha fatto scattare questa fuga ormai evidente? Forse il timore di un nuovo giro di vi­te particolarmente doloroso, che metterebbe in crisi i privi­legi sopravvissuti a tutti i ten­tativi di riforma? Non è affat­to da escludere.

Al Senato, per esempio, chi è stato as­sunto prima del 1998 può an­cora oggi, nel 2009, andare in pensione a 50 anni di età, sia pure con una penalizzazione del 4,5%, a condizione che ab­bia raggiunto quota 109: la somma dell’età anagrafica, degli anni di contributi e del­l’anzianità di servizio al Sena­to. Con 53 anni di età e la stes­sa quota 109 la pensione (80% dell’ultimo stipendio) è assicurata senza alcuna pena­lizzazione. Da tenere presen­te che i dipendenti entrati in Senato prima del 1998 sono la maggioranza, 609 su 1.004. E che la loro pensione si calco­la con il vantaggiosissimo si­stema retributivo puro, cioè in percentuale dello stipen­dio, anziché con il sistema contributivo (in rapporto ai contributi effettivamente ver­sati) stabilito dalla riforma Di­ni del 1995 per tutti i lavorato­ri comuni mortali. Con lo stesso sistema retri­butivo sarà calcolata anche la pensione degli assunti a pa­lazzo Madama dopo il 1998, in tutto 395. Per loro tuttavia il consiglio di presidenza ha deciso lo scorso agosto che scatta il limite minimo d’età di 57 anni. Aspetteranno un po’ di più per avere una pen­sione da leccarsi i baffi come già hanno avuto i loro colle­ghi più fortunati. Ma il fami­gerato sistema contributivo prima o poi arriverà anche in Senato. Sarà applicato a tutti gli assunti dal 2007. Quanti sono? Per ora, zero.

Sergio Rizzo
06 maggio 2009


lunedì 4 maggio 2009

L'ARS e i contributi alle varie associazioni

Associazioni, l'Ars moltiplica i contributi
spese per dieci milioni di euro

Dai Legionari di Cristo all´Accademia degli zelanti
di Emanuele Lauria

Centoquattordici nuovi enti finanziati, per una spesa di quasi dieci milioni di euro. La tabella H formalmente non c´è più ma i contributi non spariscono. Anzi, si espandono a macchia d´olio fra i freddi numeri del bilancio. Ecco l´incantesimo di Sala d´Ercole. Tre commi che cancellano la vecchia tabella, tradizionale fonte di finanziamento (e sopravvivenza) per associazioni e centri studi, e rimandano al documento contabile, dove i sussidi vengono riproposti attraverso i capitoli siglati con le lettere «A» e «F». E lì, a sorpresa, non solo vengono mantenuti i beneficiari della vecchia tabella ma spunta una miriade di nuove sigle. Che fanno riferimento a tutti i partiti rappresentati all´Ars, nessuno escluso. L´arcano è svelato con la prima copia ufficiale del bilancio, faticosamente uscita da Palazzo dei Normanni. Fino a ieri pomeriggio, nessuno fra i deputati dell´Ars aveva voluto fornire anticipazioni su quest´aspetto della manovra.

Cominciamo il viaggio dalla rubrica dei beni culturali, dove una tempesta di nuovi, piccoli, contributi (per lo più dai 50 ai 100 mila euro) va a bagnare 114 fra associazioni culturali, musei, centri studi, bande e cooperative sociali. L´anno scorso non c´erano, nella tabella H. La spesa? Nove milioni 356 mila euro.

Un mare magnum dove annega ogni giudizio di valore. C´è davvero di tutto: dal contributo in favore dei «legionari di Cristo» (100 mila euro) all´Osservatorio dell´autonomia (50 mila euro) che evidentemente sta a cuore a un presidente autonomista. Ogni provincia ha la sua buona razione di contributi. Quella etnea, quella del governatore, ha una fetta consistente: i 130 mila euro per l´Accademia degli zelanti e dei dafnici con sede ad Acireale, i 50 mila euro per l´associazione Ancora di Catania, la stessa somma per il centro studi di Acicatena.


Ma stavolta è la Sicilia occidentale a fare la parte del leone: con i 200 mila euro per l´unione giuristi cattolici di Agrigento, ad esempio, o i 150 mila per l´associazione Il girasole di Palermo, i 100 mila per l´associazione Seneca ancora nel capoluogo, i 50 mila per l´associazione Città di Salemi che finiscono nel paese amministrato da Vittorio Sgarbi, fresco candidato dell´Mpa alle Europee. Finanziato il centro internazionale di cultura filosofica Giovanni Gentile di Castelvetrano come la onlus La vie en rose di Paceco.

Contributi da 100 mila euro per sostenere il premio internazionale di scienze umane "Empedocle" di Agrigento come il premio internazionale dei diritti umani organizzato dall´associazione Acuarinto. E i musei, anche i più piccoli, noti o poco frequentati: dal museo del giocattolo di Catania a quello sulla pena e sulla tortura con sede a Bronte. La Regione pensa ai presepi: soldi per quello di Custonaci, ed è una conferma, ma pure per quello di Agira.

Dietro ogni iniziativa c´è uno sponsor. Fare ambiente, che riceve 100 mila euro, è presieduta dall´ex assessore regionale Nicolò Nicolosi (oggi vicino a Lombardo), l´Accademia della politica è una creatura di Bartolo Sammartino, già vicesindaco di Palermo e deputato di An. Tirano un sospiro di sollievo i centri studi vicini alla sinistra: il La Torre, il Gramsci che raddoppia la propria dotazione (da 72 a 150 mila euro), il «Rossitto» che nacque su iniziativa dell´ex sindaco di Ragusa Giorgio Chessari. Enti che portano già nel nome una collocazione politico-culturale chiara (l´istituto socialista di studi storici che ha sede a Messina) ed altri diluiti nel capitolo della lotta alla mafia. Ma il capitolo destinato ad associazioni, fondazioni e centri studi impegnati in questo settore perde 70 mila rispetto all´anno scorso.
(06 maggio 2009)

domenica 3 maggio 2009

Ecco come si salvano i truffatori italici

Class action e retroattività , ecco come in Parlamento
si cerca di proteggere i truffatori


Per capire che cosa succede nelle assemblee legislative bisogna prestare molta attenzione a due momenti topici dell’attività parlamentare (o consiliare, se si tratta di consigli regionali): la proposta di emendamento e le sedute delle commissioni legislative.

Durante le sedute, infatti, gli atteggiamenti degli schieramenti politici e dei deputati (o consiglieri) sono molto diversi da quelli, pubblici, che si tengono nel corso delle sedute d’aula dove si lavora sotto gli occhi di tutti. Le sedute delle commissioni, infatti, non prevedono la presenza del pubblico a meno che non sia disposto diversamente dall’ufficio di presidenza. Questa riservatezza consente di assumere posizioni e prendere decisioni che non hanno un riferimento preciso con ciò che accade in Aula.

L’emendamento risponde alla stessa logica ma non ha nulla a che vedere con l’iter della discussione in commissione. L’emendamento è la proposta che il singolo deputato fa per modificare il disegno di legge. Esso aggiunge, cancella, sostituisce l’articolo del ddl e deve essere votato dall’assemblea a meno che non venga giudicato improponibile dal presidente della seduta.

Così come nelle commissioni si assumono posizioni differenti da quelle sbandierate dai gruppi parlamentari o partiti di appartenenza, l’emendamento cambia le carte in tavola, modificando, talvolta profondamente, il disegno di legge comunicato come posizione politica dal governo, gruppo parlamentare, coalizione eccetera.

Facciamo conto che si affermi solennemente che non verranno fatti favori di alcun tipo a coloro che hanno truffato i risparmiatori e che questa affermazione sia verificata e verificabile in un disegno di legge proposto, poniamo, dal governo.

Grazie all’emendamento si può ottenere un duplice risultato: mantenere l’impegno assunto e fare un favore ai truffatori.

Come?

Semplice. S’incarica un deputato disposto alla bisogna (potrebbe diventare la vittima sacrificale se la cosa viene sgamata…) di presentare un emendamento che corrisponde alle volontà “vere” del governo, della coalizione o del gruppo parlamentare. Se passa (in questo caso occorre che l’opposizione non se ne accorga o decida di non accorgersene) la posizione del governo resta immacolata, quella della coalizione no, perché ne risponde; se non passa, il deputato viene gettato a mare, la sua diventa una iniziativa individuale e come tale viene comunicata all’opinione pubblica.

Questa ampia premessa appare indispensabile per calarci sul caso concreto che nulla ha a che vedere, ovviamente, con i maneggi e gli intrighi di cui abbiamo sopra scritto. Il caso concreto è la Class action, la possibilità di cittadini danneggiati da malversazioni, camarille, prodotti dannosi, di condurre una comune battaglia in tribunale. Negli Stati Uniti d’America questa opportunità ce l’ha da moltissimi anni ed è grazie a questa che, per esempio, gli inquinatori hanno dovuto sborsare un sacco di soldi ai cittadini vittime dell’inquinamento.

Stando al testo esitato dalla Commissione al senato, la Class action, introdotto in Italia, avrebbe valore retroattivo (dal luglio 2008), permettendo un’azione dei cittadini nei casi Parlamalat e Cirio. Poi è arrivato un emendamento, il fatidico emendamento. Esso elimina la retroattività , salvando un bel po’ di gente.

«C’è un emendamento in questo senso del senatore Alberto Balboni (Pdl, ndr)», riferisce il relatore al disegno di legge sviluppo, Antonio Paravia (Pdl) a margine dei lavori in senato. Secondo il testo del ddl esitato dalla commissione industria del senato le azioni di classi contro frodi possono eessere esercitate a partire dal luglio 2008. L’emendamento del PDL elimina la retroattività .

A parte ciò, l’azione di classe all’italiana è assai diversa da quella americana e tende a tutelare in qualche misura le aziende, potrà essere iniziata solo nel caso di illeciti commessi dopo l’approvazione del Collegato Sviluppo, ora all’esame del Senato e che dovrà essere esaminato anche alla Camera

C’è molta attesa sulle decisioni che il Parlamento assumerà in via definitiva, dopo tanti rinvii, sollecitati dalle preoccupazioni dell’imprenditoria italiana. Migliaia di cittadini frodati potrebbero essere privati del diritto di chiedere di essere risarciti.

Elio Lannutti , a nome dell’Italia dei Valori, avverte che «ogni altro rinvio della class action significa continuare ad andare a braccetto con bancarottieri e truffatori». Stesso concetto viene espresso, per il PD, dal capogruppo dei senatori Pd Anna Finocchiaro.

sabato 2 maggio 2009

5 x 1000: ecco chi si dividerà 380 milioni di euro

In questa edizione sono 46.318 soggetti (nel 2008 77.823) si
contenderanno i soldi messi a disposizione dalla finanziaria 2008

Elenchi provvisori dei soggetti che hanno chiesto di accedere al beneficio del 5 per mille 2009

http://www.agenziae ntrate.it/ ilwwcm/connect/ Nsi/Strumenti/ Modulistica/ Modelli+di+ istanza_richiest a_domanda/ 5+per+mille+ 2009/Elenchi+ provvisori+ 5x1000+2009/

http://www.agenziae ntrate.it/ ilwwcm/resources /file/ebb1020ecc eed6c/ElencoA_ AC.pdf
http://www.agenziae ntrate.it/ ilwwcm/resources /file/ebb1040ecc f36d9/ElencoA_ DZ.pdf

  • Elenco provvisorio Enti del volontariato pubblicato il 28/04/2009
    L'elenco degli Enti del volontariato comprende: enti del volontariato, onlus, associazioni di promozione sociale, associazioni e fondazioni riconosciute che operano in determinati settori (articolo 63- bis, comma 1, lettera a) del Decreto legge 112/2008)

    Per comodità di consultazione l'elenco è stato diviso in due file:

    PDF Elenco dalla lettera A alla lettera C - pdf

    PDF Elenco dalla lettera D alla lettera Z - pdf

venerdì 1 maggio 2009

Acqua. Dovunque vergogne

MARIGLIANO – “Il bel regalo dell’ultima amministrazione comunale ai cittadini è sotto gli occhi di tutti”. Dalla Camera del Lavoro della Cgil di Marigliano la denuncia di un’abolizione delle fasce sociali con la gestione del servizio idrico – integrato da parte della Gori. Nell’ultimo anno e mezzo, si assistito, infatti, al passaggio da 37 metri cubi di acqua procapite (quindi a persona), a 23 metri cubi per appartamento.

Questo significa, come si evince dal confronto delle bollette precedenti e successive, una riduzione drastica del consumo imposta ai cittadini, anche per le più semplici e quotidiane operazioni, legate al rispetto di minimi standard igienico – sanitari, ma a fronte di un vertiginoso incremento dei costi del servizio.

La decretazione di un vistoso cambiamento di rotta, caratterizzato dall’imposizione di gravosissimi balzelli, parte dalla fine del 2007. La Gori aveva, infatti, concordato con l’amministrazione Esposito Corcione di lasciare invariati i costi fino alla fine del citato anno, scaduto il quale, la società ha cominciato ad inviare bollette esose ai cittadini.

Sono tantissimi gli utenti scontenti, finanche tra coloro che inizialmente non avevano preso posizione rispetto al cambio di gestione del servizio idrico – integrato. Quotidianamente, si assiste ad una vera e propria processione alla Camera del Lavoro della Cgil di Marigliano, che, oltre ad essersi schierata sin dall’inizio (come ha fatto pure la Curia di Nola) contro la privatizzazione dell’acqua, considerato un bene essenziale per la vita, ospita il Comitato Cittadino, che persegue come obiettivo la ripubblicizzazione del servizio idrico – integrato.

La bolletta più contenuta tra quelle solitamente esibite si aggira sui 400 euro. Ma le cifre riportate possono sfiorare anche gli ottocento o i novecento euro. Eclatante, però, un caso degli ultimi giorni. Ad una signora che vive, con il marito pensionato, in un abitazione in locazione alla periferia della città, per il solo uso domestico (per intenderci, senza irrigazione di giardini, senza piscine da gestire e via dicendo), per circa un anno e mezzo di servizio offerto, sono stati chiesti ben 4.099,00 euro (includendo, tra l’altro, una voce relativa ad un conguaglio che lascia presumere che la signora abbia già pagato altro precedentemente) , evidenziando un passaggio di costi da 0,75 euro a 2,40 euro a metro cubo di acqua (in corrispondenza della V fascia).

Il tutto accade in barba alla reale composizione dei nuclei familiari ed alle condizioni economiche, giacché per la situazione che si è venuta a creare, che è costantemente monitorata e segnalata dagli utenti, risulta praticamente impossibile restare in una fascia agevolata o base di consumi. “I cittadini sono alla prese con problemi reali dettati da scelte nefaste. Siamo alla vigilia di importanti appuntamenti elettorali, ma nessuno prende posizione.

A giugno, dovranno essere eletti nuovo sindaco e nuovi consiglieri comunali, ma nessuno dei partiti di centrodestra e di centrosinistra – asseriscono alla Camera del Lavoro della Cgil di Marigliano – ad inclusione di quelli che avevano criticato l’operato dell’amministrazione uscente, tocca la questione del passaggio di gestione del servizio idrica. Nessuno, tra candidati e partiti in corsa, palesa la sua idea e propone la soluzione per il futuro, che sia di tutela dei cittadini anziché delle lobby di potere.

Si apprende, anzi, che, con buona pace dei cittadini vessati, proprio il massimo esponente dell’amministrazione uscente, vale a dire il sindaco Felice Esposito Corcione, potrebbe essere – concludono dall’organizzazione sindacale confederata – il candidato, al Consiglio Provinciale di Napoli di questo collegio, in quota al maggior partito di centrosinistra”.