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mercoledì 30 settembre 2009

Acqua, Ministro Ambiente e Storie di Migranti...

Nel silenzio generale il governo privatizza l'acqua

Dal 2012, grazie alla legge 133/08 "recante disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria" approvata ad agosto dal Parlamento la gestione del servizio idrico integrato in Italia sarà privatizzato. Da diritto acquisito, l'acqua diventa merce, prodotto commerciale soggetto alle regole del mercato

L'articolo 23bis della legge 133 favorisce "il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali, in via ordinaria, a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica". Ciò al fine - afferma la legge - "di favorire la più ampia diffusione dei principi di concorrenza, di libertà di stabilimento e di libera prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione di servizi di interesse generale in ambito locale". In altre parole si spalanca la via alla privatizzazione dell'acqua, infatti il servizio idrico è stato equiparato a qualunque servizio pubblico di rilevanza economica, costringendolo alle regole della concorrenza.

Da diritto acquisito, l'acqua diventa merce, prodotto commerciale soggetto alle regole del mercato. Lo stesso sistema che solo nell'ultimo anno si è dimostrato pronto a implodere su sé stesso, con fallimenti a catena di banche e assicurazioni.
Eppure, dopo un rapido sguardo alle esperienze cosiddette "pilota" in Italia, sorgono non pochi dubbi proprio sulle garanzie di accesso al servizio.
Basta leggere l'inchiesta pubblicata il 4 dicembre 2008 dal Corriere Magazine sull'acqua privata e sui costi delle bollette, per scoprire che in città come Arezzo ed Agrigento, comuni che ha sposato il progetto di privatizzazione dell'acqua già da diversi anni, si è assistito a un processo rapido e febbrile di innalzamento vertiginoso dei costi delle tariffe (+ 300%).

Personalmente ritengo che l'art. 23 bis del ddl 133 andato ben oltre le competenze statali e l'ordinamento comunitario. La categoria dei servizi pubblici di rilevanza economica, oggetto dell'affidamento secondo la norma, è una categoria oscura e non presente nell'ordinamento comunitario. Come è noto, l'ordinamento comunitario distingue tra servizi di interesse economico-generale e servizi di interesse generale, entrambi, seppur con caratteristiche differenti, servizi pubblici essenziali, ed in quanto tali, entrambi, in relazione al nostro ordinamento, riconducibili all'art. 43 della Costituzione. Cioè riconducibili a quella norma che non è una mera norma di carattere organizzativo-funzionale, ma è una norma che contribuisce alla caratterizzazione più profonda del modello di Stato sociale; una norma che continua a riconoscere, garantire e legittimare, proprietà e gestione pubblica dei servizi pubblici essenziali, anche, laddove necessario, in regime di monopolio.

Trasformare la nozione di servizio pubblico essenziale in servizio di rilevanza economica, significa violare l'art. 43, il modello di Costituzione economica e tutte le norme ad essa raccordate in primis gli artt. 2, 3, 5 della Costituzione; significa violare la peculiarità che l'ordinamento comunitario riconosce allo status di servizio di interesse economico-generale e servizio di interesse generale, peculiarità ancor più rafforzata dopo l'approvazione del Trattato di Lisbona ed i suoi protocolli.
La norma in oggetto in questi ambiti, in questi servizi, caratterizzati da condizioni oggettive di monopolio naturale, introduce un astratto principio di concorrenza per il mercato, che significa di fatto riconoscere e favorire l'insorgere di malcelati monopoli privati. La norma non sembra assolutamente percepire e assimilare le tipologie comunitarie dei servizi di interesse economico-generale, seppur con una serie di limiti, orientati al mercato, e dei servizi di interesse generale, decisamente al di fuori delle logiche mercantili.

Mi spiego meglio: questa nuova categoria dei servizi pubblici locali di rilevanza economica tout court rientra tra i servizi pubblici essenziali? È possibile immaginare servizi pubblici che non abbiano carattere generale? Sarei portato a ritenere che ciò debba escludersi. E allora se così è, tale categoria, così come configurata, presenta evidenti difformità rispetto al quadro comunitario e statale i quali, seppur con toni differenti, pongono in posizione rilevante il ruolo dei poteri pubblici e subordinano la regola della concorrenza al prius del perseguimento degli interessi generali e al soddisfacimento del servizio universale. Si delinea dunque una duplice violazione sia del dettato comunitario, che di quello interno.

Non è un caso che il Comune di Parigi ha deciso la ripubblicizzazione dei servizi idrici. Infatti dal 1 gennaio 2010 un Ente di diritto pubblico, nel cui comitato di gestione siederanno anche i rappresentanti dei lavoratori e degli utenti, gestirà l'intero ciclo dell'acqua della capitale francese. Nel 1985 le multinazionali Suez e Veolia si erano accaparrate la gestione delle acque parigine con la complicità di Chirac Sono stati vent'anni di abusi, prezzi "gonfiati" e casi talora clamorosi di corruzione. Per contro, non ci sono stati cambiamenti di rilievo sotto il profilo della qualità dei servizi.
Anche a Parigi, come da noi, la gestione privata ha portato con sé una serie di effetti collaterali dovuti alla mancanza di concorrenzialità. In Francia tre quarti della gestione delle acque è oggi in mano ai privati, ma la speranza è che, sul modello parigino, il ruolo pubblico torni ad essere prevalente anche nelle altre zone del Paese.

Nella primavera del 2007 più di quattrocentocinquantamila mila firme furono raccolte a sostegno della legge d'iniziativa popolare che vede come primo punto il riconoscimento dell'acqua come "diritto inalienabile ed inviolabile della persona". Ma la sensazione forte è che la straordinaria raccolta firme sia già stata oscurata. Con un semplice colpo di spugna. Seguendo il manuale del "buon governo" che approva leggi impopolari e antidemocratiche proprio quando imperversa l'afa estiva e l'attenzione della stampa è rivolta altrove.

Il 2010 si candida quindi ad essere l'anno della svolta, ed è incredibile pensare come la Francia e l'Italia prenderanno direzioni cosi diverse in merito ad un bene fondamentale come l'acqua. Da una parte abbandonando una lunga privatizzazione e dall'altro si inaugurando una stagione di privatizzazione diffusa, che già negli esperimenti locali si è dimostrata allo stato attuale fallimentare e onerosa per gli utenti.

E' necessario una forte opposizione sia istituzionale, a partire dai ricorsi di incostituzionalità che le Regioni e gli enti locali debbono presentare, sia sociale al dispositivo della legge 133, affinché in Italia si costruisca la strada della promozione di una società mirante alla garanzia dei principi di uguaglianza nei diritti, di giustizia sociale, di solidarietà e di un vivere insieme fondato sul rispetto e la salvaguardia dei beni comuni

http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=12958





Migranti scacciati e schiacciati

di Luigi Nervo

Una dura accusa alla politica dei respingimenti adottata dall'Italia insieme alla Libia giunge dal rapporto "Scacciati e schiacciati" dell'associazione Human Rights Watch. "Nel maggio del 2009 - esordisce il dossier - per la prima volta dopo la Seconda Guerra Mondiale, uno stato europeo ha ordinato alla sua guardia costiera e alle sue navi militari di intercettare e ricacciare indietro con la forza le barche dei migranti in mare aperto senza fare un'analisi che potesse determinare se i passeggeri avessero bisogno di protezione o fossero particolarmente vulnerabili".

Questo documento vuole mostrare come vengono trattati i migranti che dalla Libia cercano di raggiungere l'Italia, prima respinti con la violenza e poi maltrattati in Libia. Le informazioni provengono da 91 interviste con migranti, richiedenti asilo e rifugiati in Italia e a Malta condotte principalmente nel maggio 2009. Secondo Bill Frelick, direttore delle politiche per rifugiati ad Human Rights Watch "la realtà è che l'Italia sta rimandando questi individui incontro ad abusi: i migranti che sono stati detenuti in Libia riferiscono, categoricamente, di trattamenti brutali, condizioni di sovraffollamento ed igiene precaria". Il rapporto punta il dito soprattutto contro la violazione del governo italiano del regolamento internazionale che vieta il refouling, cioè il rinvio di individui con la forza verso luoghi dove la loro vita o libertà è minacciata o dove rischierebbero la tortura o un trattamento inumano o degradante.

Inoltre, lo scopo del rapporto è anche quello di mostrare come i migranti rispediti in Libia siano veramente in pericolo e subiscano atroci torture e maltrattamenti. E nessuno vede o sente quanto accade poiché l'accesso a questi nuovi campi di concentramento è vietato e neanche gli uomini di Human Rights Watch sono riusciti ad ottenere i permessi. Tuttavia, nel rapporto sono presenti le testimonianze di chi è stato all'interno di questi luoghi, tra le quali quella di un nigeriano che per non essere riconosciuto si fa chiamare Pastor Paul. "Eravamo in una barca di legno e dei libici in uno Zodiac iniziarono a spararci - dichiara a HRW - Ci dissero di tornare a riva. Continuarono a spararci finché presero il nostro motore. Una persona fu colpita a morte. Non so chi ci sparò, ma erano civili, non in uniforme. In seguito arrivò una nave della Marina libica, ci raggiunsero e iniziarono a picchiarci. Si presero i nostri soldi e telefoni cellulari. Credo che quelli del gommone Zodiac lavorassero insieme alla Marina libica. La Marina libica ci riportò indietro con la loro grande nave e ci spedirono al campo di deportazione di Bin Gashir. Quando arrivammo lì iniziarono subito a picchiare sia me che gli altri. Alcuni dei ragazzi furono picchiati al punto da non poter più camminare". Questa e altre testimonianze molto crude disegnano il quadro di cosa attende questi migranti che con grande orgoglio di alcuni ministri vengono respinti nel paese di un crudele dittatore alleato dell'Italia.

Infine rimane un accorato appello di Frelick: "la clausola sui diritti umani nel prossimo accordo quadro tra Ue e Libia, così come qualunque altro accordo da esso derivante, dovrebbe includere un riferimento esplicito ai diritti dei richiedenti asilo e dei migranti come prerequisito per qualsiasi cooperazione nei piani di controllo sulla migrazione".

http://www.nuovasocieta.it/attualita/2406-ln.html

martedì 29 settembre 2009

Truffa Eolico, Missione di Pace, Agenda Rossa...




"Il mio lavoro non cambia perché ho passato sette anni della mia vita in Afghanistan e non mi ricordo un giorno in cui sono morte meno di 10 persone".


Lo ha detto il fondatore di Emergency, Gino Strada, ai giornalisti che gli chiedevano se, dopo l'attentato del 17 settembre scorso, costato la vita a sei paracadutisti italiani, possa cambiare anche il suo lavoro e quello dei volontari dell'organizzazione. "Noi facciamo ospedali - ha aggiunto - e nessuno ci spara addosso: se i militari fossero rimasti a casa, certamente...". Parlando a margine dell'8/a Conferenza regionale toscana sulla cooperazione internazionale in corso a Siena, alla vigilia del suo ritorno in Afghanistan ("dove tornerò a fare il mio lavoro che è quello di stare 12 ore al giorno in sala operatoria"), Strada ha ribadito la differenza tra il lavoro di Emergency e le operazioni di peacekeeping che "sono due cose opposte e non devono avere neppure un punto di contatto". "Fare la guerra - ha precisato - deve chiamarsi fare la guerra. Sono anche stufo di tutte queste bugie. Almeno un Paese abbia il coraggio di dire 'partecipiamo ad un'occupazione militaré e si prenda la responsabilità, e non spacciamo l'attività dei militari per peacekeeping o umanitaria. Perché se dovessimo prendere per buone queste bugie, quanto meno verrebbe da dire che sono una massa di cretini visto che, per distribuire due caramelle, spendono 20 milioni di euro".


Non dobbiamo dare tregua agli assassini ed ai loro complici. Dobbiamo farla di Sabato, in un giorno non lavorativo, Roma è il punto più facile da raggiungere da ogni parte d'Italia e dovremo esserci tutti, da Milano, da Palermo, da Napoli, dalle Marche, dall'Emilia, da ogni parte d'Italia.
La data che ho indivduato per questa manifestazione che sarà la continuazione ideale di quella che abbiamo fatto il 20 luglio davanti al palazzo di Giustizia in sostegno di quei magistrati che, a rischio della propria vita, stanno combattendo per arrivare alla Verità sulle stragi del '92 e del '93 è il 26 Settembre.
Questa data è abbastanza lontana per permettere di poterla preparare in modo adeguato e abbastanza vicina da non essere superata dal ritmo degli avvenimenti che si stanno susseguendo in maniera sempre più incalzante.
Sarà una giornata dli lotta ed è per questo che ho preferito non sovrapporla ad un'altra giornata, il 12 settembre, che sarà invece di festa per l'elezione fortmente voluta e sostenuta da tutti noi, di Sonia Alfano e Luigi De Magistris al Parlamento Europeo.
Ci saremo tutti, tutti quelli che abbiamo salito sotto il sole le rampe che portano al Castello Utveggio portando un pezzo di Paolo dentro il nostro cuore, tutti quelli che eravamo in Via D'Amelio quando all'ora della strage per un interminabile minuto si sono sentiti solo i battiti dei nostri cuori, tutti quelli che abbiamo percorso le vie di palermo che ci portavano alla Magione levando in alto le nostra agende rosse e tutti quelli che abbiamo gridato la nostra rabbia e la nostra voglia di Verità davanti al palazzo di Giustizia. E ci saranno tanti altri ancora, tutti quelli che in tante piazze d'Italia hanno urlato insieme a noi e avremo ancora in mano la nostra agenda rossa, un'agenda rossa che ora fa paura a tutti. Mobilitiamoci tutti, ognuno di noi si impegni a far venire quante altre persone può, in una catena che non deve avere fine.Adesso hanno paura e si stanno muovendo, cominciano a muovere le loro pedine, Rutelli, Violante, il PG Barcellona, noi dobbiamo agire più rapidamente di loro, impedire che fermino Sergio Lari, Antonio Ingroja, Nino Di Matteo, non lasciamoli soli, impediamo che chiudano la bocca a Massimo Ciancimino, che si muova il CSM, facciamogli capire che dovranno passare sui nostri corpi, che dopo 17 anni non ci lasceremo strappare ancora una volta la verità. Il nostro grido di RRRESISTENZAAAAA deve essere un urlo nelle loro orecchie, un urlo gridato da vicino, sotto le finestre di quei palazzi in cui sono in tanti a sapere ed ad avere occultato la verità. Il 19 luglio in via d'Amelio abbiamo fatto scoccare la scintilla, ora è necessario l'incendio.

domenica 27 settembre 2009

La Canzone dell'amore perduto

Ricordi sbocciavan le viole
con le nostre parole
"Non ci lasceremo mai, mai e poi mai",

vorrei dirti ora le stesse cose
ma come fan presto, amore, ad appassire le rose
così per noi

l'amore che strappa i capelli è perduto ormai,
non resta che qualche svogliata carezza
e un po' di tenerezza.

E quando ti troverai in mano
quei fiori appassiti al sole
di un aprile ormai lontano,
li rimpiangerai

ma sarà la prima che incontri per strada
che tu coprirai d'oro per un bacio mai dato,
per un amore nuovo.

E sarà la prima che incontri per strada
che tu coprirai d'oro per un bacio mai dato,
per un amore nuovo.


Buona Domenica a Tutti!

sabato 26 settembre 2009

Sempre meno Libertà per il popolo della Rete... tutto avviene in silenzio

Nei giorni scorsi dalle colonne di Punto ho avuto l’ingrato compito di informare la Rete che un’altra minaccia muoveva dal Parlamento contro la libertà di informazione: si trattava - e sfortunatamente si tratta ancora oggi - del DDL Pecorella-Costa attraverso il quale ci si prefigge l’obiettivo di estendere a tutti i “siti internet aventi natura editoriale” la vecchia disciplina sulla stampa.

Ho già spiegato per quali ragioni l’eventuale approvazione del DDL nella sua originaria formulazione determinerebbe un autentico terremoto nelle dinamiche dell’informazione on-line e mi sembra, pertanto, qui sufficiente rinviare all’articolo su Punto.

Credo che continuare a discutere della nuova iniziativa legislativa anti-Rete sia importante perché consente di tenere alta l’attenzione dei media su un problema che, altrimenti, rischia di esser sottovalutato dal Palazzo; ho, proprio per questo, lanciato un nuovo dibattito su questo tema nell’ambito di Diritto alla Rete, la piattaforma lanciata con gli amici Alessandro Gilioli e Enzo Di Frenna, questa estate in occasione del DDL Alfano.

Ad un tempo, tuttavia, l’esperienza insegna che alzare barricate e limitarsi ad evidenziare i limiti di talune iniziative legislative non basta.

Nelle scorse ore, pertanto, con gli amici dell’Istituto per le politiche dell’innovazione ho raccolto l’invito dell’On. Cassinelli a iniziare a lavorare ad un emendamento al disegno di legge Pecorella - Costa suscettibile di salvaguardare la libertà di informazione in Rete senza, tuttavia, sottrarre la Rete al rispetto delle medesime regole che valgono nel mondo degli atomi.

Trovate sulle paginewiki dell’Istituto una prima bozza dell’emendamento aperta alla discussione ed ai commenti di quanti vorranno lavorarvi.

Non si tratta, naturalmente, del miglior emendamento possibile ma, con l’aiuto di tutti, potrebbe presto divenirlo.

L’idea ispiratrice dell’emendamento che l’On. Cassinelli ha manifestato l’intenzione di voler presentare alla Commissione Giustizia della Camera non appena ciò sarà possibile è quella di limitare l’applicabilità della vecchia legge sulla stampa ai soli “giornali, periodici e agenzia di stampa” diffuse on-line anziché su supporto cartaceo e di escludere espressamente dall’ambito di applicabilità i contenuti postati su blog o qualsivoglia altro sito internet di diversa natura.

Chi non avesse voglia di navigare fino al wiki dell’Istituto per le politiche dell’innovazione, trova qui di seguito il testo dell’emendamento nella sua attuale formulazione:

Alla II^ Commissione permanente (Giustizia)

Modifiche alla legge 8 febbraio 1948, n. 47, al codice penale e al codice di procedura penale in materia di diffamazione, di diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di diffusione, di ingiuria e di condanna al querelante. (A.C. 881)

PROPOSTA DI EMENDAMENTO

ART. 1

Il comma 1, è eliminato.
Al comma 2, lettera b) l’espressione “Per i siti informatici” è sostituita con “Per i giornali, periodici o agenzie di stampa di cui all’art. 10 bis..”.
Al comma 2, lettera d) l’espressione “per quanto riguarda i siti informatici” è sostituita con “Per i giornali, periodici o agenzie di stampa di cui all’art. 10 bis..”.
Dopo il comma 2, è aggiunto il seguente comma 2bis: «Dopo l’art. 10 della legge 8 febbraio 1948, n. 47 è inserito il seguente: Art. 10-bis. (Giornali, periodici e agenzie di stampa on-line) 1. La presente legge si applica altresì ad ogni giornale, periodico o agenzia di stampa diffuso a mezzo internet purché esso sia prodotto nell’esercizio di un’impresa editoriale. 2. Restano esclusi dall’ambito di applicazione della presente legge i contenuti diffusi al pubblico, a mezzo internet, al di fuori dell’esercizio di un’impresa editoriale anche laddove essi siano prodotti nell’ambito di un’attività lucrativa o comunque suscettibile di produrre un vantaggio economico diretto o indiretto per l’autore della pubblicazione. 3. Gli intermediari della comunicazione che esercitino una delle attività di cui agli artt. 14, 15 e 16 del decreto legislativo n. 70 del 9 aprile 2003 non costituiscono, in relazione ai contenuti pubblicati dai propri utenti, imprese editoriali ai fini della presente legge.


fonte: http://www.guidoscorza.it/?p=1104

venerdì 25 settembre 2009

I Primati della Provincia di Agrigento

La situazione della provincia di Agrigento continua ad essere drammatica sotto diversi punti di vista: la disoccupazione è in crescita, l’emigrazione è in crescita, gli incidenti stradali mortali e non determinati dalle precarie condizioni delle nostre arterie di collegamento su gomma sono in crescita, i collegamenti ferroviari sono poco efficienti ed in molti tratti non esistono proprio più da tempo, le ragnatele nelle casse dell’ente provincia sono in crescita: insomma va tutto bene.
Continuiamo infatti a detenere diversi primati invidiabili: siamo l’ultima provincia d’Italia per qualità e quantità dei servizi offerti, siamo l’ultima provincia d’Italia per l’aumento delle assenze per malattia nell’amministrazione pubblica (nel periodo luglio 2008 – luglio 2009), siamo l’ultima provincia d’Italia ed alle volte riusciamo pure ad essere fieri di esserlo.
I giovani scappano letteralmente, alla ricerca di posti di lavoro migliori o, quasi sempre, alla ricerca semplicemente di un lavoro degno, qualsiasi esso sia. I giovani scappano da un territorio che non offre adeguati servizi scolastici ed universitari cosicchè si è costretti ad andare via per cominciare gli studi o per completarli decorosamente. Siamo la prima provincia d’Italia per numero di laureati disoccupati o per numero di laureati che sono andati a svolgere un lavoro più umile e completamente diverso rispetto alla laurea che hanno conseguito dopo anni di sacrificio, anche economico.
Dove vogliamo andare? E soprattutto come vogliamo andarci? Dall’esistenzialismo torniamo alla realtà. Buona parte delle nostre strade non dovrebbero surrogarsi il diritto di essere chiamate “strade” poiché non garantiscono la sicurezza del cittadino, perché spesso non possiedono barriere di protezione nuove ed adeguate alle ulteriori leggi e normative europee in merito alla sicurezza stradale, perché sono costituite invece da curve alla cieca, da entrate o uscite pericolosissime, da sterpaglie ed erbacce che, alle volte, coprono addirittura la segnaletica, sempre che questa sia presente ai bordi delle nostre arterie o sull’asfalto.
Eppure, notizia di questi giorni, si parla di aereoporto da realizzare nei pressi di Licata o da qualche altra parte come se si trattasse di un bisogno impellente, di priorità assoluta. Certo, avere un aereoporto nella nostra provincia che detiene così tanti primati sarebbe un modo perfetto per poter aggiungere altre soddisfazioni, nessuno potrebbe negare l’importanza di una tale opera semmai un giorno sarà realizzata. Poi, allo stesso modo, dovremo capire come arrivare a questo nuovo aereoporto viste le condizioni delle nostre strade provinciali e non, perché fino a questo momento agli utenti di Sciacca per esempio converrebbe ugualmente dirigersi verso il “Falcone e Borsellino” di Palermo: occorrerebbe sicuramente meno tempo e l’autostrada comporta una percorrenza un po’ più piacevole. Infatti, tra i nostri primati provinciali, non possiamo omettere di affermare che siamo l’unica provincia d’Italia (e forse del mondo?) a non avere uno straccio di autostrada o qualcosa magari di simile. Si sono alternate le amministrazioni, di destra e di sinistra, si sono alternati progetti su progetti ma, come al solito, parole tante e fatti nessuno.
Non è un caso che i facoltosi ospiti del Golf Resort Rocco Forte cominceranno presto a giungere in contrada Verdura in elicottero atterrando direttamente all’interno del fortino inglese.
La provincia di Agrigento, tra qualche mese, ed in particolare Agrigento città, Porto Empedocle, la Valle dei Templi, la culla della cultura e del sapere, saranno investiti dalla costruzione di un enorme opera: il rigassificatore. Il colpo d’occhio di un sito dichiarato Patrimonio Unesco sarà da brividi, al cospetto del rigassificatore tutto le pale eoliche di questa terra sembreranno allegri aquiloni. Oltre alla scelta del luogo si potrebbe discernere per ore circa la pericolosità della struttura, in un territorio ad elevato impatto sismico, in un territorio che ha in seno i grandi vulcani attivi d’Europa, l’Etna ed Empedocle nel canale di Sicilia, ma preferiamo sorvolare. Ognuno evidentemente sa quello che fa e di conseguenza se ne assume ogni responsabilità nei confronti dei cittadini, degli elettori, dell’ambiente, della salute e della vita.
In provincia di Agrigento, seguendo le direttive del Parlamento nazionale, si è stati celerissimi nel privatizzare l’acqua e cedere una fonte di vita alla legge del business e del profitto, la stessa velocità non si è quasi mai riscontrata nel verificare l’integrità delle principali strutture pubbliche, soprattutto la scuola, entità in declino. Alcuni edifici basta semplicemente guardarli per accorgersi di quanto siano vetusti, del come non si sia mai provveduto a passare una tinteggiata alle mura, della quantità delle infiltrazioni e dell’umidità: un vero toccasana per le ossa degli studenti e degli insegnanti.
Già gli insegnanti. Questa specie in via di estinzione, sacrificata sull’altare di un economia che continua a tagliare sulla cultura, sul sapere, sull’informare. Tra poco, forse, dichiareranno illegali anche gli assembramenti di più di tre persone: troppi scambi di idee possono nuocere gravemente alla salute. Sono nella provincia di Agrigento sono più di 800 i precari del settore scuola segati dalle direttive della Gelmini e di Tremonti: 800 padri e madri di famiglia. “Il prossimo anno scolastico verranno reintegrati” si è affrettata a dichiarare la Gelmini: subentreranno ai segati del prossimo anno! La ruota gira per tutti, si sa.
In mezzo a tutto questo, sembra l’ultimo pensiero per esempio capire perchè e percome la provincia di Agrigento presta i locali dell'urp di Sciacca a Girgenti Acque, a quale titolo e se la società che gestisce il servizio idrico paga qualcosa in termini di affitto: sempre a proposito di trasparenza negli atti amministrativi siamo ancora in attesa di leggere il Piano d’Ambito, il contratto che lega la Girgenti Acque con i 43 comuni della provincia. Forse il presidente della provincia nonché presidente dell’ATO di Agrigento potrà un giorno lenire questa nostra curiosità: vorremmo quantomeno sapere a quanto ammonteranno le bollette dell’acqua nei prossimi anni.
E del cemento depotenziato (o della sabbia potenziata) dell’ospedale San Giovanni Di Dio di Agrigento ne vogliamo parlare? E dell’abbandono delle Terme di Sciacca invece?
Mentre qualcuno continua a giocare al gioco delle tre carte e scambiare deleghe con deleghe come facevano i bambini fino a qualche tempo fa con le figurine di calcio, avevamo appreso con soddisfazione, pochi mesi fa in sede di campagna elettorale, la dichiarazione dell’attuale premier Silvio Berlusconi (Pdl): “le provincie sono solo enti mangiasoldi, che servono a nominare altre figure mangiasoldi. Andrebbero abolite tutte.”
Peccato che abbia cambiato idea.

Calogero Parlapiano - tratto da "ControVoce"

giovedì 24 settembre 2009

Le strade a Sciacca sono una Frana... basta un pò di pioggia e...

Le prime giornate di pioggia autunnale hanno causato disagi alla circolazione stradale saccense.
In diverse zone della nostra città non sono mancati gli allagamenti ed alcune strade si sono trasformate in un agglomerato di pozzenghere e fanghiglia.
Il caso più interessante riguarda però la via Tommaso Camapanella.
La discesa, che è abbastanza ripida, diventa assia scivolosa quando piove e difficilmente guidabile.
Da quanto ci riferiscono i residenti della zona, la strada non viene asfaltata da decenni e questo determina una condizione di scarsa sicurezza per tutti i conducenti di veicoli a motore in quanto per esempio le gomme delle auto non riescono ad essere più aderenti con questo asfalto ormai vetusto.
La strada avrebbe bisogno di una nuova bitumatura o quanto meno di una scarificazione che possa consentire una migliore aderenza dei pneumatici sull'asfalto.
Non sono rari i casi di vetture che scendendo da questa arteria stradale vanno a tamponare le auto parcheggiate ai bordi della strada per la felicità dei legittimi proprietari. Questi tamponamenti si sono ripetuti anche ieri.
Oltre al danno la beffa sarebbe il caso di dire. Una signora che ha subito dei danni alla propria auto in sosta regolarmente parcheggiata ha dovuto subire il valzer delle competenze col risultato che ieri pomeriggio nè la polizia di stato nè quella municipale si sono presentate in zona per verificare l'accaduto.
Sicuramente una questione che dovrà essere debitamente attenzionata e risolta presto dato che ormai la stagione delle pioggie sembra essere giunta.
Inoltre la scalinata laterale versa in condizioni indecenti e con la pioggia diventa impercorribile.
Ci spostiamo adesso in contrada Ragana-Castellana.
Le segnalazioni sulla principale arteria stradale di quest'area si ripetono da tempo ma ancora nulla è stato fatto. Sono diversi i punti nei quali sono ben visibili le frane e le buche che aumentano di giorno in giorno e che determinano una elevata condizione di pericolosità. Del resto le immagini parlano chiaro e se ogni tanto le vedete saltare non è perchè il vostro televisore non funziona ma perchè stiamo transitando su un punto franoso. E Naturalmente le pioggie non fanno altro che aggravare questa situazione proprio in una zona dove manca quasi totalmente anche la segnaletica orizzontale e verticale.
All'ingresso di questa contrada e per tutti coloro che vi vogliono accedere per piacere o per bisogno sarebbe bene collocare un bel cartello con su scritto: "A vostro rischio e pericolo", tanto sono le difficoltà ed i disagi per chiunque si trovi da quelle parti.
Infine, ma non per ultimo, sempre nella stessa contrada e nei punti attenzionati sarà qualche secolo che non si procede alla scerbatura che è ben visibile in entrambi i bordi della carreggiata. Ma questa a Sciacca è soltanto una nota di colore...

Il coraggio delle Idee

Una canzone di qualche anno diceva: “L’estate sta finendo e un anno se ne va”. Anche la nostra estate ormai si avvia alla conclusione mentre ci auguriamo che qualcosa di carino accada a Sciacca prima della fine dell’anno in merito ad eventi e spettacoli.
La cosiddetta Sciaccaestate 2009 è stata povera di grosse manifestazioni ma alla fine le date sono state riempite lo stesso. Insomma chi si è accontentato non è andato deluso poiché tra mostre, spettacoli teatrali, qualche concertino all’aperto e caffè letterari molte serata sono trascorse in modo piacevole ed a tratti divertente.
Il fenomeno nuovo di questa estate appena passata sono stati per l’appunto i caffè letterari, un modo nuovo e diverso per veicolare la cultura, il sapere, per conoscere libri pregevoli ed incontrare gli autori. E’ arrivata a Sciacca gente di prestigio come Gaetano Savatteri, Roberto Scarpinato, Enrico Bellavia, Maurizio De Lucia, Carlo Vulpio, Raimondo Moncada: gente esperta che ha saputo conquistare la platea, firmare autografi su libri appena acquistati, farsi scattare foto insieme ai fans. Insomma in un tempo nel quale, a detta di tutti, si consuma poca cultura e si vendono pochi libri, questa ondata di incontri è stata molto apprezzata e seguita, non solo dagli addetti ai lavori ma da tutti coloro che sono assetati di conoscere e di comprendere determinati fatti in modo diverso, forse più diretto.
Accanto ai caffè letterari, non possiamo tralasciare di parlare delle sedi di questi incontri: il Castello Luna, il Castello Incantato ed il Complesso Monumentale della Badia Grande. Tutti luoghi incantevoli, restituiti alla città, luoghi un tempo semiabbandonati ed adesso riaperti, fruibili e soprattutto molto belli e tenuti bene.
Alla Badia Grande si è svolto dal 25 al 30 agosto la seconda edizione dello Sciacca Film Fest la cui prima edizione invece era stata realizzata all’interno dell’atrio comunale. Questo festival del cinema ha sicuramente avuto successo, ha coinvolto tanti ragazzi nell’organizzazione mentre tante le fasce d’età appassionate di corto e lungometraggi. Anche le proiezioni sono state un ottimo modo per veicolare tematiche spesso ignorate da altri media come quella dell’immigrazione, dell’acqua o del conflitto arabo – israeliano. La gente segue, partecipa, spende, segno tangibile che non si cerca soltanto il grande spettacolo, il cantante di fama nazionale ma anche il dettaglio, l’arte fatta in casa, il coraggio di osare e di credere che qualcosa di diverso si possa organizzare.
Albert Einstein scriveva: “Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare, fino a quando arriva un pazzo che non lo sa e la realizza.” Dovremmo riflettere a lungo su questa frase, sia i cittadini che le amministrazioni pubbliche. Si può cambiare registro, si può sperimentare, si può avere successo portando in scena cose diverse, troppe volte si rinuncia ad offrire un evento soltanto perché non rientra nei canoni tradizionali. Forse questa estate è servita anche a questo, grazie ai privati che ci hanno creduto, grazie alle associazioni che hanno creato, grazie ai gruppi teatrali che credono in quello che fanno.
Tra arte, libri, esposizioni e musica, forse è mancato un po’ lo sport. Abbiamo avuto a fine agosto “Momenti di Sport” con la seconda esibizione dei migliori schermitori italiani, siciliani e locali ma è stato l’unico evento sportivo. Su questo terreno si può e si deve fare di più e non solo in estate. L’atavico problema della mancanza a Sciacca di un palazzetto dello sport sicuramente influisce negativamente e depotenzia da troppo tempo ormai un settore che no muore solo per la grande passione dei ragazzi e degli allenatori coinvolti: l’amministrazione deve fare qualcosa, il tempo delle promesse è giunto al capolinea. Da adesso in poi si deve lavorare. E di gran lena.
Sciacca dimostra tutti i giorni di non essere soltanto il paese del carnevale ma una città di artisti, di gente appassionata, che sa andare incontro alla vita con allegria e decisione al contempo, gente che sente il bisogno di “fare”, di vivere, di muoversi, una città viva e dinamica: ci vogliamo augurare che tutte queste prerogative non siano solo appannaggio degli elementi della società civile ma anche dei responsabili della cosa pubblica, degli enti, degli amministratori a tutti i livelli.
Per esempio, sarebbe “cosa buona e giusta” cominciare sin da questi giorni a programmare gli eventi del prossimo periodo natalizio nonché le sfilate, il programma, i passaggi televisivi legati al Carnevale 2010. Non si può proseguire sul terreno della superficialità, non si può giungere all’ultimo momento per poi sentirsi dire: “ormai è troppo tardi per realizzare qualcosa.” E’ troppo tardi quando qualcuno decide di perdere del tempo prezioso, è troppo tardi quando si guarda a distruggere con polemiche sterile ed inutili anziché costruire tutti insieme per la città, è troppo tardi quando per crescere si decide di rimanere fermi, arroccati su posizioni antiquate.
Programmazione, coraggio, voglia di sperimentare, ricerca per tempo di fondi pubblici e sponsor: sembrano pazzie, basterebbe semplicemente organizzarsi ed avere uno staff di persone qualificate che lavorano soltanto su quello.
Questa estate che ha visto l’esibizione del bravo Don Backy, che ha affidato il ferragosto a gruppi locali solari ed energici come gli Skarafunia, che ha veicolato idee e sani principi ha dimostrato che qualcosa di nuovo è sempre possibile e che il “nuovo” può anche coincidere con il “bello”.
Non dimentichiamo questa lezione, altrimenti un’altra estate, un altro anno sarà trascorso come tutti i precedenti: invano.

Calogero Parlapiano - tratto da "ControVoce"

mercoledì 23 settembre 2009

Per chi suona la Campan...ella

Nel 1940 lo scrittore statunitense Ernest Hemingway pubblicava il romanzo di successo internazionale “Per chi suona la campana”. In questi giorni a Sciacca, così come nel resto d’Italia, ricomincia la scuola e parafrasando quel titolo potremmo chiederci: “Per chi suona la campanella?”
Ad onor del vero alcuni studenti sono già da settimane dietro i banchi, sono tutti quelli che nel passato anno scolastico hanno riportato un debito formativo, debito che doveva essere saldato già durante i primi giorni di settembre con la frequenza di alcune ore di lezione e con un piccolo esamino finale. La scuola vera e propria comincerà ufficialmente venerdì 18 settembre ma naturalmente alcuni istituti saccensi, in piena autonomia, hanno deciso di anticipare il suono della campanella di qualche giorno.
Stiamo parlando non solo delle scuole superiori, licei ed istituti professionali ma anche delle scuole medie e delle scuole elementari. Intanto, a prescindere dal giorno in cui inizieranno le lezioni, siamo sicuri che si tratterà di un anno di passione sia per gli studenti che per il corpo docente. Le nuove leggi e disposizioni che riguardano la pubblica istruzione stanno fomentando tante polemiche e non è difficile immaginare che, sin dalle prime settimane di scuola, possano venire organizzate proteste, scioperi e manifestazioni. Naturalmente occorre rispettare tutti quegli studenti che vogliono fare regolarmente lezione, quegli studenti che non intendono perdere ore di lezione e che invece sono d’accordo con quanto sta accadendo ai piani alti dei ministeri. Il diktat del ministro Maria Stella Gelmini è stato chiaro: “I professori facciano lezione in classe e non politica”.
Finiti i tempi dunque quando si riteneva la scuola un centro imprescindibile di confronto e crescita culturale per tutte le parti in causa in un dibattito.
La scuola, così come veniva intesa fino a 15 o 20 anni fa, non esiste più, c’è chi affermerà che si sta tornando indietro, per altri invece si è andati così avanti da aver perso la giusta direzione.
Sta di fatto che gli insegnanti sono maltrattati, precarizzati e di conseguenza demotivati mentre gli studenti, nel pieno del loro fermento dovuto alla crescita, allo sviluppo, alla formazione in itinere, non ci stanno ad assumere delle conoscenze sotto forma di concetti nozionistici: vogliono essere stimolati, accompagnati durante il viaggio della loro adolescenza e spesso riescono ad imparare di più commentando la vita di tutti i giorni che non sfogliando libri su libri. La gestione dell’istruzione in Italia deve essere ripensata, non si tratta e non si deve trattare soltanto di parlare di tagli, incentivi, punteggi, classifiche e voti, occorre rivalutare e rivedere la didattica, il modo di far apprendere, riportare in auge alcune discipline: il mondo è cambiato, i bisogni sono nuovi, molteplici e diversi rispetto al passato e la scuola dovrebbe adeguarsi e non rimanere ancorata a determinati dettami. Questa dovrebbe essere la prima e principale riforma della scuola. Ma naturalmente a questo non si pensa mai.
Un altro tasto dolente è rappresentato dagli istituti scolastici, intesi come struttura fisica. A Sciacca, per esempio, sono decenni che non viene costruita o semplicemente progettata una nuova scuola, spesso ci troviamo innanzi edifici vecchi, ai quali mai è stata data una riverniciata, dove spesso ai bagni manca l’acqua, per non parlare poi delle misure riguardanti la sicurezza, uscite di emergenza e quant’altro o delle misure per i diversamente abili. E’ chiaro che la situazione non è dovunque la stessa. Per esempio il locale Liceo Classico “T.Fazello” è stato ristrutturato e si presenta anche piacevole e bello alla vista di chi lo frequenta. Alcuni istituti, tuttora, non hanno una sede propria ma sono collocati all’interno di edifici privati ai quali il comune (e/o la provincia di Agrigento) versano ogni anno ingenti somme per la locazione.
Nei mesi più piovosi non è complicato osservare edifici che lamentano infiltrazioni d’acqua piovana o umidità: i ragazzi dovrebbero essere messi nelle migliori condizioni possibili per poter apprendere meglio ed al contempo a loro spetta il compito di rispettare l’edificio, di non sporcarlo, di non rompere nulla, non solo per loro ma anche per tutti quegli studenti che subentreranno alla conclusione del loro ciclo di studi in modo da garantire minori esborsi alle esangui casse ministeriali.
Insomma la campanella è suonata ormai per tutti, docenti, alunni e genitori. Non si tratta soltanto della campanella della scuola ma anche di quella che segnala l’allarme, di tenere alta la concentrazione, di controllare la crescita del prezzo dei libri e di tutto il materiale occorrente per gli alunni, di verificare che lo Stato garantisca una scuola per tutti e che non finanzi solo gli enti privati, di non abbassare la guardia dei diritti e dei doveri all’istruzione, al sapere, alla cultura, all’informazione poiché non è in ballo soltanto questo anno scolastico, il 2009/2010, ma la formazione della futura società e di quelle generazioni che avranno il compito di far sviluppare in meglio Sciacca, la Sicilia e l’Italia.

Calogero Parlapiano - tratto da "ControVoce"

martedì 22 settembre 2009

A passo di gambero nei servizi idrici

Il governo ha chiuso il Comitato di vigilanza sui servizi idrici. La sua attività non è stata brillante, ma l'inadeguatezza deriva dal profilo istituzionale debole, dal potere decisionale praticamente nullo, dalla totale assenza di indipendenza dalla politica, dall'esiguità delle risorse. Ora la nuova commissione che lo sostituisce accentua le debolezze invece di risolverle. Intanto, il rapporto annuale sulla situazione dei servizi idrici certifica l'involuzione del sistema, con il continuo rinvio di investimenti e modernizzazione.

Diceva Otto von Bismarck che coloro che rispettano le leggi e amano i würstel non dovrebbero mai cercare di sapere come le une e gli altri vengono fatti. Potremmo aggiungere che, quanto a salsicce, è probabile che noi italiani potremmo insegnare qualcosa agli amici tedeschi; ma quanto a leggi, le nostre riescono talvolta ad essere più indigeribili del peggior insaccato.

DAL COVIRI ALLA COMMISSIONE

Ne volete un esempio?
Il decreto legge 28 aprile 2009, n. 39, recante “Interventi urgenti in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici nella regione Abruzzo nel mese di aprile 2009 e ulteriori interventi urgenti di protezione civile”, all’articolo 9 bis riesce a infilare, tra una tendopoli e un prestito agevolato, nientemeno che la riforma del sistema di regolazione dei servizi idrici a scala nazionale, con la soppressione dell’attuale Comitato di vigilanza (Coviri) e la sua sostituzione con una commissione che ne erediterebbe le funzioni. Non è solo un cambio di nome, ma di sostanza. Al di là della riduzione dei membri dell’attuale Coviri da sette a cinque, cosa peraltro auspicabile, l’ente perde il suo braccio operativo, l’Osservatorio sui servizi idrici, le cui funzioni vengono inglobate nella suddetta commissione, che si troverebbe a svolgerle senza il supporto di una struttura tecnica.
La scusa, piuttosto fragile, è il varo di un “Programma nazionale per il coordinamento delle iniziative di monitoraggio, verifica e consolidamento degli impianti per la gestione dei servizi idrici”, ossia la valutazione della loro tenuta antisismica. Non potendosi fare con le istituzioni esistenti (evidentemente non bastava inviare una direttiva alle Aato, secondo un capitolato tecnico preciso definito dalla Protezione civile), si è pensato bene di affidare questo complesso incarico sempre alla stessa commissione, finanziandone l’onere con la riduzione dei membri. Già che ci siamo, approfittandone per allontanare qualche personaggio scomodo.
Il risultato non è, come qualcuno potrebbe superficialmente pensare, una semplice riduzione dei costi della politica, spendendo meglio un paio di centinaia di migliaia di euro all'anno. È semmai una pietra tombale sulle residue speranze che la cosiddetta “riforma dei servizi pubblici locali” possa contare su un sistema di regolazione economica degno di questo nome. Tutte le analisi del settore idrico riconducono alla debolezza del quadro regolatorio una parte importante dei problemi in cui il settore ancor oggi si dibatte, a quindici anni dalla riforma che voleva rilanciarlo come servizio industriale e finanziariamente autosufficiente.
La regolazione economica ha una finalità fondamentale: quella di costruire il quadro entro il quale gli investimenti possono essere sostenibili per chi li fa e sopportabili per chi li deve pagare. Presuppone regole contabili molto analitiche, decisioni continue per riconciliare investimenti e dinamica tariffaria, analisi comparate dell’efficienza, raccolta ed elaborazione continua di dati che permettano di supportare le decisioni degli enti locali, canali efficaci di dialogo con l’opinione pubblica volti alla tutela del consumatore. E ancora, arbitraggio delle controversie tra gestori ed enti locali in materia economico-tariffaria, gestione dei programmi finanziari straordinari di competenza statale. (1)

UN SISTEMA IN INVOLUZIONE

Va detto che il Coviri si è sempre dimostrato impotente e inadeguato ai compiti importanti, benché insufficienti, che la legge gli attribuiva: a distanza di quindici anni dalla sua istituzione, è riuscito a combinare ben poco. E questo nonostante le personalità di primissimo piano che si sono alternate alla sua guida, da Gilberto Muraro all’attuale presidente, Roberto Passino. Ma non basta un ottimo generale per fare un buon esercito. L’inadeguatezza del Coviri deriva dal profilo istituzionale debole, dal potere decisionale praticamente nullo, dalla totale assenza di indipendenza dalla politica, dall’esiguità delle risorse attribuitegli, dall’essere costretto ormai da un decennio a procrastinare decisioni fondamentali aspettando che l’occasione sia propizia per il ministro di turno. Per non dire dell’evidente assenza, nella legge che lo ha istituito, delle più elementari nozioni di regolazione economica, a cominciare dal nome: quel Comitato per la vigilanza sull’uso delle risorse idriche che confonde in modo spettacolare la questione politico-ambientale di disciplinare l’uso delle risorse, che tra l’altro non rientra nemmeno tra le sue competenze, con quella economico-tecnica di regolare i servizi.
Pochi, dunque, ne sentiranno la mancanza. Ma la nuova commissione non sembra certo un passo nella direzione giusta.
Il Coviri è troppo debole e subordinato, e il governo che fa? Lo indebolisce ulteriormente. In tutto il mondo ci si dota di strumenti di regolazione economica sempre più orientati verso l’istituzione di poteri terzi rispetto alla dialettica tra ente concedente e gestore, e il governo che fa? Soffoca nella culla anche quel poco che c’era, puntando tutte le sue carte sulle fantomatiche gare istituite dalla legge 133/08, ai sensi del quale la “commissione” viene tra l’altro insignita del compito di esprimere i pareri di congruità sulle decisioni degli enti locali, elevando al rango di Autorità di settore quello che invece è un semplice organo consultivo privo di alcuna struttura.
Nel frattempo, l’acqua soffre. Il BlueBook 2009, rapporto annuale sulla situazione dei servizi idrici realizzato da Utilitatis e Anea, certifica l’involuzione di un sistema che non riesce a investire, non riesce a guardare lontano, a dispetto dei solenni impegni del legislatore e degli appuntamenti europei, sui quali siamo in ritardo prima ancora di partire. I piani approvati dai comuni si allontanano sempre di più dalla capacità da parte dei gestori di metterli in atto. Si vivacchia tirando a campare, rinviando investimenti e modernizzazione del sistema a tempi migliori.
Voglio pensare che tale sciatteria dell’azione di governo nei confronti dei servizi idrici derivi solo dalla disattenzione e dalla mancata percezione che, sull’acqua, l’Italia si gioca un pezzo non secondario del proprio futuro.

(1)Se il lettore vuole farsi un’idea più approfondita della questione, può esaminare l’analisi comparata dei sistemi di regolazione economica del servizio idrico svolta dallo Iefe-Bocconi.


di Antonio Massarutto

lunedì 21 settembre 2009

C'era una volta la libertà d'informazione in Rete

di Guido Scorza - Una proposta di legge per sottoporre alla disciplina sulla stampa tutti i siti Internet che abbiano natura editoriale. Qualsiasi cosa ciò significhi

Roma - Il 14 settembre scorso è stato assegnato alla Commissione Giustizia della Camera un disegno di legge a firma degli Onorevoli Pecorella e Costa attraverso il quale si manifesta l'intenzione di rendere integralmente applicabile a tutti i "siti internet aventi natura editoriale" l'attuale disciplina sulla stampa.

Sono bastati 101 caratteri, spazi inclusi, all'On. Pecorella per surclassare il Ministro Alfano che, prima dell'estate, aveva inserito nel DDL intercettazioni una disposizione volta ad estendere a tutti i "siti informatici" l'obbligo di rettifica previsto nella vecchia legge sulla stampa e salire, così, sulla cima più alta dell'Olimpo dei parlamentari italiani che minacciano - per scarsa conoscenza del fenomeno o tecnofobia - la libertà di comunicazione delle informazioni ed opinioni così come sancita all'art. 11 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino e all'art. 21 della Costituzione. Con una previsione di straordinaria sintesi e, ad un tempo, destinata - se approvata - a modificare, per sempre, il livello di libertà di informazione in Rete, infatti, l'On. Pecorella intende aggiungere un comma all'art. 1 della Legge sulla stampa - la legge n. 47 dell'8 febbraio 1948, scritta dalla stessa Assemblea Costituente - attraverso il quale prevedere che l'intera disciplina sulla stampa debba trovare applicazione anche "ai siti internet aventi natura editoriale".

Si tratta di un autentico terremoto nella disciplina della materia che travolge d'un colpo questioni che impegnano da anni gli addetti ai lavori in relazione alle condizioni ed ai limiti ai quali considerare applicabile la preistorica legge sulla stampa anche alle nuove forme di diffusione delle informazioni in Rete.
Ma andiamo con ordine.
Quali sono i "siti internet aventi natura editoriale" cui l'On. Pecorella vorrebbe circoscrivere l'applicabilità della disciplina sulla stampa?
Il DDL non risponde a questa domanda, creando così una situazione di pericolosa ed inaccettabile ambiguità.
Nell'Ordinamento, d'altro canto, l'unica definizione che appare utile al fine di cercare di riempire di significato l'espressione "sito internet avente natura editoriale" è quella di cui al comma 1 dell'art. 1 della Legge n. 62 del 7 marzo 2001 - l'ultima riforma della disciplina sull'editoria - secondo la quale "Per «prodotto editoriale» (...) si intende il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici".
Si tratta, tuttavia, di una definizione troppo generica perché essa possa limitare effettivamente ed in modo puntuale il novero dei siti internet definibili come "aventi natura editoriale".

Tutti i siti internet attraverso i quali vengono diffuse al pubblico notizie, informazioni o opinioni, dunque, appaiono suscettibili, in caso di approvazione del DDL Pecorella-Costa, di dover soggiacere alla vecchia disciplina sulla stampa.
Ce n'è già abbastanza per pensare - ritengo a ragione - che nulla nel mondo dell'informazione in Rete, all'indomani, sarebbe uguale a prima.
Ma c'è di più.

Il DDL Pecorella Costa, infatti, si limita a stabilire con affermazione tanto lapidaria nella formulazione quanto dirompente negli effetti che "le disposizioni della presente legge (n.d.r. quella sulla stampa) si applicano altresì ai siti internet aventi natura editoriale".
La vecchia legge sulla stampa, scritta nel 1948 dall'Assemblea Costituente, naturalmente utilizza un vocabolario e categorie concettuali vecchie di 50 anni rispetto alle dinamiche dell'informazione in Rete. Quali sono dunque le conseguenze dell'equiparazione tra stampa e web che i firmatari del DDL sembrano intenzionati a sancire?

Se tale equiparazione - come suggerirebbe l'interpretazione letterale dell'articolato del DDL - significa che attraverso la nuova iniziativa legislativa si intende rendere applicabili ai siti internet tutte le disposizioni contenute nella legge sulla stampa, occorre prepararsi al peggio ovvero ad assistere ad un fenomeno di progressivo esodo di coloro che animano la blogosfera e, più in generale, l'informazione online dalla Rete.
Basta passare in rassegna le disposizioni dettate dalla vecchia legge sulla stampa per convincersene.
I gestori di tutti i siti internet dovranno, infatti, pubblicare le informazioni obbligatorie di cui all'art. 2 della Legge sulla stampa, procedere alla nomina di un direttore responsabile (giornalista) in conformità a quanto previsto all'art. 3, provvedere alla registrazione della propria "testata" nel registro sulla stampa presso il tribunale del luogo ove "è edito" il sito internet così come previsto all'art. 5, aver cura di comunicare tempestivamente (entro 15 giorni) ogni mutamento delle informazioni obbligatorie pubblicate e/o richieste in sede di registrazione (art. 6), incorrere nella "sanzione" della decadenza della registrazione qualora non si pubblichi il sito entro sei mesi dalla registrazione medesima o non lo si aggiorni per un anno (art. 7), soggiacere alle norme in tema di obbligo di rettifica così come disposto dall'art. 8 che il DDL Pecorella intende modificare negli stessi termini già previsti nel DDL Alfano e, soprattutto, farsi carico dello speciale regime di responsabilità aggravata per la diffusione di contenuti illeciti che, allo stato, riguarda solo chi fa informazione professionale.
Sono proprio le disposizioni in materia di responsabilità a costituire il cuore del DDL Pecorella e converrà, pertanto, dedicargli particolare attenzione.

Cominciamo dalla responsabilità civile.
L'art. 11 della Legge 47/1948 prevede che "Per i reati commessi col mezzo della stampa sono civilmente responsabili, in solido con gli autori del reato e fra di loro, il proprietario della pubblicazione e l'editore". Non è chiaro come il DDL Pecorella incida su tale previsione ma qualora - come appare nelle intenzioni del legislatore - con l'espressione "a mezzo della stampa", domani, si dovrà intendere "o a mezzo sito internet", ciò significherebbe che i proprietari di qualsivoglia genere di piattaforma rientrante nella definizione di "sito internet avente natura editoriale" sarebbero sempre civilmente responsabili, in solido con l'autore del contenuto pubblicato, per eventuali illeciti commessi a mezzo internet.
Fuor di giuridichese questo vuol dire aprire la porta ad azioni risarcitorie a sei zeri contro i proprietari delle grandi piattaforme di condivisione dei contenuti che si ritrovino ad ospitare informazioni o notizie "scomode" pubblicate dai propri utenti. Il titolare della piattaforma potrebbe non essere più in grado di invocare la propria neutralità rispetto al contenuto così come vorrebbe la disciplina europea, giacché la nuova legge fa discendere la sua responsabilità dalla sola proprietà della piattaforma. Si tratta di una previsione destinata inesorabilmente a cambiare per sempre il volto dell'informazione online: all'indomani dell'approvazione del DDL, infatti, aggiornare una voce su Wikipedia, postare un video servizio su un canale YouTube o pubblicare un pezzo di informazione su una piattaforma di blogging potrebbe essere molto più difficile perché, naturalmente, la propensione del proprietario della piattaforma a correre un rischio per consentire all'utente di manifestare liberamente il proprio pensiero sarà piuttosto modesta.

Non va meglio, d'altro canto, sul versante della responsabilità penale.
Blogger e gestori di siti internet, infatti, da domani, appaiono destinati ad esser chiamati a soggiacere allo speciale regime aggravato di responsabilità previsto per le ipotesi di diffamazione a mezzo stampa o radiotelevisione.
A nulla, sotto questo profilo, sembrano essere valsi gli sforzi di quanti, negli ultimi anni, hanno tentato di evidenziare come non tutti i prodotti informativi online meritino di essere equiparati a giornali o telegiornale. Si tratta di un approccio inammissibile che non tiene in nessun conto della multiforme ed eterogenea realtà telematica e che mescola in un unico grande calderone liberticida blog, piattaforme di UGC, siti internet di dimensione amatoriale e decine di altri contenitori telematici che hanno, sin qui, rappresentato una preziosa forma di attuazione della libertà di informazione del pensiero.
Ci sarebbe molto altro da dire ma, per ora, mi sembra importante iniziare a discutere di questa nuova iniziativa legislativa per non dover, in un futuro prossimo, ritrovarci a raccontare che c'era una volta la libertà di informazione in Rete.

domenica 20 settembre 2009

Perdite idriche, Pinetina sporca, Galleria al buio

Ancora segnalazioni giungono alla nostra emittente da privati cittadini.
In Via Amendola insiste da giorni una cospicua perdita idrica.
L'arteria stradale la settimana scorsa era stata interdetta al traffico appunto per questo motivo, adesso invece si può transitare ma il problema non è stato risolto, anzi persiste.
Una strada che continua ad essere dunque al centro del dibattito civile in quanto la situazione venutasi a creare dopo la frana dei mesi passati non è stata ancora risolta ed adesso si è aggiunta anche la perdita idrica che, copiosa, scivola fino alla attigua via Dante Alighieri.
Insomma altri disagi per residenti e per attività commerciali.
Ci spostiamo adesso dall'altra parte della città.
Nel quartiere di San Michele e precisamente nell'area sottostante al Macello ci siamo trovati innanzi ad una gran mole di rifiuti.
La pinetina antistante alla chiesetta di San Onofrio è preda dell'inciviltà e dell'incuria.
Bottiglie di vetro rotte, cartacce, bicchieri di plastica, lattine saranno sicuramente i resti di qualche pic nic i cui partecipanti hanno pensato bene di lasciare ricordo.
Eppure i cassonetti non sono lontani.
Ma, oltre a quelli già evidenziati, sono presenti anche altri tipi di rifiuti come per esempio diversi sacchetti di immondizia, un'antenna, delle sedie di plastica rotte ed una gran quantità di materiale edile che, non smaltito presso le sedi più consone, viene abbandonato tra gli alberi e le sterpaglie.
Risalendo invece di qualche metro lungo la strada sovrastante abbiamo trovato dietro gli appositi cassonetti del materiale in eternit, proveniente sicuramente da qualche abitante della zona che ha pensato bene di gettare tutto per terra, a pochi metri tra l'altro dalle bancarelle di generi alimentari che, durante il sabato mattina, costituiscono buona parte del mercatino rionale. Una situazione dunque paradossale.
Come sempre quando si presentano casi di questo genere ci sentiamo di rivolgere un accurato appello ai nostri concittadini nella speranza che possano avere maggiore cura della città e delle poche aree verdi esistenti nonchè rispetto di tutti coloro che credono in una Sciacca pulita ed ordinata.
Infine segnaliamo ancora una volta che la galleria Belvedere la quale collega la città con la statale 115 è ancora al buio, cosa che determina una condizione di sicuro pericolo e di insicurezza per tutti gli automobilisti, proprio in un'area che negli anni ha visto accadere purtroppo numerosi incidenti.

sabato 19 settembre 2009

Le Navi al... Veleno

"Basta essere furbi, aspettare delle giornate di mare giusto, e chi vuoi che se ne accorga?". "E il mare? Che ne sarà del mare della zona se l'ammorbiamo?". "Ma sai quanto ce ne fottiamo del mare? Pensa ai soldi che con quelli, il mare andiamo a trovarcelo da un'altra parte...". Questo dialogo tra due boss della 'ndrangheta, agli atti delle indagini coordinate da Alberto Cisterna, magistrato della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, basta per comprendere quale logica abbia mosso le navi dei veleni.

Navi che dagli anni Ottanta hanno seminato lungo le coste del Mediterraneo e dell'Africa i loro carichi di rifiuti tossici e radioattivi Meno facile è capire perché si sia dovuto aspettare vent'anni per seguire una pista che era stata indicata con chiarezza da tante inchieste e tanti pentiti. Nel 2000 l'indagine iniziata dalla magistratura di Reggio Calabria nel 1994, dopo una denuncia della Legambiente sulla Rigel, un'altra nave a perdere affondata per disfarsi di un carico radioattivo che non riusciva a trovare destinazioni lecite, fu archiviata, nonostante la gran mole di indizi, perché "mancava il corpo del reato". Difficile del resto che le prove potessero emergere da sole visto che erano state seppellite con cura in una fossa del Mediterraneo.
Ora però, grazie all'ostinazione della procura di Paola e dell'assessorato all'Ambiente della Regione, la "pistola fumante" è stata trovata: un piccolo robot è riuscito a fotografare il delitto sepolto a 487 metri di profondità, i bidoni della vergogna che spuntano dalla falla nella prua della Cunsky. Il teorema della prova irraggiungibile è crollato.

"Per troppi anni i magistrati sono stati lasciati soli mentre i processi venivano insabbiati: a questo punto tutte le inchieste vanno riaperte", chiedono Enrico Fontana e Nuccio Barillà, i dirigenti della Legambiente che hanno denunciato molte sparizioni sospette di navi. "Devono intervenire la procura nazionale antimafia e il ministero dell'Ambiente, bisogna formare un'unità di crisi per il monitoraggio delle zone in cui all'aumento della radioattività corrisponde un picco di tumori. Vogliamo sapere la verità sui legami tra il traffico di rifiuti e il traffico di armi, le connessioni con il caso Ilaria Alpi e il trafugamento di plutonio e rifiuti radioattivi".

Buona parte del lavoro è già fatto: mettendo assieme le informazioni raccolte pazientemente dai magistrati di mezza Italia è possibile costruire la mappa dei cimiteri radioattivi dei nostri mari. Un elenco di affondamenti volontari, navi che spariscono nel nulla senza lanciare il may day, troppo lungo per essere citato in versione integrale, ma basta ricordare alcuni casi per avere un'idea di quello che è successo in questi anni.

Nel 1985, durante il viaggio da La Spezia a Lomè (Togo), sparisce la motonave Nikos I, probabilmente tra il Libano e Grecia. Sempre nel 1985 s'inabissa a largo di Ustica la nave tedesca Koraline. Nel 1986 è il turno della Mikigan, partita dal porto di Marina di Carrara e affondata nel Tirreno Calabrese con il suo carico sospetto. Nel 1987 a 20 miglia da Capo Spartivento, in Calabria, naufraga la Rigel. Nel 1989 la motonave maltese Anni affonda a largo di Ravenna in acque internazionali. Nel 1990 è il turno della Jolly Rosso a spiaggiarsi lungo la costa tirrenica in provincia di Cosenza. Nel 1993 la Marco Polo sparisce nel Canale di Sicilia.

Del resto fino agli anni Novanta c'era addirittura chi teorizzava pubblicamente la sepoltura in mare dei rifiuti radioattivi. La Odm (Oceanic Disposal Management) di Giorgio Comerio si presentava su Internet offrendo i suoi servigi di affondamento su commissione. Era già in vigore la Convenzione di Londra che vieta espressamente lo scarico in mare di rifiuti radioattivi, ma la Odm, che operava dal 1987, sosteneva che non si trattava di scarico "in" mare ma "sotto" il mare perché la tecnica proposta consisteva nell'uso di una sorta di siluri d'acciaio di profondità che, grazie al loro peso e alla velocità acquisita durante la discesa, s'inabissano all'interno degli strati argillosi del fondo marino penetrando a una profondità di 40-50 metri. (La Repubblica)

venerdì 18 settembre 2009

QUEL SANGUE DEL SUD VERSATO PER IL NOSTRO PAESE

IL RACCONTO: Nel momento della tragedia non possiamo non chiederci
perché a morire sono sempre, o quasi sempre, soldati del Meridione

Quel sangue del Sud
versato per il Paese


di ROBERTO SAVIANO

Vengo da una terra di reduci e combattenti. E l'ennesima strage di soldati non l'accolgo con la sorpresa di chi, davanti a una notizia particolarmente dolorosa e grave, torna a includere una terra lontana come l'Afghanistan nella propria geografia mentale. Per me quel territorio ha sempre fatto parte della mia geografia, geografia di luoghi dove non c'è pace. Gli italiani partiti per laggiù e quelli che restano in Sicilia, in Calabria o in Campania per me fanno in qualche modo parte di una mappa unica, diversa da quella che abbraccia pure Firenze, Torino o Bolzano.

Dei ventun soldati italiani caduti in Afghanistan la parte maggiore sono meridionali. Meridionali arruolati nelle loro regioni d'origine, o trasferiti altrove o persino figli di meridionali emigrati. A chi in questi anni dal Nord Italia blaterava sul Sud come di un'appendice necrotizzata di cui liberarsi, oggi, nel silenzio che cade sulle città d'origine di questi uomini dilaniati dai Taliban, troverà quella risposta pesantissima che nessuna invocazione del valore nazionale è stato in grado di dargli. Oggi siamo dinanzi all'ennesimo tributo di sangue che le regioni meridionali, le regioni più povere d'Italia, versano all'intero paese.

Indipendentemente da dove abitiamo, indipendente da come la pensiamo sulle missioni e sulla guerra, nel momento della tragedia non possiamo non considerare l'origine di questi soldati, la loro storia, porci la domanda perché a morire sono sempre o quasi sempre soldati del Sud. L'esercito oggi è fatto in gran parte da questi ragazzi, ragazzi giovani, giovanissimi in molti casi. Anche stavolta è così. Non può che essere così. E a sgoccioli, coi loro nomi diramati dal ministro della Difesa ne arriva la conferma ufficiale. Antonio Fortunato, trentacinque anni, tenente, nato a Lagonegro in Basilicata. Roberto Valente, trentasette anni, sergente maggiore, di Napoli. Davide Ricchiuto, ventisei anni, primo caporalmaggiore, nato a Glarus in Svizzera, ma residente a Tiggiano, in provincia di Lecce. Giandomenico Pistonami, ventisei anni, primo caporalmaggiore, nato ad Orvieto, ma residente a Lubriano in provincia di Viterbo. Massimiliano Randino, trentadue anni, caporalmaggiore, di Pagani, provincia di Salerno. Matteo Mureddu, ventisei anni, caporalmaggiore, di Solarussa, un paesino in provincia di Oristano, figlio di un allevatore di pecore. Due giorni fa Roberto Valente stava ancora a casa sua vicino allo stadio San Paolo, a Piedigrotta, a godersi le ultime ore di licenza con sua moglie e il suo bambino, come pure Massimiliano Radino, sposato da cinque anni, non ancora padre.


Erano appena sbarcati a Kabul, appena saliti sulle auto blindate, quei grossi gipponi "Lince" che hanno fama di essere fra i più sicuri e resistenti, però non reggono alla combinazione di chi dispone di tanto danaro per imbottire un'auto di 150 chili di tritolo e di tanti uomini disposti a farsi esplodere. Andando addosso a un convoglio, aprendo un cratere lunare profondo un metro nella strada, sventrando case, macchine, accartocciando biciclette, uccidendo quindici civili afgani, ferendone un numero non ancora precisato di altri, una sessantina almeno, bambini e donne inclusi.

E dilaniando, bruciando vivi, cuocendo nel loro involucro di metallo inutilmente rafforzato i nostri sei paracadutisti, due dei quali appena arrivati. Partiti dalla mia terra, sbarcati, sventrati sulla strada dell'aeroporto di Kabul, all'altezza di una rotonda intitolata alla memoria del comandante Ahmad Shah Massoud, il leone del Panjshir, il grande nemico dell'ultimo esercito che provò ad occupare quell'impervia terra di montagne, sopravvissuto alla guerra sovietica, ma assassinato dai Taliban. Niente può dirla meglio, la strana geografia dei territori di guerra in cui oggi ci siamo svegliati tutti per la deflagrazione di un'autobomba più potente delle altre, ma che giorno dopo giorno, quando non ce ne accorgiamo, continua a disegnare i suoi confini incerti, mobili, slabbrati. Non è solo la scia di sangue che unisce la mia terra a un luogo che dalle mie parti si sente nominare storpiato in Affanìstan, Afgrànistan, Afgà. E' anche altro. Quell'altro che era arrivato prima che dai paesini della Campania partissero i soldati: l'afgano, l'hashish migliore in assoluto che qui passava in lingotti e riempiva i garage ed è stato per anni il vero richiamo che attirava chiunque nelle piazze di spaccio locali. L'hashish e prima ancora l'eroina e oggi di nuovo l'eroina afgana. Quella che permette ai Taliban di abbondare con l'esplosivo da lanciare contro ai nostri soldati coi loro detonatori umani.

E' anche questo che rende simili queste terre, che fa sembrare l'Afganistan una provincia dell'Italia meridionale. Qui come là i signori della guerra sono forti perché sono signori di altro, delle cose, della droga, del mercato che non conosce né confini né conflitti. Delle armi, del potere, delle vite che con quel che ne ricavano, riescono a comprare. L'eroina che gestiscono i Taliban è praticamente il 90% dell'eroina che si consuma nel mondo. I ragazzi che partono spesso da realtà devastate dai cartelli criminali hanno trovato la morte per mano di chi con quei cartelli criminali ci fa affari. L'eroina afgana inonda il mondo e finanzia la guerra dei Taliban. Questa è una delle verità che meno vengono dette in Italia. Le merci partono e arrivano, gli uomini invece partono sempre senza garanzia di tornare. Quegli uomini, quei ragazzi possono essere nati nella Svizzera tedesca o trasferiti in Toscana, ma il loro baricentro rimane al paese di cui sono originari. È a partire da quei paesini che matura la decisione di andarsene, di arruolarsi, di partire volontari. Per sfuggire alla noia delle serate sempre uguali, sempre le stesse facce, sempre lo stesso bar di cui conosci persino la seduta delle sedie usurate. Per avere uno stipendio decente con cui mettere su famiglia, sostenere un mutuo per la casa, pagarsi un matrimonio come si deve, come aveva già organizzato prima di essere dilaniato in un convoglio simile a quello odierno, Vincenzo Cardella, di San Prisco, pugile dilettante alla stessa palestra di Marcianise che ha appena ricevuto il titolo mondiale dei pesi leggeri grazie a Mirko Valentino. Anche lui uno dei ragazzi della mia terra arruolati: nella polizia, non nell'esercito. Arruolarsi, anche, per non dover partire verso il Nord, alla ricerca di un lavoro forse meno stabile, dove sono meno certe le licenze e quindi i ritorni a casa, dove la solitudine è maggiore che fra i compagni, ragazzi dello stesso paese, della stessa regione, della stessa parte d'Italia. E poi anche per il rifiuto di finire nell'altro esercito, quello della camorra e delle altre organizzazioni criminali, quello che si gonfia e si ingrossa dei ragazzi che non vogliono finire lontani.

E sembra strano, ma per questi ragazzi morti oggi come per molti di quelli caduti negli anni precedenti, fare il soldato sembra una decisione dettata al tempo stesso da un buon senso che rasenta la saggezza perché comunque il calcolo fra rischi e benefici sembra vantaggioso, e dalla voglia di misurarsi, di dimostrare il proprio valore e il proprio coraggio. Di dimostrare, loro cresciuti fra la noia e la guerra che passa o può passare davanti al loro bar abituale fra le strade dei loro paesini addormentati, che "un'altra guerra è possibile". Che combattere con una divisa per una guerra lontana può avere molta più dignità che lamentarsi della disoccupazione quasi fosse una sventura naturale e del mondo che non gira come dovrebbe, come di una condizione immutabile.

Sapendo che i molti italiani che li chiameranno invasori e assassini, ma pure gli altri che li chiameranno eroi, non hanno entrambi idea di che cosa significhi davvero fare il mestiere del soldato. E sapendo pure che, se entrambi non ne hanno idea e non avrebbero mai potuto intraprendere la stessa strada, è perché qualcuno gliene ne ha regalate di molto più comode, certo non al rischio di finire sventrati da un'autobomba. Infatti loro, le destinazioni per cui partono, non le chiamano "missione di pace".

Forse non lo sanno sino in fondo che nelle caserme dell'Afghanistan possono trovare la stessa noia o la stessa morte che a casa. Ma scelgono di arruolarsi nell'esercito che porta la bandiera di uno Stato, in una forza che non dispone della vita e della morte grazie al denaro dei signori della guerra e della droga. Per questo, mi augurerei che anche chi odia la guerra e ritiene ipocrita la sua ridefinizione in "missione di pace", possa fermarsi un attimo a ricordare questi ragazzi. A provare non solo dolore per degli uomini strappati alla vita in modo atroce, ma commemorarli come sarebbe piaciuto a loro. A onorarli come soldati e come uomini morti per il loro lavoro. Quando è arrivata la notizia dell'attentato, un amico pugliese mi ha chiamato immediatamente e mi ha detto: "Tutti i ragazzi morti sono nostri". Sono nostri è come per dire sono delle nostre zone. Come per Nassiriya, come per il Libano ora anche per Kabul. E che siano nostri lo dimostriamo non nella retorica delle condoglianze ma raccontando cosa significa nascere in certe terre, cosa significa partire per una missione militare, e che le loro morti non portino una sorta di pietra tombale sulla voglia di cambiare le cose. Come se sui loro cadaveri possa celebrarsi una presunta pacificazione nazionale nata dal cordoglio. No, al contrario, dobbiamo continuare a porre e porci domande, a capire perché si parte per la guerra, perché il paese decide di subire sempre tutto come se fosse indifferente a ogni dolore, assuefatto ad ogni tragedia.

Queste morti ci chiedono perché tutto in Italia è sempre valutato con cinismo, sospetto, indifferenza, e persino decine e decine di morti non svegliano nessun tipo di reazione, ma solo ancora una volta apatia, sofferenza passiva, tristezza inattiva, il solito "è sempre andata così". Questi uomini del Sud, questi soldati caduti urlano alle coscienze, se ancora ne abbiamo, che le cose in questo paese non vanno bene, dicono che non va più bene che ci si accorga del Sud e di cosa vive una parte del paese solo quando paga un alto tributo di sangue come hanno fatto oggi questi sei soldati. Perché a Sud si è in guerra. Sempre.

Quei misteri italiani... sotto gli occhi di tutti

La cosa va avanti ormai da settimane. Enrico Deaglio legge sui giornali estivi che Cosa nostra chiese una delle reti di Berlusconi, legge che l’arresto di Riina avvenne dopo una trattativa tra Stato e mafia, poi che la latitanza di Provenzano fu permessa dal comportamento dei vertici dei carabinieri. Legge e sorride, perché di queste «inchieste dimenticate» ne ha parlato nel libro che ha pubblicato a giugno, «Patria 1978-2008». Poi legge di Berlusconi che attacca la procura di Palermo per la «follia» di occuparsi di fatti del ‘92 e ‘93, del fido alleato Bossi che dice che lo scandalo delle escort «è stato messo in piedi dalla mafia, che ha in mano le prostitute», e dell’irrequieto Fini che invece dice: «Se ci sono fatti nuovi le indagini vanno riaperte, anche dopo 15anni, soprattutto se non c’è nulla da nascondere, come sono sicuro, su Fi e Berlusconi». E allora il sorriso si trasforma in qualcosa di più.

I FILONI DI FALCONE E BORSELLINO
Perché, spiega Deaglio, «gli anni ‘92, ‘93 e ‘94 sono quelli che mi hanno impegnato di più nelle ricerche, ma anche quelli che hanno determinato la storia d’Italia»: «C’è il crollo del sistema politico, ufficialmente dovuto a Tangentopoli, avvengono i più grandi attentati, Falcone, Borsellino, poi Firenze, Milano, Roma, dopodiché ci sono delle elezioni che ci consegnano un’Italia solo qualche mese prima incredibile, con un partito inesistente, aziendale che conquista la maggioranza. Una situazione mai vista in Europa, sia per il livello di violenza che per i risvolti politici». I singoli fatti sono più o meno noti. Ma a metterli uno accanto all’altro viene fuori quello che Deaglio definisce «l’orribile segreto». Questo. «Sicuramente sia Falcone che Borsellino si stavano occupando di due filoni d’indagine. Un canale di riciclaggio di denaro tra la Sicilia e Milano, tramite il gruppo Ferruzzi, cioè Raul Gardini, che era entrato in Borsa a metà degli anni ‘80 con la Calcestruzzi Spa, al 50% di proprietà di Cosa nostra attraverso i fratelli Buscemi di Palermo, alleati con Riina. E, secondo filone di cui parla apertamente Borsellino nella famosa intervista del maggio ‘92, del rapporto tra Berlusconi, Dell’Utri e Mangano». Nel libro Deaglio scrive dell’incontro a Milano, nel ‘79, tra il capo della mafia di Palermo Stefano Bontate, il palazzinaro Mimmo Teresi e «questo Silvio Berlusconi di cui gli aveva parlato così bene il loro contatto milanese, Marcello Dell’Utri». Il quale convenne insieme agli altri due che «Vittorio Mangano era stata la persona giusta per proteggere Silvio Berlusconi ».Unsalto in avanti, fino al febbraio 83 e alla maxi retata nella notte di San Valentino.«Uno sconosciuto Vittorio Mangano è in mezzo alla lista» degli arrestati per traffico di droga e riciclaggio. «Il forziere sta in alcune banche milanesi (la Banca Rasini è la più esposta), dove hanno depositato i loro risparmi i prestanome dei bossi di Palermo Salvatore Riina e Bernardo Provenzano». Nota oggi Deaglio che «nessuno lo ricorda più ma quella era la banca in cui era impiegato il padre di Berlusconi ». Nessuno si ricorda più di molte altre cose, aggiunge.

LA NASCITA DI FI
Come le motivazioni, formali e non, che hanno portato le procure di Firenze e Caltanissetta all’archiviazione dell’accusa a Berlusconi e Dell’Utri di essere i mandanti delle stragi del ‘93, quella «friabilità del quadro indiziario» a cui danno vita le deposizioni dei pentiti ma anche il fatto, scrive Deaglio, che ambedue le procure, tra il ‘98 e il 2000, erano «intimorite dal nome degli indagati ». Un ex premier e ora leader dell’opposizione e «l’artefice della nascita di un nuovo partito in Italia, in soli tre mesi». «Marcello il mediatore », è infatti il titolo del paragrafo in cui Deaglio racconta di come l’allora dirigente di Publitalia abbia mandato «messaggi rassicuranti anche per la cerchia che ruota intorno a Bernardo Provenzano e a Leoluca Bagarella: sta nascendo un nuovo partito in Italia, anche avrà a cuore le giuste richieste siciliane». Dell’Utri è stato condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa. «Se ora dovesse essere condannato in appello - ragiona a voce Deaglio - a Dell’Utri non dovrà fare molto piacere pensare che il suo business e political partner può invece contare sulla protezione del Lodo Alfano».


fonte: http://www.unita.it/news/italia/88505/quei_misteri_ditalia_sotto_gli_occhi_di_tutti

giovedì 17 settembre 2009

L'intervento di apertura durante la Serata del Premio "Vincenzo Licata" 2009

Premio Vincenzo Licata - Città di Sciacca Edizione 2009

Il mio intervento di apertura durante la serata di premiazione svoltasi a Sciacca giorno 1 agosto 2009 presso l'ex Chiesa Santa Margherita.

Buona visione


mercoledì 16 settembre 2009

"Gianbecchina: tra pittura e maiolica"

"Gianbecchina: tra pittura e maiolica" è questo il titolo della mostra inaugurata sabato sera e dedicata al grande maestro di Sambuca di Sicilia per le celebrazioni del centenario della sua nascita.
Le iniziative di celebrazione del centenario della nascita del grande maestro fanno quindi tappa a Sciacca con un importante evento espositivo che si tiene presso il complesso monumentale San Francesco.
La mostra si protrarrà fino al 25 ottobre e sarà possibile visitarla dal martedì a domenica dalle 10 alle 12,30 di mattina e dalle 17,30 alle 19,30 nel pomeriggio.
L'iniziativa offre al grande pubblico la possibilità di godere della visione di venti opere in ceramica inedite del pittore Gianbecchina, realizzate nei primi anni Ottanta a Sciacca.
Le maioliche in esposizione rappresentano un aspetto assolutamente inedito ed originale del maestro di Sambuca di Sicilia, opere realizzate nelle botteghe di ceramica di alcuni suoi amici, bravi maestri maiolicari.
La mostra contiene, anche, una interessante sezione nella quale diciotto ceramisti saccensi hanno realizzato degli elaborati dedicandoli al maestro, opere in maiolica che, con linguaggi creativi ed originali diversi, interpretano alcune importanti pitture del maestro sambucese.
In questo modo così originale la Città di Sciacca, città della ceramica e dell’arte, rende omaggio ad uno dei più importanti interpreti dell’arte figurativa del ‘900. La mostra sarà accompagnata da un catalogo d’arte con testi storici e critici ed un ampio apparato iconografico delle opere presenti in mostra.
L’evento espositivo è curato dallo Storico dell’Arte Tanino Bonifacio e dall’Architetto Alessandro Becchina, figlio del maestro Gianbecchina, promossa dall’Assemblea Regionale Siciliana, dalla Regione Sicilia, dalla Provincia Regionale di Agrigento, dal Comune di Sciacca e dall’Archivio Gianbecchina.
La serata inaugurale è stata presentata dall’attrice Stefania Blandemburgo, che si è alternata in letture dedicate al maestro Gianbecchina.

martedì 15 settembre 2009

11 Settembre 2001-2009: per non dimenticare

Sono già passati 8 anni. Sembra ieri. L’11 settembre del 2001 il mondo si risvegliò diverso e da quel giorno non è stato più lo stesso. Da quel giorno l’America si scoprì vulnerabile e con essa tutti i paesi civili e democratici. Da quel giorno sono cambiate tantissime cose e la politica estera di molti paesi è stata plasmata proprio alla luce di quegli avvenimenti terribili.
Quattro attentati di inimmaginabile portata sconvolsero la terra di Cristoforo Colombo che fine a quel momento si riteneva inespugnabile, invulnerabile.
Quattro attacchi suicidi realizzati attraverso il dirottamento di quattro aerei di linea che vennero catapultati verso altrettanti obiettivi sensibili, per fare ancora più male.
Le Torri Gemelle, ossia il famoso World Trade Center di New York, il Pentagono, la base logistica e militare degli Stati Uniti d’America, la Casa Bianca, residenza presidenziale, unico obiettivo dichiarato ma mai raggiunto in quanto l’aereo diretto all’abitazione di Bush si schiantò lungo il percorso, in un territorio disabitato vicino Shanksville, grazie alla ribellione interna dei membri dell’equipaggio e degli stessi passeggeri.
Oltre ai 19 dirottatori, morirono circa 3000 persone di 90 nazionalità diverse, alcuni corpi sono stati trovati e riconosciuti, altri sono evaporati nel nulla. Tutto il mondo democratico quel giorno si sentì colpito, nessuno era stato in grado di fermare quell’attacco, nessuno era stato in grado di prevederlo, neppure l’America che è la prima nazione nel mondo in quanto a soldi spesi per la protezione del proprio territorio, per servizi segreti, per spionaggio.
Si seppe in seguito che i dirottatori, tutti arabi, erano membri attivi e facenti parte del gruppo terroristico di Al Qaeda, guidato dal pluriricercato Osama Bin Laden.
Uno dei momenti più tragici di quegli istanti terribili è stato il crollo delle due torri gemelle implose a causa delle elevate temperature causate dagli incendi: le due strutture si sono accartocciate su sé stesse e corrono alla mente tutti i fotogrammi di quegli attimi, della gente che preferiva gettarsi dalle finestre per non morire soffocata, dei vigili del fuoco che sono andati incontro alla morte continuando a salire piano dopo piano sebbene i grattacieli cominciassero a scricchiolare, la mente corre a quelle telefonate ascoltate nei giorni seguenti di gente che chiamava i propri cari consapevole che non gli avrebbe più rivisti. Quanta distruzione.
Oltre alle Torri Gemelle, altre strutture dell’area furono gravemente danneggiate ed alcune di esse sono attualmente in demolizione per essere ricostruite, ci si augura, più belle di prima.
New York in quei giorni è stata raffigurata come l’anima dell’America, un’anima violentata dalla crudeltà dell’uomo.
Purtroppo, di solito, le violenze non vengono mai da sole e la crudeltà genera altra crudeltà.
Gli attacchi furono immediatamente seguiti da quella che è stata chiamata “Guerra al Terrorismo”.
Bush junior, allora presidente degli Sati Uniti, approvò la guerra in Afghanistan ed in Iraq, la prima contro i talebani, la seconda contro il regime totalitario e sanguinario del dittatore Saddam Hussein.
Entrambe le guerre hanno visto il coinvolgimento mondiale in quanto in pratica i soldati di tutte le nazioni hanno preso parte a queste “missioni di pace”. I talebani afghani sono stati facilmente sconfitti ed oggi nel paese il neo presidente Karzai cerca di mantenere, a stento, l’ordine. Anche in Iraq Saddam Hussein è riuscito ad opporre scarsa resistenza, è stato catturato e giustiziato per impiccagione. Tra l’altro anni dopo l’America ammise che la storia delle armi di distruzioni di massa possedute dall’Iraq per giustificare la guerra era per l’appunto soltanto una storia.
Morti si sono aggiunti ad altri morti, altri civili continuano a morire ancora oggi, altri soldati vengono mandati in missione presso questi territori martoriati, territori che erano martoriati anche prima dell’11 settembre. Ma di Osama Bin Laden nessuna traccia.
Su questa tragica data e sulle conseguenze che ha generato si è scritto e detto tanto e di tutto. Sono state diverse le teorie complottiste, i misteri, le indagini, le dispute e le controversie.
Tuttavia il nostro obiettivo oggi non è quello di fare luce su una delle più grande sciagure della storia ma quello di ricordare. Perché otto anni sono passati e qualcuno già comincia a presentare i primi segni di stanchezza, comincia a rimuovere quello che è stato e quello che è ancora oggi.
L’11 settembre non è ancora finito, la sua eco, come un rimbombo lontano, prosegue sino a noi e determina le nostre vite, gli scenari mondiali e le politiche interne ed estere delle nazioni.
Una data che purtroppo fa già parte della storia moderna, una data che non va dimenticata perché tremila morti ancora chiedono giustizia e migliaia di famiglie nel mondo, ripensando a quei momenti, sono lì, nel silenzio, a chiedersi “perché?, perché è accaduto tutto questo, cosa si poteva fare e cosa non abbiamo fatto”.
La memoria di quel giorno la dobbiamo a loro. La dobbiamo a noi stessi.

Calogero Parlapiano - tratto da "ControVoce"

lunedì 14 settembre 2009

Dal 2010 in vigore le nuove norme sulla Pesca

"Pesca 2010 nuove normative e nuovi scenari", di questo si è parlato stamattina in una conferenza promossa dal Comune di Sciacca e organizzata dall’A.G.C.I. AGRITAL rappresentato dal Dott. Giovanni Basciano e dall’Associazione Generale delle Cooperative Italiane. Il convegno si è tenuto a Sciacca all’interno del complesso monumentale della Badia Grande, nel quartiere di San Michele. Si è parlato quindi delle norme che entreranno in vigore dal 2010 e che sono già legge dal 2006.
Sicurezza a bordo, controlli igienico sanitari, rivendita dell'intero prodotto pescato e soprattutto la grandezza delle maglie delle reti che divenendo più grandi rischiano di mettere in ginocchio l'economia marittima locale in quanto le nostre tipologie di pesce rischierebbero di non venire più pescate.
Proprio in un momento nel quale la domanda ed il consumo di pesce aumentano mentre la produzione diminuisce.

Oltre all’assessore alla Pesca Ignazio Piazza, sono intervenuti esperti del settore pesca e dirigenti di molti enti pubblici che si occupano a vario titolo di pesca e di prodotti ittici tra i quali Fabio Fiorentino, dell’Istituto per l’Ambiente Marino e Costiero del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Francesco Bertolino, della società Bio&tech, Salvatore Cuffura e Giuseppe Lo Presti, dirigenti dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Agrigento, che hanno affrontato il tema legato alla Sicurezza e all’Igiene degli Alimenti; Antonino Virga, dirigente del Dipartimento Attività Sanitarie e Epidemiologiche dell’Assessorato regionale alla Sanità, Santo Caracappa, direttore sanitario dell’Istituto Zooprofilattico della Sicilia e il tenente di vascello Daniele Governale, capo del Circomare di Sciacca.
Il convengo si è reso necessario per manifestare intanto la vicinanza ai pescatori saccensi e poi per trovare idee e soluzioni concrete ai loro problemi nell'attesa di capire come e quando potrà venire aperto il mercato ittico locale.

domenica 13 settembre 2009

Una Colonna Votiva da Rispettare

La colonna votiva collocata lungo il viale delle terme è stata recentemente ristrutturata ma dopo l'intervento che si era reso necessario per salvaguardare l'opera dall'incedere del tempo i due cancelletti posti dietro la colonna sono stati tolti con il risultato che l'area oggi versa in condizioni igienico sanitarie assai precarie in quanto essa è meta di gente che approfitta dell'ombra per espletare i propri bisogni fisiologici.
E' quanto denuncia oggi ai nostri microfoni il signor Ignazio Arena che è stato uno dei costruttori della colonna e che è molto affezionato tanto a quest'opera quanto alla zona che la circonda.



Vengono richiesti quindi interventi di pulizia, di bonifica dell'area, di salvaguardia del nostro patrimonio monumentale e la collocazione di nuove panchine per poter meglio godere del panorama che offre il sito. Ci auguriamo allo stesso tempo che la zona possa venire meglio controllata e che gli utenti dell'area abbiano più rispetto dei luoghi di pubblico dominio.